martedì 29 luglio 2014

like I'm waiting for the day to come


Dogtown, Capital City
Ore 22.30

Lee guarda l'ora sullo schermo tiepidamente luminescente del c-pad: a quest'ora la gara di ballo sarà iniziata da un pezzo. La sua macchina è molto lontana dal centro di Capita City: è molto lontana anche da casa sua. Oltre il parabrezza vede gli angoli squadrati degli altissimi palazzi neri di Mercy Street. Sbircia le finestre cercando di capire se quella di Ryan è accesa, ma le è impossibile anche solo vederla: è troppo in alto, troppo perduta tra altre centinaia di finestre che si aprono e chiudono su un quartiere che inizia a svegliarsi solo verso quell'ora. Lee lo conosce a memoria, spanna dopo spanna, ma ora confonde il ricordo con una bottiglia di scotch scadente che si passa da una mano all'altra. Prendersi addosso la dipendenza di un ranchero qualsiasi in cambio di una testimonianza: è esattamente il tipo di cazzate incoscienti e pericolose che Dylan le avrebbe rimproverato. Dylan.

Quando la lettera di Andres le è arrivata, lei era appena rientrata a casa. Ha dato una mancia al corriere che gliel'ha consegnata e, dopo averla letta, si è resa conto di non riuscire a rimanere un secondo di più in quelle quattro mura. Si è guardata intorno e si è chiesta cos'è che ha che le appartiene. I poster sui muri, la vernice con cui li ha dipinti, quella bellissima holo-tv trovata a un prezzo stracciato, un set completo di bagnoschiuma aromatizzati ai frutti rossi, delle tazze di latta su cui ha dipinto le iniziali sue e di Gray. Cose, oggetti. Oggetti da cui all'improvviso si sente tanto oppressa da risultarne soffocata, quasi le si fossero incastrati in gola. E' uscita per questo. Per respirare.

E' da quando l'hanno rapita che non ha (quasi) più avuto attacchi di panico. Ha avuto paure violente e terrori notturni per molto tempo, una manciata di fobie di cui si trascina ancora dietro i pezzi, ma dopo quella terribile notte in cui ha litigato in ufficio con Yahn, e lui ha deciso di fare di testa sua chiamando un'ambulanza, e il giorno dopo era in piedi ma il vice di Harker l'ha chiamata nel suo ufficio per chiederle se era ancora in grado di fare quel lavoro o se preferiva andare in vacanza, per un po'... da quel momento ha smesso. Ha deciso che avrebbe sfogato quell'angoscia in modi diversi. Il suo rapporto con l'alcol è diventato più morboso, quello con le droghe più affascinato, ma allo stesso tempo più conflittuale quello con gli spacciatori. E' diventata molto più fantasiosa nel nascondere la propria insoddisfazione, meno imbarazzata dalla propria ambizione. Ha continuato ad accumulare cose, e mentre accumulava cose disperdeva persone.

Ma ha trovato Andres. Andres e il suo cuore spezzato, Andres e i soprusi che ha subito, Andres che ha abbandonato un pianeta gelido e ha pensato che il suo unico valore fossero i suoi lineamenti delicati e il corpo snello. Andres di cui si è innamorata in un modo in cui non si innamorava da tempo infinito: con entusiasmo e fiducia, col desiderio di salvarlo: aveva bisogno di qualcuno da salvare. Ora tiene tra le dita la sua lettera aperta che non sa come pubblicare (da sola? Con un commento a mio nome? Con un commento anonimo? E che tipo di commento?) e che le ha strappato di dosso la superficialità frivola di cui si veste ogni giorno.

Non ha contattato Dylan da quando se ne è andato. Ha trovato un suo vecchio cappotto che indossa ogni tanto, quando Gray non è in casa. Nelle tasche ha trovato uno zippo e un libro cartaceo che lui deve aver lasciato apposta per lei, o almeno così le piace pensare. Ha chiamato Rachel, che le ha detto che non le direbbe dov'è andato neanche se lo sapesse, e ha fatto il giro di tutti i loro vecchi compagni d'università, pensando che forse avrebbe potuto chiedere ospitalità a loro, per i primi tempi. Ha trovato addirittura il contatto di Nadja Khan, sua cugina residente ad Elèria, ma di Dylan non c'è traccia. Dopo una vita passata ad essere sicura, sicura che ci sarebbe sempre stato, adesso sembra perduto.

