Reid si stringe nelle spalle. Le chiede: "ma poi torni?". Lei tende le labbra, i borsoni le pesano sulle spalle.
"Non lo so."
"Vai via dalla Dogtown, quindi?"
"Già."
"E' qualcosa che ha fatto Ryan?"
"Ryan non c'entra."
"E' qualcosa che ti è successo qui?"
No: Lee scuote il capo. Non è colpa di Ryan. E' colpa di gente che spara ad altra gente negli angoli ed è colpa di gente che segue altra gente lungo le strade.
"That's alright, - assicura Reid - domani smetto di farmi una volta per tutte. Starò bene anche senza di te".
Reid non ha neanche trent'anni, ha i capelli ossigenati e i buchi lungo tutte le braccia secche. Lee annuisce, finge di crederci, di non averlo sentito altre cento volte prima di quella. Magari questa volta ce la fa davvero, anche senza di lei che lo chiude dentro casa e tiene la porta mentre lui prova a uscire in preda a una crisi d'astinenza.
"Comunque ci rivediamo. Ripasserai qui, no? Non è che lasci tutti."
Lee mente: annuisce. Si salutano abbracciandosi. Lei non ha neanche una macchina e di taxi ne passano pochi, a Dogtown. Mercy Street ha pietà di lei e fa passare qualcuno che conosce, qualcuno che la porti almeno vicino alla fermata più vicina. Mentre aspetta il treno urbano, Lee percorre la rubrica del suo cortex pad. Scarta le voci una ad una: è fuori discussione riavvicinarsi a Yahn prima che la tempesta sia passata, questo è certo. Kasumi vive in una zona tranquilla, ma dovrebbe spiegarle daccapo tutto ciò che è accaduto, e non ci riuscirebbe. Melanie la rimprovererebbe, le ricorderebbe che era stata avvisata. Mel, poi, non potrebbe bere, e se c'è una cosa di cui Lee Chernenko ha bisogno più di un tetto sopra la testa, quella cosa è un buon alcolico. Potrebbe andare da Mal, ma con che coraggio? E' tardi e lui ha una figlia che a quest'ora starà dormendo. Dylan è fuori città. Gradualmente, uno scartato dopo l'altro, la lista delle sue amicizie si assottiglia, si fa esigua, e lei inizia a sentire dietro la nuca pizzicarle la paura della solitudine. Seleziona il nome "Paul Carraway" soltanto dopo averci passato gli occhi sopra tre volte.
Il tempo passa senza che lui risponda, la sera diventa più fredda. Al quinto tentativo sente il tintinnio di bottiglie scansate e la voce roca di un uomo che vive una vita divisa tra ubriacatura e postumi alcolici. Lei non ha ancora imparato a distinguere l'uno dall'altro.
"Hey. Tutto okay?"
"Sì. Tutto okay."
"Volevi dirmi qualcosa."
"Volevo chiederti un piacere."
"Non può aspettare?"
"Volevo chiederti se puoi ospitarmi, stanotte."
"Stanotte?"
"Puoi?"
"Non ce l'hai una casa?"
"Non proprio. Non ora."
"Cerca un hotel, no?"
"Tu sei occupato?"
"Non ho molto spazio."
"Va bene anche la poltrona. E' solo per stanotte."
"Non mi sem--"
"Per favore."
Lo interrompe così come un singhiozzo interrompe lei. Uno solo: non si mette a piangere. Invece si asciuga gli occhi pieni di panico, deglutisce lo smarrimento enorme.
"Un'altra sera magari, questa non posso. Ti prenoto una stanza io, mh? Ti mando l'indirizzo per messaggio. Dieci minuti."
Lee non fa in tempo a replicare che lui attacca, ma probabilmente non avrebbe avuto comunque molto altro da dire. Spegne il display del c-pad e rimane seduta sulla panchina della fermata in mezzo al nulla. Ad aspettare e a non piangere. E a dirsi che forse ha bisogno di scegliersi meglio gli amici.
