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sabato 27 settembre 2014

like it wasn't our last exodus

Sultan Borough, Silk Square

Il quartiere dei sultani doveva essere un progetto molto più ambizioso quando decisero di chiamarlo così, pensa.
"Credi nel destino?"
Zoey la guarda con l'incomprensione negli occhi mentre lei arrotola un foglietto di carta e lo infila nella bottiglia vuota di birra. La tradizione è bruciare ciò che ci si vuole lasciare alle spalle.
"Io sì. Ciecamente."
Si specchia nel fuoco del falò al centro della piccola Silk Square, schiacciata dai palazzoni grigi. Dai sultani.
"Metti ciò che non sei sicura di bruciare nella bottiglia che getterai nel falò. Se la mattina del ventinove, a fuochi spenti, si è conservato nonostante tutto, vuol dire che non è destino rinunciarvi."
Ciò che non bruci resta con te, ti riorganizza la vita. Dylan è sparito da mesi. Lei si addormenta la notte dopo aver passato tempo interminabile a tendere il cortex-pad verso l'alto, come dovesse captare un segnale distante, alieno. Chiamami, pensa. Chiamami, prega, ho fatto tutto quello che potevo, se non mi chiami ora vuol dire che non chiamerai mai più. Chiama, o smetterò di aspettare la tua chiamata. Se non chiami ora, spegnerò il pad e cambierò numero e cambierò pianeta e non avrai mai più modo di contattarmi. Non chiama nessuno. Lei ha ancora il pad acceso con lo stesso numero sullo stesso pianeta. 
"Pronta?"
Zoey è pronta. Nel fuoco getta il suo lutto. Lee fa qualcosa di simile, ma spera che dalle ceneri risorga, che nel fuoco trovi nuova vita.

Lo prega.

* * *

29 Settembre 2516, mattina

Il quartiere è silenzioso. C'è solo un ragazzino che gioca da sola con una palla, ma si ferma per guardare una donna bionda scalare le macerie di un falò che ha gettato fumo nero per quasi due giorni interi.
"Non lo sai che è pericoloso?"
Lee allarga le braccia per mantenere l'equilibrio, e ci riesce anche quando le cose le franano sotto le suole spesse degli scarponi. In qualche modo atterra sempre in piedi, ed è un bene: chissà con cosa si ferirebbe se toccasse con la carne il terreno. Sposta le cose con i piedi. Esamina tutto ciò che non sta ancora fumando.
"E' davvero pericoloso."
La bottiglia è lì, annerita, con l'etichetta bruciata. La fa rotolare giù dalla pila di macerie, e agilmente la segue. Si china sulle caviglie e la raccoglie, ma il vetro è ancora bollente e la scotta. La fa cadere a terra, si frantuma. 
"Te l'ho detto!"
E' un ragazzino con la pelle ambra e gli occhi neri, con delle scarpe da ginnastica nuove. Non ha più di dieci anni. Lee sposta i vetri con più cautela, toccandoli solo con la mano protetta dalla manica dell'impermeabile.
"Ma ci senti?"
Il biglietto è ancora lì. Arrotolato, accartocciato dal calore e dal calore ingiallito, ma è lì. Lo srotola tra le dita con delicatezza, perché non cada a pezzi. Legge le tre parole che ci sono scarabocchiate sopra. Sorride.
"Chi non rischia è destinato a una vita piccola."
Sospira a fondo e rimane chinata sulle caviglie, con i gomiti sulle ginocchia. Si guarda attorno con l'entusiasmo spaventato di chi ha appena deciso di nuotare con la corrente senza sapere se oltre al fiume ci sia una cascata. E ora aspettiamo. Qualcosa accadrà.

E infatti accade.

* * *

"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"L'inferno sarà pieno di signori distinti."
"Anche i gatti hanno solo sette vite. Di pelle ne hai solo una."
"Io ho tante pelli, ma un solo cuore."
"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"Penso che tu lo sappia già. Tu in fondo sai già tutto, Miller."

* * *

Qualche volta il crepitio del camino nella baita che ho affittato mi ricorda i tuoi scarponi sulle tegole di legno della vecchia casa. [...]
 La prima volta che ti ho vista entrare in questa nuova casa sapevo che non eri tu. Sapevo che stavo cercandoti, creandoti, nella facilità con cui i miei cani ti accolgono quando varchi la soglia e nel pensiero che anche tu, qualche volta, hai avuto bisogno di fare parte di quel branco, di sentirti a casa. Anche con me.  Poi non so mai se è un pizzico di arroganza nel pensare che ti conosca o semplicemente un bagaglio di volti, vite ed esperienze, che fa accadere il resto: ma tu mi sorridi, dal centro di un vecchio tappeto mal messo dall’usura e quando arriva quel momento a me viene sonno. Come se lo spiraglio della serenità di qualcun altro, della tua - di quella che forse avevi con me - finalmente potesse trasformarsi in una buona ragione per chiudere gli occhi e smettere gli incubi. Crazy days, when you sleep and you feel rested, my dear.
Winston le poggia la testa sulla gamba, la distoglie dalla lettera che sta leggendo.
 Forse ha sentito l'odore del suo padrone.


