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martedì 18 febbraio 2014

like the night I passed

Las Cruces, Shadetrack
Durante la Grande Guerra

"''Tienne"
"..."
"Hey, 'Bastienne"
"..."
"Sebastiane, for fucks' sake, wake up".
"Che cazzo c'è"

Sebastiane se lo chiede ora più che mai: che cosa ha preso a fare una giornalista. E' notte fonda e può vederle i capelli biondi illuminati da una luna tonda e chiara: vorrebbe strapparglieli tutti, legarla mani e piedi e poi gettarla nel fiume più vicino, solo per tornare a dormire. Guida tutto il giorno e quelle quattro ore che riesce a dormire sono sacre. E' comprensibile che si alzi con i denti scoperti e l'odio negli occhi neri.

"Che cosa cazzo c'è" scandisce per la seconda volta, con chirurgia.

Da quando ha preso la nave per il fronte, in tasca solo il contatto del suo editore e il tesserino da giornalista, Elian Chernenko ha deciso di farsi chiamare Lee Chalker. Ha conosciuto Hilda mentre trattava con membri dell'esercito regolare per un passaggio al fronte: il giovanissimo medico aveva colto le proposte indecenti piene di scherno dei colleghi e l'aveva tirata via. "Tu mi aiuti a farmi capire da questi cattolici", aveva detto, "e io ti faccio viaggiare con noi". Lee l'aveva presa in parola, ma non aveva considerato che per ogni Hilda Fabray avrebbe dovuto fare i conti con un Sebastiane Grannit.

"Sta succedendo qualcosa a Ovest". 
"E' arrivata una chiamata?"
"Si sentono degli spari"
"Sono arrivati dei cazzo di ordini?"

Lee stringe i denti e i pugni, un ginocchio le affonda vicino alla faccia di Sebastiane, nella sabbia spigolosa del deserto.

"Se ci sono stati degli spari ci sono stati dei feriti"

"Gli ordini sono di ripiegare a Est"
"Sono poche miglia fino a Reynosa, e ci sono almeno cinquemila abitanti"
"Ma neanche un browncoat"
"C'è la resistenza a guardia del passo. Sta succedendo qualcosa"
"Fuck off, kid: gli ordini dicono Est, e io vado a Est". 

La conversazione potrebbe finire lì, senza Hilda: si è infilata gli scarponi e ora non esita a puntarli contro il fianco del commilitone, spronandolo come farebbe con un cavallo ostinato. Sebastiane rotola di lato e geme insulti e bestemmie sulle madri di entrambi.

"Se ci sono spari ci sono feriti - Hilda mastica il suo accento di Spartaca come carne secca - noi siamo un'ambulanza e andiamo dove ci sono feriti". 

Cinque minuti dopo, sono tutti a bordo.

* * *

A un miglio dalla città, decidono di lasciare l'ambulanza e proseguire a piedi; l'idea è di Sebastiane, che inchioda obbligando Lee a proteggersi dal cruscotto con le braccia: se non hanno ricevuto segnalazioni vuol dire che, qualsiasi cosa stia accadendo, non è una schermaglia convenzionale. Di conseguenza, prima di mettere in pericolo i mezzi dell'esercito, è meglio andare a guardare. Hilda rimane a sorvegliarla, mentre lei allaccia gli scarponi e si carica addosso l'attrezzatura fotografica. Quando ha finito, Sebastiane l'ha già superata di cento piedi.

* * *

Sebastiane Grannit viene da Hera, e sua madre l'ha chiamato con un nome strano per un figlio del proletariato. La gente non ha fatto che chiamarlo Seb, Bat, Betty, 'Tienne, Bastian, qualcuno addirittura Bastard. Di tutte le persone che l'hanno conosciuto, Lee Chalker è l'unica ad essere riuscita a pronunciare il suo nome per intero senza sbagliarne la pronuncia. Dopo un miglio di cammino è stanco e vorrebbe fumare, ma lo slancio in avanti di lei glielo impedisce.

