Visualizzazione post con etichetta dylankhan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dylankhan. Mostra tutti i post

giovedì 2 aprile 2015

like a flipping coin *


Aprile 2517
Orbita di Berishan.
- Non essere geloso.
Dylan spinse le labbra contro la sua spalla nuda, esausto. Gliela baciò e poi la morse, facendola ridere. Scosse il capo con fastidio quando lei intrecciò le dita nei suoi boccoli neri, cercando di nascondere quanto più il viso, nella speranza di non essere ai suoi occhi così atrocemente trasparente. Gliel'aveva detto, che non lo sarebbe stato.
- Non essere geloso.
Lui si voltò scocciato, lei lo riacchiappò prima che potesse mettere un solo piede per terra, ritrascinandogli le scapole sul cuscino bitorzoluto della brandina. L'ennesima brandina dell'ennesima cabina dell'ennesima nave cargo su cui si erano imbarcati, alla ricerca di una quindicenne prima, di una storia poi, di un uomo infine. Neanche Lee era sicura di cosa stesse cercando esattamente, ma la sua fede cieca la portava a credere che l'avrebbe trovato.
- Sei l'unica persona al mondo che oserebbe chiederlo, in una situazione del genere.
- Perché?
- Perché ti sto seguendo mentre giri come una trottola alla ricerca di un coglione con cui... con cui cosa? Devi passare il resto dei tuoi giorni? Non l'ho ancora capito.
Lei gli si infilò molestamente nel gomito.
- Il resto dei miei giorni lo passerò con te. 
- Certo.
- Davvero. Sei il mio migliore amico, il mio compagno, il mio collega, il mio complice. E non posso vivere senza te.
- E tu sei il mio breviario di frasi fatte.
- Sei anche il mio comico preferito.
- E lui?
Glielo chiese senza inquisizione nel tono, ma sperava di trovarla in difficoltà. Lei però sorrise con la dolcezza della rassegnazione buona - dell'accettazione.
- Lui è l'amore della mia vita.
- Quindi?
- Quindi potrei vivere senza di lui - ponderò lei - ma preferirei non farlo.

* * *

Aprile 2517
Afghana, Berishan

- You must be fucking kidding me.
Summer roteò gli occhi al cielo: non era la prima volta che quella ragazzina che giurava di essere sua madre strappava una reazione simile a un "vecchio amico". 

Paul Carraway si trasse gli occhiali da vista e li poggiò sulla scrivania della cattedra accanto a cui era in piedi. Di fronte a lui, ventidue quindicenni sgranarono gli occhi sorpresi dall'espressione tanto colorita del loro supplente di letteratura anglo-cinese.
- Vedi, - illustrò Lee, candidamente - questo è l'aspetto che ha una scuola del Core. 
Summer si sporse dalla porta, guardò i suoi coetanei e disse: bella merda
- Bella merda - concordò un ragazzino in seconda fila.
Paul, capacità di reazione compromessa da anni e anni di alcolismo, ci mise un po' a decidere di trascinare la vecchia amica fuori dall'aula, richiudendosi la porta alle spalle. Lee sorrideva con un'estasi eccitata e un'allegria che aveva più volte fatto chiedere a Summer se non avesse qualche lesione cerebrale.
- Plagi giovani menti adesso?
- Che diavolo ci fai qui?
- Scherzo: ho sempre pensato saresti stato un insegnante meraviglioso.
- Sei una cazzo di sociopatica del c--
- A che punto del programma siete? 
- Devi andare via.
- Gliela insegni la letteratura del Rim?
- Ta ma de Lee, sto vivendo a casa dei miei genitori - a quarant'anni, cazzo - e facendo questo lavoro di merda perché l'ultima volta che ti ho visto hai dato fuoco al mio appartamento. 
- E ha funzionato, no?
- Cosa?
- Hai una cera migliore dell'ultima volta.
Summer, assistito all'intero scambio, si spalmò una mano in faccia e iniziò a chiedersi che razza di gente l'avesse messa al mondo.
- Cosa vuoi?
- Salutarti.
- Cosa vuoi?
- Betts è in giro?
- In-- mi stai prendendo in giro?
- No. 
- Gray ha mollato tutto ed è andato a cercare te.
- E non ad Afghana?
- No.
Lee sospirò, oscillò lo sguardo su una Summer esausta. Paul, indotto a deviare l'attenzione, guardò anche lui la ragazzina.
- E questa chi è?
- Mia figlia, Summer Chernenko.
- Summer Hart - corresse lei.
- Ma quale Hart, non sei mica un'orfana.
- Non abbiamo ancora deciso se prenderò il vostro cognome. 
- Mica il nostro, il mio.
- Se prendo il cognome di qualcuno prendo Draznek.
- Nonsense. 
Paul osservò lo scambio assolutamente frastornato.
- Senti - riprese a parlare lui - ti do il contatto di Gray. Anzi, te lo chiamo, gli dico di venire qui. Basta che ti togli di mezzo.
- Oh, no, grazie, non serve: lo sto cercando.
- Ti dico che lo contatto...
- No, non hai capito: è una cosa che sto facendo.
- Cercarlo.
- Sì.
- Non ho capito.
- Che se è destino lo troverò, non serve che lo chiami.
- Mi prendi per il culo? - intervenne Summer indelicatamente - chiamalo e chiudi questa cazzo di storia.
- Ma tanto adesso andremo a Blackrock: confido di trovarlo lì.
- A Blackrock? Perché a Blackrock?
- Per l'Orinoco.
- L'oriche?
- Il fiume sotterraneo leggendario...
- Lee!
Paul alzò la voce, esasperato. Summer borbottò e se ne andò via scocciata, Lee gli rivolse invece un sorriso dolce, pieno di scuse volatili.
- Stai davvero bene.
Le spalle di Paul si arresero. Era la verità.
- Dai, vattene.
Lee si sporse e gli diede un bacio sulla guancia.
- Un giorno ripasso -, lo minacciò.



sabato 7 marzo 2015

like a family? *

marzo 2517, Columba System, spazio.
"Non ho capito."
Jozef le contò sulla faccia tutte le somiglianze con la madre: l'espressione obliqua, il sopracciglio sollevato, gli occhi azzurri e i boccoli biondi erano tutti suoi, ma Summer aveva passato il grosso della sua vita su un pianeta distrutto, e fame e pericolo le avevano scolpito addosso una diffidenza storta. Jozef sospirò a fondo.
"Ci stanno sparando addosso."
La cabina tremò violentemente e lui perse l'equilibrio, spiaccicandosi contro un angolo chiuso tra due paratie metalliche arrugginite. Summer dondolò un po' a destra e dondolò un po' a sinistra, con grazia: un'altra cosa che aveva ripreso da sua madre. Jozef la annotò a mente. 
"Grazie al cazzo", la ragazzina osservò senza molte cerimonie. "Non ho capito dei pod di salvataggio."
"Che è meglio se ci andiamo dentro, preventivamente."
"No ecco, è questo che non ho capito."
Un altro colpo, un'altra fragorosa vibrazione. I due libri che aveva disposto sul comodino della sua angusta cabina si rovesciarono a terra insieme al comodino stesso, mal fissato al muro. Summer oscillò un po' all'indietro e allargò le braccia: un'equilibrista.
"Cioè: io stavo lì, e vivevo la mia vita, che non dico che era tutto oro, ma almeno campavo. Vengono questi due vecchi"
"Abbiamo poco più di trent'anni..."
"Questi due vecchi, insieme a un altro vecchio che ancora non ho capito chi è a proposito"
"E' un amico di tua mad--"
"E questi due vecchi mi dicono siamo i tuoi genitori naturali, e io: grande, magari hanno due soldi e mi tirano fuori da questo buco, e poi quella benfatta di tua moglie"
"Non siamo mai stati sposati..."
"Quella benfatta di tua moglie inizia a raccontarmi di tutte le sue avventure, e allora penso: bello, avventure, e diciamolo Joe, non è che tu abbia avuto una vita tanto emozionante da convincermi a seguire te, senz'offesa"
"None taken?"
"E quindi andiamo all'avventura io te lei e quest'altro vecchio che non so chi sia, e tre giorni dopo aver lasciato Hera becchiamo una nave di pirati stronzi e ora devo buttarmi fuori dalla nave con un pod sperando di morire soffocata prima che mi piglino i marauders?"
Non era contenta. Jozef boccheggiò con pochi argomenti, e ringraziò il cielo quando Lee capitombolò nella cabina con un sorriso luminoso e allucinato, seguita da un ben più cauto e meno allegro Dylan Jamison Khan. "Allora?", la incalzarono padre e figlia all'unisono.
"E all'ora niente - rassicurò lei, neanche una nube nello sguardo - il capitano suggerisce di allacciare le cinture di sicurezza e garantisce che andrà tutto bene."
"Stai mentendo - lamentò Summer - lo vedo quando la gente mente. Sei una bugiarda di merda. Che ha detto davvero?", voltò lo sguardo verso Dylan, incalzandolo. Lui tentennò.
"Che non sa da dove siano usciti fuori, che è un brigade armato per la guerra e che navi così non spuntando fuori dal nulla senza aver avuto una dritta, ma che non sa che dritta sia, visto che nella stiva non hanno niente di valore."
"Chi se ne frega: moriremo tutti?"
"Che assurdità - rise Lee, annichilita dall'adrenalina, mentre strattonava Summer per un braccio e si sfilava la cinta dai pantaloni per assicurarla a qualcosa di solido - non possiamo morire, ho sognato che vivevamo."
"Hai sognato che vivevamo?" urlò Summer, dibattendosi irrequieta mentre veniva immobilizzata e assicurata a un tubo solido per evitare che venisse sbalzata ovunque.
"Ho visto che vivevamo tutti e che ti facevo conoscere Sebastian Gray a Clackline"
"Sebachi?"
"Sebastian Gray, ti ho raccontato di Sebastian Gray"
"Sebastian Gray un cazzo! Dovevo restare a Dane End!"
"Esagerata: andrà tutto bene."
Lo ripeté con fede assoluta. Dopo essersi assicurata che Jozef sarebbe rimasto lì con la ragazza, barcollò all'esterno della cabina insieme a Dylan Khan, recuperando brillantemente una sventata caduta in seguito a uno scossone più violento degli altri. Dylan bestemmiò, lei lo aiutò a rimettersi in piedi. Le luci sfarfallarono, poi si spensero.
"Questa non è una coincidenza", le ringhiò lui addosso, con un vago senso di biasimo.
"I miei conti con Hall Point sono chiusi", argomentò lei.
"E' un brigade armato per la guerra."
"E allora?", finse di non capire.
"C'è altra gente con cui hai conti aperti."
Lee smarrì gli occhi nei suoi per un momento, un momento solo. Sospese il respiro in un momento di pura stasi: la nave immobile, attorno il silenzio. Durò i due secondi che le furono necessari ad attaccarsi con entrambe le mani al volante di un portellone e a costringere Dylan a fare lo stesso.
"Non è qui che moriamo, Eddie."
"Perché hai sognato Gray?"
Il sorriso le riempì le guance, negli occhi luminosi una fede totale e sfacciata.
"Perché ho visto Gray."
Il booster diede un calcio che sfaldò quasi il fragile wyoming su cui viaggiavano, spingendoli alla velocità della luce sulla traiettoria di disingaggio.


venerdì 13 febbraio 2015

like true love, and how i found it *

Dane End, Hera, inverno 2517

Cosa le dirai?

