Dogtown, Capital City
Ore 22.30
Lee guarda l'ora sullo schermo tiepidamente luminescente del c-pad: a quest'ora la gara di ballo sarà iniziata da un pezzo. La sua macchina è molto lontana dal centro di Capita City: è molto lontana anche da casa sua. Oltre il parabrezza vede gli angoli squadrati degli altissimi palazzi neri di Mercy Street. Sbircia le finestre cercando di capire se quella di Ryan è accesa, ma le è impossibile anche solo vederla: è troppo in alto, troppo perduta tra altre centinaia di finestre che si aprono e chiudono su un quartiere che inizia a svegliarsi solo verso quell'ora. Lee lo conosce a memoria, spanna dopo spanna, ma ora confonde il ricordo con una bottiglia di scotch scadente che si passa da una mano all'altra. Prendersi addosso la dipendenza di un ranchero qualsiasi in cambio di una testimonianza: è esattamente il tipo di cazzate incoscienti e pericolose che Dylan le avrebbe rimproverato. Dylan.
Quando la lettera di Andres le è arrivata, lei era appena rientrata a casa. Ha dato una mancia al corriere che gliel'ha consegnata e, dopo averla letta, si è resa conto di non riuscire a rimanere un secondo di più in quelle quattro mura. Si è guardata intorno e si è chiesta cos'è che ha che le appartiene. I poster sui muri, la vernice con cui li ha dipinti, quella bellissima holo-tv trovata a un prezzo stracciato, un set completo di bagnoschiuma aromatizzati ai frutti rossi, delle tazze di latta su cui ha dipinto le iniziali sue e di Gray. Cose, oggetti. Oggetti da cui all'improvviso si sente tanto oppressa da risultarne soffocata, quasi le si fossero incastrati in gola. E' uscita per questo. Per respirare.
E' da quando l'hanno rapita che non ha (quasi) più avuto attacchi di panico. Ha avuto paure violente e terrori notturni per molto tempo, una manciata di fobie di cui si trascina ancora dietro i pezzi, ma dopo quella terribile notte in cui ha litigato in ufficio con Yahn, e lui ha deciso di fare di testa sua chiamando un'ambulanza, e il giorno dopo era in piedi ma il vice di Harker l'ha chiamata nel suo ufficio per chiederle se era ancora in grado di fare quel lavoro o se preferiva andare in vacanza, per un po'... da quel momento ha smesso. Ha deciso che avrebbe sfogato quell'angoscia in modi diversi. Il suo rapporto con l'alcol è diventato più morboso, quello con le droghe più affascinato, ma allo stesso tempo più conflittuale quello con gli spacciatori. E' diventata molto più fantasiosa nel nascondere la propria insoddisfazione, meno imbarazzata dalla propria ambizione. Ha continuato ad accumulare cose, e mentre accumulava cose disperdeva persone.
Ma ha trovato Andres. Andres e il suo cuore spezzato, Andres e i soprusi che ha subito, Andres che ha abbandonato un pianeta gelido e ha pensato che il suo unico valore fossero i suoi lineamenti delicati e il corpo snello. Andres di cui si è innamorata in un modo in cui non si innamorava da tempo infinito: con entusiasmo e fiducia, col desiderio di salvarlo: aveva bisogno di qualcuno da salvare. Ora tiene tra le dita la sua lettera aperta che non sa come pubblicare (da sola? Con un commento a mio nome? Con un commento anonimo? E che tipo di commento?) e che le ha strappato di dosso la superficialità frivola di cui si veste ogni giorno.
Non ha contattato Dylan da quando se ne è andato. Ha trovato un suo vecchio cappotto che indossa ogni tanto, quando Gray non è in casa. Nelle tasche ha trovato uno zippo e un libro cartaceo che lui deve aver lasciato apposta per lei, o almeno così le piace pensare. Ha chiamato Rachel, che le ha detto che non le direbbe dov'è andato neanche se lo sapesse, e ha fatto il giro di tutti i loro vecchi compagni d'università, pensando che forse avrebbe potuto chiedere ospitalità a loro, per i primi tempi. Ha trovato addirittura il contatto di Nadja Khan, sua cugina residente ad Elèria, ma di Dylan non c'è traccia. Dopo una vita passata ad essere sicura, sicura che ci sarebbe sempre stato, adesso sembra perduto.
Dopo un altro sorso, prende il c-pad con entrambe le mani. Apre un nuovo file e scrive "Caro Eddie".
