giovedì 30 ottobre 2014

unlike me

20 Ottobre 2516

Quando hai paura, immagini Vitali. 


Vitali è seduto sul balcone assieme a lei. La tettoia impedisce alla pioggia di bagnarli, e il vento li rinfranca: sono pur sempre figli di Stalingrad. Ogni tanto una macchina passa in strada, fa rumore. Lei ha chiuso la porta-finestra in modo che le sue chiacchiere non svegliassero Zoey. E' la quinta volta che prova a richiamare Serafel, lei non risponde. Non posso vincere con te, honey-bee, mormora molto piano.

"Hai paura." Vitali ha la voce delle montagne di roccia appuntita.
"Non ho paura."
"La paura di morire è la meno utile che risiede negli uomini. Tutti moriamo, prima o poi."
"Non a trent'anni."
"Il dispiacere di morire giovani proviene dalla falsa convinzione che la nostra vita, se portata avanti, possa fare la differenza per l'ambiente che ci circonda. Non tutti sono speciali, Elian."
"Io lo sono."
Preme addosso a suo fratello uno sguardo combattivo: con Vitali conosce solo la guerra. Una volta, tanto tempo fa, si è resa conto che Marshall Lee parlava con chi non c'era; si è detta che avrebbe provato anche lei, e adesso le persone che non ci sono non la lasciano in pace un attimo.
"Saresti potuta esserlo. Hai molti talenti naturali e molte capacità acquisite che sarebbero utili alla patria."
"Sono utili al lavoro che ho scelto. Ed è un lavoro che fa la differenza."
"Ritieni di aver fatto una differenza? Ogni momento del tuo lavoro è mirato a decostruire le sovrastrutture, ma la struttura rimane la stessa. Se fossi rimasta a Koroleva, avresti potuto davvero cambiare qualcosa. La struttura. Il 'Verse intero. Fare la tua parte."
"L'imperialismo blu non è diverso dall'imperialismo rosso, e l'unica cosa che vi distingue è che loro hanno vinto la guerra. Non ho mai avuto nessuna parte nei piani del vostro esercito, Vitali. Né in quelli di nostro padre. Né nei tuoi, per quanto può valere."
"Se fossi rimasta, adesso non avresti paura di morire."
E' così. La paura di morire te la estirpano di dosso la prima settimana di addestramento. Morirai quando dovrai morire, e se morirai servendo la patria sarà una morte onorevole. Deve essere per questo che i koroleviti sono inclini allo sterminio: applicano la loro logica stringente anche ai loro avversari. Non è una morte terribile, se per mano di un nemico degno. E i russi si ritengono sempre degni nemici.
"Ti ricordi quando sono caduta in un lago ghiacciato e tu mi hai salvato la vita?"
"Come non potrei: lo ricordi di continuo. Lo ripeti ogni volta che cerchi un punto di contatto con me."
"E' l'unico punto di contatto che ho con te?"
"Vuoi che lo dica con la mia voce in modo da non doverti rispondere da sola?"
"Quando ero piccola eri il mio eroe. Non nostro padre, non Sergej. Nemmeno Arkadi, né Anna. Eri tu. Non avrei mai pensato che ci sarebbe successo questo."
"E' successo a causa tua. Sei tu che te ne sei andata."
"Ero andata via da molto prima di lasciare il pianeta, Vitali."
"Continui ad attribuire le colpe a chiunque, ma mai a te stessa."
"Sei stato almeno un po' triste, quando sono andata via?"
Vitali non risponde: lui non parla mai di sentimenti. Si alza in piedi e, con le mani giunte dietro la schiena, si avvicina alla ringhiera del balcone. Dritto e severo come una statua, è attraverso la sua figura che si ricorda sempre il motivo per cui i Chernenko sono sempre stati chiamati schiene d'amianto. E' scivolato nella loro dinastia quasi come un tratto genetico. Sergej, Anna, Vitali, Elizaveta: non potrà mai dimenticare il giorno in cui vide quasi per caso suo padre seduto sul banco degli imputati dei processi di guerra di Afghana. Anche con i polsi incatenati, aveva la schiena dritta e il mento alto.
"Hai paura di morire, Elian?"
"Sì. Tutti hanno paura di morire, Piotr. E' ciò che ci rende umani."
"Non ti ha fermato."
"No. Non lo ha mai fatto."
"E varrebbe la pena morire, per consegnare una manciata di nomi alla pubblica gogna?"
Lee sorride, lo sguardo le si appanna di malinconia, di rassegnazione.
"Varrebbe la pena morire per Koroleva?"
"Sempre."
Vitali (ciò che immagina di Vitali) si volta verso di lei e la osserva come se il suo sguardo potesse bucare sassi.
"Well - mormora lei, oscillando all'indietro il busto - buon sangue non mente, non è così?"