Le dirò che l'ho cercata ovunque. Ora di fronte alla porta di quest'angolo di universo fatto di polvere e sorto sulle tombe di centomila uomini le dirò che l'ho cercata nei quattro angoli di questo 'Verse, che ho preso per i capelli suo padre e gli ho detto vieni con noi, è ora, che gli ho detto è ora ancora prima di dirgli Jozef, non ci vediamo dal tempo che ci ha messo lei a crescermi dentro e poi a crescermi fuori, le racconterò di come suo padre si è messo a piangere e le racconterò di come suo padre è stato cacciato dal suo pianeta perché ci eravamo innamorati, le racconterò di come si amano due adolescenti che decidono di fuggire insieme e poi non ci riescono, di quanto è lungo un viaggio spaziale verso una destinazione sconosciuta, di quanto è difficile guardarsi attorno e non trovare nessuno che ti somigli. Le racconterò cosa vuol dire nascere polskie a Koroleva, essere uno straniero sulla tua terra, essere uno straniero dal momento in cui nasci: io e Jozef potremo raccontarglielo entrambi, è una storia che abbiamo in comune, è la storia che ci ha fatto convergere in un punto esatto delle nostre vite, un punto esatto in cui abbiamo fatto contatto e le scintille hanno illuminato il buio come cascate di stelle e da una cascata di stelle è stata creata lei, e anche se le nostre strade si sono incrociate per così poco, le dirò che è stata tutta una lunga preparazione per questo momento, per il momento in cui busso alla sua porta e mi presento, sperando che sia lei, sperando che sia ancora viva.

Cosa le racconterai?

Le racconterò la verità: io l'ho voluta, l'ho voluta con tutta me stessa, ma ero piccola (poco più grande di quanto è lei adesso) e non sono riuscita a tenerla stretta, e alla fine me l'hanno portata via. Le racconterò che ho fatto una vita di avventure, che ho rischiato questa mia vita cento volte e una, cento volte e una l'ho scampata e dopo la centounesima volta ho deciso che non ci sarebbe stata altra avventura, che la mia avventura da quel momento sarebbe stata ritrovare lei, soltanto lei, un boccone di cuore che ho lasciato scaldare al sole aspettando che fosse tiepido abbastanza. Le mostrerò il documento falso che mi sono fatta fare per rientrare a Koroleva, le dirò che ho premuto la mano sulla bocca di uno dei miei fratelli e gli ho mormorato in russo syurpriz, sorpresa, me lo sono mormorata sulle nocche mentre ridevo e chiudevo la bocca ad Arkadi, che sul mio palmo sorrideva anche lui, e mi diceva adesso lo so, adesso ho capito cosa ti ha portato via da noi, e io l'ho pregato di portare Vitali in un luogo sicuro, ed è così che ho rivisto l'uomo (il fratello) che me l'ha strappata dalle braccia mentre dormivo e l'ha mandata dove non avrei potuto ritrovarla, ma eccomi, ora la sto ritrovando. Le racconterò chi è Piotr Vitali Chernenko, come è diventato la persona che è adesso, le racconterò di come sono riuscita per la prima volta (per la prima volta dopo trentatré anni) a leggergli addosso ciò che stava provando, le racconterò di come sul fondo dell'animo nero di Vitali - fatto di dovere, di sacrificio e di potere, fatto di carbone in combustione e risentimento, fatto di brutalità e di imperativi morali - le racconterò di come sul fondo di quell'animo ho trovato un po' di pietà, gli ho trovato una carezza negli occhi e quel tanto di misericordia che gli ha permesso di dirmi che lei era su Hera, che su Hera l'aveva mandata perché sapeva che non la volevo far crescere come ero cresciuta io, che non sapeva se era sopravvissuta alla guerra ma che l'aveva mandata via chiamandola Summer, il suo nome, il nome che avevo scelto per lei, perché era nata ad agosto, a Sovietsk, sul mare dolce e tiepido, lontano dalla neve grigia di Stalingrad.

Le spiegherai chi sei?

Glielo spiegherò con una storia, e nella mia storia ci saranno tutti. Ci sarà babcia Ròza ma ci sarà anche Sergej, Arkadi come Vitali, ci saranno Lita e Oksana, Anna, la censura a Stalingrad e i campi di addestramento di Novgorod, la tundra in cui ci facevano esercitare alla sopravvivenza, ci sarà Jòzef e Sovietsk, ci sarà lei, il viaggio lunghissimo che mi ha portato a Xinhion, la notte che ho conosciuto Peter Tien in un ascensore bloccato e la mattina in cui sono andata a trovarlo e mi sono messa a parlare con Sanjay. Sarà una storia vera, le racconterò che Pete era un musicista e San aveva trovato la pace, le dirò che ogni angolo di pace va vissuto fino in fondo, finché dura, perché la pace non dura mai veramente finché la pace non la conquisti e non te la pianti dentro. E così arriverò a raccontarle della guerra, fingerò che lei non sappia niente e le racconterò dei proiettili che fischiano sulla testa e del carcere di massima sicurezza a poche miglia da Gào Shì, le insegnerò cos'è un crimine di guerra, le dirò come anche io ho perso i miei genitori ben prima che fossero irraggiungibili e della pace che ho ritrovato a Maracay, di come a Maracay ogni cosa ha sette vite e ho scoperto di avere sette vite anche io, no, non l'ho scoperto, l'ho deciso: le insegnerò come si decide quante vite si vogliono vivere e che destino e scelta non sono opposti, le insegnerò che il suo destino (il nostro destino) è inscritto nelle scelte che facciamo. Delle scelte che ho fatto io, di come il mio lavoro è stato la mia vita, di come nel mio lavoro ho trovato la mia missione e il mio scopo e di come ho scoperto, non so bene quando, che il vero potere di una persona risiede nelle storie che conosce e in quanto bene sa raccontarle, che non c'è montagna o gigante che non possano essere abbattuti con una buona storia, con una storia coraggiosa.

E di ciò che è successo dopo? Degli incubi?

Una storia è vera solo finché viene raccontata tutta: io non le nasconderò niente. Metterò gli incubi in fila (metterò in fila il cadavere di Stephan Cordier, il tradimento di Marshall Lee, la sensazione di affogare, il crollo delle terrazze verdi, IKON, metterò in fila il fiume in cui ero immersa quando cacciatori di taglie sparavano sul pelo dell'acqua, le bombe e i loà con cui ho ballato sui carboni ardenti, la febbre, i sensi di colpa, il terrore di ciò che avrei trovato dietro le mie palpebre prima di addormentarmi, Hall Point, la costanza nell'erodere la carne sulle ossa sperando di scomparire, sapendo che non mi avrebbero lasciato scomparire perché ero troppo ingombrante, Sharon Mackenzie e Ivan Volkov), metterò gli incubi in fila e poi le racconterò di come li ho sciolti, respinti, di tutta la fortuna che ho avuto, di Betts quando mi ha trascinato in acqua e della giustizia che ho trovato a Richleaf, di come io e Marshall Lee ci siamo perdonati, di Zoey e i suoi capelli rossi e delle spalle di Henner Yunchang, della tristezza di Andres e di tutte le volte che sono andata a trovare Drake in ospedale... e dei libri di Stephan Cordier, le racconterò di tutti i libri di Stephan Cordier e le racconterò di una grazia meravigliosa, cantata la notte, solo per lui, e canterò grazie anche io, e pregherò che ciò che le racconterò le mostri che se accogli gli incubi quelli si schiariranno, si dipaneranno e si mostreranno miseri, non più draghi e mostri ma persone col cuore secco e stanco, senza immaginazione. Le racconterò la mia storia così com'è, la mia vera storia, le racconterò di tutte le persone che ho amato e le racconterò di quanto ho tenuto stretto tra le braccia Sebastian Gray Holmes mormorandogli sulle labbra il suo vero nome, le racconterò di David e Golia e le racconterò anche di te, Dylan, di come ti ho perso e di tutto ciò che ho fatto per ritrovarti, e le mostrerò che ora sei qui, e mi parli, anche se con la voce sei muto e tieni il corpo tre metri dietro di me e di Jozef, perché sai che questo momento è nostro, che dietro questa porta c'è nostra figlia, in questo buco per orfani di guerra, in questa comunità di signori delle mosche sto cercando la mia mosca bianca, allora stringo la mano a Jozef e busso.

"Se non ve ne andate vi sparo in mezzo agli occhi."

Vediamo prima la bocca di un fucile e poi la faccia bianca e cupa che sta dietro il mirino, boccoli biondi e occhi azzurri, e non ho dubbi, non l'ho mai vista ma l'ho già riconosciuta, e sento Jozef coprirsi la bocca e singhiozzare un'unica volta perché l'ha già riconosciuta anche lui, quindi parlo io, e sorrido già.

"Sei Summer?"
"Che cazzo vuoi?"

Mi annoda lo stomaco e mi spalanca il cuore. Sono mesi che non riesco a tirare un sospiro di sollievo.