Dopo un altro sorso, prende il c-pad con entrambe le mani. Apre un nuovo file e scrive "Caro Eddie". 
Caro Eddie, un giorno sei venuto a svegliarmi che avevo la febbre. Ci conoscevamo da molto poco ma era come se avessimo parlato di cose importanti per tutta la vita. Mi hai fatta vestire e mentre mi lamentavo mi hai trascinato in un bar che era anche un circolo di poesia, e mentre tu bevevi scotch io bevevo antibiotico, e tu hai ben pensato di infilarmi un po' di scotch nell'antibiotico, ed è da allora che bevo scotch. In quel circolo ci tornammo ancora, e un giorno (non avevo più la febbre) venne quest'uomo che si mise di fronte al microfono e chiese: "la conoscete la storia dei due pesci?". Aveva capelli lunghi legati dietro la nuca, i sintomi di una depressione ai primi stadi inscritti nelle occhiaie e nel modo in cui non guardava mai il suo pubblico direttamente. Dopo quella sera iniziasti a guardarmi in modo diverso perché avevi capito che questa è l'acqua, ma io non l'avevo ancora capito: hai sempre capito le cose prima di tutti, tu. Hai sempre visto le cose in modo lucido, e a volte ho pensato che fosse solo spietato, ma il tuo essere spietato ti era necessario a chiamare le cose con il loro nome. Hai sempre detto: il primo passo per capire una cosa è chiamarla con il suo nome. Uno zoppo è uno zoppo, non è un diversamente ambulante. E una bugia non è un punto di vista: è una bugia e basta. Hai sempre vissuto per assoluti, e io - che sono nata su Koroleva e sono scappata nel Core, e poi in guerra, e poi a Polaris - ho sempre navigato nella relatività, e quegli assoluti te li invidiavo. Mi hai sempre rimproverato di stare nella zona grigia della politica, di non prendere posizione. Di essere troppo accomodante, troppo poco coraggiosa. Di me, al contrario di tutti gli altri, hai sempre visto questo: il mio poco coraggio. Per essere un giornalista, sei sempre stato sorprendentemente manicheo.  
So che abbiamo avuto i nostri momenti, li ho riconosciuti. Aspettavi che io mi rendessi conto che quella era l'acqua, ma io lo sapevo. Ma non ho avuto coraggio. Più di una volta mi hai spintonata sperando che reagissi, ma non hai mai avuto successo. Me ne sono resa conto, ma non ne ho avuto il coraggio. Vedevo tutti i modi in cui avremmo fallito, tutti i motivi per cui avremmo litigato. Vedevo come sarebbe finita e sapevo che dopo non ti avrei più visto, né avuto nella mia vita. Sapevo che non avresti sopportato le mie partenze, i miei tradimenti, e so che hai sempre pensato che mi innamorassi troppo facilmente, troppo rapidamente. Volevi essere Lee e Dylan contro tutti e hai sempre voluto rimproverarmi di essere Lee e Dylan e poi Lee e tutti gli altri. Non ho mai voluto molti nemici, tu non hai mai voluto molti amici. Non ho mai saputo stare da sola e tu non hai mai tollerato la troppa compagnia. Sapevo che quella era l'acqua, ma non ho mai voluto immergermi. 
Ma ho cambiato idea, adesso. Il Core non è il posto per me, ho bisogno di andarmene di nuovo. Se torni su Horyzon parleremo all'infinito e decideremo insieme dove andare: dove siamo utili. Invece di raccontare le grandi imprese saremo quelli che le fanno. Se torni a Capital City e vieni a bussare a casa, ti aprirò la porta, giuro, a qualsiasi ora. Ti insegnerò che lingua parlando a Richleaf e andremo a insegnare a leggere e a scrivere ai ragazzini delle favelas, li sottrarremo alle bande e alle gang. Venderemo tutto ciò che abbiamo e andremo a ricostruire Hera pezzo dopo pezzo. Andremo a parlare di libertà a Clackline, cercheremo le rive dell'Orinoco sotto i deserti di Blackrock, ci cureremo le ferite con l'agave e i coltelli arroventati. Ora sono pronta, questa è l'acqua. Torna qui e partiremo insieme.
No. Non scrive niente di tutto ciò. Se lo lascia navigare nel petto, ma sullo schermo digita solo "hey". Preme il polpastrello sull'invio. Dopo pochi secondi, il display le restituisce un messaggio di errore: questo indirizzo non è più esistente.

 Inghiotte qualche sorso di scotch: avrebbe dovuto immaginarlo. Solo quando è abbastanza stordita dall'alcol apre un nuovo file di scrittura. Si passa la lingua tra le labbra, aumenta la grandezza del font. Stile: titolo. Molto lentamente, digita le prime tre parole.
Come the day.


and you discover that home
is not a person or place
but a feeling you can't get back.

mercoledì 16 luglio 2014

like that one time I bailed on you and you said you'd forgive me and I said I'd never do it again 'cause I didn't know I'd be bailing on you once more in this lifetime even though you already knew