domenica 6 luglio 2014

like leftovers




Luglio 2516
Stalingrad, Koroleva

- VITALI - 

La temperatura nella casa intestata a Chernenko/Manevich è di esattamente sedici gradi. All'esterno le temperature dondolano tra i due e i dieci gradi nel pomeriggio, ma quando Vitali rientra è notte ormai da tanto, e il vento profuma di neve. Sua moglie si è addormentata sul divano, avvolta in una coperta pesante, in sua attesa. Lui si toglie il cappello, poi i guanti, il cappotto  nero e la sciarpa, in questo ordine (è sempre lo stesso). Ripone tutto ordinatamente sull'attaccapanni, passando poi i palmi ruvidi sulla manica della camicia; ne liscia le pieghe nonostante a breve se la toglierà per andare a dormire. Si sposta nello studio. Mezz'ora dopo Natasha si sveglia, scivola in punta di piedi lungo il corridoio. Controlla, stanza per stanza, che i loro tre figli dormano, dopodiché si affaccia allo studio. Vitali è in piedi davanti alla finestra, guarda verso la strada. Ha le mani incastrate l'una nell'altra dietro la schiena e, anche dopo dodici ore di lavoro, rimane dignitosamente dritto come una statua. Fin da quando era piccolo tutti i suoi familiari hanno sempre riconosciuto alla sua spina dorsale la consistenza del titanio. 
- Allora?
Natasha non alza la voce. Si poggia con una spalla contro lo stipite della porta, a braccia conserte.
- Hanno confermato che i nostri passaporti resteranno revocati fino alla fine dell'inchiesta interna.
- E quanto ancora hanno intenzione di farla durare?
- Non è un'informazione nota.
- Siamo nell'esercito da quasi vent'anni. Siete tutti nell'esercito da tutta la vita, ci stanno trattando alla stregua di dissidenti.
- Stanno semplicemente seguendo il protocollo.
- E' un protocollo ridicolo.
- E' un protocollo efficace. Se non fosse uguale per tutti, non lo sarebbe. 
Natasha scuote il capo, abbattuta. Come suo marito, ha sempre vissuto il suo impegno militare con gran senso del dovere. Ma dall'esplosione nelle loro vite del "caso Chernenko" la sua fede è stata messa duramente alla prova, a differenza di quella di Piotr.
- Se riusciste a raggiungerla...
- Gli ordini sono di non provare a entrare in contatto con lei per nessun motivo. 
- Ma se riuscissi a parlarle.
- Posso garantirti, Natasha, che Elian non desidera da me alcun tentativo di contatto.
Vitali si volta. Lo sguardo che le cuce addosso è ordinato e severo, assolutamente immobile. Lei lo vede sciogliere le mani e portare le braccia lungo i fianchi. Dirige verso la porta e, quando la raggiunge, le passa accanto senza neanche sfiorarla. Va nella camera da letto.

Natasha rimane nello studio ancora un po'. Nel tentativo sempre vano, vago, di dedurre i pensieri di suo marito dai passi che compie, si avvicina alla scrivania. Sfiora il legno con le dita, vi batte con delicatezza le nocche sopra. Poi scansa le tende spartane, guardando in strada. Non la sorprende vedere una macchina nera parcheggiata a circa dieci metri dall'entrata del loro palazzo, con i fari spenti e due uomini che le sembra quasi di poter vedere attraverso il vetro oscurato del parabrezza.

Natasha Manevich


- ARKADI -

Un attimo dopo il suo cauto ingresso nel bagno del locale, Mikhail Arkadi Chernenko si richiude la porta alle spalle con due solide mandate di chiavistello.
- E' mezz'ora che aspetto.
Dimitri si sta lavando le mani con un tale vigore da avere le nocche bianche. Quando ha finito, si asciuga un dito alla volta con un fazzoletto di stoffa.
- Entrare in un bar e infilarsi nel bagno senza prendere niente da bere è sospetto. Lo avrebbero notato.
- Questa storia è una tortura. Mi sembra di non vederti da una vita.
Dimitri guarda il viso dell'uomo appena entrato con attenzione, ne cerca i cambiamenti. Non si vedono, in senso letterale, da ormai diversi mesi, e gli è impossibile non notare quanto sia invecchiato in quel tempo distanti. Si avvicina a lui con calma, gli prende il collo tra le mani. Lo lascia un attimo dopo, con delusione, quando sente i suoi muscoli tendersi di nervosismo.
- Non avresti dovuto insistere. Vederci è stato un errore, stiamo rischiando troppo.
- E' la stessa cosa che dici da quando ti ho conosciuto.
- Cosa vuoi?
- Nulla. Informarti. Sto andando nel Core. 
Arkadi schiude le labbra e sbatte le palpebre. Un velo scuro di confusione gli cala sullo sguardo azzurro.
- A fare cosa?
- A cercarla. 
- Per fare cosa?
- Cosa pensi, Mikhail? A dirle cosa sta causando. A supplicarla di rimangiarsi tutto, pubblicamente, sperando che quando lo farà vi lasceranno in pace.
- Non puoi farlo.
- Non so cos'altro fare.
- Non fare niente. Non è compito tuo e non ti riguarda.
Dimitri ha un bel viso. Una linea squadrata sulla mandibola, una rasatura precisa, naso dritto e capelli biondo cenere. Si è sempre rifiutato di tagliarli in modo più ordinato, nonostante Arkadi glielo abbia chiesto mille volte. E' quasi come se volessi che la gente ti indicasse, gli dice di solito, e di solito si sente rispondere mi vorresti davvero, se fossi uguale a tutti gli altri? 
Dimitri ha un bel viso, e il modo in cui tende le labbra sottili in un sorriso affilato lo fa sembrare pieno di sofferenza.
- Diciassette anni. Diciotto, quasi, e non è abbastanza perché tu abbia un filo di fiducia in me.
- E' già abbastanza difficile così, Dimitri.
- E di chi è la colpa? Ti ho chiesto di andare via insieme. E' da quando andavamo ancora a scuola che te lo chiedo ogni giorno.
- Ho una famiglia.
- Non ce l'avevi, a diciott'anni.
- Non alzare la voce.
Arkadi sibila. In quasi vent'anni di segreti, di incontri in angoli bui e di pericoli scampati, è diventato estremamente abile nell'arte di urlare a bassa voce. E' più nervoso del solito, nonostante sia sempre nervoso. Controlla due volte che la porta sia ben chiusa a chiave prima di staccarvi la schiena e andare incontro a Dimitri. Questa volta è lui che gli prende il volto nelle mani, che gli cerca urgentemente lo sguardo.
- Devi avere pazienza. Se ci scoprono ci porteranno a un processo. Rischiamo di distruggere le nostre vite. Tutto si risolverà, si sgonfierà, devi solo... avere pazienza.
Gli occhi chiari di Dimitri sono liquidi. Pieno di un'insoddisfazione dolorosa, si spinge in avanti e bacia il suo uomo con tanto vigore che sembra quasi volergli staccare la testa. Solo quando si è riempito del suo sapore gli poggia i palmi sul petto e lo spinge indietro in un movimento brusco, aggressivo. Arkadi si lecca le labbra, scuote il capo. Ha già capito.
- Sei sempre stato tu, la mia vita, Mikhail. Ma ho esaurito la pazienza molto tempo fa. 
Arkadi prova a fermarlo, a corrergli dietro. Ma nel momento esatto in cui Dimitri lascia il bagno, lui sa di non poter varcare la soglia. Pieno di una frustrazione che gli si agita nel bassoventre, lascia richiudere la porta alle spalle di Dimitri. Il nodo che gli stringe la gola se lo porterà dietro per tutto il resto della nottata.