"Sta' ferma", le ripete più volte, mentre prova a raggiungerla.
"Sta' ferma", di nuovo, mentre lei si spinge sul limitare del bosco di sterpaglie appena attraversato, verso lo spiazzo in terra battuta che ospita il centro di Reynosa. Annaspa in avanti, riesce ad afferrarla e tirarla giù dietro rocce friabili prima che si faccia vedere.
"Costa sta accadendo?", chiede lei con la macchina fotografica già tra le dita.

Sebastiane la odia, Dio solo sa quanto la odia. Non ha mai conosciuto un giornalista in tutta la sua vita, e l'incoscienza con cui quella donna è disposta a gettarsi in mezzo al fuoco incrociato per ottenere una buona foto lo sconvolge e gli agita dentro una diffidenza immensa. Nonostante ciò, quando lei chiede cosa sta accadendo, lui deglutisce la fatica e spinge il capo in alto, alla ricerca di qualche traccia. Lei fa lo stesso.

Reynosa è una città nel deserto, e prima della guerra era incredibilmente silenziosa. Insieme a Loma Alta, San Marcos e un'altra manciata di paesi, è a guardia dell'ingresso del passo stretto che permette l'accesso alla rigogliosa Las Cruces, raccolta in un anello di ripide montagne che rende impossibile arrivarci da qualsiasi altra strada. Le truppe di terra alleate hanno saggiato la resistenza delle sue popolazioni per mesi tramite incursioni lampo e tentativi di sfondamento: non c'è esercito regolare, a Las Cruces, doveva essere facile. Ma il lago Salvaciòn è sacro per le sue genti, e per difenderlo anche le donne e i ragazzini sono saliti sui pendii ripidi del passo e hanno giocato al tiro al piccione con chiunque provasse a varcarlo.

Di solito i bluejacks sono scaltri abbastanza da ritirare in tempo, ma questa volta qualcosa è andato storto: la resistenza del Passo delle Croci ha fatto prigionieri, e adesso spara in aria per raccogliere nella spoglia piazza principale le famiglie di tutti i paesi vicini: che accorrano per vedere gli eretici cadere.

C'è un sottufficiale: Lee riconosce con chiarezza dai gradi sulla spalla di una divisa impolverata. Il resto, almeno cinque persone, sono tutti ragazzi di non più di venticinque anni, di cui due donne. Una di loro ha i capelli corti e respira a fatica, la divisa blu e grigia strappata dalla ferocia di uomini che accerchiano e attaccano come un branco di lupi. E' lei la prima a essere premuta contro il solido muro in mattoni di una casa che farà da patibolo.

"Possiamo andarcene - ringhia Sebastiane, scivolando nell'erba - nessun browncoat da ricucire-- che cazzo...?"
Lee si alza in piedi e devia di lato prima che lui possa terminare la domanda: la vede avvicinarsi al sentiero che porta alle case più vicine, e fa appena in tempo ad afferrarle una caviglia e farla inciampare nella terra.
"--che cazzo credi di fare?"
"Lasciami andare"
"Sei pazza come una scheggia, Christ Jesus"
"Mi servono le foto, non posso raccontarlo e basta"
"Raccontare cosa? Che hai in testa? Sta' ferma"
Sebastiane le risale le gambe mentre lei scalcia, quando basta per inchiodarle a terra le ginocchia col suo peso.
"E' il mio lavoro - lamenta lei, a fatica - l'accordo con Hilda è che--"
"Fuck Hilda. Non mi farai certo ammazzare"
"Resta qui"
"Tu resti con me"
Le raggiunge il petto e ci si lascia cadere sopra, mozzandole il respiro nei polmoni e cercandole i polsi sottili per inchiodarli al terreno.
"Che vuoi fare"
"Li stanno ammazzando come cani"
"E allora?"
"La gente deve saperlo"
"Di che gente parli"
"Di tutti"
Le parole le si mozzano in gola, Sebastiane le sta ringhiando sugli occhi. E' tesa e ostinata, si agita senza possibilità di avere la meglio. Nello sforzo di tenerla inchiodata a terra, comunque, lui ci mette più di quanto dovrebbe a scovargli sulla faccia un'espressione di puro terrore, che non riesce a decifrare. Ha paura di lui? Ha paura della resistenza di Las Cruces?
"You corer. Dovevi restare a casa tua. Loro anche"
Lee riesce a conquistarsi un centimetro di spazio: tutto ciò che le serve per caricare un colpo più forte e colpirlo nello stomaco. Sebastiane si lamenta e sembra indebolirsi, ma prima di cadere di lato fa in tempo a scaricarle la rabbia addosso - la colpisce a mano aperta, così forte da far sentire il rumore sordo del colpo.