"Il mio nome è Lee Chernenko. Sono venuta a raccontarti una storia."

sabato 3 gennaio 2015

like Eddie and Lee



Dylan l'ha vista sotto la neve cento volte e cento volte l'ha vista andare via sotto la neve, sotto la neve sciogliersi e nascondersi e fuggire, e l'ha capito troppo tardi che la neve aveva l'odore di Stalingrad, e ha passato cento anni a chiedersi perché fuggisse Gao Shì bianca, la più bella Gao Shì che lui abbia mai visto, con i fiori di pesco gelati. Sotto la neve. Sotto la neve lei lo aspetta e sotto la neve lui la vede lontana cinque metri, lontana mille parsec, lontana la distanza della strada e lontana lo spazio che separa Horyzon dalla Terra-che-fu. Ha un borsone in spalla (il borsone dice: vado via), il cappotto pesante (il cappotto dice: vado via), il sorriso sfuggente (il sorriso dice: vado via). Lui non è sorpreso. E' andata via cento volte sotto la neve e cento volte lui le ha guardato le spalle. Ora le guarda il viso, e attraversa la strada. Si ferma davanti a lei e non dice niente. Lascia che sia lei a parlare, come cento volte prima di quella. 
- Horyzon ha esaurito le prospettive, per me. Non sono riuscita a costruire la prima agenzia stampa del sistema Central, a quanto pare, e sembra che ormai in città sappiano tutti che Lee Chernenko porti guai. Non così strano, no? Ad ogni modo, niente di cui preoccuparsi troppo. Sono stata senza una casa, questi giorni, pensavo di cercare un nuovo appartamento... mi sembra di aver vissuto ovunque a Cap City, sai? A Dogtown, a Bruckner, al quartiere dei Sultani... e dopo che ci passi tutto questo tempo, inizi a renderti conto che in fondo è una città minuscola. Non ti sembra una città minuscola? Se l'avessi girata quanto me ti sembrerebbe una città minuscola, fidati. Ho visto ogni festa, ogni locale, ogni teatro, per i ricchi e per i poveri. Se è la città che non dorme mai, io sono rimasta in piedi con lei. Ma è solo una città... le città hanno mura. Ed è stata una città importante, davvero, lo sono state le persone che ci ho incontrato. Non pensare che sia perché non le ami, che sia perché non mi ci sono innamorata, a Capital City. Potrei farti una lista. Il primo è stato Jules, al locale di jazz - ci ho passato le ore a sentirlo suonare il sassofono. Mi sono innamorata di illustri Yiji della Shouye quando erano ancora xinshou e mi sono innamorata di buone amiche che mi hanno drenato acqua avvelenata dai polmoni, di piloti, e di disadattati, di soldati e di criminali, ti giuro, e mi sono innamorata di Gray, mi sono innamorata di Gray come si innamorano i pazzi, e tu lo sai. Mi sono innamorata di chi mi ha tradito e chi se ne è andato prima di me, di Adila che è sparita e di suo figlio, suo figlio ho continuato ad andare a trovarlo ogni settimana, quando ero in città, e dovresti vedere quanto è sveglio, quanto mi conosce e quanto è capace di prevedere le mie mosse. Mi sono innamorata di uomini un po' smarriti e delle loro figlie (di Mal, di Drake). E non ce ne è uno solo che vorrei non aver incontrato, ma non si può vivere riflettendosi negli altri. 
Dylan l'ha vista sotto la neve cento volte, cento volte l'ha ascoltata sotto la neve e cento volte ha annuito (e annuisce anche adesso) guardando da un'altra parte e dicendo cose di cui si sarebbe pentito più tardi. 
- Ti auguro ogni fortuna, Lynn.
Cento volte sotto la neve ha smesso di ascoltarla sperando semplicemente se ne andasse, fuggisse, strappasse il cerotto e corresse via lasciandolo con un dolore rapido che rapidamente si sarebbe affievolito. La verità è che vivere senza Lee Chernenko è diventata ormai un'abitudine.
- Lo so che hai addosso uno strano senso di deja vu, che non mi hai perdonato, che avresti voluto ti dicessi più cose, ti raccontassi più cose, ti spiegassi perché alcune poesie mi facevano piangere come se fossero in grado di staccarmi il cuore a bocconi. So che sei fiero di te, tutto sommato, che hai costruito molto, che non vorresti rinunciare a ciò che hai costruito, alla carriera, alle news. Non ci hai mai voluto rinunciare. Ti ricordi quando partii per la guerra, e allo spazioporto ti dissi: vieni con me? Ma non avevi un visto valido e avevi appena iniziato a lavorare per gli affari interni della Xinhion Gazette? E ti ricordi, quasi cinque anni dopo, a Berishan, ti ho detto che sarei andata nel Rim, e mi hai chiesto di restare, e io ti ho detto: vieni con me, e tu mi hai chiesto dove, e io ti ho risposto che non lo sapevo, e tu mi hai detto che non era abbastanza, che dovevi prenderti cura di tua madre? E quella lettera che ti inviai da Maracay, in cui ti scrivevo che i cartelli si stavano facendo la guerra ed era una storia da raccontare, e di venire a raccontarla con me?
Dylan sospira, scuote il capo, guarda altrove. Cinquanta volte ha guardato a destra e cinquanta volte ha guardato a sinistra, ma mai neanche una volta di fronte a sé (cento occasioni perse). Ma lei continua, col coraggio degli incoscienti.
- E ti ricordi quando finalmente fosti tu a chiedermi di venire con te, di seguirti, e non sapevi dove? Eri seduto e avevi le spalle arrese, eri ferito e sconfitto, e volevi sentirti per una volta padrone del tuo destino là dove il dominio sul tuo destino ti era stato sottratto, là dove tua madre era morta lentamente e soffrendo e là dove degli sconosciuti ti avevano quasi ucciso nel crollo di un grattacielo altissimo sulle tue ossa, e avevi bisogno di andare via, ma con me, e mi hai chiesto di seguirti e io ti ho detto resta, aspetta, ho cose da fare qui, era la prima volta che eri tu a chiedermi di fuggire con te e la prima volta che ero io quella che aveva bisogno di restare, di lavorare fino allo sfinimento, di consumarsi nella sua ossessione. Per anni ci siamo detti che "questa è l'acqua", ma non parlavamo solo delle nostre storie: non parlavamo solo della guerra, dei complotti, dei motivi della cacciata del nostro rettore decretata dal senato accademico o dello scandalo Alcalix, dell'omicidio di Stephàn Cordier, dei titoli della Central Space Railways schizzati in alto senza preavviso... parlavamo della nostra storia, di me e te, e l'ho capito adesso che eravamo al centro dell'oceano e chi chiedevamo cosa fosse l'acqua. Ascoltami. Mi stai ascoltando?
Lee fa un passo avanti. Non lo tocca, ma invade il suo spazio in un modo che lo riscuote bruscamente dall'assenza sfuggente in cui si era immerso. Ha sempre avuto gli occhi blu, non erano azzurri? Mi ha sempre guardato con questi occhi blu? Cosa mi sta dicendo con questi occhi blu e il respiro corto? 
- Non ti sto dicendo di amarmi, di stringermi e baciarmi, non ti sto promettendo di sposarti e non ti sto chiedendo di rimanere al mio fianco per il resto della tua vita: ti sto chiedendo solo di vivere la più grande avventura della nostra vita - insieme. Sei il mio migliore amico, lo sei sempre stato. Vieni con me.
Questa è l'acqua.
- Non hai niente a tenerti qui. Tua madre è morta, il tuo lavoro perso, l'appartamento non è tuo. E niente trattiene me: ho il cuore leggero e la mente pulita, te lo giuro, e tutto quello che potevo fare in questa città... l'ho fatto. Non dirmi di no. Se mi dirai di no ci rivedremo tra due, tra cinque, forse tra dieci anni, e tra dieci anni te lo chiederò ancora, te lo chiederò meglio. Ma sono due, cinque, dieci anni che non voglio passare chiedendomi se ti ritroverò ancora al mio ritorno. A nuotare nell'oceano chiedendomi cosa sia l'acqua.
Questa è l'acqua.
- Adesso so che questa è l'acqua. Guardami. Lo so.
Cento volte se ne è andata sotto la neve e cento volte lui l'ha guardata andare via, ha aspettato che il dolore svanisse rapido come un cerotto strappato che non lascia ferite permanenti, non lascia tagli né sangue, non lascia carne esposta o pelle sbucciata. Cento volte è tornato a casa e ha aperto una bottiglia di scotch mentre fuori nevicava, cento volte ha acceso l'holodeck e si è messo a lavorare, si è ubriacato e ha lavorato, e il giorno dopo non faceva più male, era già passato, era già dimenticato o nascosto sul fondo del cranio, là dove risiedono solo i sogni che arrivano alla mattina sfocati, inafferrabili. Cento volte ha aperto le dita e l'ha lasciata sfuggire come l'acqua tra le nocche, cento volte si è detto che come l'acqua era inafferrabile, imprevedibile, un azzardo senza sicurezze, un salto nel vuoto quando il suo istinto gli inchiodava i piedi al suolo. Cento volte, sotto la neve.

Dylan le scruta il viso, ne decifra l'attesa colma di impazienza. In silenzio, si passa una mano tra i capelli neri e alza lo sguardo al cielo buio, distante. Solleva il palmo destro e lo rivolge alle nuvole, cercando di raccogliere almeno un fiocco di neve da mettersi in tasca. Cento volte, sotto la neve, ma la mano rimane vuota.
- Guarda.
Le dice dopo un istante.
- Ha iniziato a piovere. 

Lee Chernenko e Dylan Jamison Khan, dieci anni fa.
O forse domani. 

giovedì 1 gennaio 2015

like an eve, again


Mancano pochi minuti alla mezzanotte, il quartiere è in festa. Lee Chernenko guarda in alto, verso la finestra dell'appartamento di Dylan Khan. La luce accesa alimenta la sua inquietudine: sapeva che sarebbe tornato, prima o poi, lo sapeva. L'ha dubitato, a Hall Point? Quando ha detto a Siddartha che un suo amico era morto sotto il crollo delle Terrazze Verdi, l'ha considerato perso per sempre? L'ha tradito?

E' una vita che non si trovano geograficamente così vicini. Unidici e cinquantatré: le basterebbe entrare nell'atrio (ha le chiavi), prendere l'ascensore, aspettare mezzanotte e poi suonare alla porta. Sarebbe un'entrata sufficientemente drammatica da fargli storcere il naso, dargli qualcosa su cui rimproverarla, ristabilire il rapporto. La tua vocazione per le entrate d'effetto produce risultati sempre più scadenti, Lynn. Oppure era così prevedibile che ho predisposto due bicchieri di champagne, Lynn. Sarebbe stato qualcosa di molto asciutto, di silenzioso. Non era mai davvero riuscita ad abbracciarlo come abbracciava tutti gli altri - a stringerlo con la stessa energia. Era sempre scappato. 