Dimitri Baryshnikov


- ANA & LITA -

Se non avessero entrambe gli occhi azzurri e i capelli biondi, nessuno indovinerebbe mai che si tratta di due sorelle. Oksana è l'esatto opposto di qualsiasi archetipo caratteriale che è mai stato attribuito alla sua categoria: schiva, sfuggente e molto umile, è stata trascinata da sua sorella in uno scalcinato locale di periferia per festeggiare il suo decimo anno nell'aviazione militare korolevita. Elena ha qualche anno in meno, uno sguardo più affilato e muscoli inquieti. Prima di essere incarcerato nel Core, suo padre ha fatto in tempo a insegnarle il senso di dovere nei confronti della patria, ma non l'umiltà. L'umiltà l'aveva insegnata a Oksana, aveva senz'altro provato a insegnarla a Elian, non si era dato pena di insegnarla ai suoi figli maschi. Con "Lita" non aveva avuto il tempo, forse. Forse cinque anni di guerra avevano permesso che indirizzasse tutto il suo rigore verso i sottoposti, piuttosto che verso i figli.
- A Anastasia Koroleva...
Elena lo dice alzando il suo bicchiere di vodka e costringendo sua sorella a fare lo stesso.
- Al palo nel culo di Vitali, ma soprattutto ai primi dieci onorati anni di carriera militare di Oksana Katalina Chernenko.
- Vashe zdorovie.
- Vashe zdorovie!
Buttano giù la vodka. Dal tavolo vicino si sporge un collega di Oksana - un altro aviatore -. Il suo tavolo è il più rumoroso e il suo sorriso il più alcolico. Solleva il suo bicchiere di vodka, infilandosi nel brindisi con una prepotenza scivolosa. 
- Aa milyh dam. 
Oksana beve e guarda di lato. Elena si passa una mano sul viso e si volta verso Boris Grekov. Gli spinge addosso uno sguardo tagliente come il bordo di un foglio di carta.
- Poca fortuna anche stasera, Grekov?
- La sera non è ancora finita, e Chernenko non ha ancora finito di festeggiare, ah?
- Mia sorella non ti guarderebbe neanche se il tuo pisello fosse fatto d'argento korolevita. La vedi tutti i giorni e non sai che è sposata?
- Magari ho solo sbagliato sorella.
- Continua a sognare.
- Una che si ubriaca in una locanda qualcosa deve starlo cercando.
- Preferirei ballare la kalinka a Sarah Shepard piuttosto che dormire con te.
Il tavolo di Grekov scoppia in una risata divertita, canzonatoria, capace di annebbiare lo sguardo del ragazzo. L'onore è una questione importante, per i maschi koroleviti: a ogni soldato è stato insegnato che un'offesa alla propria persona è un'offesa alla propria patria. Grekov espira come i tori pronti a caricare, e fa in tempo a mormorare qualche parola prima di tornare ad annegare nella sua vodka.
- Poco ancora prima che la Chernenko-scopa-Corers vi faccia cacciare tutti dall'esercito.
Lo sguardo di Elena si illumina, le sue labbra si serrano. Oksana si passa una mano sul viso, esausta, ma non ha sufficiente prontezza per evitare che Elena si alzi e si affianchi a Grekov. Lui alza gli occhi. Conosce l'aspetto di lei a memoria: spalle tese e sguardi pieni di sarcasmo su un volto che sarebbe altrimenti fatto di lineamenti dolci e labbra rosa. Lui tentenna.
- La scopa-Corers ha lasciato casa quando avevo undici anni. Mi è famiglia quanto me lo sei tu: niente.
- Le mele non cadono lontano dall'albero, e anche Sergej non ha fatto una bella fine, o no, devochka?
- Cosa hai detto di mio padre?
Grekov percepisce l'ostilità borderline nel tono, ma un secondo troppo tardi. Quando inizia ad alzarsi, Elena ha già afferrato il suo bicchiere vuoto. Non riesce neanche a stendere le gambe che sente il rumore di vetro pieno in frantumi contro la sua testa. Il dolore, per un attimo, non lo coglie neanche: si tampona con le dita per capire quanto sta sanguinando. 

