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martedì 11 febbraio 2014

like a promise


Gào Shi, Xinnhion
Maggio 2505

Pete le suonava il pianoforte, e questo le piaceva. Lo ascoltava a testa in giù mentre provava la verticale, i vestiti troppo larghi le si arricciarono sulla pancia e le corpirono il viso finché non tornò dritta, sui piedi.

"Sei triste?", gli chiese sorprendendolo alle spalle. Gli premette un bacio caldo dietro la nuca, facendogli venire i brividi. Lui scrollò le spalle debolmente, senza reale intenzione di liberarsi di lei. Lei lo sapeva e premette il busto contro la sua schiena, sporgendosi in avanti alla ricerca dello spartito scritto a matita. Sulla musica era scarabocchiato un testo pieno di correzioni.

"Di che parla?", chiese lei.
"Non lo so ancora"
"Perché non scrivi una canzone su di noi?"

Lui scosse il capo, senza una risposta vera. Lei gli affondò le dita e le labbra nei capelli neri, profumati di shampoo e ancora umidi.

"Vuoi scriverla tu?"

"La canzone?"
"Le parole", propose lui, e tirò su la faccia per incontrarla mentre guardava verso l'alto. Poteva sentire il profumo della cena che Sanjay stava preparando in cucina.

"Non so come si fa"
"Come una poesia. Come vuoi tu."
Le cinse la vita con le braccia e se la trascinò un po' più vicina, poggiando il mento sul suo petto per guardarle comodamente la linea morbida del viso e le labbra che mordeva nell'indecisione.
"Non sono capace - protestò - tutte le belle canzoni che conosco sono tristi. E io non lo sono"
Gli percorse con le dita sottili gli zigomi, le tempie, le ciglia degli occhi chiusi.
"Pensa a cose tristi. A quanto ci lascerai"
Lei rise. "Io non vi lascerò mai". Ma negli occhi di Peter aveva già dilagato una disperazione quieta, dolorosa e assolutamente ingiustificabile.
"San ne è convinto. Ha torto di rado". 
"San ti ha detto questo?"
"A te no?"

Sanjay entrò nella stanza in quel momento. Aveva un sinale macchiato di olio sintetico e trasportava la pentola bollente contenente la cena. Ne scrutava il contenuto con la soddisfazione di chi è pronto a presentare un'opera d'arte, ma si fermò al centro della stanza quando sbatté contro lo sguardo deluso di Lee.

"Pensi che me ne andrò?"
"Cosa?"
"Perché pensi che vi lascerò?"

Non avrebbe potuto fingere di non capire a lungo. Ruotò il capo di lato e tese le labbra sul disagio smaccato, dimenticandosi il profumo dolce dei sapori sintetici infilati nel riso. Andò a poggiare la pentola al centro del tavolo, poi si passò le mani contro i pantaloni, guadagnando tempo che non gli sarebbe servito a nulla. Spezzò il silenzio.

"E' solo una previsione"
"Una previsione"
"Shì de. Ho detto: nel caso in cui finisse, penso che sarà perché sarai tu ad andare via".

Lee lo raggiunse e lo affiancò, girandogli attorno a spirale prima di sporgersi sulla sua spalla e valutare il contenuto del pentolone. Accigliata, inspirò a fondo e gli spinse un bacio prepotente contro l'orecchio, facendo schioccare le labbra solo per rintronarlo e sentirlo lamentarsi.

"Non vado da nessuna parte. Te lo prometto". 

* * *

Royal Suite, Hall Point Station
Febbraio 2516

Lee solleva gli occhi al soffitto: è sufficientemente sicura che, prima di ieri, non ci fossero reggiseni incastrati sullo splendido lampadario della suite che Huck Haggerty le ha gentilmente concesso. Indietreggia fino a rischiare di inciampare su ciò che rimane della holo-tv distrutta. Recupera l'equilibrio appena in tempo, abbassa gli occhi e si chiede stupidamente dove sia finito il telecomando.