Undici e cinquantacinque, forse avrebbe dovuto rimanere da Gray. Avercela con lui è ingiusto, lo sa, ma non è la prima volta che testa e cuore le vanno in posti diversi, quando si tratta di lui. Quando è andata via gli ha scritto di andare avanti, ma non ha mai avuto il diritto di indicargli in che direzione. L'ha manipolato nello spingerlo a tornare a New London, a farsi vivo con i suoi, perché aveva stupidamente assunto la missione di farlo ricongiungere con la sua famiglia, con suo figlio, con sua moglie, per fargli avere qualcuno in cui rifugiarsi quando lei, inevitabilmente, sarebbe andata via. Ma non è sua moglie la persona da cui è andato (non la moglie di David O'Leary, almeno), e pensarlo con l'ex moglie di Sebastian Gray Holmes su Whitmon - quando Whitmon era il loro obiettivo di fuga, la loro possibilità di pace - l'ha fatta sentire tradita, insofferente. Non è per questo che sono quasi morta, avrebbe voluto dirgli, ed è scappata da casa sua perché sapeva che altrimenti l'avrebbe pronunciato. Anche se non ne aveva il diritto. Anche se è stata un'ipocrita a sua volta - anche se andò su Whitmon la prima volta con Dylan e anche se era stato Dylan a chiederle di tornarci con lui, di fuggirci con lui. Pensa alle aragoste vive intrappolate nelle pentole d'acqua bollente che poi le uccideranno, in tempo per servirle su un piatto. L'immagine le fa rivoltare le viscere.

Due minuti a mezzanotte, ed è sola. Dovrebbe girare i tacchi e andare da Gray, parlargli di tutto ciò che è successo a Hall Point, delle persone che ha incontrato e dei libri che ha letto, di come se l'è cavata - nonostante tutto - senza che nessuno le desse neanche un pugno in faccia. Delle sue sette vite, e non le abbia ancora neanche lontanamente usate tutte. Dovrebbe baciarlo e nascondersi con lui sotto le coperte, e stringerlo come Dylan non si è mai fatto stringere, e dirgli che andranno a Whitmon insieme, a New London insieme, a Blackrock insieme, in ogni angolo del 'Verse insieme. Promettergli di essere qui, adesso, di non avere alcun desiderio di andare via di nuovo, di non volere altra persona al mondo al suo fianco. Dirgli: da adesso in poi siamo io e te, Lee e David. Non importa quanti Golia incontreremo sulla nostra strada - non ti scriverò mai più una lettera d'addio. 

Mezzanotte esplode di suoni, di fuochi d'artificio, di botti e musica. Non sa dov'è Gray, ma sa dov'è Eddie. Lassù. E lei è giù in strada. Ci rimane ancora pochi minuti, poi si strofina la mano sulla faccia e, con la frustrazione agganciata ai muscoli, se ne va via.

Dylan, che l'ha guardata da dietro le tende fino a quel momento, si sposta dalla finestra e va a mettere via il secondo bicchiere di champagne.

- - - -

I fucked it up
I rest my case

martedì 9 dicembre 2014

like you don't already know that it's too late


"Oh, ragazzo. Dov'eri sparito?"
Ha avuto l'arroganza di pensare che nessuno l'avrebbe riconosciuto. Ha avuto l'arroganza di pensare di essere andato tanto lontano ed essere tornato tanto cambiato che nessuno, mai, sarebbe riuscito a riconoscerlo. Ma la pelle non ha tenuto il passo con l'anima, e forse neanche l'anima ha camminato così tanto (a lui piace pensare di sì, che non sarebbe comunque mai tornato, se non fosse stato una persona diversa da quella che è partita - tornare, si è sempre detto, è una codardia, una smentita della propria fuga, e lui non è mai stato quello che torna sui propri passi, che si volta indietro, che addirittura cammina indietro). Lo skyline di Capital City è cambiato. Là dove sorgevano i più alti grattacieli, simbolo di un'umanità tesa verso l'infinito, adesso ci sono solo ferite lacere, macerie che si piegano su se stesse. E' una buona metafora. Dovrà parlargliene in questi termini, quando la rivedrà. Getta la sigaretta a terra.
"Sono andato via di fretta, Rodney, temo di non averti pagato l'ultimo affitto", confessa schivo, guardando l'ultimo baluginio di vita di una cicca che schiaccia poco dopo sull'asfalto nero.
"In che senso?"
"Me ne sono andato a metà mese, senza pagare-- so che è passato molto, ma ci tenevo a saldare il conto."
"Ma il conto è saldato per tutto il prossimo anno, ragazzo."
Gli si affaccia di nuovo quella sensazione strana nelle viscere. Come un pugno che le afferra e le stringe, le rovescia, facendogli girare per un secondo la testa. L'ha sentito due giorni prima di decidere di partire, di tornare, come il canto stonato di un allarme che ti rimbomba nella cassa toracica, che solo tu puoi sentire. A queste cose non ci ha creduto mai - alle sensazioni. All'istinto, soprattutto non ha mai creduto ai legami. Non quelli che ti arpionano come un amo per pesci-spada e ti strattonano fuori dal sistema dove ti sei nascosto per l'ultima vita, almeno. 
"Ha pagato la tua ragazza."
"Rachel?"
"Non me lo ricordo come si chiama... quella simpatica, che mi porta i cupcakes. Non la vedo da un po'."
"Quella bionda?"
"Dov'è che sei andato a finire, comunque?"
Nell'unico posto dove non l'avrebbe cercato. Si sente ancora l'odore della neve addosso, ma non della neve gentile. Non la neve di Lòng City, dove è nato, né quella di Gao Shì - quella che non era mai alta, e i bambini non ci camminavano sopra per non sporcarla -. Ha conosciuto neve grigia, invece, insidiosa e ostile. Quella che ti avvolge fino alle ginocchia e copre lastre di ghiaccio su cui scivoli. Ha visto Novgorod e Ostrov, si è affacciato sul Mare d'Inverno e si è riscaldato con la vodka. Ha fotografato ogni angolo di Stalingrad.

No, non ha mai creduto ai legami, non a quelli fatti di fili di energia invisibile che viaggiano anni luce di distanza e ti fanno sentire cose che tu non puoi sapere, legami laschi che si stringono e si annodano fino a farti ritrovare ai piedi di un appartamento che hai lasciato da mesi, forse anni, con due dita di barba irta sul viso e il gelo nelle ossa. Nelle ossa. Deve aver capito perché voleva dormirgli addosso anche se non avevano mai fatto l'amore: una questione di temperatura. Un riflesso quasi animale.

Rodney le chiavi gliele rimette in mano. Incastrata sotto la porta, ancora prima di aprire, trova una busta da lettere chiusa. La rigira tra le dita e rimane sospeso nel nulla, fingendo di non essere terrorizzato. Pondera tutto molto bene. In altre zone della città lo beccherebbero subito a fumare nel corridoio, ma di fronte a lui c'è solo quello che avvelena i gatti, e se non ha problemi a mettere varechina negli avanzi sintetici del suo pranzo probabilmente non farà storie per un leggero aroma di sigarette economiche che sentirà quando uscirà di casa, se uscirà di casa. Se non è morto in casa. L'idea lo sfiora: quante persone che conosceva saranno morte, durante la sua assenza? Quanti conoscenti, colleghi, ex professori, passanti di cui non ricorda il nome? E' una sigaretta che gli dura meno di quanto vorrebbe. Nell'aprire la lettera è molto cauto. Vedere quante poche siano le righe scarabocchiate a mano lo delude, lo indispettisce. Tutta quella strada per una sensazione, lui che alle sensazioni non ci ha mai creduto. Ma mentre se lo dice, quel rettile gli stringe il fegato come un boa costrittore - quella sensazione è più violenta che mai. E' terribile.
Hey Eddie.
Ti volevo chiedere scusa per un sacco di cose, ma che te ne fai di tanti se e chissà? L'unica cosa: quando ero a Richleaf, e ho saputo di tua madre, sarei dovuta tornare. Ho pensato che sarei arrivata a funerali finiti e corpo cremato, ma era una scusa e tu lo sapevi già: sarei dovuta tornare.
Questi li ho raccolti in trentadue anni (trentadue!). Non ho mai avuto abbastanza spazio e li ho sempre tenuti in depositi nascosti, neanche fossero d'oro. Per pagare il deposito comunque non ho più soldi, e nel prossimo futuro non sarò in grado di guadagnarne. Prenditene cura tu, per favore. Nel frattempo.
Sapevo saresti tornato.
Non è firmata, ma non ha bisogno di esserlo. Quando Dylan apre la serratura, lo fa con le mani che gli tremano come non gli hanno mai tremato in vita sua. Deve spingere la porta premuta da un crollo per riuscire ad entrare. Inciampa, non sa bene in cosa finché a tentoni non trova l'interruttore della luce.

Si tratta di centinaia, di migliaia di libri. Carta su carta rilegata con filo e pelle, volumi spessi e opuscoli volanti disposti in colonne disordinate che traballano verso l'alto, occupando ogni centimetro di superficie disponibile, ogni sgabello, ogni ripiano, ogni spanna del pavimento. Non lasciano sentieri, formano uno skyline troppo fitto perché possa trovarci in mezzo una strada, una chiave di decrittazione. Eppure nel caos decifra - gli è chiara ogni cosa nel momento in cui la vibrazione del pavimento sotto i suoi piedi fa crollare un intero grattacielo di libri, lasciando solo una ferita scomposta, uno squarcio nell'orizzonte frastagliato.

Capisce che si tratta di un'eredità; capisce - e in quel momento esatto il gelo nelle ossa gli esce dalle ossa e gli paralizza i muscoli, e si arrampica nelle vene e nel sangue, e raggiunge l'epidermide, ma lui non si azzarda neanche a tremare per non compromettere la disposizione in cui lei ha lasciato i volumi - capisce, cioè, che le uniche persone a lasciare eredità sono, dall'inizio dei tempi, quelle già morte.

E' in una stanza piena di libri. Sono i libri in cui si è formata e di cui si è composta la coscienza di Lee Chernenko. Molti li hanno condivisi, letti contemporaneamente, commentati davanti a bottiglie di scotch. Lei è divisa in mille pezzi (gliel'ha detto mille volte: non farti a pezzi), ognuno nelle pagine di un libro. Mille, duemila, cinquemila libri.

In tutta la sua vita, non si è mai sentito più solo di così.


giovedì 13 novembre 2014

like a long chain that goes way back to the reason why I'm here


novembre 2516
Sultan Borough, Capital City

Non torna a casa da un po'. Ha lasciato per qualche giorno Winston dalla famiglia che abita sotto di lei: hanno dei bambini, e Winston è gentile con i bambini. Ma è sempre più gentile con lei: le lecca le nocche e le fa le feste senza mai rimproverarla di averlo lasciato solo. Zhong entra con lei, ogni volta, ma a lui i bambini non sembrano piacere. Ha spalle larghe e occhi neri, e un volto così severo che a volte le sembra di vedergli addosso i panni di Vitali. Ma Vitali è lontano centinaia di parsec e, tutto sommato, Lee ha trovato modi efficaci per pensare a lui (a loro) il meno possibile. 

