giovedì 2 aprile 2015

like a flipping coin *


Aprile 2517
Orbita di Berishan.
- Non essere geloso.
Dylan spinse le labbra contro la sua spalla nuda, esausto. Gliela baciò e poi la morse, facendola ridere. Scosse il capo con fastidio quando lei intrecciò le dita nei suoi boccoli neri, cercando di nascondere quanto più il viso, nella speranza di non essere ai suoi occhi così atrocemente trasparente. Gliel'aveva detto, che non lo sarebbe stato.
- Non essere geloso.
Lui si voltò scocciato, lei lo riacchiappò prima che potesse mettere un solo piede per terra, ritrascinandogli le scapole sul cuscino bitorzoluto della brandina. L'ennesima brandina dell'ennesima cabina dell'ennesima nave cargo su cui si erano imbarcati, alla ricerca di una quindicenne prima, di una storia poi, di un uomo infine. Neanche Lee era sicura di cosa stesse cercando esattamente, ma la sua fede cieca la portava a credere che l'avrebbe trovato.
- Sei l'unica persona al mondo che oserebbe chiederlo, in una situazione del genere.
- Perché?
- Perché ti sto seguendo mentre giri come una trottola alla ricerca di un coglione con cui... con cui cosa? Devi passare il resto dei tuoi giorni? Non l'ho ancora capito.
Lei gli si infilò molestamente nel gomito.
- Il resto dei miei giorni lo passerò con te. 
- Certo.
- Davvero. Sei il mio migliore amico, il mio compagno, il mio collega, il mio complice. E non posso vivere senza te.
- E tu sei il mio breviario di frasi fatte.
- Sei anche il mio comico preferito.
- E lui?
Glielo chiese senza inquisizione nel tono, ma sperava di trovarla in difficoltà. Lei però sorrise con la dolcezza della rassegnazione buona - dell'accettazione.
- Lui è l'amore della mia vita.
- Quindi?
- Quindi potrei vivere senza di lui - ponderò lei - ma preferirei non farlo.

* * *

Aprile 2517
Afghana, Berishan

- You must be fucking kidding me.
Summer roteò gli occhi al cielo: non era la prima volta che quella ragazzina che giurava di essere sua madre strappava una reazione simile a un "vecchio amico". 

Paul Carraway si trasse gli occhiali da vista e li poggiò sulla scrivania della cattedra accanto a cui era in piedi. Di fronte a lui, ventidue quindicenni sgranarono gli occhi sorpresi dall'espressione tanto colorita del loro supplente di letteratura anglo-cinese.
- Vedi, - illustrò Lee, candidamente - questo è l'aspetto che ha una scuola del Core. 
Summer si sporse dalla porta, guardò i suoi coetanei e disse: bella merda
- Bella merda - concordò un ragazzino in seconda fila.
Paul, capacità di reazione compromessa da anni e anni di alcolismo, ci mise un po' a decidere di trascinare la vecchia amica fuori dall'aula, richiudendosi la porta alle spalle. Lee sorrideva con un'estasi eccitata e un'allegria che aveva più volte fatto chiedere a Summer se non avesse qualche lesione cerebrale.
- Plagi giovani menti adesso?
- Che diavolo ci fai qui?
- Scherzo: ho sempre pensato saresti stato un insegnante meraviglioso.
- Sei una cazzo di sociopatica del c--
- A che punto del programma siete? 
- Devi andare via.
- Gliela insegni la letteratura del Rim?
- Ta ma de Lee, sto vivendo a casa dei miei genitori - a quarant'anni, cazzo - e facendo questo lavoro di merda perché l'ultima volta che ti ho visto hai dato fuoco al mio appartamento. 
- E ha funzionato, no?
- Cosa?
- Hai una cera migliore dell'ultima volta.
Summer, assistito all'intero scambio, si spalmò una mano in faccia e iniziò a chiedersi che razza di gente l'avesse messa al mondo.
- Cosa vuoi?
- Salutarti.
- Cosa vuoi?
- Betts è in giro?
- In-- mi stai prendendo in giro?
- No. 
- Gray ha mollato tutto ed è andato a cercare te.
- E non ad Afghana?
- No.
Lee sospirò, oscillò lo sguardo su una Summer esausta. Paul, indotto a deviare l'attenzione, guardò anche lui la ragazzina.
- E questa chi è?
- Mia figlia, Summer Chernenko.
- Summer Hart - corresse lei.
- Ma quale Hart, non sei mica un'orfana.
- Non abbiamo ancora deciso se prenderò il vostro cognome. 
- Mica il nostro, il mio.
- Se prendo il cognome di qualcuno prendo Draznek.
- Nonsense. 
Paul osservò lo scambio assolutamente frastornato.
- Senti - riprese a parlare lui - ti do il contatto di Gray. Anzi, te lo chiamo, gli dico di venire qui. Basta che ti togli di mezzo.
- Oh, no, grazie, non serve: lo sto cercando.
- Ti dico che lo contatto...
- No, non hai capito: è una cosa che sto facendo.
- Cercarlo.
- Sì.
- Non ho capito.
- Che se è destino lo troverò, non serve che lo chiami.
- Mi prendi per il culo? - intervenne Summer indelicatamente - chiamalo e chiudi questa cazzo di storia.
- Ma tanto adesso andremo a Blackrock: confido di trovarlo lì.
- A Blackrock? Perché a Blackrock?
- Per l'Orinoco.
- L'oriche?
- Il fiume sotterraneo leggendario...
- Lee!
Paul alzò la voce, esasperato. Summer borbottò e se ne andò via scocciata, Lee gli rivolse invece un sorriso dolce, pieno di scuse volatili.
- Stai davvero bene.
Le spalle di Paul si arresero. Era la verità.
- Dai, vattene.
Lee si sporse e gli diede un bacio sulla guancia.
- Un giorno ripasso -, lo minacciò.