A Elena Elizaveta Chernenko suo padre non ha fatto in tempo a insegnare l'umiltà, ma neanche la calma. La rissa della giornata sarà per l'ennesima volta fonte di lividi e tumefazioni, ma di fronte ai rispettivi ufficiali, la mattina seguente, nessuno aprirà bocca. Nell'esercito, i problemi personali si risolvono personalmente. Questo gliel'ha insegnato suo fratello.



- JULES - 



Capital City, Horyzon

La vita del musicista è così: a un certo punto della notte dovrai tornare nel tuo monolocale al primo piano di un qualche angolo sperduto dei sobborghi della città. Quelli che dicono che i palazzi di Cap City non hanno i primi piani evidentemente non conoscono casa di Jules Barkley: un paio di volte, quando ha dovuto evitare il proprietario pronto a riscuotere i soldi di un affitto, è riuscito anche a uscire dalla finestra. E' la stessa finestra su cui ticchetta il rumore di sassi lanciati dalla strada, una notte qualsiasi.

Jules si affaccia. I musicisti alle due di notte non dormono, perché alle due di notte ai musicisti capitano sempre le migliori avventure. Oltre la finestra, sulla strada, con i palmi pieni di sassi e un sorriso impertinente, l'avventura di Jules ha la forma di una donna bionda, vestita di buone intenzioni. Lei spalanca le braccia e gli spinge gli occhi chiari contro, come chi si offre al destino. Sembra una canzone. Happy to see me, old sport?
- Qualcuno ha ritrovato la strada per i vecchi amici, ah?
Le sorride senza pretese, con una sigaretta tra i denti e l'allegria di chi non è preoccupato dal conto in rosso, dal telefono silenzioso, dai propri trent'anni passati barcollando tra una serata e l'altra.
- Ti sono mancata?
- E io sono mancato a te?
- Da morire.
- Sei qui a farmi una serenata?
Lee distende le braccia lungo i fianchi e fa cadere tutti i sassi a terra. Poi si poggia entrambe le mani sul cuore, inebriata.
- Posso recitarti le più belle poesie che conosco.
- Il tuo uomo non sarà geloso? 
- Il mio uomo? 
- I ragazzi dicono che ti sei innamorata di uno straniero bello e misterioso.
Lei dondola teatralmente il busto e guarda di lato, mimando un'aria colpevole. Jules scoppia a ridere e, già arreso, scuote il capo.
- Che fine ha fatto? Ha smesso di aprire la porta quando bussavi alle due di notte?
- Oh no. Ha sempre aperto la porta.
Si guardano un po', dalla strada alla finestra. Jules inarca le sopracciglia brune, non dice niente e aspetta. Lee sospira a fondo, dondolando su se stessa come quei ragazzini incapaci di stare fermi un attimo.
- Mi ha spezzato il cuore, of course.
- Did you see that coming? 
- Certo. Tutti gli uomini sono trasparenti. Il destino vi si inscrive dentro come una costellazione.
- Non sei arrabbiata?
- Non ti arrabbi con le rondini quando migrano.
- Dovresti avere un po' più di cura per quel tuo cuore, you funny Valentine. E anche per la tua testa, prima che qualcuno riesca a farla rotolare.
- E infatti sto bussando alla tua finestra.
Jules si morde la guancia, incastra gli occhi in quelli di Lee Chernenko. Se c'è qualcosa che ha sempre amato in quella donna, è la sua fenomenale capacità di chiedergli sempre ciò che vuole, come lo vuole. Con lo spirito pulito e diretto di chi non si offende per un rifiuto. Di chi sa quando fare un inchino e uscire di scena.
- Allora, vuoi entrare dalla finestra o dalla porta?
Lee sorride, accoglie la conquista. Ci pensa un attimo prima di rispondere.
- Dalla finestra. Come tutti i ladri.
Jules Barkley

domenica 29 giugno 2014

like we had luck, but we also needed timing




La strada dallo sperduto angolo di pianeta della dimora Blakelee fino a Bruckner, nei sobborghi di Capital City, è molto lunga. Lee la fa tutta quanta piangendo, sfogando in poche ore un peso accumulatosi in mesi di eventi che le hanno fatto male alle ossa. E' un pianto liberatorio e privo di rabbia, adagiato in una rassegnazione completa. Prima di estinguerlo, comunque, deve fare qualche giro a vuoto attorno al quartiere, sentendosi nei muscoli la necessità di correre da qualsiasi parte che non sia casa. Quindi passa al Plainsboro Hospital per guardare Dylan dormire da fuori la stanza in cui non la fanno entrare (non è orario di visite). Rientra in macchina un'ora dopo e attraversa irrequieta le strade silenziose del centro. Sono le sei e mezza quando entra in un bar e la cassiera le regala un pasticcino perché le vede gli occhi arrossati. Alle sette è di nuovo in macchina e continua a girare a vuoto, finché non è così stanca da temere di andare a sbattere. Sono le undici e mezza quando, esausta, entra nell'androne del grattacielo che ospita il suo appartamento.

