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venerdì 13 febbraio 2015

like true love, and how i found it *

Dane End, Hera, inverno 2517

Cosa le dirai?

Le dirò che l'ho cercata ovunque. Ora di fronte alla porta di quest'angolo di universo fatto di polvere e sorto sulle tombe di centomila uomini le dirò che l'ho cercata nei quattro angoli di questo 'Verse, che ho preso per i capelli suo padre e gli ho detto vieni con noi, è ora, che gli ho detto è ora ancora prima di dirgli Jozef, non ci vediamo dal tempo che ci ha messo lei a crescermi dentro e poi a crescermi fuori, le racconterò di come suo padre si è messo a piangere e le racconterò di come suo padre è stato cacciato dal suo pianeta perché ci eravamo innamorati, le racconterò di come si amano due adolescenti che decidono di fuggire insieme e poi non ci riescono, di quanto è lungo un viaggio spaziale verso una destinazione sconosciuta, di quanto è difficile guardarsi attorno e non trovare nessuno che ti somigli. Le racconterò cosa vuol dire nascere polskie a Koroleva, essere uno straniero sulla tua terra, essere uno straniero dal momento in cui nasci: io e Jozef potremo raccontarglielo entrambi, è una storia che abbiamo in comune, è la storia che ci ha fatto convergere in un punto esatto delle nostre vite, un punto esatto in cui abbiamo fatto contatto e le scintille hanno illuminato il buio come cascate di stelle e da una cascata di stelle è stata creata lei, e anche se le nostre strade si sono incrociate per così poco, le dirò che è stata tutta una lunga preparazione per questo momento, per il momento in cui busso alla sua porta e mi presento, sperando che sia lei, sperando che sia ancora viva.

Cosa le racconterai?

Le racconterò la verità: io l'ho voluta, l'ho voluta con tutta me stessa, ma ero piccola (poco più grande di quanto è lei adesso) e non sono riuscita a tenerla stretta, e alla fine me l'hanno portata via. Le racconterò che ho fatto una vita di avventure, che ho rischiato questa mia vita cento volte e una, cento volte e una l'ho scampata e dopo la centounesima volta ho deciso che non ci sarebbe stata altra avventura, che la mia avventura da quel momento sarebbe stata ritrovare lei, soltanto lei, un boccone di cuore che ho lasciato scaldare al sole aspettando che fosse tiepido abbastanza. Le mostrerò il documento falso che mi sono fatta fare per rientrare a Koroleva, le dirò che ho premuto la mano sulla bocca di uno dei miei fratelli e gli ho mormorato in russo syurpriz, sorpresa, me lo sono mormorata sulle nocche mentre ridevo e chiudevo la bocca ad Arkadi, che sul mio palmo sorrideva anche lui, e mi diceva adesso lo so, adesso ho capito cosa ti ha portato via da noi, e io l'ho pregato di portare Vitali in un luogo sicuro, ed è così che ho rivisto l'uomo (il fratello) che me l'ha strappata dalle braccia mentre dormivo e l'ha mandata dove non avrei potuto ritrovarla, ma eccomi, ora la sto ritrovando. Le racconterò chi è Piotr Vitali Chernenko, come è diventato la persona che è adesso, le racconterò di come sono riuscita per la prima volta (per la prima volta dopo trentatré anni) a leggergli addosso ciò che stava provando, le racconterò di come sul fondo dell'animo nero di Vitali - fatto di dovere, di sacrificio e di potere, fatto di carbone in combustione e risentimento, fatto di brutalità e di imperativi morali - le racconterò di come sul fondo di quell'animo ho trovato un po' di pietà, gli ho trovato una carezza negli occhi e quel tanto di misericordia che gli ha permesso di dirmi che lei era su Hera, che su Hera l'aveva mandata perché sapeva che non la volevo far crescere come ero cresciuta io, che non sapeva se era sopravvissuta alla guerra ma che l'aveva mandata via chiamandola Summer, il suo nome, il nome che avevo scelto per lei, perché era nata ad agosto, a Sovietsk, sul mare dolce e tiepido, lontano dalla neve grigia di Stalingrad.