sabato 7 marzo 2015

like a family? *

marzo 2517, Columba System, spazio.
"Non ho capito."
Jozef le contò sulla faccia tutte le somiglianze con la madre: l'espressione obliqua, il sopracciglio sollevato, gli occhi azzurri e i boccoli biondi erano tutti suoi, ma Summer aveva passato il grosso della sua vita su un pianeta distrutto, e fame e pericolo le avevano scolpito addosso una diffidenza storta. Jozef sospirò a fondo.
"Ci stanno sparando addosso."
La cabina tremò violentemente e lui perse l'equilibrio, spiaccicandosi contro un angolo chiuso tra due paratie metalliche arrugginite. Summer dondolò un po' a destra e dondolò un po' a sinistra, con grazia: un'altra cosa che aveva ripreso da sua madre. Jozef la annotò a mente. 
"Grazie al cazzo", la ragazzina osservò senza molte cerimonie. "Non ho capito dei pod di salvataggio."
"Che è meglio se ci andiamo dentro, preventivamente."
"No ecco, è questo che non ho capito."
Un altro colpo, un'altra fragorosa vibrazione. I due libri che aveva disposto sul comodino della sua angusta cabina si rovesciarono a terra insieme al comodino stesso, mal fissato al muro. Summer oscillò un po' all'indietro e allargò le braccia: un'equilibrista.
"Cioè: io stavo lì, e vivevo la mia vita, che non dico che era tutto oro, ma almeno campavo. Vengono questi due vecchi"
"Abbiamo poco più di trent'anni..."
"Questi due vecchi, insieme a un altro vecchio che ancora non ho capito chi è a proposito"
"E' un amico di tua mad--"
"E questi due vecchi mi dicono siamo i tuoi genitori naturali, e io: grande, magari hanno due soldi e mi tirano fuori da questo buco, e poi quella benfatta di tua moglie"
"Non siamo mai stati sposati..."
"Quella benfatta di tua moglie inizia a raccontarmi di tutte le sue avventure, e allora penso: bello, avventure, e diciamolo Joe, non è che tu abbia avuto una vita tanto emozionante da convincermi a seguire te, senz'offesa"
"None taken?"
"E quindi andiamo all'avventura io te lei e quest'altro vecchio che non so chi sia, e tre giorni dopo aver lasciato Hera becchiamo una nave di pirati stronzi e ora devo buttarmi fuori dalla nave con un pod sperando di morire soffocata prima che mi piglino i marauders?"
Non era contenta. Jozef boccheggiò con pochi argomenti, e ringraziò il cielo quando Lee capitombolò nella cabina con un sorriso luminoso e allucinato, seguita da un ben più cauto e meno allegro Dylan Jamison Khan. "Allora?", la incalzarono padre e figlia all'unisono.
"E all'ora niente - rassicurò lei, neanche una nube nello sguardo - il capitano suggerisce di allacciare le cinture di sicurezza e garantisce che andrà tutto bene."
"Stai mentendo - lamentò Summer - lo vedo quando la gente mente. Sei una bugiarda di merda. Che ha detto davvero?", voltò lo sguardo verso Dylan, incalzandolo. Lui tentennò.
"Che non sa da dove siano usciti fuori, che è un brigade armato per la guerra e che navi così non spuntando fuori dal nulla senza aver avuto una dritta, ma che non sa che dritta sia, visto che nella stiva non hanno niente di valore."
"Chi se ne frega: moriremo tutti?"
"Che assurdità - rise Lee, annichilita dall'adrenalina, mentre strattonava Summer per un braccio e si sfilava la cinta dai pantaloni per assicurarla a qualcosa di solido - non possiamo morire, ho sognato che vivevamo."
"Hai sognato che vivevamo?" urlò Summer, dibattendosi irrequieta mentre veniva immobilizzata e assicurata a un tubo solido per evitare che venisse sbalzata ovunque.
"Ho visto che vivevamo tutti e che ti facevo conoscere Sebastian Gray a Clackline"
"Sebachi?"
"Sebastian Gray, ti ho raccontato di Sebastian Gray"
"Sebastian Gray un cazzo! Dovevo restare a Dane End!"
"Esagerata: andrà tutto bene."
Lo ripeté con fede assoluta. Dopo essersi assicurata che Jozef sarebbe rimasto lì con la ragazza, barcollò all'esterno della cabina insieme a Dylan Khan, recuperando brillantemente una sventata caduta in seguito a uno scossone più violento degli altri. Dylan bestemmiò, lei lo aiutò a rimettersi in piedi. Le luci sfarfallarono, poi si spensero.
"Questa non è una coincidenza", le ringhiò lui addosso, con un vago senso di biasimo.
"I miei conti con Hall Point sono chiusi", argomentò lei.
"E' un brigade armato per la guerra."
"E allora?", finse di non capire.
"C'è altra gente con cui hai conti aperti."
Lee smarrì gli occhi nei suoi per un momento, un momento solo. Sospese il respiro in un momento di pura stasi: la nave immobile, attorno il silenzio. Durò i due secondi che le furono necessari ad attaccarsi con entrambe le mani al volante di un portellone e a costringere Dylan a fare lo stesso.
"Non è qui che moriamo, Eddie."
"Perché hai sognato Gray?"
Il sorriso le riempì le guance, negli occhi luminosi una fede totale e sfacciata.
"Perché ho visto Gray."
Il booster diede un calcio che sfaldò quasi il fragile wyoming su cui viaggiavano, spingendoli alla velocità della luce sulla traiettoria di disingaggio.


venerdì 13 febbraio 2015

like true love, and how i found it *

Dane End, Hera, inverno 2517

Cosa le dirai?

Le dirò che l'ho cercata ovunque. Ora di fronte alla porta di quest'angolo di universo fatto di polvere e sorto sulle tombe di centomila uomini le dirò che l'ho cercata nei quattro angoli di questo 'Verse, che ho preso per i capelli suo padre e gli ho detto vieni con noi, è ora, che gli ho detto è ora ancora prima di dirgli Jozef, non ci vediamo dal tempo che ci ha messo lei a crescermi dentro e poi a crescermi fuori, le racconterò di come suo padre si è messo a piangere e le racconterò di come suo padre è stato cacciato dal suo pianeta perché ci eravamo innamorati, le racconterò di come si amano due adolescenti che decidono di fuggire insieme e poi non ci riescono, di quanto è lungo un viaggio spaziale verso una destinazione sconosciuta, di quanto è difficile guardarsi attorno e non trovare nessuno che ti somigli. Le racconterò cosa vuol dire nascere polskie a Koroleva, essere uno straniero sulla tua terra, essere uno straniero dal momento in cui nasci: io e Jozef potremo raccontarglielo entrambi, è una storia che abbiamo in comune, è la storia che ci ha fatto convergere in un punto esatto delle nostre vite, un punto esatto in cui abbiamo fatto contatto e le scintille hanno illuminato il buio come cascate di stelle e da una cascata di stelle è stata creata lei, e anche se le nostre strade si sono incrociate per così poco, le dirò che è stata tutta una lunga preparazione per questo momento, per il momento in cui busso alla sua porta e mi presento, sperando che sia lei, sperando che sia ancora viva.

