lunedì 21 aprile 2014

like a wanderer


Reid si stringe nelle spalle. Le chiede: "ma poi torni?". Lei tende le labbra, i borsoni le pesano sulle spalle. 

"Non lo so."
"Vai via dalla Dogtown, quindi?"
"Già."
"E' qualcosa che ha fatto Ryan?"
"Ryan non c'entra."
"E' qualcosa che ti è successo qui?"

No: Lee scuote il capo. Non è colpa di Ryan. E' colpa di gente che spara ad altra gente negli angoli ed è colpa di gente che segue altra gente lungo le strade. 

"That's alright, - assicura Reid - domani smetto di farmi una volta per tutte. Starò bene anche senza di te". 

Reid non ha neanche trent'anni, ha i capelli ossigenati e i buchi lungo tutte le braccia secche. Lee annuisce, finge di crederci, di non averlo sentito altre cento volte prima di quella. Magari questa volta ce la fa davvero, anche senza di lei che lo chiude dentro casa e tiene la porta mentre lui prova a uscire in preda a una crisi d'astinenza. 

"Comunque ci rivediamo. Ripasserai qui, no? Non è che lasci tutti."

Lee mente: annuisce. Si salutano abbracciandosi. Lei non ha neanche una macchina e di taxi ne passano pochi, a Dogtown. Mercy Street ha pietà di lei e fa passare qualcuno che conosce, qualcuno che la porti almeno vicino alla fermata più vicina. Mentre aspetta il treno urbano, Lee percorre la rubrica del suo cortex pad. Scarta le voci una ad una: è fuori discussione riavvicinarsi a Yahn prima che la tempesta sia passata, questo è certo. Kasumi vive in una zona tranquilla, ma dovrebbe spiegarle daccapo tutto ciò che è accaduto, e non ci riuscirebbe. Melanie la rimprovererebbe, le ricorderebbe che era stata avvisata. Mel, poi, non potrebbe bere, e se c'è una cosa di cui Lee Chernenko ha bisogno più di un tetto sopra la testa, quella cosa è un buon alcolico. Potrebbe andare da Mal, ma con che coraggio? E' tardi e lui ha una figlia che a quest'ora starà dormendo. Dylan è fuori città. Gradualmente, uno scartato dopo l'altro, la lista delle sue amicizie si assottiglia, si fa esigua, e lei inizia a sentire dietro la nuca pizzicarle la paura della solitudine. Seleziona il nome "Paul Carraway" soltanto dopo averci passato gli occhi sopra tre volte. 

Il tempo passa senza che lui risponda, la sera diventa più fredda. Al quinto tentativo sente il tintinnio di bottiglie scansate e la voce roca di un uomo che vive una vita divisa tra ubriacatura e postumi alcolici. Lei non ha ancora imparato a distinguere l'uno dall'altro.

"Hey. Tutto okay?"
"Sì. Tutto okay."
"Volevi dirmi qualcosa."
"Volevo chiederti un piacere."
"Non può aspettare?"
"Volevo chiederti se puoi ospitarmi, stanotte."
"Stanotte?"
"Puoi?"
"Non ce l'hai una casa?"
"Non proprio. Non ora."
"Cerca un hotel, no?"
"Tu sei occupato?"
"Non ho molto spazio."
"Va bene anche la poltrona. E' solo per stanotte."
"Non mi sem--"
"Per favore." 

Lo interrompe così come un singhiozzo interrompe lei. Uno solo: non si mette a piangere. Invece si asciuga gli occhi pieni di panico, deglutisce lo smarrimento enorme. 

"Un'altra sera magari, questa non posso. Ti prenoto una stanza io, mh? Ti mando l'indirizzo per messaggio. Dieci minuti."

Lee non fa in tempo a replicare che lui attacca, ma probabilmente non avrebbe avuto comunque molto altro da dire. Spegne il display del c-pad e rimane seduta sulla panchina della fermata in mezzo al nulla. Ad aspettare e a non piangere. E a dirsi che forse ha bisogno di scegliersi meglio gli amici. 

lunedì 7 aprile 2014

like an oath


E' freddo, è il 2500. Stalingrad è fredda sempre, ma a dicembre diventa una città di ghiaccio appuntito. Elian Chernenko è una ragazzina di appena sedici anni e il diciottenne che ha di fronte, in ginocchio, non ha pianificato bene la situazione: Elian se ne sorprende, perché Jozef è la classica persona che pensa a ogni dettaglio con largo anticipo. Fatto sta che le sta porgendo un anello e adesso, per infilarglielo, dovrà pretendere che lei si tolga i guanti, ma con quel freddo rischierebbe di farle giocare un paio di dita. Il problema è secondario: prima lei deve dire di sì. Ma la vede tentennare, e si chiede se non abbia fatto qualcosa di sbagliato: ha detto il suo pezzo, tutto intero, proprio come se l'è preparato. Aveva iniziato con: "ci ho pensato", aveva continuato con il suo piano programmatico in sette step e poi le aveva fatto la fatidica domanda. Gli occhi di Elian sono pieni di sconcerto e gratitudine. Si toglie il guanto.