Lee bussa due volte, è distratta. Sta controllando sul c-pad la lista di film offerti dal suo abbonamento a "holomovies", un sito cortex che permette di vedere fino a sessanta film in alta risoluzione 3D al mese. Da quando Dylan è uscito dall'ospedale il lunedì sera va sempre da lui con una nuova proposta di attività, ma lui zoppica ancora e non si sa se smetterà mai di zoppicare, per cui di uscire non gli va - lui dice che non ce la fa, ma Lee è una di quelle fastidiose persone che pensa che ogni cosa sia solo una questione di forza di volontà. L'ultima volta che gliel'ha detto hanno litigato, allora stasera si è detta: questa settimana lo lascio stare, gli dico che rimaniamo a casa e ci vediamo qualcosa di molto serio e molto impegnato, tipo Mechanic Flower, che viene descritto come il miglior thriller filosofico dell'anno, ma devo leggere la descrizione perché se c'è qualcosa che lo innervosisce è l'utilizzo dell'aggettivo "filosofico" a vanvera. Una volta abbiamo discusso su questo: che vuol dire "filosofico"? Ogni forma di curiosità è filosofia, sosteneva lui, e abbiamo fatto una di quelle lunghe discussioni filosofiche che poi non vogliono dire niente, e a un certo punto ho spalancato le braccia e ho detto: porco cazzo, Eddie, sei l'unico reporter che conosco a cui piace impelagarsi in queste chiacchiere filosofiche. 

Ma la verità è che Eddie non è mai stato un reporter, Eddie è sempre stato un giornalista, che è una cosa diversa. Fin da quando erano ragazzi lei è sempre stata quella che ricostruiva il cosa, ma Eddie si chiedeva il perché. Lei aveva diciannove anni e lui venti: lavoravano insieme a un pezzo su degli esperimenti condotti dal corso di genetica della Gao Shì Alliance University, cioè la loro università, e mentre lei bussava a tutte le porte e cercava di farsi spiegare come l'esperimento funzionasse, Eddie aveva iniziato a studiare bioetica. Lei stendeva il manualetto dell'esperimento, lui scriveva un travolgente pezzo sui limiti morali della scienza moderna. E' sempre stato così, Eddie: un giornalista. Io sono solo una reporter.

Allora entra in casa quando lui gira la chiave all'indietro, lei spinge la porta con le spalle e senza neanche alzare gli occhi dal pad dice: stasera vediamo un thriller di qualità? Eddie zoppica verso il letto, che in una casa così piccola è a tre metri dalla porta d'ingresso, e ci zoppica col bastone ed evitando con cura la valigia ordinatamente poggiata per terra, che è una cosa che normalmente per terra non c'è ed è la prima cosa che convince Lee ad alzare lo sguardo. Lei ha sempre funzionato così: prima vede il dettaglio, e dal dettaglio va indietro, alla cosa più grande, ed è sempre stata un po' la sua maledizione perché non è un processo facile, neanche per i reporter, ma il mestiere di reporter è molto più facile di quello di giornalista. Insomma va indietro, metaforicamente, e si rende conto che quella casa ha l'aspetto sfatto di una casa spogliata con violenza, con la fretta di una fuga, e poi va indietro un altro po', sempre metaforicamente, e vede lui che si siede sul letto a fatica e sospira come se avesse tutto il peso del mondo sulle spalle, alza gli occhi su di lei e aspetta.

Inizia dicendo: "sto andando via".

Non lo dice davvero, ma Dylan Jamison Khan e Lee Chernenko si conoscono da tredici anni, e qualcosa deve pur significare. La conversazione che segue è molto fitta, anche se esiste solo nelle loro teste e se la rimbalzano negli occhi. Lei chiede: perché? Lui risponde: come fai a chiederlo? Lei: perché non lo so. Lui: certo che lo sai. Lei: dimmelo lo stesso. Lui: non mi vedi? Zoppico come un paralitico, non posso fare più questo lavoro. Lei: ma sei un giornalista, non un reporter. Lui: non è il camminare il problema. Lei: qual è il problema? Lui: il problema è che non ci credo più. Lei: come fai a non crederci più? Lui: come fai a crederci tu? Ieri mi hai detto che Coco Aguilar non ha voluto sganciarti due parole sulle indagini sulla peggiore strage dell'ultimo secolo nel Core. La gente diventa matta, stermina persone, fa la fanatica religiosa, mette bombe, mangia altra gente e non puoi fare niente perché ti trattano come se fossi lì per impedire il loro lavoro, come se l'opinione pubblica fosse una mosca fastidiosa e i cittadini un inciampo da evitare, e che cosa puoi fare tu? Non puoi fare niente, puoi farti insultare e puoi dormire male la notte, ma la verità è che viviamo in uno Stato di militari, e la Guerra ci ha distrutto, le guerre ci hanno distrutto, hanno fatto entrare nella nostra società civile persone e cose e idee che non hanno niente a che fare con la nostra tradizione di civiltà, e questi militari che abbiamo adesso dieci anni fa non si sarebbero mai permessi di tacere cose di tale importanza, ma la guerra ci ha rovinato, la guerra ha rovinato l'Alleanza e la società civile e ora a noi non resta che essere scribacchini, pietire informazioni come se le informazioni non fossero un nostro diritto, a noi non resta che essere vittime di questo sistema e io non sarò più una vittima, sono stanco di essere una vittima, questa città mi ha reso una vittima e io adesso mi sottraggo a questa città perché io non sono un reporter come te, la mia vita non è stata una guerra dal primo giorno in cui sono nato e nella guerra non mi trovo a mio agio, perché la verità è che tu nella guerra ti trovi a tuo agio, e non te ne andrai mai da questa città finché sarà in guerra, e guarda, abbiamo vinto due guerre ma le abbiamo perse entrambe perché la guerra è arrivata a casa nostra, a casa mia, che non è casa tua, tu non hai mai avuto una casa tua e non puoi capire cosa voglia dire vedere la guerra a casa tua, le bombe a casa tua, sapere di essere una vittima di guerra a casa tua, io a questo mi ribello perché l'unica cosa su cui ho il controllo è me stesso, allora reclamo il controllo su me stesso e dico: me ne vado. 

