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domenica 22 giugno 2014

like bargaining



Capital City, giugno 2516

Lo studio del rispettato dottor Mathieu Kun è al sedicesimo piano di un palazzo molto elegante, in pieno centro di Capital City. Lee Chernenko ci è entrata in punta di piedi alle nove di mattina in punto, con le scarpe in mano e i vestiti sgualciti della sera prima. Lo sguardo che ha dedicato al suo terapeuta è stato un misto di scuse e birbanteria di prim'ordine. A stento pettinata, si è stesa sul divanetto con un sospiro profondo, incrociando le caviglie nude sul bracciolo e le mani sottili sul ventre.
- Stanotte ho dormito con una celebrità.
Esordisce con delicatezza, spingendo gli occhi chiari sul soffitto.
- Interessante.
- Non ti ho detto neanche quale celebrità.
- Non intendevo il dormire con una celebrità.
- Sai che è un modo per dire che abbiamo avuto un rapporto sessuale, sì?
Lee dondola lo sguardo di lato, all'angolo della bocca il principio di un sorriso arguto e canzonatorio.
- Siamo al quarto appuntamento settimanale dall'inizio della terapia. La prima volta mi hai detto che non credi nella psicoterapia, la seconda volta mi hai parlato di Marshall Lee, la terza mi hai raccontato nei dettagli il lavoro che avevi svolto nella settimana, e ora hai deciso di cambiare di nuovo argomento.
Lei guarda Kun con la coda dell'occhio. Ha una carnagione scura, olivastra, capelli corti e sottili, barba brizzolata, occhiali da vista perfettamente tondi. In gioventù deve essere stato un ragazzo silenzioso, molto studioso. Si strofina il pollice sul labbro inferiore strofinando ciò che è rimasto del rossetto.
- Due settimane fa, avevi accennato che saresti andata a trovare Marshall Lee in carcere.
- E l'ho fatto.
- Vogliamo parlare di questo?
Sospira a fondo ed espira dalle narici appena infastidita, tornando ostinatamente a fissare il soffitto bianco. Se ne sta un po' in silenzio, poi con uno strattone di spalle verso l'altro si mette seduta sul divano. Affonda il busto nello schienale e tamburella le dita sui grandi e morbidi cuscini in sintopelle nera. 
- No.
Kun allarga le dita sui braccioli della sua poltrona. E' una poltrona rigida, di uno stile del tutto diverso da quello del divano. Sostiene e solleva piuttosto che avvolgere e accogliere. 
- Una volta mio fratello maggiore mi ha salvato la vita.  
Il silenzio protratto non spaventa nessuno dei due.
- Mi si ruppe il ghiaccio sotto i pattini e caddi in un lago d'inverno. Avevo sei anni, lui ne aveva undici. Si tolse il cappotto e si lanciò in acqua. Avremmo potuto morire entrambi affogati, o di ipotermia, ma lui non ci pensò neanche un istante.
- O forse ci pensò e considerò che salvare sua sorella valesse il rischio. 
Lee sorride addosso al viso di Kun con un retrogusto amaro che le scivola dietro le gengive.
- Ho passato anni interi nella sua completa adorazione. Ho amato sempre tutti loro: Arkadi, e le mie sorelle. Ma per tutta l'infanzia ho sempre cercato solo Vitali. Pensavo fosse la persona più coraggiosa di tutto il 'Verse. Difendeva tutti noi. Se un ragazzino mi dava fastidio, se ne sarebbe occupato Vitali. Se non avevo ancora imparato a sparare bene dopo due settimane di campo militare estivo, mi avrebbe insegnato Vitali. Se sull'orlo di un trampolino non trovavo il coraggio di saltare, Vitali mi avrebbe spinto. 
- Sembra il ritratto di un ottimo fratello maggiore.
- It does, doesn't it?
- E quindi cosa ti porta a nutrire così tanto risentimento nei suoi confronti?
Stringe le labbra, fa sfuggire lo sguardo di lato. Sulla scrivania poco distante, vede un piccolo meccanismo a moto semi-perpetuo. La ripetizione del movimento, per qualche motivo, la infastidisce abbastanza da strattonare lo sguardo verso altri angoli.
- Perdonare è dimenticare?
- Non necessariamente.
- Marshall Lee ne è convinto. Quando gli ho detto che l'ho perdonato, non mi ha creduto.
Nel modo in cui cerca una reazione sul viso di Kun c'è una voracità impaziente. Lui la guarda da dietro gli occhiali perfettamente tondi. Se c'è una cosa che Lee Chernenko sa fare, è leggere le persone.
- Puoi dirlo.
- Dire cosa?
- Che sono patetica. Che la mia necessità di essere amata da tutti è patologica.
- E' quello che pensi di te?
- E' quello che pensa chiunque.
- Non credo che tu abbia necessità di essere amata da tutti, Lee. In verità, penso sia il contrario: ho l'impressione che tu abbia la necessità di amare tutti.
- E puoi guarirla?
- Come una malattia?