Ferguson è il portiere, ogni tanto. Quando la vede, si sporge dal suo gabbiotto e le dice:
"Lee."
(Anche lui ha fatto capolino a qualcuna delle feste dell'appartamento Chernenko-Gray, e come tutti ha preso a chiamarla per nome.)
"Lee, c'è un pacco per te". 
Il "pacco" si affaccia dal gabbiotto. Ha due orecchie ripiegate in avanti e scodinzola felice di potersi trarre dall'impiccio della compagnia di uno sconosciuto. Lee si piega sulle caviglie e lo accarezza con un affetto un po' selvaggio - l'ha salutato solo poche ore prima.
"Il tipo che l'ha mollato ha lasciato anche questo."
Lee spiega il biglietto che Ferguson le porge. Lo legge e tira su col naso.
"Mi sa che Gray ti farà una scenata, mh?"
Lei scuote il capo.
"Bettie sa già che ho l'abitudine di raccogliere randagi."
Risponde piano, con un sorriso un po' triste, ma non sconfitto. Sospira. Si alza in piedi e si batte il palmo della mano sulla coscia. Winston la segue.

* * *

Elian  « [...] » I'll miss you too. I was growing pretty fond of you. « lo dice piano, con una gentilezza pacata. [...] » I had big plans. « un'ironia leggera, fatta assottigliando lo sguardo e il sorriso dispiaciuto. » magari in un'altra vita. « [...] »

Randall  «  [...] » In another life. «  mormora, sollevando piano il volto.  » when we are both cats.  




sabato 14 giugno 2014

like I could actually believe it's been my fault all along


Capital City
Giugno 2516

Rachel Taylor ha appena compiuto trentacinque anni. Il suo compagno ha insistito perché dormissero nel suo misero monolocale, nonostante casa sua si trovi in un quartiere migliore e sia senz'altro più spaziosa. Superata la porta le ha fatto trovare, sul minuscolo ma pittoresco terrazzino, una cena al lume di candela e un regalo costoso. Dopo aver parlato di molte cose (Rachel e il suo compagno hanno sempre molte cose di cui parlare) hanno lavato i piatti e poi fatto l'amore. Adesso, stesi sul letto a muro, guardano le luci della strada che filtrano fin sul soffitto, creando ombre sfuggenti.
- Se non me ne vado, domani dovrò andare al lavoro con i vestiti di stasera.
Rachel lo dice sorridendo, con poca voglia. E' una donna che ha angoli negli occhi, fianchi pieni, capelli neri e una voce calda e calma. Nella sua vita ogni cosa ha un posto, un tempo. Dylan riesce a vederlo nei ritagli di tempo, ma non gli dispiace: il lavoro tiene molto occupati entrambi, e ha sempre pensato che l'unica cosa in grado di far funzionare una relazione fosse vedersi dopo essere stati stremati dal mondo esterno. Dylan le bacia le dita, i polsi. E' una persona ostinata e silenziosa, questo di lui le è sempre piaciuto. Nelle spalle spigolose, nelle costole esposte dalla magrezza, gli ritrova addosso la solidità dell'uomo di cui ha bisogno. Nelle loro vite non ci sono drammi, solo impegni e obiettivi. Dylan si volta per baciarle il mento, il collo. Il principio di una risata viene smorzato dal trillo squillante del campanello. Rachel sussulta nel letto, Dylan si volta di scatto.
- A quest'ora...?
Dylan le fa segno di far silenzio mentre, molto silenziosamente, raccoglie un coltello dal cucinotto e si avvicina alla porta. Si affaccia dallo spioncino con cautela, ciò che vede lo fa trasalire. Senza neanche pensare al fatto di essere mezzo nudo - e della donna mezza nuda nel suo letto - spalanca la porta e raccoglie tra le braccia ciò che gli cade addosso.

Dylan non avrebbe drammi nella sua vita, senz'altro, senza Lee Chernenko. Assolutamente disorientata, Rachel guarda l'ammasso di capelli biondi e carne tremante che il suo compagno si preme contro il petto e protegge tra le braccia, senza ben sapere che fare. Con il busto sollevato, si preme il lenzuolo contro l'interno delle spalle, rivolgendo un'occhiata interrogativa a Dylan. Lui la guarda, ma i suoi occhi non comunicano alcuna risposta. Alcuna giustificazione.
- Stai tranquilla. Dimmi che cosa è successo.
Lee Chernenko riemerge dalle braccia di Dylan Khan con le guance pitturate dalle lacrime. Metà del suo volto sta passando da un rosso acceso a un violaceo scuro, segno di un livido che si allarga. Dylan le tiene la guancia sana in una mano, mentre le esplora l'altra con la punta delle dita, con la delicatezza e la precisione di un chirurgo, per cercare di determinare l'entità del danno.
- Damn, hai osp-- c'è... scusa, scusatemi. Me ne vado. 

- Chi ti ha fatto questo?
Lee boccheggia scuse, Dylan non le sente. Dopo un'occhiata poco comunicativa rivolta alla compagna, prende Lee per un polso e la conduce nel bagno, richiudendosi la porta alle spalle. Rachel sente in singhiozzi e le voci di entrambi, senza riuscire a distinguere le parole. Mentre coglie quegli attimi preziosi per rivestirsi, si chiede se lui si sia nascosto nell'unica altra stanza del monolocale per dare privacy a lei oppure per avere privacy con la donna bionda che si è presentata alla sua porta alle tre di notte.
- Dyl, sto andando via. Sicuro non vi serva un passaggio in ospedale?
Rachel bussa alla porta del bagno, quella si apre e lascia emergere il busto di Dylan. Lui la guarda in modo superficiale, sfuggente. Nonostante tenga gli occhi fermi su di lei, non ci vuole un conoscitore dell'animo umano per indovinare senza errore che la sua testa sia assolutamente altrove. Da sopra la sua spalla, Rachel riesce a intravedere, seduta sul water chiuso, la giovane giornalista più famosa per la sua scomparsa che per il suo lavoro. Dylan deve rendersene conto, perché si raddrizza appena, bloccando la visuale. Come se la stesse proteggendo.
- Sta bene, non credo abbia bisogno di ospedali.
- Sicuro?
- Sì. Perdonami, non posso davvero...
- Non ti preoccupare, è... un'emergenza. Sta bene?
- Penso di sì. Grazie. Scusami.
Il bacio che le poggia sulle labbra è tra i più frettolosi che abbia mai ricevuto in vita sua. Si tira dentro il bagno e richiude la porta alle sue spalle, un attimo dopo che Rachel abbia colto il viso di Lee Chernenko riemergere dalle proprie mani e sollevarsi sulla figura di Dylan con lo stesso abbandono con cui gli antichi martiri si mettevano nelle mani del loro Dio onnipotente.