Le spiegherai chi sei?

Glielo spiegherò con una storia, e nella mia storia ci saranno tutti. Ci sarà babcia Ròza ma ci sarà anche Sergej, Arkadi come Vitali, ci saranno Lita e Oksana, Anna, la censura a Stalingrad e i campi di addestramento di Novgorod, la tundra in cui ci facevano esercitare alla sopravvivenza, ci sarà Jòzef e Sovietsk, ci sarà lei, il viaggio lunghissimo che mi ha portato a Xinhion, la notte che ho conosciuto Peter Tien in un ascensore bloccato e la mattina in cui sono andata a trovarlo e mi sono messa a parlare con Sanjay. Sarà una storia vera, le racconterò che Pete era un musicista e San aveva trovato la pace, le dirò che ogni angolo di pace va vissuto fino in fondo, finché dura, perché la pace non dura mai veramente finché la pace non la conquisti e non te la pianti dentro. E così arriverò a raccontarle della guerra, fingerò che lei non sappia niente e le racconterò dei proiettili che fischiano sulla testa e del carcere di massima sicurezza a poche miglia da Gào Shì, le insegnerò cos'è un crimine di guerra, le dirò come anche io ho perso i miei genitori ben prima che fossero irraggiungibili e della pace che ho ritrovato a Maracay, di come a Maracay ogni cosa ha sette vite e ho scoperto di avere sette vite anche io, no, non l'ho scoperto, l'ho deciso: le insegnerò come si decide quante vite si vogliono vivere e che destino e scelta non sono opposti, le insegnerò che il suo destino (il nostro destino) è inscritto nelle scelte che facciamo. Delle scelte che ho fatto io, di come il mio lavoro è stato la mia vita, di come nel mio lavoro ho trovato la mia missione e il mio scopo e di come ho scoperto, non so bene quando, che il vero potere di una persona risiede nelle storie che conosce e in quanto bene sa raccontarle, che non c'è montagna o gigante che non possano essere abbattuti con una buona storia, con una storia coraggiosa.

E di ciò che è successo dopo? Degli incubi?

Una storia è vera solo finché viene raccontata tutta: io non le nasconderò niente. Metterò gli incubi in fila (metterò in fila il cadavere di Stephan Cordier, il tradimento di Marshall Lee, la sensazione di affogare, il crollo delle terrazze verdi, IKON, metterò in fila il fiume in cui ero immersa quando cacciatori di taglie sparavano sul pelo dell'acqua, le bombe e i loà con cui ho ballato sui carboni ardenti, la febbre, i sensi di colpa, il terrore di ciò che avrei trovato dietro le mie palpebre prima di addormentarmi, Hall Point, la costanza nell'erodere la carne sulle ossa sperando di scomparire, sapendo che non mi avrebbero lasciato scomparire perché ero troppo ingombrante, Sharon Mackenzie e Ivan Volkov), metterò gli incubi in fila e poi le racconterò di come li ho sciolti, respinti, di tutta la fortuna che ho avuto, di Betts quando mi ha trascinato in acqua e della giustizia che ho trovato a Richleaf, di come io e Marshall Lee ci siamo perdonati, di Zoey e i suoi capelli rossi e delle spalle di Henner Yunchang, della tristezza di Andres e di tutte le volte che sono andata a trovare Drake in ospedale... e dei libri di Stephan Cordier, le racconterò di tutti i libri di Stephan Cordier e le racconterò di una grazia meravigliosa, cantata la notte, solo per lui, e canterò grazie anche io, e pregherò che ciò che le racconterò le mostri che se accogli gli incubi quelli si schiariranno, si dipaneranno e si mostreranno miseri, non più draghi e mostri ma persone col cuore secco e stanco, senza immaginazione. Le racconterò la mia storia così com'è, la mia vera storia, le racconterò di tutte le persone che ho amato e le racconterò di quanto ho tenuto stretto tra le braccia Sebastian Gray Holmes mormorandogli sulle labbra il suo vero nome, le racconterò di David e Golia e le racconterò anche di te, Dylan, di come ti ho perso e di tutto ciò che ho fatto per ritrovarti, e le mostrerò che ora sei qui, e mi parli, anche se con la voce sei muto e tieni il corpo tre metri dietro di me e di Jozef, perché sai che questo momento è nostro, che dietro questa porta c'è nostra figlia, in questo buco per orfani di guerra, in questa comunità di signori delle mosche sto cercando la mia mosca bianca, allora stringo la mano a Jozef e busso.