Si conoscono da tredici anni e qualcosa deve pur significare. 

"Conosci qualche storia vera a lieto fine?", chiede lei molto piano, mentre si siede accanto a lui.
"Dipende."
"Dipende?"
"Vieni via con me."
"Dove?"
"Dove vuoi tu. Ci compriamo un pezzo di terra su Greenfield."
"E coltiviamo la terra?"
"Una barca su Whitmon. Abbiamo sempre detto che ci saremmo tornati."
"Avevamo vent'anni."
"Dove vuoi."
"Non posso."

Dylan le si spinge addosso come se volesse impedirle di pronunciare l'ultima sillaba, il punto finale. Le arpiona la nuca con una mano e se la spinge contro il viso, baciandole l'addio sulle labbra quasi come se fosse qualcos'altro, un benvenuto, un inizio. Brucia del rimorso di non averlo fatto quel pomeriggio sul tetto dell'università, o quella volta che gli è sembrato di vedere i delfini nel mare blu di Whitmon, di altre cento volte in cui si è lasciato vincere dalla pigrizia o dall'apatia e dall'indolenza di vivere e dalla sua stupidità, tutte e cento le volte in cui ha rifiutato di darsene pensiero e ha scelto sonni tranquilli su grandissimi errori di quelli che ti ricordi per tutta la vita, di quelli che ti segnano per tutta la vita e di quelli che la vita te la cambiano, ma a volte in meglio, o a volte in peggio, ma devi farli perché altrimenti non saprai mai se ti stai perdendo una vita migliore e a volte serve solo un po' di coraggio, ma tutto il coraggio che Dylan Jamison Khan ha avuto nella sua vita lo ha sempre impiegato altrove, di tutto quel coraggio non ne ha mai risparmiato abbastanza per baciare Lee Chernenko, almeno non fino a quel momento: il momento sbagliato.

Si stacca lentamente e la guarda. Glielo legge negli occhi già pieni di nostalgia: non è un inizio.

"Perché?", chiede lui con molta cautela.
"Per favore, per favore, rimani a Capital City. Abbia pazienza, abbi fiducia."
"Non mi fido più di niente. Non mi fido più della stampa. Del mio lavoro. Ci ho dedicato una vita."
"Fidati di me."

Lui si tira indietro con calma. Quando sospira, sospira come se si stesse svuotando dell'anima. Si alza a fatica, zoppica con quel peso del mondo tutto caricato sulle spalle, tirandosi dietro la valigia. Poi, molto gentile e molto inesorabile, tira indietro la maniglia.

"Ho dedicato una vita anche a te", confessa con la rassegnazione degli sconfitti. Esce molto piano, molto cauto, e assai piano e assai cautamente si richiude la porta alle spalle.


Dylan e Lee, Lòng City 2506. Foto di Faye Kim

martedì 8 luglio 2014

like you don't own this skin you're wearing


Ha aspettato un tempo ragionevole, quel tot di ore necessarie ad essere sicura che Gray fosse partito. Rientra a casa con la borsa in spalla e un sospiro profondo compresso sul fondo della cassa toracica ormai da giorni. Winston entra dopo di lei, va ad annusare gli angoli per ricordarsi dove si trova. Per quanto abbia sempre odiato la solitudine, Lee Chernenko è per una volta felice di non dover parlare con nessuno.

Apre la porta della sua stanza per la prima volta dopo aver messo piede fuori dal bagno ed essersi avvolta in un asciugamano grande e ruvido. Sussulta quando trova un pesante fascicolo poggiato sul proprio letto, e deve girarci intorno varie volte prima di azzardarsi a leggerne anche soltanto il nome. Si tira indietro come se scottasse. Passa un'ora buona a guardarlo da lontano mentre si asciuga i capelli, si veste, butta qualche vestito dal sapore border nel borsone che un attimo primo ha svuotato nell'armadio. Solo quando è di nuovo pronta a uscire, controlla l'orario e calcola che mancano almeno tre ore alla partenza del suo volo per Threesprings.