Rachel rimane qualche secondo di fronte a una porta chiusa. Poi, tentando come può di spazzarsi via di dosso una sensazione spiacevole che le prude al centro del cervello, si passa una mano tra i capelli, prende la sua borsa e lascia il monolocale di Dylan Khan.

Rachel Taylor, speaker radiofonico per Good Morning Capital

* * *

Quando devo addormentarmi, immagino come vorrei che fossero le cose. Immagino 'Gene piena della leggerezza che le starebbe così bene addosso, alla sua età. Immagino la rassegnazione spazzata via dagli occhi di Paul e immagino Bettie senza incubi. La bambina di Harvey mi conosce ormai così bene da considerarmi un membro della famiglia, e viene a bussare alla mia porta quando ha bisogno di qualcuno che la accompagni in macchina al suo primo concerto. Io e Yahn abbiamo deciso di percorrere strade diverse, l'affetto non è mai stato intaccato dal rancore e dalla delusione, e lui ogni tanto mi cucina ancora carne per sbaglio, quando vado a trovarlo. A volte la quotidianità mi va stretta, è chiaro: in quei momenti mi infilo nella macchina di Ryan e gli chiedo di guidare per le strade di Dogtown, non mi importa verso dove, purché ci vada di corsa, con la radio accesa. Il giorno dopo vado a ballare con Ray in saloni colmi di gente, e mentre io gli stringo le spalle lui mi fa girare, niente di lui mi sfugge perché niente di lui mi vuole sfuggire. Volo attraverso millemila parsec di distanza e atterro nella terra bollente di Bullfinch d'estate. Mi chiamo Sharon e Marshall Lee è mio fratello, quando parla della "sua gente" so che parla anche di me. Non voglio scappare da nessuna parte perché so che sono finalmente a casa, mi sto esercitando perché al rodeo di agosto lo sfiderò a cavalcare i tori provenienti da sud, mi romperò una gamba ma rimarrò in groppa a quell'inferno per otto secondi. Quando lui verrà a raccogliermi dalla polvere mi troverà viva e vittoriosa, mi troverà grata di avere un fratello che mi riprende dalla polvere. Mi dirà che devo imparare a lasciar stare, a mollare la presa, ma saprò che non dice sul serio - che non mi amerebbe in nessun altro modo.
- Ci sono delle cose che non ti ho mai raccontato.
Dylan Khan, steso sul letto accanto a Lee Chernenko, cambia la borsa del ghiaccio che le poggia sul livido, sperando che non si gonfi. 
- Raccontamele adesso.
Lee Chernenko, tra i singhiozzi, riesce a scuotere il capo.
- Ci sono delle cose che non ho mai raccontato a nessuno. Neanche a Marshall Lee. 

* * *

sabato 7 giugno 2014

like a companion


E' questione di contare le nocche con le labbra.

E' questione di contargli le nocche con le labbra. Di tracciargli sentieri sulla pelle, di spazzare via la stanchezza di qualcun'altro che le ha scavato le vene insieme alla sua. E' questione di svestirsi della resa, del peso, degli abiti neri, del cappotto costoso, del dolore sedimentato in quasi quarant'anni di vita, in appena trent'anni di vita, in guerre vissute sotto le bombe e in guerre chiuse in case nel nulla, con la sola compagnia di dodici cani.

C'è qualcosa che voglio fare per te.

Posso farlo per te quando vuoi.

Dylan gliel'ha detto mille volte: smettila di farti a pezzi, di distribuirti. Di regalarti agli altri come se non valessi niente. Ma l'unico vero modo che Lee Chernenko conosce per stare bene è annullarsi, e il modo migliore per annullarsi è recitare la parte del comprimario nella storia di qualcun'altro. L'unico modo è non essere mai la protagonista.

Esserlo vuol dire alzarsi la notte senza riuscire a respirare. Vuol dire conoscere l'insoddisfazione. Quella sera, però, con il sole che è appena tramontato e una versione calma di Blake nel suo letto, non riesce a pensare a nient'altro che a se stessa. A quello che vorrebbe pretendere. Io io io io. Io voglio questo, io ho bisogno di quest'altro. E' un esercizio di completamento. Io cos'è che voglio?

Voglio una famiglia.
Voglio delle radici. 
Voglio un po' di serenità.
Voglio dormire. 
Voglio correre.
Voglio essere di nuovo in grado di nuotare.
Voglio quest'uomo come sarebbe se la vita fosse stata gentile con lui.
Voglio dei figli.

Voglio dei figli. Il pensiero le riempie il petto di sorpresa. Agendo d'impulso, preme la fronte contro la tempia di Blake e lo sveglia.