"Se non ve ne andate vi sparo in mezzo agli occhi."

Vediamo prima la bocca di un fucile e poi la faccia bianca e cupa che sta dietro il mirino, boccoli biondi e occhi azzurri, e non ho dubbi, non l'ho mai vista ma l'ho già riconosciuta, e sento Jozef coprirsi la bocca e singhiozzare un'unica volta perché l'ha già riconosciuta anche lui, quindi parlo io, e sorrido già.

"Sei Summer?"
"Che cazzo vuoi?"

Mi annoda lo stomaco e mi spalanca il cuore. Sono mesi che non riesco a tirare un sospiro di sollievo.

"Il mio nome è Lee Chernenko. Sono venuta a raccontarti una storia."

venerdì 2 gennaio 2015

like I'm already elsewhere



« ... Perché mentre io ero lassù, da sola, tu eri qui con qualcun'altro. Come se avessi rinunciato a me. E ora che invece sei qui con me... io sono già altrove. »

Sì, ma dove? A Capital City nevica e lei non ha nessun posto in cui andare, non in questa città. E' scappata da una Zoey irata e delusa che avrebbe invece voluto salutare con un abbraccio stretto, con un abbraccio sincero. E' scappata da Betts che per lei ha sempre avuto soltanto braccia spalancate. Il cuore le scalpita nel petto dalla voglia di scappare più lontano, ma mentre ripassa a mente la geografia stellare del 'Verse, ha la gola stretta in un nodo e sente - sente - che questa volta fuggire non le basta. Non le basta far perdere le sue tracce, inventarsi un nuovo nome e una nuova storia, scegliere un pianeta a caso nel vasto Universo Abitato e ricominciare lì da zero. Ricominciare con una bugia.

Non le basta - come se sentisse il bisogno di progettare quest'avventura. Di decidere di fuggire per andare a cercare qualcos'altro.

Qualcun'altro.




martedì 18 novembre 2014

like an exit strategy


Dorme. Dorme? Non ne è mai veramente sicura. Forse finge per non farla preoccupare. Gli poggia l'orecchio sul petto per sentire se il cuore e il respiro vanno lenti e a fondo come quando qualcuno dorme. Ma continua a non esserne sicura, allora perde un po' di tempo a tracciargli sentieri tra le cicatrici. Ne esplora uno nuovo ogni volta che riescono a vedersi, a strappare ai rispettivi agenti di scorta due ore nello stesso angolo di città. E' una città così piccola, pensa Lee, che è assurdo che non si incontrino in giro più spesso. Non che lei possa andarci così tanto, in giro. Quando è sicura che dorma (ma non lo è mai) scivola via dal letto, si mette addosso un maglione ed esce sul balcone a fumare. Winston la guarda con le orecchie abbassate. E' troppo vecchio per uscire con questo freddo.