Cosa le racconterai?

Le racconterò la verità: io l'ho voluta, l'ho voluta con tutta me stessa, ma ero piccola (poco più grande di quanto è lei adesso) e non sono riuscita a tenerla stretta, e alla fine me l'hanno portata via. Le racconterò che ho fatto una vita di avventure, che ho rischiato questa mia vita cento volte e una, cento volte e una l'ho scampata e dopo la centounesima volta ho deciso che non ci sarebbe stata altra avventura, che la mia avventura da quel momento sarebbe stata ritrovare lei, soltanto lei, un boccone di cuore che ho lasciato scaldare al sole aspettando che fosse tiepido abbastanza. Le mostrerò il documento falso che mi sono fatta fare per rientrare a Koroleva, le dirò che ho premuto la mano sulla bocca di uno dei miei fratelli e gli ho mormorato in russo syurpriz, sorpresa, me lo sono mormorata sulle nocche mentre ridevo e chiudevo la bocca ad Arkadi, che sul mio palmo sorrideva anche lui, e mi diceva adesso lo so, adesso ho capito cosa ti ha portato via da noi, e io l'ho pregato di portare Vitali in un luogo sicuro, ed è così che ho rivisto l'uomo (il fratello) che me l'ha strappata dalle braccia mentre dormivo e l'ha mandata dove non avrei potuto ritrovarla, ma eccomi, ora la sto ritrovando. Le racconterò chi è Piotr Vitali Chernenko, come è diventato la persona che è adesso, le racconterò di come sono riuscita per la prima volta (per la prima volta dopo trentatré anni) a leggergli addosso ciò che stava provando, le racconterò di come sul fondo dell'animo nero di Vitali - fatto di dovere, di sacrificio e di potere, fatto di carbone in combustione e risentimento, fatto di brutalità e di imperativi morali - le racconterò di come sul fondo di quell'animo ho trovato un po' di pietà, gli ho trovato una carezza negli occhi e quel tanto di misericordia che gli ha permesso di dirmi che lei era su Hera, che su Hera l'aveva mandata perché sapeva che non la volevo far crescere come ero cresciuta io, che non sapeva se era sopravvissuta alla guerra ma che l'aveva mandata via chiamandola Summer, il suo nome, il nome che avevo scelto per lei, perché era nata ad agosto, a Sovietsk, sul mare dolce e tiepido, lontano dalla neve grigia di Stalingrad.

Le spiegherai chi sei?

Glielo spiegherò con una storia, e nella mia storia ci saranno tutti. Ci sarà babcia Ròza ma ci sarà anche Sergej, Arkadi come Vitali, ci saranno Lita e Oksana, Anna, la censura a Stalingrad e i campi di addestramento di Novgorod, la tundra in cui ci facevano esercitare alla sopravvivenza, ci sarà Jòzef e Sovietsk, ci sarà lei, il viaggio lunghissimo che mi ha portato a Xinhion, la notte che ho conosciuto Peter Tien in un ascensore bloccato e la mattina in cui sono andata a trovarlo e mi sono messa a parlare con Sanjay. Sarà una storia vera, le racconterò che Pete era un musicista e San aveva trovato la pace, le dirò che ogni angolo di pace va vissuto fino in fondo, finché dura, perché la pace non dura mai veramente finché la pace non la conquisti e non te la pianti dentro. E così arriverò a raccontarle della guerra, fingerò che lei non sappia niente e le racconterò dei proiettili che fischiano sulla testa e del carcere di massima sicurezza a poche miglia da Gào Shì, le insegnerò cos'è un crimine di guerra, le dirò come anche io ho perso i miei genitori ben prima che fossero irraggiungibili e della pace che ho ritrovato a Maracay, di come a Maracay ogni cosa ha sette vite e ho scoperto di avere sette vite anche io, no, non l'ho scoperto, l'ho deciso: le insegnerò come si decide quante vite si vogliono vivere e che destino e scelta non sono opposti, le insegnerò che il suo destino (il nostro destino) è inscritto nelle scelte che facciamo. Delle scelte che ho fatto io, di come il mio lavoro è stato la mia vita, di come nel mio lavoro ho trovato la mia missione e il mio scopo e di come ho scoperto, non so bene quando, che il vero potere di una persona risiede nelle storie che conosce e in quanto bene sa raccontarle, che non c'è montagna o gigante che non possano essere abbattuti con una buona storia, con una storia coraggiosa.

E di ciò che è successo dopo? Degli incubi?

Una storia è vera solo finché viene raccontata tutta: io non le nasconderò niente. Metterò gli incubi in fila (metterò in fila il cadavere di Stephan Cordier, il tradimento di Marshall Lee, la sensazione di affogare, il crollo delle terrazze verdi, IKON, metterò in fila il fiume in cui ero immersa quando cacciatori di taglie sparavano sul pelo dell'acqua, le bombe e i loà con cui ho ballato sui carboni ardenti, la febbre, i sensi di colpa, il terrore di ciò che avrei trovato dietro le mie palpebre prima di addormentarmi, Hall Point, la costanza nell'erodere la carne sulle ossa sperando di scomparire, sapendo che non mi avrebbero lasciato scomparire perché ero troppo ingombrante, Sharon Mackenzie e Ivan Volkov), metterò gli incubi in fila e poi le racconterò di come li ho sciolti, respinti, di tutta la fortuna che ho avuto, di Betts quando mi ha trascinato in acqua e della giustizia che ho trovato a Richleaf, di come io e Marshall Lee ci siamo perdonati, di Zoey e i suoi capelli rossi e delle spalle di Henner Yunchang, della tristezza di Andres e di tutte le volte che sono andata a trovare Drake in ospedale... e dei libri di Stephan Cordier, le racconterò di tutti i libri di Stephan Cordier e le racconterò di una grazia meravigliosa, cantata la notte, solo per lui, e canterò grazie anche io, e pregherò che ciò che le racconterò le mostri che se accogli gli incubi quelli si schiariranno, si dipaneranno e si mostreranno miseri, non più draghi e mostri ma persone col cuore secco e stanco, senza immaginazione. Le racconterò la mia storia così com'è, la mia vera storia, le racconterò di tutte le persone che ho amato e le racconterò di quanto ho tenuto stretto tra le braccia Sebastian Gray Holmes mormorandogli sulle labbra il suo vero nome, le racconterò di David e Golia e le racconterò anche di te, Dylan, di come ti ho perso e di tutto ciò che ho fatto per ritrovarti, e le mostrerò che ora sei qui, e mi parli, anche se con la voce sei muto e tieni il corpo tre metri dietro di me e di Jozef, perché sai che questo momento è nostro, che dietro questa porta c'è nostra figlia, in questo buco per orfani di guerra, in questa comunità di signori delle mosche sto cercando la mia mosca bianca, allora stringo la mano a Jozef e busso.