Winston la segue lungo quelle due uniche rampe di scale, Zhong li precede e guarda appena indietro, mentre parlano del freezer che si è rotto e degli strumenti che gli servono per provare a ripararlo. Sua madre faceva quello di mestiere - riparazioni -, e ha imparato da lei, dice. E' la prima volta che Zhong le racconta una storia che gli appartiene. Se ne pentirà per un sacco di tempo, perché per farlo si volta indietro, per voltarsi indietro si distrae, per distrarsi non vede - se non in netto in ritardo - l'uomo sottile che li aspetta in cima alle scale, e si alza in piedi quando li vede arrivare, e li congela sul posto gettando il terrore negli occhi di ognuno di loro, per motivi diversi.
"Jozef?"
Jozef scende un gradino a labbra schiuse per andarle incontro, ma lo risale all'indietro quando vede Zhong estrarre una semiautomatica compatta e puntargliela contro senza troppi complimenti. Alza le mani in modo automatico, come qualcuno che conosce bene la procedura, ma nonostante ciò se ne stupisce. Zhong gli chiede nome e cognome, credenziali. Lui risponde. Parla inglese con un accento udibile che un corer potrebbe scambiare come russo. Ma Lee Chernenko sa riconoscere un polskie, quando lo sente.
"Non è armato. L'IdN è regolare."
"Ho bisogno di parlarti."
Lee è rimasta in fondo all'ultima rampa, paralizzata. Jozef ha ai suoi occhi la consistenza di un fantasma antico, e nelle vene le inietta solo gelo.
"Miss Chernenko, sta bene?" 
Zhong deve ripeterlo tre volte prima che lei sbatta le palpebre e lo rimette a fuoco. Lo guarda con la gola secca. Annuisce piano e poi, molto lentamente, sale le scale. Passa dietro alla sua scorta, sfiorandone la schiena con una spalla, e accelera quando Jozef si spinge verso di lei incontrando la resistenza ferma delle braccia di Zhong, che non glielo permettono. E' pallido come allora. Ha ancora gli occhi chiarissimi, ma non gli occhiali tondi, con la montatura spessa. Ha lo stesso corpo allampanato, lo stesso collo lungo - ma gli si è inspessito -, gli stessi capelli scuri pettinati con cura, anche se in un acconciatura diversa. Ha occhiaie che prima non aveva, ha un velo di barba ispida che a diciott'anni pensava non gli sarebbe mai cresciuta. Ha le orecchie grandi per cui lei lo prendeva in giro una vita fa. Ora che lo guarda bene, si rende conto che in alcune cose somiglia a Dylan. E se Dylan ha sempre avuto la trascuratezza dei nati ricchi e colti, Jozef si porta addosso lo scrupoloso ordine di quelli che nascono poveri e crescono per diventare i primi nella loro famiglia a diplomarsi. Si è sempre allacciato il colletto della camicia, pensa Lee mentre lo sente chiamarla (Elian, Elian, ti devo parlare); ha sempre avuto l'abitudine di abbassare lo sguardo di fronte ai veri russi (Elian, ti prego, avevamo un patto), di cedere il passo ai suoi aguzzini (devi ascoltarmi), di non rispondere alle provocazioni (sono andato anche a Koroleva, e poi a Xinhion, da tuo padre), di lasciar decidere agli altri il proprio destino (ho parlato con i tuoi fratelli). 

Lee si ferma dietro l'angolo del corridoio. Si volta di scatto, e Zhong si sorprende di vederla con gli occhi così grandi, il respiro così accelerato.
"Con entrambi?"
Anche Jozef ha il respiro corto, incastrato tra le braccia di Zhong. 
"Io..."
"Lo hai raccontato ad Arkadi?"
"Io non..."
"Lo hai raccontato a Mikhail? Rispondimi."
"Sì."
E' una vita che Lee non ha un attacco di panico, ma si ricorda abbastanza bene come funzionano. Quando iniziano a tremarle le ginocchia, si volta e si affretta a raggiungere la porta di casa sua, seguendo il muro a tentoni. La chiave rischia di caderle per terra due volte, ma la trattiene. Quando finalmente riesce a sbloccare la serratura, scivola oltre l'ingresso e si richiude la porta alle spalle. Vi scivola con la schiena fino a toccare terra. Con i polsi che vibrano, si affretta a sfilarsi di dosso il Lifecare.

Dieci minuti più tardi Zhong va a bussare alla porta. Le dice che lo ha fatto andare via e le chiede se sta bene. Gli sembra di sentirla piangere appena oltre l'uscio, ma non può esserne sicuro.


* * *

ottobre 2516
Stalingrad, Koroleva

Vitali morirà in piedi, si dice Arkadi, e lo seppelliranno in piedi. Ci pensa perché anche dopo avergli dato un pugno molto forte non l'ha visto piegarsi. Sanguina dal labbro, adesso, ma non l'ha visto piegarsi. Ma almeno gli ha dato un pugno. "Sei impazzito", gli dice lui incredulo, con quella rabbia sottile e precisa di cui nessun altro è capace. "No, gli risponde Arkadi, sono rinsavito". Poi gli dice "stronzo" ed esce dalla stanza. Si sente almeno un po' meglio. 


sabato 27 settembre 2014

like it wasn't our last exodus

Sultan Borough, Silk Square

Il quartiere dei sultani doveva essere un progetto molto più ambizioso quando decisero di chiamarlo così, pensa.
"Credi nel destino?"
Zoey la guarda con l'incomprensione negli occhi mentre lei arrotola un foglietto di carta e lo infila nella bottiglia vuota di birra. La tradizione è bruciare ciò che ci si vuole lasciare alle spalle.
"Io sì. Ciecamente."
Si specchia nel fuoco del falò al centro della piccola Silk Square, schiacciata dai palazzoni grigi. Dai sultani.
"Metti ciò che non sei sicura di bruciare nella bottiglia che getterai nel falò. Se la mattina del ventinove, a fuochi spenti, si è conservato nonostante tutto, vuol dire che non è destino rinunciarvi."
Ciò che non bruci resta con te, ti riorganizza la vita. Dylan è sparito da mesi. Lei si addormenta la notte dopo aver passato tempo interminabile a tendere il cortex-pad verso l'alto, come dovesse captare un segnale distante, alieno. Chiamami, pensa. Chiamami, prega, ho fatto tutto quello che potevo, se non mi chiami ora vuol dire che non chiamerai mai più. Chiama, o smetterò di aspettare la tua chiamata. Se non chiami ora, spegnerò il pad e cambierò numero e cambierò pianeta e non avrai mai più modo di contattarmi. Non chiama nessuno. Lei ha ancora il pad acceso con lo stesso numero sullo stesso pianeta. 
"Pronta?"
Zoey è pronta. Nel fuoco getta il suo lutto. Lee fa qualcosa di simile, ma spera che dalle ceneri risorga, che nel fuoco trovi nuova vita.

Lo prega.

* * *

29 Settembre 2516, mattina

Il quartiere è silenzioso. C'è solo un ragazzino che gioca da sola con una palla, ma si ferma per guardare una donna bionda scalare le macerie di un falò che ha gettato fumo nero per quasi due giorni interi.
"Non lo sai che è pericoloso?"
Lee allarga le braccia per mantenere l'equilibrio, e ci riesce anche quando le cose le franano sotto le suole spesse degli scarponi. In qualche modo atterra sempre in piedi, ed è un bene: chissà con cosa si ferirebbe se toccasse con la carne il terreno. Sposta le cose con i piedi. Esamina tutto ciò che non sta ancora fumando.
"E' davvero pericoloso."
La bottiglia è lì, annerita, con l'etichetta bruciata. La fa rotolare giù dalla pila di macerie, e agilmente la segue. Si china sulle caviglie e la raccoglie, ma il vetro è ancora bollente e la scotta. La fa cadere a terra, si frantuma. 
"Te l'ho detto!"
E' un ragazzino con la pelle ambra e gli occhi neri, con delle scarpe da ginnastica nuove. Non ha più di dieci anni. Lee sposta i vetri con più cautela, toccandoli solo con la mano protetta dalla manica dell'impermeabile.
"Ma ci senti?"
Il biglietto è ancora lì. Arrotolato, accartocciato dal calore e dal calore ingiallito, ma è lì. Lo srotola tra le dita con delicatezza, perché non cada a pezzi. Legge le tre parole che ci sono scarabocchiate sopra. Sorride.
"Chi non rischia è destinato a una vita piccola."
Sospira a fondo e rimane chinata sulle caviglie, con i gomiti sulle ginocchia. Si guarda attorno con l'entusiasmo spaventato di chi ha appena deciso di nuotare con la corrente senza sapere se oltre al fiume ci sia una cascata. E ora aspettiamo. Qualcosa accadrà.

E infatti accade.

* * *

"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"L'inferno sarà pieno di signori distinti."
"Anche i gatti hanno solo sette vite. Di pelle ne hai solo una."
"Io ho tante pelli, ma un solo cuore."
"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"Penso che tu lo sappia già. Tu in fondo sai già tutto, Miller."