Jozef non è basso, ma ha un fisico sottile e un mento stretto che lo fanno scomparire di fronte al collo taurino di Sergej Chernenko. Il padre della sua futura sposa lo guarda severamente da dietro la sua scrivania, in uno studio dall'aspetto spartano, freddo. Fa freddo o è una sua impressione? E' entrato in casa Chernenko pieno di coraggio, ma Sergej è capace di mettergli i brividi. Probabilmente sarebbe già scappato se al suo fianco non ci fosse lei, con la testa alta e i polsi che preme contro le ginocchia perché non tremino. 
"E quale sarebbe il suo nome?"
Jozef si è già presentato quindici minuti prima, ma ripete il suo nome lentamente, sperando che non si senta quanto è stretto il nodo che lo stringe alla gola.
"Jozef Draznek"
"Draznek".
Jozef non dice niente: almeno a quello ci è abituato. Nessuno lo ammetterebbe mai ad alta voce, ma a Stalingrad non c'è un singolo russo che ami i polskie, e non un singolo polskie che ami un russo. A parte lui ed Elian.
"Mister Draznek - scandisce Sergej - lei adesso andrà via". 

E' freddo, è ancora il 2500, ma lo sarà ancora per poco. Festeggeranno il nuovo secolo in volo, questioni di attimi. Da Sasovo partono tutti i capitani che fanno poche domande, e il medium cruiser Matrioshka ha a comandarlo un uomo che conosce solo due colori: il bianco della neve e il rosso dei rubli. Jozef stringe forte la mano alla sua futura moglie mentre sente i motori accendersi e le paratie vibrare dietro le loro schiene. Nel sistema Central non importa se sei un polskie: l'importante è lavorare duro e troverai il tuo posto nel sistema. Troverà un lavoro nei porti di Xanto, la sera tornerà a casa stanco ma felice, dopo aver cenato si siederà in una poltrona che non sarà rossa e leggerà i suoi libri polverosi ad alta voce, e sua moglie riderà e lo bacerà sulla fronte e gli dirà: allora ti ricordi che è così che ci siamo conosciuti. 

I motori si spengono. E' freddo, è ancora il 2500, l'airlock sigillato espelle ossigeno e si apre. Non conosce l'uomo che sale. E' un uomo o un ragazzo? Jozef si raddrizza gli occhiali sul naso, osserva l'uomo farsi strada tra decine di poveracci che pregano di poter lasciare il pianeta. Ignora il capitano che gli corre dietro, che spiega. Lui è alto, ha spalle larghe, occhi azzurri e viso ben rasato. Gli occhi deve già conoscerli. Si ferma davanti a loro. Jozef pensa solo in quel momento di voltarsi verso la sua futura moglie. La trova premuta contro la paratia. Trema come un topo in trappola.
"E' ora che tu venga con me, Elian"
"Ti ha mandato lui"
"Non ha avuto bisogno di mandarmi"
"Ti manda a fare le scenate al posto suo"
"Non ho intenzione di fare una scenata"
"Gli obbedisci come un cane"
"Non mi ripeterò: vieni con me"
"Vitali..."
Piotr Vitali Chernenko: è la prima volta che Jozef lo vede in volto, ma quando lo identifica si chiede come ha fatto a non riconoscerlo subito come il figlio di Sergej: ha le stesse sopracciglia folte, le stesse labbra severe, sottili. Fa appena in tempo a processare l'informazione che Elian gli viene strappata dalle dita: Vitali la strattona in piedi e poi la spinge dietro di sé. Prende il suo bagaglio. Quando Jozef si alza in piedi, scapicollandosi a braccia tese verso di lei, Vitali gli preme una mano sul petto e lo respinge indietro.
"Tu parti". E' l'unica cosa che gli dice. Poi si volta verso il capitano: "assicuratevi che parta". Mentre Elian scalpita, grida e piange, Jozef rimane immobile. Col cuore spezzato, guarda l'airlock che si chiude dietro di lei.

Non è freddo. Capital City non è mai davvero gelida, e anche quando nevica non c'è ghiaccio appuntito. Ma non nevica. Lee è nella sua stanza e rigira tra le dita un anello di metallo lucidato. Non l'ha indossato, probabilmente non lo indosserà mai. Ma lo guarda e ne sente la forma, se lo passa sulle labbra asciutte e poi lo preme contro la fronte, neanche dovesse valutare se si spezza o meno. Non si spezza. Lo rimette nella sua scatola, poi si siede per terra. Da sotto il letto tira fuori una cassaforte che è costretta a trascinare. Digita il codice, ne sblocca la serratura. Al suo interno non ci sono soldi, né oggetti preziosi. Ci sono però interi hard disk colmi di immagini, parole e suoni. C'è, avvolto in un fazzoletto, anche un altro anello. Lo conosce a memoria, ma lo guarda ugualmente. Sospira. Infila la scatola nella cassaforte. Poi la richiude, la nasconde. Si stende con la schiena sul pavimento e guarda il soffitto. 

"Veloy ouy. But I don't know what forever is". 


Jozef Draznek