"Se non ve ne andate vi sparo in mezzo agli occhi."

Vediamo prima la bocca di un fucile e poi la faccia bianca e cupa che sta dietro il mirino, boccoli biondi e occhi azzurri, e non ho dubbi, non l'ho mai vista ma l'ho già riconosciuta, e sento Jozef coprirsi la bocca e singhiozzare un'unica volta perché l'ha già riconosciuta anche lui, quindi parlo io, e sorrido già.

"Sei Summer?"
"Che cazzo vuoi?"

Mi annoda lo stomaco e mi spalanca il cuore. Sono mesi che non riesco a tirare un sospiro di sollievo.

"Il mio nome è Lee Chernenko. Sono venuta a raccontarti una storia."

sabato 3 gennaio 2015

like Eddie and Lee



Dylan l'ha vista sotto la neve cento volte e cento volte l'ha vista andare via sotto la neve, sotto la neve sciogliersi e nascondersi e fuggire, e l'ha capito troppo tardi che la neve aveva l'odore di Stalingrad, e ha passato cento anni a chiedersi perché fuggisse Gao Shì bianca, la più bella Gao Shì che lui abbia mai visto, con i fiori di pesco gelati. Sotto la neve. Sotto la neve lei lo aspetta e sotto la neve lui la vede lontana cinque metri, lontana mille parsec, lontana la distanza della strada e lontana lo spazio che separa Horyzon dalla Terra-che-fu. Ha un borsone in spalla (il borsone dice: vado via), il cappotto pesante (il cappotto dice: vado via), il sorriso sfuggente (il sorriso dice: vado via). Lui non è sorpreso. E' andata via cento volte sotto la neve e cento volte lui le ha guardato le spalle. Ora le guarda il viso, e attraversa la strada. Si ferma davanti a lei e non dice niente. Lascia che sia lei a parlare, come cento volte prima di quella. 
- Horyzon ha esaurito le prospettive, per me. Non sono riuscita a costruire la prima agenzia stampa del sistema Central, a quanto pare, e sembra che ormai in città sappiano tutti che Lee Chernenko porti guai. Non così strano, no? Ad ogni modo, niente di cui preoccuparsi troppo. Sono stata senza una casa, questi giorni, pensavo di cercare un nuovo appartamento... mi sembra di aver vissuto ovunque a Cap City, sai? A Dogtown, a Bruckner, al quartiere dei Sultani... e dopo che ci passi tutto questo tempo, inizi a renderti conto che in fondo è una città minuscola. Non ti sembra una città minuscola? Se l'avessi girata quanto me ti sembrerebbe una città minuscola, fidati. Ho visto ogni festa, ogni locale, ogni teatro, per i ricchi e per i poveri. Se è la città che non dorme mai, io sono rimasta in piedi con lei. Ma è solo una città... le città hanno mura. Ed è stata una città importante, davvero, lo sono state le persone che ci ho incontrato. Non pensare che sia perché non le ami, che sia perché non mi ci sono innamorata, a Capital City. Potrei farti una lista. Il primo è stato Jules, al locale di jazz - ci ho passato le ore a sentirlo suonare il sassofono. Mi sono innamorata di illustri Yiji della Shouye quando erano ancora xinshou e mi sono innamorata di buone amiche che mi hanno drenato acqua avvelenata dai polmoni, di piloti, e di disadattati, di soldati e di criminali, ti giuro, e mi sono innamorata di Gray, mi sono innamorata di Gray come si innamorano i pazzi, e tu lo sai. Mi sono innamorata di chi mi ha tradito e chi se ne è andato prima di me, di Adila che è sparita e di suo figlio, suo figlio ho continuato ad andare a trovarlo ogni settimana, quando ero in città, e dovresti vedere quanto è sveglio, quanto mi conosce e quanto è capace di prevedere le mie mosse. Mi sono innamorata di uomini un po' smarriti e delle loro figlie (di Mal, di Drake). E non ce ne è uno solo che vorrei non aver incontrato, ma non si può vivere riflettendosi negli altri. 
Dylan l'ha vista sotto la neve cento volte, cento volte l'ha ascoltata sotto la neve e cento volte ha annuito (e annuisce anche adesso) guardando da un'altra parte e dicendo cose di cui si sarebbe pentito più tardi. 
- Ti auguro ogni fortuna, Lynn.
Cento volte sotto la neve ha smesso di ascoltarla sperando semplicemente se ne andasse, fuggisse, strappasse il cerotto e corresse via lasciandolo con un dolore rapido che rapidamente si sarebbe affievolito. La verità è che vivere senza Lee Chernenko è diventata ormai un'abitudine.
- Lo so che hai addosso uno strano senso di deja vu, che non mi hai perdonato, che avresti voluto ti dicessi più cose, ti raccontassi più cose, ti spiegassi perché alcune poesie mi facevano piangere come se fossero in grado di staccarmi il cuore a bocconi. So che sei fiero di te, tutto sommato, che hai costruito molto, che non vorresti rinunciare a ciò che hai costruito, alla carriera, alle news. Non ci hai mai voluto rinunciare. Ti ricordi quando partii per la guerra, e allo spazioporto ti dissi: vieni con me? Ma non avevi un visto valido e avevi appena iniziato a lavorare per gli affari interni della Xinhion Gazette? E ti ricordi, quasi cinque anni dopo, a Berishan, ti ho detto che sarei andata nel Rim, e mi hai chiesto di restare, e io ti ho detto: vieni con me, e tu mi hai chiesto dove, e io ti ho risposto che non lo sapevo, e tu mi hai detto che non era abbastanza, che dovevi prenderti cura di tua madre? E quella lettera che ti inviai da Maracay, in cui ti scrivevo che i cartelli si stavano facendo la guerra ed era una storia da raccontare, e di venire a raccontarla con me?
Dylan sospira, scuote il capo, guarda altrove. Cinquanta volte ha guardato a destra e cinquanta volte ha guardato a sinistra, ma mai neanche una volta di fronte a sé (cento occasioni perse). Ma lei continua, col coraggio degli incoscienti.
- E ti ricordi quando finalmente fosti tu a chiedermi di venire con te, di seguirti, e non sapevi dove? Eri seduto e avevi le spalle arrese, eri ferito e sconfitto, e volevi sentirti per una volta padrone del tuo destino là dove il dominio sul tuo destino ti era stato sottratto, là dove tua madre era morta lentamente e soffrendo e là dove degli sconosciuti ti avevano quasi ucciso nel crollo di un grattacielo altissimo sulle tue ossa, e avevi bisogno di andare via, ma con me, e mi hai chiesto di seguirti e io ti ho detto resta, aspetta, ho cose da fare qui, era la prima volta che eri tu a chiedermi di fuggire con te e la prima volta che ero io quella che aveva bisogno di restare, di lavorare fino allo sfinimento, di consumarsi nella sua ossessione. Per anni ci siamo detti che "questa è l'acqua", ma non parlavamo solo delle nostre storie: non parlavamo solo della guerra, dei complotti, dei motivi della cacciata del nostro rettore decretata dal senato accademico o dello scandalo Alcalix, dell'omicidio di Stephàn Cordier, dei titoli della Central Space Railways schizzati in alto senza preavviso... parlavamo della nostra storia, di me e te, e l'ho capito adesso che eravamo al centro dell'oceano e chi chiedevamo cosa fosse l'acqua. Ascoltami. Mi stai ascoltando?
Lee fa un passo avanti. Non lo tocca, ma invade il suo spazio in un modo che lo riscuote bruscamente dall'assenza sfuggente in cui si era immerso. Ha sempre avuto gli occhi blu, non erano azzurri? Mi ha sempre guardato con questi occhi blu? Cosa mi sta dicendo con questi occhi blu e il respiro corto? 
- Non ti sto dicendo di amarmi, di stringermi e baciarmi, non ti sto promettendo di sposarti e non ti sto chiedendo di rimanere al mio fianco per il resto della tua vita: ti sto chiedendo solo di vivere la più grande avventura della nostra vita - insieme. Sei il mio migliore amico, lo sei sempre stato. Vieni con me.
Questa è l'acqua.
- Non hai niente a tenerti qui. Tua madre è morta, il tuo lavoro perso, l'appartamento non è tuo. E niente trattiene me: ho il cuore leggero e la mente pulita, te lo giuro, e tutto quello che potevo fare in questa città... l'ho fatto. Non dirmi di no. Se mi dirai di no ci rivedremo tra due, tra cinque, forse tra dieci anni, e tra dieci anni te lo chiederò ancora, te lo chiederò meglio. Ma sono due, cinque, dieci anni che non voglio passare chiedendomi se ti ritroverò ancora al mio ritorno. A nuotare nell'oceano chiedendomi cosa sia l'acqua.
Questa è l'acqua.
- Adesso so che questa è l'acqua. Guardami. Lo so.
Cento volte se ne è andata sotto la neve e cento volte lui l'ha guardata andare via, ha aspettato che il dolore svanisse rapido come un cerotto strappato che non lascia ferite permanenti, non lascia tagli né sangue, non lascia carne esposta o pelle sbucciata. Cento volte è tornato a casa e ha aperto una bottiglia di scotch mentre fuori nevicava, cento volte ha acceso l'holodeck e si è messo a lavorare, si è ubriacato e ha lavorato, e il giorno dopo non faceva più male, era già passato, era già dimenticato o nascosto sul fondo del cranio, là dove risiedono solo i sogni che arrivano alla mattina sfocati, inafferrabili. Cento volte ha aperto le dita e l'ha lasciata sfuggire come l'acqua tra le nocche, cento volte si è detto che come l'acqua era inafferrabile, imprevedibile, un azzardo senza sicurezze, un salto nel vuoto quando il suo istinto gli inchiodava i piedi al suolo. Cento volte, sotto la neve.