E' sicuro di averlo intravisto in strada, qualche giorno prima. Saperlo a un tiro di schioppo da dove è lei la rende più inquieta di sapere la sua vita in pericolo, Hall Point sulle sue tracce. Per Hall Point ha un piano, più o meno. Ha schematizzato a vari livelli la gravità della merda che potrebbe pioverle addosso da un momento all'altro, e per ogni livello ha un'exit strategy. Se casa sua salta come posto sicuro, ha il monolocale di Dylan che ha continuato a pagare dopo la sua scomparsa. Se provano a rapirla e falliscono, ha individuato almeno cinque safe houses in cui può rifugiarsi nell'emergenza. Se viene ferita, può farsi curare al Blue Sun General Hospital, mettere una scorta fuori dalla porta, avere Zoey vicino. Se la Flotta viene infiltrata, chiederà ad Aguilar e a Drake di portarla fuori da Horyzon, su Meili. Da Meili partirà per Clackline, dove chiederà ai Cordier ospitalità e discrezione, e se la rifiuteranno si cambierà temporaneamente faccia e andrà in un pianeta devastato dalla guerra in cui Hall Point non possa avere affari - Shadetrack, forse, o forse addirittura Hera -. A Hera potrebbe forse riuscire a ritrovare anche 'Bastienne, addirittura Hilda, chiedere a loro asilo, aiuto, in cambio di due braccia in più per ricostruire. E se invece Hall Point la catturerà: ha un piano anche per quello. Uno scambio anche per quello. Lee Chernenko è una persona orgogliosa, ma il suo orgoglio non l'ha mai fatta rinunciare alla vita. Non le ha mai impedito di lottare per la vita.

Fa freddo, al quindicesimo piano fa ancora più freddo. Tutti gli appartamenti in cui ha vissuto se li è scelti per la vista: da quello su cui sta adesso può vedere gli altissimi palazzi di Dogtown, a dieci miglia a nord, e gli altissimi palazzi del centro di Capital City, lontani a sud. Quindici piani sono pochi, a confronto. Erano pochi anche i piani del palazzo a Saigon Drive, erano pochi i piani del Building 84 su cui trovò arrampicato Paul Carraway la prima volta e quelli di casa sua su Prospect Boulevard. Però avevano tutti un'ottima vista.

I Cordier prenderebbero mai uno sconosciuto in casa, e Gray sarebbe mai in grado di vivere con degli schiavi? 'Bastienne non gli permetterebbe di varcare la porta di casa sua, Hilda gli sparerebbe in mezzo agli occhi come ha fatto con ogni Corer che ha conosciuto in vita sua. E comunque né su Hera né su Shadetrack riuscirebbe mai a trovare gli analgesici che manda giù come caramelle, né su qualsiasi pianeta del Rim, per quello che vale. Lee consegna la sigaretta al vento e rientra in casa, raggiungendo i piedi del divano-letto su cui l'ha lasciato. E' solo un uomo, pensa. Di carne e sangue, di spalle larghe e ossa fragili. Addormentato, le sembra infinitamente piccolo. Così piccolo che potrebbe chiuderlo in un palmo. Apre la mano davanti al proprio volto, a braccio teso, lasciandosi ingannare dalla prospettiva.

Ha pianificato un'exit strategy, ma l'ha pianificata per uno soltanto, e la consapevolezza non la lascia dormire la notte: sa che lui di exit strategy non ne ha. Le ha già detto che non ha intenzione di infilarsi nell'ennesimo programma di protezione testimoni, vada come vada. Se così non fosse l'avrebbe probabilmente già lasciato con un bacio nel sonno e una dichiarazione d'amore e d'addio infilata sotto il cuscino. Dichiarazioni d'amore e d'addio: le sa scrivere, ne ha già scritte. Ce le ha tutte Harvey Morgan nascoste in un'unità di memoria.

Nessun addio: adesso è qui, inchiodata, e non può andare da nessuna parte. Forse al matrimonio di Zoey, forse un weekend a Corona, forse in un'altra casa per sfuggire a Jozef Draznek che la cerca per farle domande a cui non sa rispondere, perché la verità è che non ha mai cercato le risposte, anche se il contatto dell'agenzia se l'è sempre portata dietro, da quando l'ha cercato l'ultima volta che è andata a Koroleva prima dell'inizio della guerra. La Grande Guerra. L'agenzia.