Si stende sul letto.

Tira fuori dalla tasca una minuscola unità di memoria. Se la rigira tra le dita, davanti al volto, chiedendosi come sia possibile che la sua vita dipenda da un oggetto così piccolo. E' solo una cosa, e io sono una persona in carne e ossa. Le persone che amo sono nate e hanno respirato, hanno pensato, hanno fatto scelte. Questa è solo una cosa. Se la posizione al centro della fronte, chiedendosi se pesi abbastanza da scalfirle l'osso cranico.

Tira su il busto sul letto e, con un sospiro rassegnato a se stessa, apre il fascicolo. Lo legge tutto, dal primo foglio all'ultimo. Ogni parola le si infila nella pelle come un ago pronto a toglierle sangue. Il biglietto scritto a mano lo nota soltanto quando ha finito le ultime righe. 

Porta tutto nella stanza di Gray, lo dispone ordinatamente sul suo letto. Torna poi nella propria stanza, prende il proprio taccuino e una penna. Scrive il biglietto che lascerà per lui.
Va tutto bene tra me e te. Ci vediamo quando torno. Lee.
Lo rilegge. Pronuncia ogni parola ad alta voce, ma non riesce a convincersene. Strappa il foglio e lo butta. Ci riprova, a fatica.
Ne parliamo quando torno. Lee.
Lo guarda un po'. Punta la penna poco più a sinistra della N, tracciando poi una marcata retta che raggiunge il proprio nome. Gira pagina. La gola le si annoda. 

Lee sa perfettamente che non ha alcun diritto di avercela con Sebastian Gray Holmes. Sa di aver premuto su un livido ed è sempre stata convinta che una sincera richiesta di scuse potesse annullare, se non le azioni più efferate, quantomeno gli errori e i colpi di testa.

Non c'è niente, insomma, con cui possa giustificare il rancore che le si deposita al centro del fegato. Se lo sente crescere dentro come un tumore rapido, incontrollabile. All'improvviso Gray non esiste più: nei luoghi che erano suoi ha camminato un impostore che gli ha rubato la pelle. Che, soprattutto, l'ha rubato a lei.
Se tornerò, non voglio trovarti.
Solleva il taccuino davanti al volto. Studia i caratteri scritti da una mano rapida, che ha premuto l'inchiostro sul foglio fino a scavare solchi anche sulle pagine immediatamente dietro. Finisce per strappare anche quello, a infilarselo in tasca. Per quanto riguarda te - Gray è seduto a una scrivania - forse ti interesserebbe sapere che la figura della figlia ribelle nei confronti di una genitorialità ossessiva ed oppressiva, non è poi così raro, come archetipo.
- Fanculo.
Si ritrova a mormorarlo nel vuoto.
- Se ognuno ha la sua scatola, sulla tua ci sta scritto bugiardo fottuto.
Il problema di Lee Chernenko è questo: è trasparente. 

Si getta il borsone sulla spalla e affonda l'unità di memoria in tasca. 

Il problema di Lee Chernenko è questo: è stata forzata a una vita opaca per così tanto tempo, che da chi ama chiede un'unica cosa: trasparenza. Scoprire che Sebastian Gray è opaco le apre crepe nelle ossa.

Un momento dopo è già altrove.