Dylan le scruta il viso, ne decifra l'attesa colma di impazienza. In silenzio, si passa una mano tra i capelli neri e alza lo sguardo al cielo buio, distante. Solleva il palmo destro e lo rivolge alle nuvole, cercando di raccogliere almeno un fiocco di neve da mettersi in tasca. Cento volte, sotto la neve, ma la mano rimane vuota.
- Guarda.
Le dice dopo un istante.
- Ha iniziato a piovere. 

Lee Chernenko e Dylan Jamison Khan, dieci anni fa.
O forse domani. 

like summer



15:03 Elian [corridoio]   « è fuori dalla porta di casa di Sebastian (di nuovo) e questa volta non indugia prima di suonare il campanello. Ha abiti da viaggio: scarponi, pantaloni comodi, un maglione pesante e una giacca a vento impermeabile. Sulla spalla, un borsone pesante, pieno. Il taxi la aspetta in strada e al polso destro ha di nuovo, finalmente, la mala buddista in grani di ematite nera. I capelli sono disordinati: a quanto pare ha deciso di non sistemare il taglio, lasciandolo confuso e impreciso. Fa un sospiro e aspetta che la porta si apra. »

15:09 Sebastian [salotto]   « La prima risposta al campanello che suona è un simpatico concerto canino. Seguito da una voce scura, sporcata da un lungo silenzio, che borbotta un » Sì, sì, ora apro, state buoni. « Lui, che non si aspettava visite, è vestito da casa: piedi nudi (anche in inverno, ma ci sono i pavimenti riscaldati), pantaloni sportivi e una maglia a maniche lunghe nera, leggermente sformata dall'uso. ha i capelli corti ma la barbetta un po' più lunga dell'ultima volta. Gli occhi chiari contornati dal livore di occhiaie sempre più inclementi e un paio di occhiali da vista sul naso. Apre la porta senza chiedere chi è, e quando se la trova di fronte resta per un lungo momento senza fiato. »

15:13 Elian [corridoio]   « la porta si apre e lei solleva il capo, lo sguardo. Gli occhi chiari sono valutativi, incastonati in un'espressione benevolmente circospetta, tiepida. Le labbra accennano un sorriso sfuggente, timido. Deglutisce e rimane in silenzio pochi attimi. Si stringe nelle spalle, la mano destra avvolta attorno alla cinghia ruvida del borsone che ha in spalla. » posso entrare?