"Voglio dei figli" mormora così piano da essere incomprensibile.
"Cosa?", col tono di chi sta ancora dormendo.
"Niente, torna a dormire". 

Se torni o meno a dormire, Lee non ne è sicura. E' sicura che lei non può, però. Scivola giù dal letto, prende il suo holodeck e va a sedersi sul divano dove di solito dorme Sebastian. Apre il più popolare motore di ricerca su rete cortex. Digita parole a caso, le cancella. Poi scrive: "sono pronta ad avere un figlio?"

Le appare un quiz. Pur considerandolo stupido, lo compila con precisione chirurgica, riflettendo attentamente su tutte le domande. Perché volete avere un figlio? Com'è la relazione tra di voi? Avete discusso chi lavorerà e chi guarderà il bambino? Avete dei risparmi? Quanto caffè consumate ogni giorno? Vi tenete regolarmente in forma? Ritenete che la vostra situazione di vita sia stabile? Fumate? Avete deciso secondo quale credo religioso crescerete vostro figlio? Che ruolo svolgeranno i nonni del bambino? Dove dormirà vostro figlio? Chi lo nutrirà la notte? Avete discusso una timeline su quanti figli avrete e quando? 

Anche ignorando il fastidio che prova per dover rispondere a domande poste al plurale, a ogni risposta data lo stupido quiz segnala un errore di struttura, quasi la dovesse prendere in giro a ogni step. Il verdetto finale è quasi scontato ed espresso in un'abusata metafora: tirate il freno finché siete in tempo.

L'insoddisfazione le annoda le viscere. Va indietro fino alla pagina del motore di ricerca. Ci pensa un po', poi inserisce: "sono pronta ad avere un figlio da sola?". Il primo risultato parla di questioni tecniche, di banche del seme, di cure ormonali, uteri artificiali, unioni in vitro. Il secondo risultato è un lungo articolo che termina in un'unica domanda: la tua vita ti permetterebbe di prenderti cura un figlio?

Lee sospira, scivola sul divano, riflette che forse la struttura è sfondata, perché non le è mai sembrato di affondarci così tanto. Torna indietro. Di nuovo il motore di ricerca. Ci riflette più a lungo. Pone al sistema un'ultima domanda: cosa faccio se voglio un figlio ma non ho una relazione duratura, non ho la disponibilità economica, non ho un briciolo di routine nella mia vita e non mi sento mentalmente ed emotivamente stabile?

La risposta, questa volta, è sintetica, laconica.

Get a dog.

* * *

"Com'on sweetie. Come on."

Lee Chernenko è sul pianerottolo di casa sua e, molto delicatamente, attira a furia di crocchette una randagia appena prelevata dal canile, un mix border collie con un muso impaurito e la cautela di chi è stato tradito dal mondo intero. Lee nota una certa somiglianza. 

Striscia la chiave contro il sensore della porta ed entra camminando all'indietro come i granchi, acquattata, seguita assai timidamente dalla meticcia.

"Bettie! Ho una sorpresa!"

Volta il capo: Sebastian Gray è già lì, in piedi in mezzo al soggiorno. Di fronte a lui, un cucciolo di dalmata con un grosso fiocco rosso appuntato sul collare sta masticando un giocattolo di gomma comprato apposta per lui.

"What the fuck, Lee. - Sebastian spalanca le braccia esasperato, gli occhi chiari fissi sulla mezza collie che lei sta provando a far entrare in casa - me too."

Zack
Zelda

mercoledì 28 maggio 2014

like I'm not here



Mi chiamo Melanie Bishop, e mi sto sentendo male. Ho appena capito (perché le cose le capisco) che Lee Chernenko è scomparsa e, se anche faccio tutto il possibile per non pensarci, so che è colpa mia. Riprendo a bere e me la carico tutta, la responsabilità, perché sentirmi colpevole e sopraffatta è la giusta punizione per averla venduta. Mi odio così tanto che ricomincio a bere; la prima notte bevo così tanto che la mattina dopo, mentre apro gli occhi, ho un attimo di estasi in cui mi convinco che nulla di tutto questo è accaduto. Quando ripiombo nella realtà, inizio ad agitarmi come una scheggia impazzita, alla ricerca di una soluzione. La fretta mi tiene in vita, mi tiene focalizzata. L'unico modo per redimermi è ritrovarla. Ed è la mia redenzione che cerco - la salvezza di Lee Chernenko è uno strumento pratico, un passo da raggiungere in un percorso quasi religioso. Per questo, non mi passa in testa neanche per un attimo di rivolgermi alle autorità.

Mi chiamo Virginie Saintsimon. Sono giorni che non riesco a toccarmi il busto, terrorizzata dall'idea di ritrovarci il marchio che uno psicopatico ha voluto lasciarci sopra. Quando Davis è morto, devo essere stata convinta che non avrei mai più permesso a nessuno di marchiarmi come una bestia. Sapere Lee scomparsa getta me nel panico prima di tutti gli altri, perché è come se stesse riaccadendo tutto daccapo. Ma non è solo questo: quando Lee mi ha ritrovato in un vicolo, con l'anima in frantumi, qualcosa in me di cui non sono razionalmente consapevole l'ha caricata della responsabilità della mia salvezza. Se ci penso, so che non è così: sono una persona intelligente e mi rendo conto che, se non mi avesse trovato lei, presto sarebbe comunque arrivata l'ambulanza e mi avrebbe portata via. Ma l'alfa e l'omega mi bruciano addosso della sensazione di essere stata tradita dalla sua partenza, dalla sua scomparsa. E' un sentimento che non controllo. Allora lo ignoro. Mi sforzo di credere che tutto questo non sia mai accaduto.