In punta di piedi - lenta, lentissima per non svegliarlo - scava nel fondo di uno degli armadi fino a trovare una scatola da scarpe consumata dal tempo. Nella penombra di una distante illuminazione stradale, la apre. Ci sono due anelli di fidanzamento. Il più recente - quello che le regalò Yahn Fharsen - è il più lontano nella sua coscienza. Il secondo se lo prova all'anulare sinistro. Sorride dell'ingenuità di se stessa sedicenne, che riusciva a vedersi così: con un anello al dito. Lo ripone. Cerca ancora, fino a trovare il biglietto dell'agenzia. Se lo rigira tra le dita, il contatto lo sa a memoria. Forse dovrebbe nasconderlo meglio. Forse dovrebbe bruciarlo.

Gray geme nel sonno: il dolore presto lo sveglierà, come ogni notte. Lee si affretta a richiudere tutto, riporlo con l'ansia con cui si ripongono i segreti. Torna verso di lui e lo guarda mentre lui schiude gli occhi, cerca per terra le sue pillole.

"Te le ho nascoste", gli dice la guancia pizzicata da un sorriso furfante.
"You lil' scamp", risponde lui, trascinandosela addosso.


giovedì 30 ottobre 2014

unlike me

20 Ottobre 2516

Quando hai paura, immagini Vitali. 


Vitali è seduto sul balcone assieme a lei. La tettoia impedisce alla pioggia di bagnarli, e il vento li rinfranca: sono pur sempre figli di Stalingrad. Ogni tanto una macchina passa in strada, fa rumore. Lei ha chiuso la porta-finestra in modo che le sue chiacchiere non svegliassero Zoey. E' la quinta volta che prova a richiamare Serafel, lei non risponde. Non posso vincere con te, honey-bee, mormora molto piano.