Lee solleva gli occhi al cielo e sbuffa un mezzo sorriso sarcastico ed esasperato.
- Non mi ha portato molta fortuna, fino ad ora.
- Questa non è una risposta.
- La tua è a stento una domanda.
Il sorriso si fa più dolce, in qualche modo più rarefatto. La korolevita si passa le mani sulla gonna svasata del vestito che indossa. Addosso, Kun le trova un'accettazione quieta del proprio corpo, anche quando stanco e sfatto. 
- Quindi sei andata a trovare Lee per dirgli che lo avevi perdonato.
- Esatto.
- Mi sembri delusa dalla sua reazione.
- I guess.
- Che cosa ti aspettavi? 
- Che mi chiedesse scusa, immagino. Che fosse pentito.
- E questo avrebbe sistemato le cose tra di voi?
Lee schiude le labbra, poi aggrotta le sopracciglia, tentenna. Spinge gli occhi sul viso di Kun cercando di decifrare la risposta giusta dalla quantità di rughe irradiate dagli occhi scuri dell'uomo.
- No. Certo che no.
Abbassa il capo e chiude le mani l'una sull'altra. Ora sembra davvero a disagio. Sinceramente delusa.
- Vitali diventò come mio padre. Ecco cosa accadde.
- Spiegami. 
- Mi denunciava ai nostri genitori se mi trovava della musica o dei libri del Core nascosti sotto le mattonelle del pavimento della mia stanza. Controllava che non facessi solo finta di cantare l'inno ogni mattina. Una volta gli chiesi se si ricordava di quella volta che mi aveva salvato dall'annegamento in un lago ghiacciato. Mi disse che nostro padre gli aveva ordinato di badare a me. Ordinato. Tutto ciò che per anni avevo pensato fosse amore e coraggio, era solo senso del dovere. Un artificio che non aveva niente a che fare con me.
- Devi esserti sentita tradita.
Lee aggrotta le sopracciglia, scava sul fondo dello sguardo di Kun. Poi soffia tra i denti una risata nervosa, scuote il capo e guarda altrove.
- Of course. Vitali è una metafora per Marshall Lee. O il contrario. Funziona comunque, no? Deve essere vero quello che dicono sugli psicoterapeuti.
- Non è affatto quello che credo. Anzi.
Riesce a ricatturarne l'attenzione e a iniettarle di nuovo il disagio nelle vene. Mathieu Kun la vede agitarsi inquieta sul divano morbido, come se all'improvviso fosse diventato incredibilmente scomodo.
- Certo, hai tracciato le analogie in modo palese. Due persone dai sentimenti insinceri e dedite solo al rispetto degli ordini che ti hanno ferito in momenti diversi della tua vita tradendo la tua fiducia. E' una similitudine così perfetta che mi sorprende tu l'abbia assunta con tanta ingenuità. No: io credo, Lee, che tu mi abbia appena raccontato di come tu non riesca a perdonare qualsiasi cosa ti abbia fatto tuo fratello, nonostante ti abbia salvato la vita, tanto da non voler avere nulla a che fare con lui da anni. Mentre per perdonare Marshall Lee, che non è tuo fratello e che non ti ha mai salvato la vita, hai impiegato un istante. Quasi come fosse una cosa da fare di fretta, prima che scada il tempo. 
- Quale tempo.
- E' un'ottima domanda. Il tempo per riabilitarlo nella tua vita, suppongo. 
Lo sguardo azzurro della giornalista si riempie di una diffidenza spezzata, ricomposta in sprazzi di razionalità e aspettative plausibili.
- Mi ha portata nelle mani di gente che mi ha rapita, minacciata di morte, tenuta al buio per settimane, torturata. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che me lo merito e me la sono cercata. Perché dovrei volerlo riabilitare nella mia vita?
- Spiegami allora perché hai avuto tanta fretta di andare a dirgli che lo avevi perdonato.
Le tremano gli occhi. Quando se ne accorge li abbassa, deglutisce. Si passa il pollice sinistro contro il palmo della mano destra, strofinando il segno di una cicatrice sottile. Parla ora molto piano, come se all'improvviso le fosse mancata tutta la voce.
- Non voglio che pensi che lo odi. O che lui odi me. 
- Dopo quello che ti ha fatto, per quale motivo ti interessa che non ti odi?
Non risponde.
- Io credo, Lee, che tu stia semplicemente attraversando le normali fasi dell'elaborazione del lutto. La morte non è l'unico modo in cui possiamo perdere una persona cara.
Continua a non rispondere. Sospira a fondo, improvvisamente esausta e svuotata. Affonda il viso tra le mani e poi si passa le mani tra i capelli biondi, tirandoli all'indietro finché non le fanno male.
- Lemme guess (dice molto piano, con un accento che scivola incomprensibilmente su una cadenza cantilenante e aperta simile a quella di Bullfinch). This ain't Acceptance, is it?

* * *

Maybe when we're both old and wise,
Maybe when our hearts have had some time,
I'm gonna see you there.