David Brian O' Leary


domenica 6 luglio 2014

like leftovers




Luglio 2516
Stalingrad, Koroleva

- VITALI - 

La temperatura nella casa intestata a Chernenko/Manevich è di esattamente sedici gradi. All'esterno le temperature dondolano tra i due e i dieci gradi nel pomeriggio, ma quando Vitali rientra è notte ormai da tanto, e il vento profuma di neve. Sua moglie si è addormentata sul divano, avvolta in una coperta pesante, in sua attesa. Lui si toglie il cappello, poi i guanti, il cappotto  nero e la sciarpa, in questo ordine (è sempre lo stesso). Ripone tutto ordinatamente sull'attaccapanni, passando poi i palmi ruvidi sulla manica della camicia; ne liscia le pieghe nonostante a breve se la toglierà per andare a dormire. Si sposta nello studio. Mezz'ora dopo Natasha si sveglia, scivola in punta di piedi lungo il corridoio. Controlla, stanza per stanza, che i loro tre figli dormano, dopodiché si affaccia allo studio. Vitali è in piedi davanti alla finestra, guarda verso la strada. Ha le mani incastrate l'una nell'altra dietro la schiena e, anche dopo dodici ore di lavoro, rimane dignitosamente dritto come una statua. Fin da quando era piccolo tutti i suoi familiari hanno sempre riconosciuto alla sua spina dorsale la consistenza del titanio. 
- Allora?
Natasha non alza la voce. Si poggia con una spalla contro lo stipite della porta, a braccia conserte.
- Hanno confermato che i nostri passaporti resteranno revocati fino alla fine dell'inchiesta interna.
- E quanto ancora hanno intenzione di farla durare?
- Non è un'informazione nota.
- Siamo nell'esercito da quasi vent'anni. Siete tutti nell'esercito da tutta la vita, ci stanno trattando alla stregua di dissidenti.
- Stanno semplicemente seguendo il protocollo.
- E' un protocollo ridicolo.
- E' un protocollo efficace. Se non fosse uguale per tutti, non lo sarebbe. 
Natasha scuote il capo, abbattuta. Come suo marito, ha sempre vissuto il suo impegno militare con gran senso del dovere. Ma dall'esplosione nelle loro vite del "caso Chernenko" la sua fede è stata messa duramente alla prova, a differenza di quella di Piotr.
- Se riusciste a raggiungerla...
- Gli ordini sono di non provare a entrare in contatto con lei per nessun motivo. 
- Ma se riuscissi a parlarle.
- Posso garantirti, Natasha, che Elian non desidera da me alcun tentativo di contatto.
Vitali si volta. Lo sguardo che le cuce addosso è ordinato e severo, assolutamente immobile. Lei lo vede sciogliere le mani e portare le braccia lungo i fianchi. Dirige verso la porta e, quando la raggiunge, le passa accanto senza neanche sfiorarla. Va nella camera da letto.

Natasha rimane nello studio ancora un po'. Nel tentativo sempre vano, vago, di dedurre i pensieri di suo marito dai passi che compie, si avvicina alla scrivania. Sfiora il legno con le dita, vi batte con delicatezza le nocche sopra. Poi scansa le tende spartane, guardando in strada. Non la sorprende vedere una macchina nera parcheggiata a circa dieci metri dall'entrata del loro palazzo, con i fari spenti e due uomini che le sembra quasi di poter vedere attraverso il vetro oscurato del parabrezza.

Natasha Manevich


- ARKADI -

Un attimo dopo il suo cauto ingresso nel bagno del locale, Mikhail Arkadi Chernenko si richiude la porta alle spalle con due solide mandate di chiavistello.
- E' mezz'ora che aspetto.
Dimitri si sta lavando le mani con un tale vigore da avere le nocche bianche. Quando ha finito, si asciuga un dito alla volta con un fazzoletto di stoffa.
- Entrare in un bar e infilarsi nel bagno senza prendere niente da bere è sospetto. Lo avrebbero notato.
- Questa storia è una tortura. Mi sembra di non vederti da una vita.
Dimitri guarda il viso dell'uomo appena entrato con attenzione, ne cerca i cambiamenti. Non si vedono, in senso letterale, da ormai diversi mesi, e gli è impossibile non notare quanto sia invecchiato in quel tempo distanti. Si avvicina a lui con calma, gli prende il collo tra le mani. Lo lascia un attimo dopo, con delusione, quando sente i suoi muscoli tendersi di nervosismo.
- Non avresti dovuto insistere. Vederci è stato un errore, stiamo rischiando troppo.
- E' la stessa cosa che dici da quando ti ho conosciuto.
- Cosa vuoi?
- Nulla. Informarti. Sto andando nel Core. 
Arkadi schiude le labbra e sbatte le palpebre. Un velo scuro di confusione gli cala sullo sguardo azzurro.
- A fare cosa?
- A cercarla. 
- Per fare cosa?
- Cosa pensi, Mikhail? A dirle cosa sta causando. A supplicarla di rimangiarsi tutto, pubblicamente, sperando che quando lo farà vi lasceranno in pace.
- Non puoi farlo.
- Non so cos'altro fare.
- Non fare niente. Non è compito tuo e non ti riguarda.
Dimitri ha un bel viso. Una linea squadrata sulla mandibola, una rasatura precisa, naso dritto e capelli biondo cenere. Si è sempre rifiutato di tagliarli in modo più ordinato, nonostante Arkadi glielo abbia chiesto mille volte. E' quasi come se volessi che la gente ti indicasse, gli dice di solito, e di solito si sente rispondere mi vorresti davvero, se fossi uguale a tutti gli altri? 
Dimitri ha un bel viso, e il modo in cui tende le labbra sottili in un sorriso affilato lo fa sembrare pieno di sofferenza.
- Diciassette anni. Diciotto, quasi, e non è abbastanza perché tu abbia un filo di fiducia in me.
- E' già abbastanza difficile così, Dimitri.
- E di chi è la colpa? Ti ho chiesto di andare via insieme. E' da quando andavamo ancora a scuola che te lo chiedo ogni giorno.
- Ho una famiglia.
- Non ce l'avevi, a diciott'anni.
- Non alzare la voce.
Arkadi sibila. In quasi vent'anni di segreti, di incontri in angoli bui e di pericoli scampati, è diventato estremamente abile nell'arte di urlare a bassa voce. E' più nervoso del solito, nonostante sia sempre nervoso. Controlla due volte che la porta sia ben chiusa a chiave prima di staccarvi la schiena e andare incontro a Dimitri. Questa volta è lui che gli prende il volto nelle mani, che gli cerca urgentemente lo sguardo.
- Devi avere pazienza. Se ci scoprono ci porteranno a un processo. Rischiamo di distruggere le nostre vite. Tutto si risolverà, si sgonfierà, devi solo... avere pazienza.
Gli occhi chiari di Dimitri sono liquidi. Pieno di un'insoddisfazione dolorosa, si spinge in avanti e bacia il suo uomo con tanto vigore che sembra quasi volergli staccare la testa. Solo quando si è riempito del suo sapore gli poggia i palmi sul petto e lo spinge indietro in un movimento brusco, aggressivo. Arkadi si lecca le labbra, scuote il capo. Ha già capito.
- Sei sempre stato tu, la mia vita, Mikhail. Ma ho esaurito la pazienza molto tempo fa. 
Arkadi prova a fermarlo, a corrergli dietro. Ma nel momento esatto in cui Dimitri lascia il bagno, lui sa di non poter varcare la soglia. Pieno di una frustrazione che gli si agita nel bassoventre, lascia richiudere la porta alle spalle di Dimitri. Il nodo che gli stringe la gola se lo porterà dietro per tutto il resto della nottata.