I dieci minuti successivi li passa a elaborare un piano suicida per recuperare la biancheria appesa a mezz'asta. Trascina lo splendido tavolo di vetro e acciaio proprio sotto il lampadario (stupendosi di come sia rimasto più o meno intatto), poi ci carica sopra una sedia, e solo alla fine sale sul tavolo, sulla sedia e sulla punta dei piedi, sfidando le leggi della fisica e quella manciata di buoni insegnamenti impartiti a qualsiasi bambino (non metterti in pericolo quando sei da sola o finirà che cadrai, ti spaccherai la testa e nessuno verrà in tuo soccorso). Non lo farebbe se non fosse un reggiseno a cui è particolarmente affezionata: ha una linea semplice, ma sopra vi è stampata la riproduzione di una galassia. Fu la prima cosa che comprò dopo il trasloco a Xinhion, e la spigliata commessa del negozio "WonderBras" le aveva promesso che acquistandolo non avrebbe comprato un semplice reggiseno, ma un wow factor indispensabile. Lee non l'aveva mai confessato a nessuno, ma gran parte della sua liberazione dal grigiore di Koroleva era passata attraverso mutande variopinte e vestiti color evidenziatore. Dopo una vita passata a indossare solo il rosso e il grigio, scoprire il Core e la quantità di tinte che conquistavano i suoi discount le aveva imposto moralmente di vestirsi ogni giorno includendo il maggior numero di colori in cui riuscisse a infilarsi. 

Quel reggiseno le ha reso un ottimo servizio negli ultimi tredici anni - ripescarlo è questione di giustizia. E ci riesce con un ultimo salto che fa scivolare lei giù dalla sedia mentre cade, con un'agilità che le permette di non spaccarsi la testa. Il tavolo su cui cade il pesante schienale della sedia non ha altrettanta fortuna: un angolo d'acciaio colpisce un punto debole del vetro, allargando sulla superficie una lunga crepa composta. Lee brandisce vittoriosamente il suo wow factor, ma non può fare a meno di chiedersi se Huck le farà pagare i danni. Magari può imputare anche le condizioni del tavolo a Marshall Lee e Moloko Cortes. "Si rompessero una gamba a testa". (Ci ripensa subito, si sente in colpa, decide che farà un regalo a entrambi). 

Senza più una missione, lo stato della stanza la fa sentire piuttosto desolata. Lee Chernenko odia la solitudine, e per qualche motivo le tracce della passione devastatrice di Cortes e Marshall in ogni angolo la fanno sentire incredibilmente sola. Recupera dal frigobar saccheggiato una barretta di cioccolato sintetico salvatasi e, mentre la mastica col reggiseno in spalla, va a controllare se il pessimo amico ha scovato anche il proiettore holografico del telefono satellitare. 

Non l'ha fatto: il pannello metallico che lo protegge dietro il muro l'ha salvato. Elian indugia qualche istante sul touchscreen che le chiede chi vuole chiamare. Vuole davvero chiamare qualcuno? Il contatto se lo ricorda a memoria: lo digita con lentezza esasperante, ed è solo in un colpo di incosciente coraggio che avvia la chiamata. Volta le spalle e va a sedersi sulla poltrona di fronte al proiettore. Per un attimo, un attimo istante, pensa che non risponderà nessuno.

L'holografia di Sanjay Sumal è ad altissima definizione: la suite è davvero delle migliori. Il segnale fa tremare un po' la proiezione di un uomo di trentadue anni (ma ne mostra qualcuno in più) che si sta sistemando una cravatta leggermente sgualcita. Lee gli conta le rughe che la sorpresa gli piega sul volto.

"Ni-hao, San. It's been a long time". 

Sanjay si mette dritto, in piedi, e i sensori del suo holo-telefono lo seguono, inquadrandolo da capo a piedi. 

"Lee - la chiama lui, e la voce le sembra terribilmente provata - non mi aspettavo di sentirti"
"Neanche io. Ma mi sei venuto in mente, volevo salutarti"
"Come stai?"
"Bene. Tutto okay". 

Sanjay glielo ha chiesto di slancio, ma lei indugia qualche istante prima di rielaborare la domanda.