Mi chiamo Ivan Volkov e sono io che ho commissionato il rapimento di Lee Chernenko. Non sono un tipo da andare in giro con i passamontagna, e non credo che una ragazzina capricciosa sarà un problema per chiunque incaricherò di andare a prenderla. Quando una giornalista che stimo poco, pensando di poter ottenere qualcosa da me, mi ha regalato tutto ciò che sapeva sul progetto Ikon, ho mandato i miei uomini su Roanoke a sparare ad Arch Stanton e ai suoi, alla ricerca dei dati che volevo. Quando mi hanno detto che Stanton non sapeva nulla, ho capito che avrei dovuto fare ciò che volevo fare fin dall'inizio: chiederli alla giornalista di Koroleva. Ma ho fatto uno sbaglio: non ho detto all'unità che il 'fincher doveva rimanere in vita, non ho detto all'unità che il 'fincher lo conosco, che è uno dei miei, che siamo andati insieme al matrimonio di Eivor Edwards e Huck Haggerty, che è lui il primo ad avermi parlato di Lee Chernenko, quando stavo valutando che sarebbe potuta essere utile come reporter su Safeport, a raccontare ciò che io le avrei permesso di raccontare. Forse invece non ho fatto nessuno sbaglio: sapevo cosa stavo facendo dall'inizio. Del resto sono un bastardo, un korolevita, e non esiste nel 'Verse intero niente che abbia a cuore. Mi hanno insegnato solo il sacrificio della patria. Non il mio, non solo il mio: il sacrificio degli altri, il sacrificio che impongo come un Dio della guerra. Quando tutto questo sarà finito sarò in grado di andare a bere un drink al Bolden Sax, a pochi metri dalla sede ufficiale dell'Avantgarde Associated Press. Fumerò una sigaretta e ordinerò un secondo giorno, senza che niente di tutto questo cambi la mia vita. Come se tutto questo non fosse mai accaduto.

Mi chiamo Randall Blakelee, ma a lei piace chiamarmi Ray. La mia mente funziona come una tecnologia avanzata, un computer quantistico: è la mia condanna. Metto insieme ogni singolo pezzo, costruisco ipotesi, le smonto e le riassemblo cambiando l'ordine dei meccanismi per vedere se funzionano ugualmente. Mi dico che avrei dovuto fare più domande: quando mi ha detto che forse era nei guai, quando mi ha spiegato i guai senza fare un singolo nome, dicendomi tutto senza dirmi veramente nulla. Le luci dello spazioporto squarciavano il cielo da terra e io pensavo che mi stesse raccontando ogni cosa per parlarne ed esorcizzarla, una alla volta; e invece mi stava chiedendo aiuto. Ripenso a quando mi ha chiesto se io voglio essere salvato, e io ho detto "a volte", e ora che ripercorro il suo sorriso capisco (adesso, solo adesso) che voleva che glielo chiedessi anche io. Voleva dirmi: salvami, ma non me l'ha detto. Voleva dirmi "salvami" quando mi veniva a trovare la notte, e mi ha urlato "salvami" quando mi ha avvicinato con la cautela che si usa ai cani randagi, quando si è aggrappata a me e non ho capito, come se non fosse mai accaduto, che ero io la scialuppa.

Mi chiamo Marshall Lee e mi sono fidato delle persone sbagliate: questo mi accomuna a Lee Chernenko. Mi sopravvivono un figlio che sa a stento camminare e una famiglia su Bullfinch. Hanno gettato il mio corpo sul fondo di qualche palude di Maracay, e chi mi tirerà fuori lo farà soltanto per svuotarmi le tasche. Ho trent'anni, poco più, sono sopravvissuto a due guerre, ho insegnato a mia nipote a leggere, ho visto mia sorella morire ma non sono morto anche io, sono sopravvissuto. Adesso il fango mi inghiotte, e tutto ciò che ho fatto si perde nel nulla. Come se la mia vita, tutta la mia vita, non fosse mai accaduta.

Il mio nome vorrei dimenticarlo. Devono pensare che non vedere, non sentire, non poter parlare mi stia uccidendo, ma la deprivazione sensoriale è tutto ciò che mi tiene a galla, vicina alla superficie. Mi accomodo nelle teste degli altri perché nella mia ci morirei. Non sono qui, non ci sono mai stata. Non ascolterò il tarlo che ha iniziato a mangiarmi da dentro, quello che mi dice che ho tutti i pezzi ma non li sto mettendo insieme nel giusto ordine. Quello che mi parla di redenzione, che mi dice che posso ancora salvare tutti quanti, che nessuno è perduto, neanche io. Ha la voce di Dylan quando mi dice questa è l'acqua. Sei nell'acqua, questa è acqua. Se sei una giornalista ricostruisci la storia: ricostruisci come sapevano il tuo nome, come ti hanno riconosciuta mentre sembravi chiunque tranne te stessa, come sapevano che ti avrebbero trovato lì. Sono fili facili da tirare. Formano un disegno perfetto, non capisco come tu faccia a non vederli. Forse non sei mai stata veramente brava a fare questo lavoro. Tutti lo hanno pensato, perché hai lavorato in guerra. Ma non ci vuole niente a lavorare in guerra. Basta un po' di incoscienza. A quanto pare quella non ti manca.

Questa è l'acqua, ma non voglio pensarci. Vorrei rimanere così per il resto della mia vita, fino a dimenticarmi chi sono. Fino a far dimenticare chi sono stata. Come se non fossi mai accaduta.