* * *

Siede nella sala visita di un carcere militare. E' molto simile a quello in cui è andata a trovare Sergej, una volta sola, ormai anni fa. Prima ancora della guerra di Polaris, di Richleaf. Prima ancora che il Core festeggiasse l'arrivo del 1512 come l'anno del nuovo mondo, dell'agognato cambiamento. A Dima Demidov accende una sigaretta. Sono natsional'nyy: nazionali korolevite, pressoché introvabili nel Core. Ma lei le ha trovate. Sono le prime sigarette che abbia mai fumato. Le sue preferite, anche se non lo ha mai confessato a nessuno: dalla bocca di una russa, ogni parola diventa una professione politica.
"Ripeterò in questa sede quanto ho detto a Wolfe: io non sono un traditore".
E' la verità. Nessun korolevita è un traditore agli occhi di Koroleva. Eccezion fatta, forse, per Lee Chernenko: quella che se ne è andata. Quella che ha tradito la sua famiglia e la sua nazione quando ha scritto di Ikon. Nonostante l'unica cosa che abbia veramente azzeccato sia questa: Koroleva inizierà una nuova guerra. Koroleva vuole conquistare ogni cosa.
"Le informazioni per manomettere Ikon. Sono arrivate dall'intelligence di Stalingrad o da quella di New Moscow?"
Demidov non lo sa: dice il vero, anche questa volta. Lee non capisce quanto lui si renda conto dell'importanza della domanda, per lei. Vuole sapere se è colpa di suo fratello. Se suo fratello, dal ghiaccio del triangolo militare a nord, è coinvolto nella più grande strage mai avvenuta nel Core. Ma Demidov non sa risponderle, e il polso le fa più male. Giorni più tardi, rivolge una domanda simile a Solomon Wolfe, in un'aiuola di rose e orchidee. Gli chiede se il satellite di cui lei ha consegnato i piani ha sparato. 
"Il progetto di Ikon è il progetto di tutti i satelliti. Non c'è modo di saperlo."
Il polso, in quel momento, quasi la uccide. Due giorni prima è ancora con Demidov. Il tempo è volato, il tempo si trascina: non è in grado di dirlo.
"Pensavo che Sergej sarebbe morto, in un carcere del Core. Ammazzato di botte, o accoltellato nella notte. Ma lui è ancora vivo. Forse, quindi, hai una chance di restare vivo anche tu."
"Come mai sei qui, Elian Chernenko? Cerchi qualcuno della tua specie? Fuori luogo?"
Lee sorride, se potesse si staccherebbe la mano sinistra per non sentire più il dolore.
"Oh. There is no such thing."
La stringerebbe in una morsa finché il dolore esterno non annullasse quello interno.
"Forse è un tratto comune, no? Qualcosa che ci insegnano da piccoli, o che è già scritto nel nostro DNA: morire per ciò in cui crediamo."
Forse lo è davvero, e lei ne è convinta: suo padre sarebbe morto per ciò in cui credeva. Sua madre, la sua famiglia, i suoi vecchi compagni di scuola. Vitali morirebbe ogni giorno. Lo sa senza aver bisogno di vederlo. E lei morirebbe, anche se per cose diverse, idee diverse. Lei forse morirà. 
"Starai bene?"
E' l'unica cosa che le rimane da chiedere. Non pensava che avrebbe voluto - non pensava che le sarebbe importato -, ma la verità è che ha fatto i conti, e non pensa che riuscirà a rivedere la sua famiglia prima che ogni cosa faccia il suo corso. E Demidov è lì: con la schiena d'amianto, una nazionale tra le dita, lo stesso accento che avrebbe suo fratello parlando inglese. La stessa cieca devozione a ciò che presto o tardi lo ucciderà - a ciò per cui presto o tardi ucciderà -. 
"Agguanterò fino alla fine."
Lei sorride, lui continua.
"E' stato piacevole parlare con te. Spero che le nostre strade si incrocino sempre nelle migliori circostanze."
Non sarà mai così. Lee Chernenko è in guerra contro i koroleviti e ciò che rappresentano. E' in guerra contro suo fratello, e sicuramente è in guerra contro Dima Demidov. E nonostante ciò, non riesce a convincersi di star mentendo quando, molto dolcemente, gli risponde: "lo spero anche io"