Dimitri Baryshnikov


- ANA & LITA -

Se non avessero entrambe gli occhi azzurri e i capelli biondi, nessuno indovinerebbe mai che si tratta di due sorelle. Oksana è l'esatto opposto di qualsiasi archetipo caratteriale che è mai stato attribuito alla sua categoria: schiva, sfuggente e molto umile, è stata trascinata da sua sorella in uno scalcinato locale di periferia per festeggiare il suo decimo anno nell'aviazione militare korolevita. Elena ha qualche anno in meno, uno sguardo più affilato e muscoli inquieti. Prima di essere incarcerato nel Core, suo padre ha fatto in tempo a insegnarle il senso di dovere nei confronti della patria, ma non l'umiltà. L'umiltà l'aveva insegnata a Oksana, aveva senz'altro provato a insegnarla a Elian, non si era dato pena di insegnarla ai suoi figli maschi. Con "Lita" non aveva avuto il tempo, forse. Forse cinque anni di guerra avevano permesso che indirizzasse tutto il suo rigore verso i sottoposti, piuttosto che verso i figli.
- A Anastasia Koroleva...
Elena lo dice alzando il suo bicchiere di vodka e costringendo sua sorella a fare lo stesso.
- Al palo nel culo di Vitali, ma soprattutto ai primi dieci onorati anni di carriera militare di Oksana Katalina Chernenko.
- Vashe zdorovie.
- Vashe zdorovie!
Buttano giù la vodka. Dal tavolo vicino si sporge un collega di Oksana - un altro aviatore -. Il suo tavolo è il più rumoroso e il suo sorriso il più alcolico. Solleva il suo bicchiere di vodka, infilandosi nel brindisi con una prepotenza scivolosa. 
- Aa milyh dam. 
Oksana beve e guarda di lato. Elena si passa una mano sul viso e si volta verso Boris Grekov. Gli spinge addosso uno sguardo tagliente come il bordo di un foglio di carta.
- Poca fortuna anche stasera, Grekov?
- La sera non è ancora finita, e Chernenko non ha ancora finito di festeggiare, ah?
- Mia sorella non ti guarderebbe neanche se il tuo pisello fosse fatto d'argento korolevita. La vedi tutti i giorni e non sai che è sposata?
- Magari ho solo sbagliato sorella.
- Continua a sognare.
- Una che si ubriaca in una locanda qualcosa deve starlo cercando.
- Preferirei ballare la kalinka a Sarah Shepard piuttosto che dormire con te.
Il tavolo di Grekov scoppia in una risata divertita, canzonatoria, capace di annebbiare lo sguardo del ragazzo. L'onore è una questione importante, per i maschi koroleviti: a ogni soldato è stato insegnato che un'offesa alla propria persona è un'offesa alla propria patria. Grekov espira come i tori pronti a caricare, e fa in tempo a mormorare qualche parola prima di tornare ad annegare nella sua vodka.
- Poco ancora prima che la Chernenko-scopa-Corers vi faccia cacciare tutti dall'esercito.
Lo sguardo di Elena si illumina, le sue labbra si serrano. Oksana si passa una mano sul viso, esausta, ma non ha sufficiente prontezza per evitare che Elena si alzi e si affianchi a Grekov. Lui alza gli occhi. Conosce l'aspetto di lei a memoria: spalle tese e sguardi pieni di sarcasmo su un volto che sarebbe altrimenti fatto di lineamenti dolci e labbra rosa. Lui tentenna.
- La scopa-Corers ha lasciato casa quando avevo undici anni. Mi è famiglia quanto me lo sei tu: niente.
- Le mele non cadono lontano dall'albero, e anche Sergej non ha fatto una bella fine, o no, devochka?
- Cosa hai detto di mio padre?
Grekov percepisce l'ostilità borderline nel tono, ma un secondo troppo tardi. Quando inizia ad alzarsi, Elena ha già afferrato il suo bicchiere vuoto. Non riesce neanche a stendere le gambe che sente il rumore di vetro pieno in frantumi contro la sua testa. Il dolore, per un attimo, non lo coglie neanche: si tampona con le dita per capire quanto sta sanguinando. 