15:17 Sebastian [salotto]   « I cani sono più reattivi di lui. Si infilano lesti tra di loro per strusciarsi sulle gambe di elian e salutarla scodinzolando, nel tempo che serve a lui per deglutire le emozioni salite impetuose a chiudergli la gola e il respiro. Ricambia il suo sguardo e lo accoglie nel proprio, regalandole l'ombra di una curva ancora piena di calore, incastrata all'angolo della bocca larga insieme a mille nuove rughe incise sulla pelle e nell'anima. Annuisce, una volta soltanto, ma gli occorre comunque un altro secondo, prima di potesri spostare di lato e stendere il braccio destro, richiamando la porta con sé per farle spazio. » Come sempre. « Può e potrà entrare. » Vieni.

15:21 Elian [interno]   « nell'attesa, è paziente. Aspetta che Sebastian digerisca la sua presenza, le faccia posto. Entra lentamente, facendo solo due passi oltre la porta. Il sorriso si scalda quando si china sulle caviglie e accoglie tra le braccia i cani, accarezzandoli con un affetto sincero, quieto. Prende tra le dita il muso di Winston, un cane ormai anziano. Gli poggia le labbra sul naso in un bacio sfuggente, per poi alzare gli occhi su Sebastian. Si rimette in piedi, lentamente. Sospira. » non volevo andarmene senza... « la frase rimane in sospeso, poi si smarrisce. Si passa una mano tra i capelli disordinati. »

15:27 Sebastian [salotto]   « Molto piano, chiude la porta alle spalle di Elian; chiude il mondo fuori da quello che -lo sa, ha visto il borsone- non può essere che un saluto. Si tiene in disparte, mentre lei saluta i cani. Zack, il più impetuoso di tutti, è stranamente quieto nel farle le feste: avverte nell'aria qualcosa di diverso. Lui la guarda. La avvolge in uno sguardo che è come una carezza, seguendola con gli occhi mentre si rialza e sorridendole, di una dolcezza malinconica e struggente quando la vede smarrirsi. Apre e chiude la bocca, inghiottendo chissà quale parola e chissà quale pensiero, prima di muoversi, lento, per avvicinarsi a lei. Molto quieto, con la delicatezza di cui sono capaci le sue mani ruvide, prova ad allungare le dita verso il suo viso. » It's okay...«  mormora, rauco. La voce piena di emozioni ma ancora ferma, profonda come sempre. » Posso abbracciarti?

15:31 Elian [interno]   « se nelle parole si smarrisce, nei gesti sembra stranamente presente: quando Sebastian allunga le dita al suo viso, lei solleva la mano e poggia il palmo contro il dorso di quella di lui, premendosela con delicatezza sulla guancia. Piega appena il capo di lato e chiude gli occhi, sospirando al fondo e permettendo a qualche nodo nel petto di sciogliersi. E' quieta, finalmente. Si passa la lingua tra le labbra. » aspetta. « gli chiede gentilmente, lasciando scivolare la mano lungo il suo braccio, tentando una carezza sulla punta delle dita che gli arrivi fino al gomito prima di dissiparsi. » ci sono delle cose che voglio dirti.

15:36 Sebastian [salotto]   « Il contatto con lei - la sua mano prima e la guancia, poi- gli trasmette un'ondata di calore benefico che amplifica il respiro ed è come una carezza balsamica sul cuore. Si riempie gli occhi con il suo viso, ne imprime i lineamenti nella memoria con una tenacia e una vividezza mai così presenti come adesso. Inspira a fondo, ed il torace ampio si espande in quello che si rivela essere un sospiro più tremulo del previsto, quando gli arriva la sua richiesta. Annuisce, una volta soltanto. » sure...« mormora, rauco. La sua carezza sul braccio è un brivido dritto nel petto. L'ombra di un altro sorriso negli occhi umidi. » Ti ascolto. « corruga la fronte, l'istante dopo » Vuoi sederti? « le chiede, ma in realtà è ancora fermo di fronte a lei e tiene la mano sulla sua guancia, in una carezza prolungata che è pura accoglienza. »

15:41 Elian [interno]   « scuote leggermente il capo: non vuole sedersi. Ma si sposta ugualmente scivolandogli al fianco. Cammina lentamente, cercando una finestra - la più vicina - a cui avvicinarsi, contro il cui muro poggiare la spalla. »non sto scappando. « lo dice con gentilezza sicura, mentre entrambe le mani si stringono attorno alla cinghia ruvida che le tiene sulla spalla la sacca riempita di poche cose, che racconta una storia tutta diversa. Sembra davvero sia tutto ciò che sta portando con sé: dei migliaia di libri, dei vestiti, le scarpe, i gioielli, gli oggetti che Sebastian le ha visto raccogliere in una vita di convivenza e condivisione, non c'è alcuna traccia. » anche se sto andando via. « sospira. E' l'inizio di un discorso. »

15:45 Sebastian [salotto]   « Deglutisce, piano, soffiando un sospiro più pesante quando lei si sposta. Non fa nulla per fermarla: semplicemente, quieto come all'inizio, ritrae la mano ed il braccio lungo il fianco e la segue con lo sguardo, prima di muovere anche lui qualche passo. Non abbastanza per incidere di nuovo nel suo spazio personale, ma quanto basta per continuare a parlare -ad ascoltare- a bassa voce. le cuce addosso un'attenzione morbida, ma piena e avida di dettagli. Esamina il suo aspetto, il suo borsone, cerca di comprenderne l'espressione e la luce negli occhi. Freme, sfiata dalle narici un grumo di scetticismo che ingoia, nel percepirne la sicurezza. E dunque non commenta, si predispone semplicemente all'ascolto, tacitamente, con uno sguardo, invitandola ad andare avanti. »

15:51 Elian [interno]   « tiene le braccia distese lungo i fianchi anche quando si poggia al lato della finestra, e attraverso la finestra vede nevicare. Rimane in silenzio per un po', con lo sguardo che si perde in una città bianca. » a Stalingrad nevicava sempre. « ricorda in maniera vaga, col tono di voce che in quella neve sembra disposto a perdersi. Lo recupera a fatica. » Summer. « Estate. Parla nel suo inglese pulito, apolide. Trovarle addosso una provenienza è impossibile: sembra quasi, ad ascoltarla, che Lee Chernenko sia cresciuta soltanto dentro se stessa, senza contaminazioni esterne. Deglutisce. » è nata a fine agosto, nel 2501, e avrei voluto chiamarla così. La infilarono nel circuito delle adozioni prima che potessi-- « il tono si perde, di nuovo. Assottiglia lo sguardo, serra le labbra. Ripete » non sto scappando.