* * *

Qualche volta il crepitio del camino nella baita che ho affittato mi ricorda i tuoi scarponi sulle tegole di legno della vecchia casa. [...]
 La prima volta che ti ho vista entrare in questa nuova casa sapevo che non eri tu. Sapevo che stavo cercandoti, creandoti, nella facilità con cui i miei cani ti accolgono quando varchi la soglia e nel pensiero che anche tu, qualche volta, hai avuto bisogno di fare parte di quel branco, di sentirti a casa. Anche con me.  Poi non so mai se è un pizzico di arroganza nel pensare che ti conosca o semplicemente un bagaglio di volti, vite ed esperienze, che fa accadere il resto: ma tu mi sorridi, dal centro di un vecchio tappeto mal messo dall’usura e quando arriva quel momento a me viene sonno. Come se lo spiraglio della serenità di qualcun altro, della tua - di quella che forse avevi con me - finalmente potesse trasformarsi in una buona ragione per chiudere gli occhi e smettere gli incubi. Crazy days, when you sleep and you feel rested, my dear.
Winston le poggia la testa sulla gamba, la distoglie dalla lettera che sta leggendo.
 Forse ha sentito l'odore del suo padrone.


giovedì 11 settembre 2014

like everything around us is a graveyard


(a quindici anni)

Elian guarda negli occhi suo fratello maggiore. Si trovano nel soggiorno dell'ultima casa assegnata alla famiglia Chernenko dal governo, adeguata alle loro diminuite esigenze di spazio, ora che i due maggiori hanno entrambi lasciato da tempo il nido per dedicarsi allo studio delle loro rispettive specializzazioni all'interno dell'esercito. Vitali è in licenza, e come sempre ha sentito l'obbligo di andare a trovare la sua famiglia. Ha appena vent'anni, ma nel suo volto severo sono scolpiti i lineamenti di un uomo già fatto. Tiene entrambe le mani poggiate sul tavolo e guarda sua sorella negli occhi. E' il primo a parlare.
- Prima di partire ho mangiato uova.
Elian ci riflette qualche istante. Ne guarda le mani, poi la piega delle labbra e infine gli occhi.
- Ieri hai mangiato delle uova?
- Stai sbagliando.
Elian soffia dalle guance piene e si spinge indietro con la sedia.
- Ti sto guardando.
- Stai guardando le cose sbagliate.
- Quello che mi hai insegnato tu... le labbra, le mani...
- Sono tutti movimenti volontari. Puoi guardarli quando il tuo interlocutore non sa cosa stai facendo.
- Che esercizio è se non fai le cose che fanno i bugiardi?
- Devi cercare i movimenti involontari.
- Cioè?
- Ne abbiamo già parlato. I micromovimenti degli occhi.
- Ci sto provando.
- "Provare" non ha alcun valore. Devi riuscirci.
Elian ha sentito quelle parole dai suoi genitori mille volte prima di quella, e ha imparato a non pronunciarle mai intorno a loro. Ascoltarle dalla bocca di Vitali le fa piegare l'espressione in un moto di fastidio evidente. E' nel pieno di un'adolescenza turbolenta, e non ha ancora imparato a mascherare la propria insoddisfazione.
- Di nuovo. E questa volta non sbagliare.
- Non mi va più.
- Non mi importa. Avanti.
Elian si stringe le braccia conserte al petto. Gli occhi chiari che tiene su Vitali vibrano di una ferita che non ha sanguinato, ma ha lasciato un livido. Inspira a fondo. Vitali rimane immobile, Lui la pazienza l'ha imparata da tempo.
- Cosa hai mangiato prima di partire?


* * *

(a diciassette anni)

Gavriil Babikov ha la sua stessa età, ma guardiamoci in faccia: non supererà la prova. L'hanno messo in coppia con Elian Chernenko per compensare la sua scarsa attitudine alla sopravvivenza, là dove ne serve molta. Non che sia un diciassettenne impreparato: a differenza di molti suoi coetanei stranieri, ha in effetti sviluppato un numero di talenti e capacità indubbiamente maggiore. Forse riuscirebbe a battere qualche adolescente cresciuto nella tiepida New Moscow o in qualche famiglia operaia della zona industriale di Dokska, ma tra i giovani aspiranti militari che passano le estati al campo di addestramento pre-arruolamento di Novgorod non ha la benché minima possibilità. Così come non ha la benché minima possibilità di completare la prova di "sopravvivenza in territorio ostile naturale" senza dover sparare il razzo di segnalazione per i soccorsi o finire morto in un fosso.

O congelato. L'idiota (Elian pensa a lui in questi termini) ha messo un piede in una pozza, lo strato di ghiaccio si è rotto e lui ha finito per affondare nell'acqua gelida fino al ginocchio. Elian ha dovuto togliergli lo scarpone, i calzini e anche i pantaloni prima che gli si congelassero addosso, ma ha nevicato il giorno prima e riuscire ad accendere un fuoco con legna umida non è di certo facile. C'è bisogno di tempo, ma Babikov non sembra averne ancora molto.
- Ti stanno diventando le dita blu.
- Merda.
- E' ora.
- No.
- Credo sarà già necessario amputarti qualche dito. Se aspetti ancora, potrebbe diventare il piede.
- Se troviamo della legna asciutta...
- L'ho cercata, non ce ne è.
- Puoi cercare meglio.
- L'ho cercata meglio.
Non è vero. Si è allontanata non più di qualche chilometro, e gran parte del tempo l'ha speso cercando bacche commestibili e consumandole. A Gavriil ne ha portato solo una minima parte, sicura che sarebbe riuscita a convincerlo a sparare il suo razzo. Sarebbe stato un notevole peso in meno, comunque.
- Non posso. Se non completo la prova non entrerò mai nel reparto che... Chernenko, la mia famiglia è nel reparto esploratori da cinque generazioni.
- Non so come aiutarti.
- Possiamo camminare. Ristabilirà la circolazione.
- Non sei in grado di camminare.
- Lo sono se mi sorreggi.
Non che superare la prova sia per lei importante. Fin dalle prime estati passate a Novgorod è stato chiaro a tutti i suoi istruttori come abbia tutte le qualità necessarie per entrare nel reparto di spionaggio, e la prova di sopravvivenza in territorio ostile naturale è puramente accessoria nel suo curriculum. Avrebbe potuto sparare il razzo di segnalazione dieci minuti dopo essere stata abbandonata nella riserva distante centinaia di miglia dai centri abitati più vicini e avrebbe ancora tutte le carte in regola per arruolarsi l'anno dopo, finita la scuola. E arruolarsi non le interessa neanche: ha deciso da tempo che troverà un modo per lasciare Koroleva in via definitiva, anche se non sa ancora quale. Non c'era alcun motivo per cui non potrebbe prendere di peso Gavriil, sorreggerlo e aiutarlo a camminare per ristabilire la circolazione sanguigna regolare.

Ma poi dovrebbe procurargli da mangiare, dargli la precedenza sul calore di fuochi da campo alla cui creazione contribuirebbe da sola, e arriverebbe per ultima al punto di rendez-vous pattuito, mentre se si mettesse in cammino subito avrebbe una buona possibilità di arrivare tra i primi. Le permetterebbe di dimostrare quanto sia portata a questo lavoro: un elemento in più di disappunto e delusione nei suoi genitori quando dirà loro che non ha alcuna intenzione di iniziare una carriera militare né, se è per questo, di vederli mai più in tutta la sua vita.

Direbbe lo stesso a Vitali. Non voglio più vederti in tutta la mia vita. Non perché ci crede veramente, ma perché le metterebbe tra le mani una buona dose di potere nel caso in cui riuscisse a pronunciarlo prima che sia lui a disconoscerla. E' tutta una questione di tempo e tempismo. Il sole sta calando.
- Ti prego.
Elian lo guarda, riflette. Non si ricorda l'ultima volta in cui qualcuno l'ha supplicata. Le è stato insegnato che pregare serve sempre a poco. Non ha certo ottenuto nulla quando ha pregato Vitali di darle ancora un po' di tempo, solo un po' di tempo. Alcune cose pensa di essere pronta a dimenticarle, ma ogni volta che ci crede tornano a mangiarle la coscienza come il fuoco mangia la carta. Forse potrebbe perdonare Vitali, se lui pregasse. Ma sa che non accadrà mai: non pensa di aver fatto niente che esiga perdono.
- D'accordo.
Gavriil sorride, le labbra spaccate dal freddo. Elian lo copre e lo rassicura, gli dice di andare a dormire. Il giorno dopo si sveglierà per scoprire che se ne è andata prima dell'alba, prendendo tutto il contenuto del suo zaino e le coperte extra con cui lo aveva coperto. Non trova biglietti, solo una pistola a canna larga carica di un solo razzo di segnalazione. L'idiota, deve aver pensato Elian mentre andava via, imparerà che non ci ricavi niente a supplicare un Chernenko.


* * *

Un bagno di un'affittacamere qualsiasi in una qualsiasi zona di Maracay, né ricca né povera, né tranquilla né pericolosa. Sospesa nel mezzo, come lei che si guarda allo specchio senza riconoscere la propria faccia. Perché quella non è la sua faccia: la pelle non è la sua, gli occhi nemmeno. Le labbra sono più piene, il naso più largo e schiacciato, i capelli neri. Per un attimo, solo per un attimo, considera che potrebbe facilmente tagliarsi tutti i capelli, usare un paio di lenti a contatto, procurarsi un IdN falso e fuggire nel Rim. Inventarsi una storia che le piace, ma non abbastanza felice da non essere credibile. Che storia sarebbe?
- May Vonnegut, trent'anni, nata e cresciuta a Hera, la sua famiglia e i suoi amici persi in guerra, Un'istruzione basilare e una giovinezza passata nelle fabbriche. Ora cerca lavoro a Polaris, in qualche ranch di un pianeta rurale.
Nello specchio viene riflessa Oksana Katalina Chernenko così come Lee se la ricorda: più giovane, con un muso chiaro e un'espressione quieta, silenziosa. Quando lei ha lasciato Koroleva, Ana era una ragazzina pacifica e introversa che aveva poco meno di quindici anni, Ana le manca, ma non nello stesso modo in cui le manca Arkadi: la sicurezza di un rapporto adulto anche se lasciato andare. Le manca invece la relazione che avrebbe potuto costruire: l'affetto un po' infantile che sua sorella provava per lei e il modo in cui si sarebbe potuto sviluppare se non avesse deciso di lasciarsi alle spalle Stalingrad e interrompere tutti i rapporti per non rischiare di essere mai, mai più associata a Koroleva.
- E' stato il compleanno di mia figlia, tre giorni fa.
- Lo so, Annushka. Mi dispiace di non essermi fatta sentire.
- Ogni anno spero che te ne ricordi, ma finisce che non te lo ricordi mai. Io rimango delusa e tu finisci per rovinarmi il compleanno di mia figlia.
- Non è così. Me lo ricordo sempre, solo che non ti chiamo.
- Cosa cambia?
Non cambia niente. Lee affonda le mani nella bacinella dell'acqua, si sciacqua la faccia e poi si assicura che il colorante della pelle sia ancora al suo posto, intatto. Oksana continua a guardarla nello specchio.
- Ti senti sola? Quando ti senti sola immagini sempre me.
- E' così?
- Sì. Immagini ognuno di noi ogni volta che sei in crisi. Vitali quando hai paura. Papà no, non lo immagini mai.
- E quando sono felice?
- Quando sei felice non ci pensi. Non ti serviamo.
- E' vero che mi sento sola, Ana.
- Perché te la sei presa con il tuo amico soldato?
- Perché non sa cosa mi sta succedendo, nessuno lo sa. Dice che a lui sto bene così, ma non sa chi ero prima. Non ha capito ciò che ho detto. Che volevo dire.
- Che volevi dire?
- Che non ho più la forza per tirare gli altri a me. Non ho più la forza di scavalcare i suoi muri per raggiungerlo. Deve farlo lui: raggiungermi. Ma non so se ne è capace. Vorrei che lo fosse, ma non lo so.
- Che volevi dirgli quella sera, al Red Lotus?
- Una cosa. Ma non avrebbe avuto importanza. Non avrebbe cambiato niente.
- Lo ami?
- Non c'entra. Non so se posso affidarmi a lui.
Lee si lava le mani nell'acqua opaca, immergendole fino ai polsi. Poi con i palmi umidi si rinfresca il collo, continuando a guardare Oksana nello specchio.
- Non ho mai capito come potessi sentirti sola con noi, Elichka. Eravamo una delle famiglie più numerose del quartiere. Non abbiamo neanche mai avuto ognuno la sua stanza... ti ricordi quando eravamo piccole, e io e Lita ci infilavamo nel tuo letto? Ti lamentavi ogni volta, ma finiva che ci tiravamo le coperte fin sopra i capelli e tu ci raccontavi le storie dell'orrore con la torcia accesa. Sei sempre stata brava a inventare storie. Anche su te stessa.
- Pensi che io sia una storia?
- Penso che te ne racconti tante. Come quella di essere sola. Hai molti amanti, molti amici. Persone che tengono a te più che a chiunque altro.
- Questo non è vero. Nessuno tiene a me... più che a chiunque altro. Non sono la persona più importante della vita di nessuno.
- Perché, c'è qualcuno nella tua vita più importante di tutti gli altri?
Ci pensa mentre si disegna sentieri d'acqua sulla pelle. Fa scivolare le dita sul mento, ai lati del naso contraffatto, sulle ciglia.
- Sì.
L'idea la fa tremare per un solo istante, riempiendola di una frustrazione violenta, dolorosa.
- Ma non voglio che mi veda così. Nessuno mi ha mai visto così.
- Io sì, Elichka: io me lo ricordo. Mi ricordo che un anno sei tornata dal campo di Novgorod e non eri più la stessa. Non volevi che ci infilassimo più nel tuo letto, e ogni cosa che facevamo ti arrabbiavi, o fingevi non fossimo lì. All'improvviso eri scontenta. E io aspettavo che ti passasse e tornassi ad essere mia sorella. Ma non ti è passato, e due anni dopo sei andata via. 
- Non potevo restare.
- Perché?
E' sempre lo stesso scoglio. Non è mai riuscita a spiegarlo a nessuno di loro, convinta che nessuno fosse veramente nelle condizioni di capire. Oksana le anticipa i pensieri (Oksana è un pensiero a sua volta).
- Quando le cose importanti non vanno come vuoi scappi. Questa volta non scappare. Questa volta non ne vale la pena.
- Ti giuro che allora ne valeva la pena. Ti giuro che non potevo fare nient'altro, Annushka. Ti ricordi cosa diceva babcia Ròza? 
- Me la ricordo poco.
- Diceva che la vita è una e appartiene solo a te.
- Babcia Ròza è morta sola, Elian. Al suo funerale c'eravamo solo noi, e non la vedevamo da anni.
Lee sorride, infelice.
- Accadrà anche a me, Katalina?
Ma Oksana non risponde, e quando si volta per guardarla negli occhi non c'è già più.