A Elena Elizaveta Chernenko suo padre non ha fatto in tempo a insegnare l'umiltà, ma neanche la calma. La rissa della giornata sarà per l'ennesima volta fonte di lividi e tumefazioni, ma di fronte ai rispettivi ufficiali, la mattina seguente, nessuno aprirà bocca. Nell'esercito, i problemi personali si risolvono personalmente. Questo gliel'ha insegnato suo fratello.



- JULES - 



Capital City, Horyzon

La vita del musicista è così: a un certo punto della notte dovrai tornare nel tuo monolocale al primo piano di un qualche angolo sperduto dei sobborghi della città. Quelli che dicono che i palazzi di Cap City non hanno i primi piani evidentemente non conoscono casa di Jules Barkley: un paio di volte, quando ha dovuto evitare il proprietario pronto a riscuotere i soldi di un affitto, è riuscito anche a uscire dalla finestra. E' la stessa finestra su cui ticchetta il rumore di sassi lanciati dalla strada, una notte qualsiasi.

Jules si affaccia. I musicisti alle due di notte non dormono, perché alle due di notte ai musicisti capitano sempre le migliori avventure. Oltre la finestra, sulla strada, con i palmi pieni di sassi e un sorriso impertinente, l'avventura di Jules ha la forma di una donna bionda, vestita di buone intenzioni. Lei spalanca le braccia e gli spinge gli occhi chiari contro, come chi si offre al destino. Sembra una canzone. Happy to see me, old sport?
- Qualcuno ha ritrovato la strada per i vecchi amici, ah?
Le sorride senza pretese, con una sigaretta tra i denti e l'allegria di chi non è preoccupato dal conto in rosso, dal telefono silenzioso, dai propri trent'anni passati barcollando tra una serata e l'altra.
- Ti sono mancata?
- E io sono mancato a te?
- Da morire.
- Sei qui a farmi una serenata?
Lee distende le braccia lungo i fianchi e fa cadere tutti i sassi a terra. Poi si poggia entrambe le mani sul cuore, inebriata.
- Posso recitarti le più belle poesie che conosco.
- Il tuo uomo non sarà geloso? 
- Il mio uomo? 
- I ragazzi dicono che ti sei innamorata di uno straniero bello e misterioso.
Lei dondola teatralmente il busto e guarda di lato, mimando un'aria colpevole. Jules scoppia a ridere e, già arreso, scuote il capo.
- Che fine ha fatto? Ha smesso di aprire la porta quando bussavi alle due di notte?
- Oh no. Ha sempre aperto la porta.
Si guardano un po', dalla strada alla finestra. Jules inarca le sopracciglia brune, non dice niente e aspetta. Lee sospira a fondo, dondolando su se stessa come quei ragazzini incapaci di stare fermi un attimo.
- Mi ha spezzato il cuore, of course.
- Did you see that coming? 
- Certo. Tutti gli uomini sono trasparenti. Il destino vi si inscrive dentro come una costellazione.
- Non sei arrabbiata?
- Non ti arrabbi con le rondini quando migrano.
- Dovresti avere un po' più di cura per quel tuo cuore, you funny Valentine. E anche per la tua testa, prima che qualcuno riesca a farla rotolare.
- E infatti sto bussando alla tua finestra.
Jules si morde la guancia, incastra gli occhi in quelli di Lee Chernenko. Se c'è qualcosa che ha sempre amato in quella donna, è la sua fenomenale capacità di chiedergli sempre ciò che vuole, come lo vuole. Con lo spirito pulito e diretto di chi non si offende per un rifiuto. Di chi sa quando fare un inchino e uscire di scena.
- Allora, vuoi entrare dalla finestra o dalla porta?
Lee sorride, accoglie la conquista. Ci pensa un attimo prima di rispondere.
- Dalla finestra. Come tutti i ladri.
Jules Barkley