"Hai paura." Vitali ha la voce delle montagne di roccia appuntita.
"Non ho paura."
"La paura di morire è la meno utile che risiede negli uomini. Tutti moriamo, prima o poi."
"Non a trent'anni."
"Il dispiacere di morire giovani proviene dalla falsa convinzione che la nostra vita, se portata avanti, possa fare la differenza per l'ambiente che ci circonda. Non tutti sono speciali, Elian."
"Io lo sono."
Preme addosso a suo fratello uno sguardo combattivo: con Vitali conosce solo la guerra. Una volta, tanto tempo fa, si è resa conto che Marshall Lee parlava con chi non c'era; si è detta che avrebbe provato anche lei, e adesso le persone che non ci sono non la lasciano in pace un attimo.
"Saresti potuta esserlo. Hai molti talenti naturali e molte capacità acquisite che sarebbero utili alla patria."
"Sono utili al lavoro che ho scelto. Ed è un lavoro che fa la differenza."
"Ritieni di aver fatto una differenza? Ogni momento del tuo lavoro è mirato a decostruire le sovrastrutture, ma la struttura rimane la stessa. Se fossi rimasta a Koroleva, avresti potuto davvero cambiare qualcosa. La struttura. Il 'Verse intero. Fare la tua parte."
"L'imperialismo blu non è diverso dall'imperialismo rosso, e l'unica cosa che vi distingue è che loro hanno vinto la guerra. Non ho mai avuto nessuna parte nei piani del vostro esercito, Vitali. Né in quelli di nostro padre. Né nei tuoi, per quanto può valere."
"Se fossi rimasta, adesso non avresti paura di morire."
E' così. La paura di morire te la estirpano di dosso la prima settimana di addestramento. Morirai quando dovrai morire, e se morirai servendo la patria sarà una morte onorevole. Deve essere per questo che i koroleviti sono inclini allo sterminio: applicano la loro logica stringente anche ai loro avversari. Non è una morte terribile, se per mano di un nemico degno. E i russi si ritengono sempre degni nemici.
"Ti ricordi quando sono caduta in un lago ghiacciato e tu mi hai salvato la vita?"
"Come non potrei: lo ricordi di continuo. Lo ripeti ogni volta che cerchi un punto di contatto con me."
"E' l'unico punto di contatto che ho con te?"
"Vuoi che lo dica con la mia voce in modo da non doverti rispondere da sola?"
"Quando ero piccola eri il mio eroe. Non nostro padre, non Sergej. Nemmeno Arkadi, né Anna. Eri tu. Non avrei mai pensato che ci sarebbe successo questo."
"E' successo a causa tua. Sei tu che te ne sei andata."
"Ero andata via da molto prima di lasciare il pianeta, Vitali."
"Continui ad attribuire le colpe a chiunque, ma mai a te stessa."
"Sei stato almeno un po' triste, quando sono andata via?"
Vitali non risponde: lui non parla mai di sentimenti. Si alza in piedi e, con le mani giunte dietro la schiena, si avvicina alla ringhiera del balcone. Dritto e severo come una statua, è attraverso la sua figura che si ricorda sempre il motivo per cui i Chernenko sono sempre stati chiamati schiene d'amianto. E' scivolato nella loro dinastia quasi come un tratto genetico. Sergej, Anna, Vitali, Elizaveta: non potrà mai dimenticare il giorno in cui vide quasi per caso suo padre seduto sul banco degli imputati dei processi di guerra di Afghana. Anche con i polsi incatenati, aveva la schiena dritta e il mento alto.
"Hai paura di morire, Elian?"
"Sì. Tutti hanno paura di morire, Piotr. E' ciò che ci rende umani."
"Non ti ha fermato."
"No. Non lo ha mai fatto."
"E varrebbe la pena morire, per consegnare una manciata di nomi alla pubblica gogna?"
Lee sorride, lo sguardo le si appanna di malinconia, di rassegnazione.
"Varrebbe la pena morire per Koroleva?"
"Sempre."
Vitali (ciò che immagina di Vitali) si volta verso di lei e la osserva come se il suo sguardo potesse bucare sassi.
"Well - mormora lei, oscillando all'indietro il busto - buon sangue non mente, non è così?"