* * *

(a diciotto anni, e Dylan Khan ne ha ventuno)

Camminano verso il portone del dormitorio di periferia che l'esigua borsa di studio le consente di permettersi. Si conoscono da un paio di mesi e si frequentano da qualche settimana. Parlano spesso dell'università, dei corsi che frequentano, di qualche inchiesta degna di nota. Oggi sono andati a vedere la replica di un celebre film vecchio di una ventina d'anni: un cult, nel Core. E' stato lui a proporlo, e lei non ha avuto il coraggio di dirgli che non l'aveva mai visto prima di quel momento: parla un inglese impeccabile e un ottimo cinese, si è presentata come Lee e nessuno sospetterebbe mai che sotto la pelle chiara scorra sangue rimmer. Nonostante ciò lui l'ha osservata attentamente.

- Insomma, ti è piaciuto?
Dylan Khan è nato ricco, glielo si legge addosso senza difficoltà. Nessun ventenne di origini umili porterebbe le camicie sgualcite come le porta lui, mezze dentro i pantaloni e mezze fuori, le cravatte allentate ogni volta che l'occasione richiede una cravatta, i capelli scompigliati. Elian ne è incuriosita, ma non del tutto convinta. Dice di sì senza neanche riflettere se sia vero o meno, e poi si affretta a ricordare un paio di scene su cui le è sembrato che lui ridesse. Questa è una cosa che le hanno insegnato e non ha ancora fatto in tempo a disimparare: per circuire le persone parti da ciò che amano. Nonostante ciò, da quando si è trasferita a Xinhion indossa solo le migliori intenzioni: impressionare Dylan le interessa sinceramente - forse perché rappresenta in così tanti modi la persona che vorrebbe diventare un giorno.
- Eccoci.
Eccoli. Di fronte al portone si mettono l'uno di fronte all'altro. Lei sorride e inspira a fondo. Si scambiano qualche saluto nolente. Lei si spinge sulla punta dei piedi e prova a centrargli le labbra.
- Che fai?
Che si ritirasse non se l'aspettava. Dylan oscilla il busto all'indietro, le guarda le labbra raccolte con una curiosità quasi clinica. Elian fa un passo indietro e inarca le sopracciglia, guardandolo con un certo disappunto.
- Scusa.
- Figurati.
- E' perché ci conosciamo poco?
Dylan piega le labbra in un sorriso obliquo, ironico: è un sorriso che negli anni lei imparerà a imitare fino a farlo proprio. Non lo sa ancora, però.
- Ci conosciamo affatto?
Lo dice con molta perspicacia, facendola stringere nelle spalle e vivere un momento di disagio profondo. Rimane in silenzio finché non è lui a parlare.
- Ci vediamo lunedì all'università?
- Okay.
- Okay?
- Okay.
Dylan le lascia un bacio su una guancia, poi si volta e si avvia. Ogni passo che Lee compie lungo il corridoio del piano terra la fa sprofondare. L'ascensore ci mette troppo a scendere, e quando lei è finalmente dentro sente qualcuno alle sue spalle urlare di tenere la porta. Sospira ma allunga una caviglia, il sensore ne legge la presenza e si spalanca di fronte allo sconosciuto.
- Grazie.
E' un ragazzo che avrà più o meno la sua età. Gli occhi scuri e intensi come solo gli asiatici riescono ad avere, un sorriso sfacciato e un odore di dopobarba addosso. Deve essere ricco anche lui, ma capirlo è più semplice: indossa uno splendido spezzato nero ma mal stirato, e in mano porta una bottiglia di champagne ancora chiusa.
- Che si festeggia?
Lee lo chiede sorridendo con un disagio vago: non lo chiederebbe se non si sentisse così sola. Lui si volta e le sorride. Prima ancora che ne incroci gli occhi, l'ascensore si blocca e la luce al suo interno si spegne. Un'ora dopo ridono seduti per terra, ancora in attesa che qualcuno li recuperi. Lo champagne lo hanno aperto.
- Io sono Lee, comunque.
Lui si chiama Peter, ma lei lo chiamerà Pete.


* * *

- Stai cambiando.
Potrebbe piovere.
- Fuck you, Sebastian.
Potrebbe infuriare la tempesta ma non cade una goccia d'acqua.
- Fuck you too, Elian.


venerdì 22 agosto 2014

like a snake crawling up my arm and kissing me on the lips


Se i vostri spiriti sono saldi. 
Mille violini.
Cosa è successo? 
Una luna piena. 
Sta bruciando. 
Una donna senza occhi, fammela dimenticare. 
Serve un medico. 
Eddie disse che la moschea andava fotografata in bianco e nero. 
Mi vedi? 
E' come se fossi nata d'Estate anche io 
Ricorda cosa ti ho detto, bambina
I colori più sono belli più distraggono, tu devi fotografare l'essenza, che sta nella struttura. 
Mi senti? 
Se senza colori è una brutta foto, vuol dire che il tuo soggetto non vale niente
Non mi sente. 
Ti sento. 
Cosa hai fatto ai piedi? 
Ho ballato con i Loà.



sabato 9 agosto 2014

like denial, but believe me, it's not


Paul mi ha aperto la porta.

Paul non mi apre mai la porta; mi lascia piuttosto suonare al suo citofono, e poi bussare appena sopra la serratura, e poi ormai non insisto neanche perché ho la copia delle chiavi e ogni volta che ho veramente bisogno di vederlo perché sento che ha veramente bisogno di vedere me uso la chiave e di solito è così ubriaco che non se ne rende conto e quelle poche volte che chiede conto gli dico: era aperta, e lui ci crede, il ché mi ha sempre fatto pensare che lasciare la porta aperta per lui sia accettabile e che un giorno gli entrerà qualcuno in casa che non sono io. Oggi, comunque, è una notte diversa dalle solite, perché quando mi viene ad aprire è sgualcito come è sempre ma non barcolla troppo, e forse barcollo più io che ho bevuto due scotch doppi e una birra tutti troppo velocemente, e se non li avessi bevuti troppo velocemente forse adesso barcollerei di meno, ma forse è anche colpa delle scarpe, insomma, può essere. Lui ha la camicia con solo due bottoni allacciati e addosso gli intravedo un'ustione di quella volta in cui vide una donna al rogo e provò a salvarla, ma lui non me l'ha mai raccontato, l'ho letto perché un delle prime cose che scrisse per il pubblico fu il racconto di quella volta che capì che il Rim aveva bisogno di essere salvato da se stesso perché altrimenti avrebbero bruciato tutte le donne, per cominciare, e poi avrebbero continuato a bruciarsi a vicenda finché non sarebbe più rimasto niente, e ora ci penso perché ce l'ho inchiodato in testa, e forse sono venuta a dirgli che il Rim dovevano lasciarlo in pace e che ora se l'avessero lasciato in pace non ci sarebbe stato nessun attentato e io la notte potrei dormire bene e chiamare Dylan, che è una cosa che non faccio da molto tempo: dormire bene.