15:58 Sebastian [salotto]   « I cani, stranamente quieti, si allontanano, finendo con il sistemarsi uno accanto all'altro sul lungo divano grigio. Lui non se ne accorge nemmeno. L'unica cosa che vede è Elian. Tiene gli occhi su di lei; è completamente assorbito dalla sua presenza e dalla sua voce, così immerso nella concentrazione da rasentare uno stato contemplativo. Quando lei nomina Stalingrad, schiude la bocca ad un soffio privo di suono. Una sorpresa calda rende più liquido lo sguardo, dilata le pupille e intensifica l'azzurro dell'iride. Ascolta il resto in un religioso silenzio, concedendosi solo un respiro -solo uno- più profondo e lungo degli altri. Muove un passo di lato e uno in avanti, per trovarsi di fianco a lei e poterne scorgere il profilo contro il vetro battuto a tratti dai fiocchi di neve. Una ruga orizzontale compare a dividere la fronte come un taglio, spettro della condivisione profonda appena salita a inondargli non solo la gola ma anche gli occhi, più liquidi. Li chiude solo un attimo. Quando li riapre, guardandola, un sorriso ammaccato, sincero, sale a pungere la voce. »...stai andando a cercarla.

16:03 Elian [interno]   « rimane a guardare fuori dalla finestra, almeno per un po'. Deve percepire il movimento di Sebastian, ma lascia che si specchi nella sua completa immobilità, almeno per qualche istante. In lei, straordinariamente, non c'è niente di inquieto - di irrequieto. Niente a scalpitarle sotto la pelle - niente che somigli a quell'intenso e primordiale istinto di fuga che Sebastian ha visto conquistarla mille volte. E' calma. E' serena. Lo è anche quando ruota il capo e alza su di lui occhi intensamente luminosi, scolpiti in un viso placido, su un sorriso simmetrico e sincero, seppur lieve. » yes. « sospira, solleva appena il mento. » and I thought that... maybe « "forse" lo dice con molta attenzione, incredibile cautela. » maybe she's been looking for me.

16:10 Sebastian [salotto]   « Vederla così quieta, intuirne la calma e fiutare l'assenza di quell'istinto alla fuga già sentito centinaia di volte in lei, influisce sul suo stesso stato d'animo, concedendogli una quiete similare malgrado il turbine di emozioni turbolente annidate nel petto. La guarda, adagiandole sul viso occhi placidi, di un colore reso più vivo ed intenso per le pupille liquide ma ancora ferme, benché si facciano specchio per la luce di quel sorriso che vede sbocciare sulle sue labbra. Lo ricambia, con uno appena storto e foriero di rughe e fossette incastrate sotto la barba. Lo sbuffa piano dalle narici. » Yes. Probably she did. « schiarisce appena la voce, smuove le spalle per un brivido lungo la schiena. » They often do that.

16:14 Elian [interno]   « il sorriso ha un guizzo acceso, orgoglioso - come se ci fosse vittoria nell'aver indovinato qualcosa di così semplice, e come se le parole di Sebastian bastassero a dire con certezza che sì, deve essere - per forza - così. Dura poco - non perché venga rimpiazzato da altri sentimenti, ma solo perché ogni cosa è destinata a durare poco addosso a Lee Chernenko. Sospira. Ruota il capo e lancia un'altra occhiata fuori dal vetro, ma non vi rimane. »quello che ho detto ieri... « si morde il labbro inferiore. Tentenna. »

16:19 Sebastian [salotto]   « Il guizzo orgoglioso del suo sorriso gli si specchia negli occhi, punge il suo e lo allarga, così che le mostra per un istante una curva più aperta ed un sorriso buono e pieno, che fa guizzare le rughe anche oltre le stanghette degli occhiali che porta sul naso. Annuisce un paio di volte, come a tacita riconferma di quel che le ha appena detto. Poi, lei tentenna e lui le adagia sul viso uno sguardo più morbido, non meno attento di prima. » ...sì? « la invita a continuare, accogliente e placido come in fondo, con lei, è sempre stato. Non sembra voler indovinare: di cose ne hanno dette molte, entrambi. Le resta vicino, ma senza fare nulla, per ora, per dimnuire le distanze. le lascia il suo spazio. »

16:26 Elian [interno]   « ci mette un po'. Ci ha sempre messo un po', a dire le cose - a volte di più. Tiene gli occhi chiari sul volto di Sebastian: le iridi azzurre brillano e sembrano quasi muoversi attorno a pupille nere e ferme. Inspira a fondo. » non era vero. « si passa la lingua tra le labbra. » sono stata altrove, in passato... e sarò altrove, tra poco. « non alza mai la voce più dell'indispensabile per farsi sentire. L'appartamento è silenzioso, e l'intera città che lo circonda sembra rimanere anche lei in silenzio - la città che li ha fatti rincontrare, che li ha accolti, che è crollata quasi letteralmente sulle loro teste e quella stessa città per la cui giustizia è arrivata lontanissima, ed è poi tornata -. » ma sono qui, adesso. Quando sono con te... sono con te. Sono qui. « lo ripete con una decisione ferma e un'intensità che le asciuga il tono riempiendolo di concretezza. » è sempre stato così.

16:34 Sebastian [salotto]   « Attende. In silenzio. Dominando a fatica le emozioni, i timori e le sofferenze tutte annidate al centro del petto, in un grumo esplosivo sotto il quale il cuore potrebbe crollare da un momento all'altro. Attende e scivola nel silenzio senza metterle fretta; lo condivide con lei come hanno sempre fatto in passato e tiene gli occhi su di lei. Le pupille sono un mare liquido e tramente d'inchiostro, pronto a sgorgare da un momento all'altro. Miracolosamente, mantiene alta la diga anche quando le prime parole di Elian penetrano la sua coscienza, liberandogli -finalmente- un respiro pieno, privo di urgenza ma carico di altro. Annuisce. Prima una volta, piano, poi ancora e ancora, un po' più in fretta e sospirando quieto quando infine mormora, piano quanto lei » E' sempre stato così anche per me. « Altrettanto fermo, concreto e saldo. » Lo è ancora.