* * *

Siede nella sala visita di un carcere militare. E' molto simile a quello in cui è andata a trovare Sergej, una volta sola, ormai anni fa. Prima ancora della guerra di Polaris, di Richleaf. Prima ancora che il Core festeggiasse l'arrivo del 1512 come l'anno del nuovo mondo, dell'agognato cambiamento. A Dima Demidov accende una sigaretta. Sono natsional'nyy: nazionali korolevite, pressoché introvabili nel Core. Ma lei le ha trovate. Sono le prime sigarette che abbia mai fumato. Le sue preferite, anche se non lo ha mai confessato a nessuno: dalla bocca di una russa, ogni parola diventa una professione politica.
"Ripeterò in questa sede quanto ho detto a Wolfe: io non sono un traditore".
E' la verità. Nessun korolevita è un traditore agli occhi di Koroleva. Eccezion fatta, forse, per Lee Chernenko: quella che se ne è andata. Quella che ha tradito la sua famiglia e la sua nazione quando ha scritto di Ikon. Nonostante l'unica cosa che abbia veramente azzeccato sia questa: Koroleva inizierà una nuova guerra. Koroleva vuole conquistare ogni cosa.
"Le informazioni per manomettere Ikon. Sono arrivate dall'intelligence di Stalingrad o da quella di New Moscow?"
Demidov non lo sa: dice il vero, anche questa volta. Lee non capisce quanto lui si renda conto dell'importanza della domanda, per lei. Vuole sapere se è colpa di suo fratello. Se suo fratello, dal ghiaccio del triangolo militare a nord, è coinvolto nella più grande strage mai avvenuta nel Core. Ma Demidov non sa risponderle, e il polso le fa più male. Giorni più tardi, rivolge una domanda simile a Solomon Wolfe, in un'aiuola di rose e orchidee. Gli chiede se il satellite di cui lei ha consegnato i piani ha sparato. 
"Il progetto di Ikon è il progetto di tutti i satelliti. Non c'è modo di saperlo."
Il polso, in quel momento, quasi la uccide. Due giorni prima è ancora con Demidov. Il tempo è volato, il tempo si trascina: non è in grado di dirlo.
"Pensavo che Sergej sarebbe morto, in un carcere del Core. Ammazzato di botte, o accoltellato nella notte. Ma lui è ancora vivo. Forse, quindi, hai una chance di restare vivo anche tu."
"Come mai sei qui, Elian Chernenko? Cerchi qualcuno della tua specie? Fuori luogo?"
Lee sorride, se potesse si staccherebbe la mano sinistra per non sentire più il dolore.
"Oh. There is no such thing."
La stringerebbe in una morsa finché il dolore esterno non annullasse quello interno.
"Forse è un tratto comune, no? Qualcosa che ci insegnano da piccoli, o che è già scritto nel nostro DNA: morire per ciò in cui crediamo."
Forse lo è davvero, e lei ne è convinta: suo padre sarebbe morto per ciò in cui credeva. Sua madre, la sua famiglia, i suoi vecchi compagni di scuola. Vitali morirebbe ogni giorno. Lo sa senza aver bisogno di vederlo. E lei morirebbe, anche se per cose diverse, idee diverse. Lei forse morirà. 
"Starai bene?"
E' l'unica cosa che le rimane da chiedere. Non pensava che avrebbe voluto - non pensava che le sarebbe importato -, ma la verità è che ha fatto i conti, e non pensa che riuscirà a rivedere la sua famiglia prima che ogni cosa faccia il suo corso. E Demidov è lì: con la schiena d'amianto, una nazionale tra le dita, lo stesso accento che avrebbe suo fratello parlando inglese. La stessa cieca devozione a ciò che presto o tardi lo ucciderà - a ciò per cui presto o tardi ucciderà -. 
"Agguanterò fino alla fine."
Lei sorride, lui continua.
"E' stato piacevole parlare con te. Spero che le nostre strade si incrocino sempre nelle migliori circostanze."
Non sarà mai così. Lee Chernenko è in guerra contro i koroleviti e ciò che rappresentano. E' in guerra contro suo fratello, e sicuramente è in guerra contro Dima Demidov. E nonostante ciò, non riesce a convincersi di star mentendo quando, molto dolcemente, gli risponde: "lo spero anche io"


(post n. 50)

sabato 27 settembre 2014

like it wasn't our last exodus

Sultan Borough, Silk Square

Il quartiere dei sultani doveva essere un progetto molto più ambizioso quando decisero di chiamarlo così, pensa.
"Credi nel destino?"
Zoey la guarda con l'incomprensione negli occhi mentre lei arrotola un foglietto di carta e lo infila nella bottiglia vuota di birra. La tradizione è bruciare ciò che ci si vuole lasciare alle spalle.
"Io sì. Ciecamente."
Si specchia nel fuoco del falò al centro della piccola Silk Square, schiacciata dai palazzoni grigi. Dai sultani.
"Metti ciò che non sei sicura di bruciare nella bottiglia che getterai nel falò. Se la mattina del ventinove, a fuochi spenti, si è conservato nonostante tutto, vuol dire che non è destino rinunciarvi."
Ciò che non bruci resta con te, ti riorganizza la vita. Dylan è sparito da mesi. Lei si addormenta la notte dopo aver passato tempo interminabile a tendere il cortex-pad verso l'alto, come dovesse captare un segnale distante, alieno. Chiamami, pensa. Chiamami, prega, ho fatto tutto quello che potevo, se non mi chiami ora vuol dire che non chiamerai mai più. Chiama, o smetterò di aspettare la tua chiamata. Se non chiami ora, spegnerò il pad e cambierò numero e cambierò pianeta e non avrai mai più modo di contattarmi. Non chiama nessuno. Lei ha ancora il pad acceso con lo stesso numero sullo stesso pianeta. 
"Pronta?"
Zoey è pronta. Nel fuoco getta il suo lutto. Lee fa qualcosa di simile, ma spera che dalle ceneri risorga, che nel fuoco trovi nuova vita.