Paul però la colpa ce l'ha già incisa addosso, certe cose io le capisco. Certe cose io le capisco e non me l'hanno insegnate. Mio fratello grande mi ha insegnato come scovare le bugie sulla faccia delle persone, ma l'ha fatto bene e l'ha fatto tutelandosi come ti tuteli con i nemici, così oggi so dire se uno mente o no e so dirlo di chiunque, ma non di mio fratello grande, perché mio fratello ha la pelle d'osso come le testuggini e ti servirebbe uno scalpello molto appuntito e un martello molto pesante per riuscire ad aprire una breccia in quella sua fronte alta e bianca, con i capelli sempre ordinati, gliela vorrei aprire per vedere se escono ragni e vermi oppure se ci trovo farfalle e raggi di luce, se c'è un po' di luce, in Vitali. Come fai credere alla gente di essere una di loro anche se non lo sei invece me lo hanno insegnato al campo militare estivo di Novgorod, e mi hanno insegnato bene a parlare e a comportarmi e a capire come si comportano e a comportarmi come loro ma la verità è che mi insegnavano come non essere una di quelli né una di questi, e quando dico di questi intendo i koroleviti e quelli sono quelli che non sono koroleviti, e quindi sono rimasta sospesa in questo limbo in cui non appartengo a nessuno, e me l'hanno insegnato anno dopo anno, tutti gli anni, tranne quando avevo sedici anni e dovevo farne diciassette e invece di andare a Novgorod sono andata a Sovietsk, tutta a sud, e a Sovietsk era tiepido e si sentiva l'odore del mare di zucchero, lo chiamavo così, il mare di zucchero perché era grande come un mare ma era di acqua dolce, e non ci ho mai fatto il bagno, e quando poi me ne sono andata perché mi era passata la tristezza mi sono detta: avrei dovuto fare il bagno nel mare di zucchero, e la tristezza non mi era davvero passata, comunque, in verità non mi è passata mai, anche se dicevano un mese forse, massimo due, e ora sono passati quindici anni.

Ma a capire le persone ho imparato da sola. Deve essere il motivo per cui ogni tanto sbaglio: nessuno mi ha mai corretto, a parte Marshall Lee, e babcia diceva sempre che dobbiamo ringraziare quelli che ci correggono, tranne Sergej, diceva Sergej no, e se litigavano quando lui ci correggeva e ci diceva di chiamarla babushka, e poi diceva a nostra madre che babcia Ròza ci imbastardiva il linguaggio con tutto il suo parlare polskie, finché a un certo punto andare a trovarla diventò proibito e i miei fratelli se la dimenticarono, e le mie sorelle non se l'erano mai veramente ricordata, ma io no davvero, io la ricordo bene. Anche Paul mi corregge, ogni tanto, quando pensa che io abbia torto, ma la cosa tra Paul e me è che non c'è mai davvero un modo per capire chi ha torto, e forse solo il tempo ce lo dirà. A Paul non glielo dico spesso ma il tempo forse lo dirà a me, dico forse perché è un mestiere di emozioni forti, il mio, ma non credo che a lui dirà niente, credo che Paul morirà presto e con tante domande senza risposta, senza aver risolto niente nella sua vita, e quando entro in casa sua e vedo sistemato sul tavolino la carta stagnola chiusa a cappuccio e il cucchiaino col fondo annerito e tutto il resto e lui che neanche lo nasconde, lui che neanche si vergogna, allora so che è proprio così, e mi chiedo se col suo cuore debole e le pillole che non prende mai anche se dovrebbe, mi chiedo allora come fa ad essere ancora vivo, e penso che in fondo il fatto che non abbia ancora dovuto trovare i soldi per fargli il funerale è un miracolo, la vita di Paul è un miracolo che chissà quanto dura, e va bene così.

Mi tolgo le scarpe per non disturbare la signora Gupta, di sotto. Suo marito è morto nell'ultima guerra e lei si è ritrovata da sola con due figli, che ognuno ne parla come se fosse quella la tragedia, ma io non penso che rimanere sola con i tuoi figli sia una tragedia perché se hai l'opportunità e la testa di crescerli bene, i tuoi figli, quelli sono una cosa che rimarranno sempre tua, non importa dove andranno o che vorranno fare, la vera tragedia è che ti eri immaginata tutta una vita in un certo modo e poi quel certo modo non ha più le basi, come per dire: tuo marito muore, e tu te l'eri immaginata la vita con tuo marito, e anche questo non sarebbe mai accaduto se aveste lasciato il Rim in pace, voglio dire a Paul, potrei camminare con le scarpe ai piedi in casa tua, ma non lo dico e invece mi siedo sul divano accanto a lui, sarebbe più giusto dire che ci lasciamo cadere sul divano, quasi allo stesso tempo, quasi in sincronia, che se c'è una cosa che non mi è mai capitato di essere con Paul è in sincronia. E lo vedo guardare il suo laccio emostatico e il suo cartoccio di stagnola e li guarda senza passione, con rassegnazione, con tutta questa tristezza grandissima al centro del petto che mi fa venir voglia di piangere, e vorrei chiedergli cosa posso fare per te? Come posso fare in modo che avere me nella tua vita sia qualcosa di buono? Una volta l'ho allontanato dal bordo di un tetto, Paul, ma ogni volta che lo vedo mi sembra abbia già fatto altri cento salti nel vuoto mentre io non guardavo, e un po' me e vergogno ma spesso penso che non vorrei essere Paul per niente al mondo. Altre persone sì ma Paul no, altre persone sì per curiosità, non perché sono infelice, non sono infelice, ho le mie cose e i miei amori e i miei progetti che traballano, e non sono infelice. Per esempio a volte vorrei essere Bettie per capire com'è sentire di appartenere a qualcuno e sentire che qualcuno è tuo soltanto; altre volte vorrei essere Winston perché è sempre così calmo e la vita di un cane deve essere solo affetto e attesa e non importa quanti bastoni incontri perché quando incontri la carezza poi la riconosci e ti addomestica, e da una bestia torni ad essere un cane, e ad amare chi ti dà da mangiare, e basta. 

Ma non vorrei mai essere Paul. Quando mi siedo accanto a lui ed è così triste e così arrabbiato vorrei guarirgli la tristezza e la rabbia anche se poi vuol dire sfogarla su di me, gliela farei sfogare. E poi prenderei tutte le cose buone che ho dentro, le coglierei come i semi e proverei a piantarle nel buco nero che ha al centro del petto, perché il buco nero che ha nel petto Paul ogni volta che mi ci affaccio mi fa girare la testa così forte che mi viene da cadere, e così con con Owen, anche Owen ha un buco dentro e ci ho messo un po' perché quando ballavo non me ne rendevo conto e dopo aver ballato ero troppo ubriaca di felicità e di scotch per farci attenzione ma quando ci ho fatto attenzione gli ho visto dentro questa fame che ho pensato che mi avrebbe staccato la pelle a morsi per vedere cosa c'era dentro, e mi è girata la testa e mi ha fatto paura e ho pensato di uscire e scappare perché quel tipo di cose sono fameliche come i lupi di Shadetrack quando non c'era più niente da mangiare e uscivano fuori per azzannare le persone, e io avevo paura che Owen avrebbe azzannato me. Ma invece di scappare sono rimasta, perché ho questa malattia, perché se vedo il vuoto mi stacco i semi da dentro e li pianto e aspetto che cresca qualcosa, e non so ancora come piantare semi nel vuoto di Owen, ma se ci riesco qualcosa dovrà crescere e lui sarà felice e non conoscerà più rabbia e non conoscerà più fame e io non avrò più paura che mi stacchi la carne a morsi e l'ho baciato per quello, per vedergli addosso qualcos'altro e potergli dire sei bello con qualcos'altro addosso ma non sono sicura di averlo visto, quindi cercherò ancora.

A Paul dico che mi dispiace per quello che gli è successo, e non gliel'ho mai detto. Glielo dico piano, due volte, la prima perché capisca che sto parlando e la seconda perché capisca quello che sto dicendo. Mi dispiace per quello che è successo a tutti noi, alla nostra generazione, perché abbiamo visto la guerra e combattuto la guerra ognuno con le sue armi e avevamo vent'anni avevamo tutti quanti vent'anni quando abbiamo dovuto imparare che la gente muore e anche i giovani muoiono e che c'è un intero universo che può esserti nemico e vuole ucciderti e l'abbiamo imparato a vent'anni anche quelli che vent'anni non ce li avevano, lo abbiamo imparato, ma io l'ho imparato e poi ho passato tutti questi anni a scordarmelo finché non me l'ha ricordato Marshall Lee, che cammina a Capital City e profumava di Bullfinch e di cose giuste finché non ha iniziato ad avere l'odore di una cosa sbagliata perché nessuno dovrebbe amare così una persona che ti ha causato tutto questo dolore ma a me non importa, gliel'ho detto che a me va bene, a me basta, e volevo prendergli la testa di nuovo e baciargli gli occhi senza superstizione e dirgli che i miei sentimenti sono miei e ho il diritto di provarli e che se lui per me è mio fratello più di mio fratello di sangue io ho il diritto di crederlo anche se non lo dirò a nessuno, solo a lui, perché nessuno capirebbe dopo tutto questo tempo e direbbe che sono pazza, ma io lo so e lui lo sa e anche se so che per lui non sono la cosa più importante so però che sono una cosa importante e che se fossimo solo lui e io morirebbe per me, e io gliel'ho detto guardandolo negli occhi che va bene e che mi basta, anche se è un segreto. Se Marshall Lee è la cosa più importante per me, io non lo so. So che è una cosa importante e va bene, e mi basta. Funziona così.

E proprio mentre penso a queste cose, mentre penso a Marshall Lee, mentre penso a Bettie e penso anche a Lucas e a questi uomini mangiati dal dolore, che il dolore se li porta e se li divora da dentro fino a consumarli, finché non si piegano così tanto dal male che provano che si restringono e diventano piccoli così, solo ossa e pelle e dolore, mentre penso a questi uomini che il dolore mi porterà via, Paul mi prende la mano e me la bacia, e non l'ha mai fatto, e mentre lo guardo come se fosse qualcun'altro mi dice: mi dispiace per quello che ti è successo, e non me l'ha mai detto, mai. Io penso a Lucy Anne che ruba il parcheggio agli altri e al rossetto che per scriverle sul parabrezza l'ho rovinato, e penso che le ho scritto a lettere grandi e senza tutti gli spazi e i segni "FORGIVE U EVEN AFTER ALL YOUVE DONE" e che volevo che sapesse che io sono questa persona qui, che la perdono di avermi fatto l'agguato al portone del palazzo con i fucili ad acqua e perdono Lee di avermi ingannata e perdono mia madre che aveva capito chi ero e non le è importato e mio padre per avermi impedito di rivedere babcia Ròza finché non è morta e Dylan di essere andato via quando gli ho chiesto di restare lo perdono e perdono mio fratello grande per essere venuto a Sovietsk con me ed essersene andato prima che mi passasse la tristezza e perdono Jozef per non aver combattuto per noi e perdono Paul e la sua disperazione e proprio mentre penso a Paul e alla sua disperazione, Paul mi fa una carezza sulla guancia e capisco che questa notte sono venuta da Paul perché avevo bisogno di lui, e che l'unico modo per salvarlo è dirgli che sono io ad avere bisogno di lui e non il contrario, e questa notte lui l'ha già capito, e va bene e mi basta, funziona così.