"Tu? Ti disturbo, stai uscendo?"
"No, no. I mean... sto uscendo, ma non mi disturbi"
"Dove te ne vai?"
"Al lavoro". 

Gli occhi di Lee si sollevano a circa venti centimetri dalla testa di Sanjay. Legge l'orario su Hall Point e poi legge l'orario di Gào Shi, dove il destinatario della chiamata si trova. A Xinhion sono le sette e mezza di mattina. 

"Mi ha detto Dylan che sta andando bene, il lavoro."
"Me la cavo, sì. A te come va?"
"Me la cavo anche io"
"Ho letto l'inchiesta. Quella dei Cordier"

Lee sorride, sul fondo degli occhi un filo di entusiasmo irrazionale.

"Ti è piaciuta?"
"Molto. Sei molto brava". 

Lei tira su col naso. Ride piano, con una leggerezza che non rispecchia il piombo che sente al centro del petto. Indugia ancora, tentenna, scuote il capo. Alla fine salta.

"Peter come sta?"

Sanjay sorride, e lo fa con tutta la pena del mondo.

"Non tanto bene".

Rimangono in silenzio. Lee abbassa lo sguardo e si stringe le mani sulle ginocchia, a disagio. Attende.

"Perché non vieni a Xinhion, qualche giorno? A lui farebbe piacere vederti". 

Nel momento esatto in cui glielo chiede, Lee sa che non può dire di no. Può ritardare la visita, andare a Polaris per sei mesi, rimanere bloccata a Roanoke per settimane, ma prima o poi dovrà andare a Gào Shi e bussare alla porta della casa in cui ha vissuto per quattro anni. 

"Okay - risponde mitemente, annuendo piano - okay. Appena posso, vengo a trovarvi". 

Sanjay sorride. La guarda da parsec di distanza e la ringrazia con gli occhi.

"Devo andare adesso"
"Certo. Buona giornata"
"Buona giornata, Lee". 

San chiude la chiamata, la sua immagine si spegne su un punto fermo, semovente, che scrive nel vuoto holografico 'contatto terminato'. Lee Chernenko si rende conto solo in quel momento di aver tenuto il reggiseno galattico in spalla per tutto quel tempo. Sprofonda sulla poltrona, guarda il caos attorno a sé. Sì: si sente terribilmente sola.

* * *

Gào Shi, Xinhion
Maggio 2505

Sanjay tornò tardi, e ad aspettarlo c'erano Peter ed Elian. Lei disse: "abbiamo scritto una canzone", e lui si sedette sul divano. 

"Avete scritto una canzone?", chiese.
"L'ha scritta lei, io ho solo fatto la musica"
"Che è metà di una canzone". 

Peter era seduto al pianoforte, ma non avrebbe suonato quello: imbracciava una chitarra nera dalla cassa ampia, che gli ricordava come, quando hai la musica dentro, tutto il resto sono solo strumenti per infilarla anche dentro a qualcun'altro. Lei era seduta sullo stesso seggiolino, al suo fianco. Aveva in mano dei fogli pieni di appunti, e il polsi le si agitavano appena per l'emozione. Peter iniziò a suonare, poi Elian a cantare. Sanjay sorrise - ho una buona vita, pensò. Ho una vita così buona che prego affinché non cambi mai. 

* * *



Sittin' here tonight,
By the fire light,
it reminds me I already have more than I should.
I don't need fame, no one to know my name,
at the end of the day,
Lord I pray, I have a life that's good.

Two arms around me, heaven to ground me,
and a family that always calls me home,
Four wheels to get there, enough love to share
and a sweet sweet sweet song

At the end of the day,
Lord I pray ,
I have a life that's good.

Sometimes I'm hard on me,
When dreams don't come easy,
I wanna look back and say,
I did all that I could,

Yeah at the end of the day, Lord I pray,
I have a life that's good.

Two arms around me, heaven to ground me,
and a family that always calls me home,
Four wheels to get there, enough love to share
and a sweet sweet sweet song

At the end of the day,
Lord I pray ,
I have a life that's good.