Caro Eddie, un giorno sei venuto a svegliarmi che avevo la febbre. Ci conoscevamo da molto poco ma era come se avessimo parlato di cose importanti per tutta la vita. Mi hai fatta vestire e mentre mi lamentavo mi hai trascinato in un bar che era anche un circolo di poesia, e mentre tu bevevi scotch io bevevo antibiotico, e tu hai ben pensato di infilarmi un po' di scotch nell'antibiotico, ed è da allora che bevo scotch. In quel circolo ci tornammo ancora, e un giorno (non avevo più la febbre) venne quest'uomo che si mise di fronte al microfono e chiese: "la conoscete la storia dei due pesci?". Aveva capelli lunghi legati dietro la nuca, i sintomi di una depressione ai primi stadi inscritti nelle occhiaie e nel modo in cui non guardava mai il suo pubblico direttamente. Dopo quella sera iniziasti a guardarmi in modo diverso perché avevi capito che questa è l'acqua, ma io non l'avevo ancora capito: hai sempre capito le cose prima di tutti, tu. Hai sempre visto le cose in modo lucido, e a volte ho pensato che fosse solo spietato, ma il tuo essere spietato ti era necessario a chiamare le cose con il loro nome. Hai sempre detto: il primo passo per capire una cosa è chiamarla con il suo nome. Uno zoppo è uno zoppo, non è un diversamente ambulante. E una bugia non è un punto di vista: è una bugia e basta. Hai sempre vissuto per assoluti, e io - che sono nata su Koroleva e sono scappata nel Core, e poi in guerra, e poi a Polaris - ho sempre navigato nella relatività, e quegli assoluti te li invidiavo. Mi hai sempre rimproverato di stare nella zona grigia della politica, di non prendere posizione. Di essere troppo accomodante, troppo poco coraggiosa. Di me, al contrario di tutti gli altri, hai sempre visto questo: il mio poco coraggio. Per essere un giornalista, sei sempre stato sorprendentemente manicheo.
So che abbiamo avuto i nostri momenti, li ho riconosciuti. Aspettavi che io mi rendessi conto che quella era l'acqua, ma io lo sapevo. Ma non ho avuto coraggio. Più di una volta mi hai spintonata sperando che reagissi, ma non hai mai avuto successo. Me ne sono resa conto, ma non ne ho avuto il coraggio. Vedevo tutti i modi in cui avremmo fallito, tutti i motivi per cui avremmo litigato. Vedevo come sarebbe finita e sapevo che dopo non ti avrei più visto, né avuto nella mia vita. Sapevo che non avresti sopportato le mie partenze, i miei tradimenti, e so che hai sempre pensato che mi innamorassi troppo facilmente, troppo rapidamente. Volevi essere Lee e Dylan contro tutti e hai sempre voluto rimproverarmi di essere Lee e Dylan e poi Lee e tutti gli altri. Non ho mai voluto molti nemici, tu non hai mai voluto molti amici. Non ho mai saputo stare da sola e tu non hai mai tollerato la troppa compagnia. Sapevo che quella era l'acqua, ma non ho mai voluto immergermi.
Ma ho cambiato idea, adesso. Il Core non è il posto per me, ho bisogno di andarmene di nuovo. Se torni su Horyzon parleremo all'infinito e decideremo insieme dove andare: dove siamo utili. Invece di raccontare le grandi imprese saremo quelli che le fanno. Se torni a Capital City e vieni a bussare a casa, ti aprirò la porta, giuro, a qualsiasi ora. Ti insegnerò che lingua parlando a Richleaf e andremo a insegnare a leggere e a scrivere ai ragazzini delle favelas, li sottrarremo alle bande e alle gang. Venderemo tutto ciò che abbiamo e andremo a ricostruire Hera pezzo dopo pezzo. Andremo a parlare di libertà a Clackline, cercheremo le rive dell'Orinoco sotto i deserti di Blackrock, ci cureremo le ferite con l'agave e i coltelli arroventati. Ora sono pronta, questa è l'acqua. Torna qui e partiremo insieme.
No. Non scrive niente di tutto ciò. Se lo lascia navigare nel petto, ma sullo schermo digita solo "hey". Preme il polpastrello sull'invio. Dopo pochi secondi, il display le restituisce un messaggio di errore: questo indirizzo non è più esistente.
Inghiotte qualche sorso di scotch: avrebbe dovuto immaginarlo. Solo quando è abbastanza stordita dall'alcol apre un nuovo file di scrittura. Si passa la lingua tra le labbra, aumenta la grandezza del font. Stile: titolo. Molto lentamente, digita le prime tre parole.
Come the day.
and you discover that home
is not a person or place
but a feeling you can't get back.