Lo prega.

* * *

29 Settembre 2516, mattina

Il quartiere è silenzioso. C'è solo un ragazzino che gioca da sola con una palla, ma si ferma per guardare una donna bionda scalare le macerie di un falò che ha gettato fumo nero per quasi due giorni interi.
"Non lo sai che è pericoloso?"
Lee allarga le braccia per mantenere l'equilibrio, e ci riesce anche quando le cose le franano sotto le suole spesse degli scarponi. In qualche modo atterra sempre in piedi, ed è un bene: chissà con cosa si ferirebbe se toccasse con la carne il terreno. Sposta le cose con i piedi. Esamina tutto ciò che non sta ancora fumando.
"E' davvero pericoloso."
La bottiglia è lì, annerita, con l'etichetta bruciata. La fa rotolare giù dalla pila di macerie, e agilmente la segue. Si china sulle caviglie e la raccoglie, ma il vetro è ancora bollente e la scotta. La fa cadere a terra, si frantuma. 
"Te l'ho detto!"
E' un ragazzino con la pelle ambra e gli occhi neri, con delle scarpe da ginnastica nuove. Non ha più di dieci anni. Lee sposta i vetri con più cautela, toccandoli solo con la mano protetta dalla manica dell'impermeabile.
"Ma ci senti?"
Il biglietto è ancora lì. Arrotolato, accartocciato dal calore e dal calore ingiallito, ma è lì. Lo srotola tra le dita con delicatezza, perché non cada a pezzi. Legge le tre parole che ci sono scarabocchiate sopra. Sorride.
"Chi non rischia è destinato a una vita piccola."
Sospira a fondo e rimane chinata sulle caviglie, con i gomiti sulle ginocchia. Si guarda attorno con l'entusiasmo spaventato di chi ha appena deciso di nuotare con la corrente senza sapere se oltre al fiume ci sia una cascata. E ora aspettiamo. Qualcosa accadrà.

E infatti accade.

* * *

"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"L'inferno sarà pieno di signori distinti."
"Anche i gatti hanno solo sette vite. Di pelle ne hai solo una."
"Io ho tante pelli, ma un solo cuore."
"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"Penso che tu lo sappia già. Tu in fondo sai già tutto, Miller."

* * *

Qualche volta il crepitio del camino nella baita che ho affittato mi ricorda i tuoi scarponi sulle tegole di legno della vecchia casa. [...]
 La prima volta che ti ho vista entrare in questa nuova casa sapevo che non eri tu. Sapevo che stavo cercandoti, creandoti, nella facilità con cui i miei cani ti accolgono quando varchi la soglia e nel pensiero che anche tu, qualche volta, hai avuto bisogno di fare parte di quel branco, di sentirti a casa. Anche con me.  Poi non so mai se è un pizzico di arroganza nel pensare che ti conosca o semplicemente un bagaglio di volti, vite ed esperienze, che fa accadere il resto: ma tu mi sorridi, dal centro di un vecchio tappeto mal messo dall’usura e quando arriva quel momento a me viene sonno. Come se lo spiraglio della serenità di qualcun altro, della tua - di quella che forse avevi con me - finalmente potesse trasformarsi in una buona ragione per chiudere gli occhi e smettere gli incubi. Crazy days, when you sleep and you feel rested, my dear.
Winston le poggia la testa sulla gamba, la distoglie dalla lettera che sta leggendo.
 Forse ha sentito l'odore del suo padrone.