Ma almeno riporta la calma. Lui steso sulla schiena, a riprendere fiato. Lei a recuperare orientamento mentre si preme le dita sulle labbra e le scopre insanguinate. Lei vorrebbe sprofondare nella terra fino al collo, assecondare il disorientamento, addormentarsi. L'esplosione di un fucile la fa ripiombare dietro un cespuglio a Reynosa, cento metri da una fucilazione illegale per qualsiasi regolamento di guerra.
"Deve passare la notte - ansima Sebastiane, ancora steso a terra - fai passare la cazzo di notte, e con l'alba potrai fare tutte le fottute foto che vuoi fare"
Lee si asciuga il sangue dalle labbra, punta i piedi sul suolo polveroso e si spinge in avanti. Recupera la macchina fotografica.
"Non sono una corer".
"What?"
"Non sono una corer. Sono nata a Koroleva. Sono di Columba quanto te. E una rimmer più di te."
Sebastiane spalanca gli occhi, si dimentica di bloccarla. La guarda andare via in punta di piedi e busto abbassato, la macchina fotografica in mano, in spalla la borsa con gli obiettivi. Le foto che farà quella notte saranno tra le meglio pagate di tutta la sua carriera.

* * *

El Paso, Greenfield
Febbraio 2516

I palmi delle mani di Yahn sono sempre caldi, anche con la neve. Lee li cerca e vi preme contro il viso e le labbra, misurandoli per provare a sparirci dentro in un tuffo più audace. Quando apre gli occhi è ancora lì, ma le sta bene: le sta bene nascondersi come i banditi in una stanza a ore di El Paso e le sta bene tirare le tende per tenere fuori i pericoli. Alleggerirsi con l'alcol ma non appoggiarsi a lui in pubblico, salire le scale per prima e poi aspettarlo dietro la porta, ridere come se niente la potesse preoccupare e dimenticarsi delle promesse in cui non riesce a fare a meno di incatenarsi.

Dopo, lui è il primo ad addormentarsi. Lo guarda respirare e si preme le mani contro le labbra, imponendosi di non svegliarlo. Le torna in mente ciò che diceva Sebastiane Grannit ogni volta che doveva frenarle uno slancio suicida, ogni volta che attendevano al capezzale di un moribondo che avrebbe potuto salvarsi: deve passare la notte. Il sole avrebbe portato chiarezza, ma mancano almeno due ore all'alba, e Lee si sente già scuotere dalla frustrazione della solitudine.

Non può svegliarlo. Ma può tossire, per esempio, o spingerlo per sbaglio, o cantare piano e poi dire non ti avevo visto dormire quando lui avrebbe aperto gli occhi. Oppure potrebbe sussurrargli sulle palpebre il colore della fiducia di un luogotenente della gloriosa Flotta Alleata, o ancora pronunciare quelle quattro sillabe che ha letto sul retro di un tovagliolo e le hanno gettato il cuore nel panico.

Potrebbe raccontargli di Bastienne, di Shadetrack. Del terrore che aveva provato quella notte alla soglia di Reynosa, di quanto avrebbe voluto entrare a Las Cruces e scomparire sul fondale sacro del Lago Salvaciòn, per vedere se riusciva a rendere cattolica anche lei e garantirle un posto in Paradiso.

Potrebbe raccontarglielo e poi dirgli: ricordami come ho fatto ad alzarmi, a prendere la fotocamera e ad andare a strappare sorrisi alla guerra. La guerra si mette in posa e si lascia raccontare. Anche se ti tremano le ginocchia e i polsi, la morte si mette in posa e si lascia raccontare.

Ma non apre bocca: non tossisce e non lo spinge, non canta e non gli sussurra niente sulle palpebre. Non ne ha bisogno: Yahn si sveglia da solo, con il tempismo dei miracoli.
"Non dormi?"
Lee sorride e si tira le coperte fin sul naso.
"Stavo chiudendo gli occhi giusto adesso". 


* * *