16:41 Elian [interno]   « il suo sguardo diventa uno specchio lucido, che brilla di un dolore benevolo quando sorride. E sorride: con un affetto sincero, presente, che le riempie le guance e le alleggerisce in qualche modo il petto, il cuore. Non sembra voler dire nient'altro: chiude la bocca in quel sorriso ed espira un filo d'aria tremante dalle narici. E' lei a spostarsi per prima, questa volta: si spinge verso di lui, con un movimento solido. Prova ad alzare le braccia per raggiungergli le spalle, stringere i muscoli dietro la sua nuca e serrarlo in una morsa stretta e piena di energia. Lee non ha mai abbracciato con la pelle, ma con i muscoli. Lo fa anche adesso, con la gola annodata. »

16:48 Sebastian [salotto]   « Lui, non può fare altro che accoglierla. Si lascia stringere, - ed un soffio d'aria gli sgorga dalle narici sotto la spinta di un sollievo quasi dolente, quando lei gli preme sul petto- piegandosi un poco con il busto per agevolarla mentre spalanca le braccia, per avvolgerla in una stretta altrettanto eloquente, altrettanto solida. La stringe come ha sempre fatto: con vigore, con tutto il sentimento che lo riempie ed invade ogni fibra del suo corpo rotto; lo stesso sentimento cucito nel sorriso che le affonda nel collo e tra i capelli, schiantandole sulla pelle la premura di un bacio silenzioso e la punta del naso, che si riempie del suo profumo. Le mani risalgono, una a premerle tra le scapole e l'altra ad iniettare dita ruvide tra i capelli sconvolti. E solo adesso, ad occhi chiusi, la gola serrata e il cuore che sembra scoppiargli nel petto, una lacrima silenziosa supera la diga stretta delle ciglia. »

16:53 Elian [interno]   « lo stringe con tutta la forza del corpo, e Lee Chernenko di forza ne ha molta. Gliela scarica addosso senza risparmiarsi neanche per un attimo, senza indugiare o cercare compromessi, finché i muscoli non le fanno male. Solo in quel momento, quando continuare ad abbracciarlo le fa fisicamente male, piuttosto che allentare la presa fa per staccarsi da lui all'improvviso, tutto d'un colpo, con la stessa brutalità immediata con cui si stacca un cerotto. Nel movimento con cui si fa indietro, prova a schiantargli un ultimo, frettoloso bacio sulle labbra. »

17:01 Sebastian [salotto]   « La ricambia con tutta la forza del suo corpo rotto -che ne ha ancora una buona riserva, nonostante tutto. Si concede a lei senza riserve, offrendole la profondità dei respiri che le infrange contro il petto ed esplorandone i capelli e il corpo con la mano a palmo aperto, quasi volesse ridipingerne l'essenza e memorizzarla prima di sentirla andare via. Quasi vacilla, quando lei lo lascia andare all'improvviso. Ma attende un istante a mollare la presa, così che quando lei prova a strappargli quel bacio, Sebastian ne chiede uno più intenso e meno frettoloso, prolungandolo fin quando possibile con la foga di un assetato che debba placare l'arsura del deserto. E solo dopo, solo dopo allenta piano l'abbraccio, lasciando scivolare le braccia sino a sfiorare le sue con le dita. » Vorrei poter venire con te « le mormora, la voce rotta dalle emozioni » Ma so che non è possibile. « Soggiunge, sorridendole quieto, intenso. » Ci sono cose che dobbiamo fare...da soli. « tira su col naso, schiarisce appena la voce e cerca di prenderle piano le mani tra le sue. » Ma per qualsiasi cosa. Sarò qui. Fammi sapere che stai bene, ogni tanto. E cercarmi, in qualsiasi momento, se dovessi avere bisogno di me.

17:06 Elian [interno]   « lui le strappa un bacio più intenso che le incastra lacrime nelle ciglia. Se le spazza via dagli occhi rapidamente, un attimo dopo, quando è già tornata sulla pianta dei piedi e sta oscillando di un passo all'indietro. Non dice niente, non sembra voler dire niente. Invece di lasciarsi prendere le mani, è lei a prendere quelle di Sebastian indelicatamente - in modo da poterle stringere forte » in questa vita. « e in modo da poterle lasciare all'improvviso, un attimo dopo. » o nelle prossime cento. « tira su col naso e sorride piano, con la gola annodata. Si passa di nuovo un palmo sul viso. Lo guarda più intensamente - per l'ultima volta? - e poi, cavalcando un momento di coraggio che rischia di sgretolarsi sotto i propri piedi, passa accanto a lui e si spinge in avanti, cercando di guadagnare la porta. »

17:13 Sebastian [salotto]   « Allarga un sorriso buono, pieno di affetto e malinconia, ricambiando la stretta delle sue mani -e anche l'indelicatezza. Lacrime riottose bagnano le ciglia e s'intuiscono sotto le lenti, solcare le guance ispide e sparire nella barba ramata. » In questa vita « le ripete, ritrovandosi poi le mani vuote, ma ancora bollenti per il contatto condiviso. » e nelle prossime cento. « E. Cambia la congiunzione, come se una parte di lui vivesse nella certezza che questo non sia un addio, ma solo un arrivederci, per David e Lee. Ricambia ogni sguardo e deglutisce un grumo di fiato ed emozioni troppo toste per mandarle giù in una volta soltanto. Poi, quando lei gli sfila accanto, lotta con se stesso per non fermarla.  »

17:17 Elian [interno]   « imbocca la porta rapidamente, richiudendosela alle spalle con la fretta di chi ha il cuore che corre in direzione opposta ai piedi. E' precipitosa nel percorrere il corridoio, è precipitosa nello scendere decine di piani di scale a piedi, saltando i gradini tre a tre, ed è precipitosa nell'infilarsi nel taxi che la sta aspettando - è precipitosa addirittura nel chiudere lo sportello della macchina -. E' ancora lì, con Gray - con David -, lo sarà ancora per un po', finché non lo sarà più. Finché non sarà altrove. »

17:23 Sebastian [salotto]   « La guarda andare -correre?- via. Ed ogni passo che li allontana è una nuova ferita al cuore, lo riempie di una malinconia dolorosa e benevola al tempo stesso, lasciandogli una manciata di certezze e di speranze cui aggrapparsi, mentre già la nostalgia di lei gli falcia il respiro e ancora gli sembra di sentirne il calore tra le dita e vederne il miele dei capelli scompigliati e il sorriso luminoso e gli occhi colmi di lacrime, anche quando la porta è già chiusa da un pezzo e lei è già lontana, diretta chissà dove. Quando se ne rende conto si volta, apre la vetrata ed esce sul terrazzo, a piedi nudi nella neve, solo in tempo per vedere un taxi allontanarsi e avvertire il peso delle lacrime congelarglisi sul viso. »