(post n. 50)

mercoledì 15 ottobre 2014

like a true korolevian


Di nuovo al Plainsboro Hospital. Alla vita non manca il senso dell'ironia e Lee Chernenko di sicuro è capace di coglierlo meglio di chiunque altro.

I meno gravi li hanno mandati lì. Lei ha probabilmente un polso rotto, gliel'hanno steccato in attesa di fare una lastra e ingessarglielo, o farglielo ingessare da qualcuno che non abbia iniziato medicina la settimana scorsa. L'hanno anche messa seduta, anche se per terra, perché di posti per sedersi e stendersi non ce ne sono più e le barelle percorrono i fianchi di tutti i corridoi. Alcune sono in doppia fila.

Lei è focalizzata, prova ad essere focalizzata. Ha molte cose in testa, tra cui frammenti di contatti che potrebbe ricordare a memoria. Il c-pad le si è rotto insieme al polso, la rubrica non è utilizzabile e lei non ricorda tutto a memoria. In verità, ricorda molto poco.

I nomi però li sa, e con un c-pad e una connessione alla rete cortex potrebbe riuscire a contattare qualcuno. Chi? Ripete a bassa voce i nomi da ormai due ore. Zoey Miller, Andres Norum, Owen Dunham, Harvey Morgan, Ryan Baker, Serafel Faoler, Jules, Yahn Fharsen, Sebastian Gray Holmes. Sebastian Gray Holmes. Elisabeth Russell, Drake Russell (quanti Russell conosce?), Monique Freeman, Lucy-Anne Alberts, Jason Plavalaguna, Lafayette Fosset, Amira Burns, Robert Jenkins, Nuying Qi, Stanley Bauman. E poi, ancora, quelli di cui non conosce il nome: la barista che mi fa il caffè ogni mattina, il parcheggiatore dell'edificio, tutti gli amici che Jules mi ha presentato, l'ex fidanzata di Dylan che lavora in radio. Nella sua testa, tutto l'universo affettivo che ha costruito a Capital City convergeva poche ore prima nel Blue Sun Building. 

Sta sragionando. Deve calmarsi.

Ripete i nomi dall'inizio: Zoey Miller, Andres Norum, Owen Dunham, Harvey Morgan... ma la verità è che pensa ad altro, ancora ad altro. Chi ama le occupa i pensieri ma non glieli ha conquistati. E' per questo che si alza in piedi, oscilla su se stessa, ignora i rimproveri di un'infermiera che non ha il tempo per discutere con ogni singolo stronzo che oggi è passato dal piccolo ma attrezzato Plainsboro Hospital: perché (diceva bene Eddie) Lee prospera là dove c'è la guerra, vive in guerra e della guerra ha bisogno di sapere i dettagli, per metterli insieme e raccontarli. Come un fantasma pallido, imbottito di antidolorifici blandi (quelli seri servono per i feriti seri), Lee Chernenko appare a ogni porta, a ogni porta si affaccia e chiede: i vostri pad funzionano? Si sa cosa è successo? Tutti rispondono no, no. Le linee sono intasate, la rete cortex barcolla, sfarfalla, si fa desiderare. A ogni stanza chiede di nuovo e capisce la risposta prima che la pronuncino. Percorre lunghi corridoi in questo modo (a lei di sicuro sembrano miglia), finché nella sala infermieri vede un gruppo di camici verdi tutti piegati su un singolo c-pad antebellico, supportato da una tecnologia antica che, in quanto tale, non è stata resa inutile dal caos di Horyzon.

Che dicono?

Le fanno segno di stare zitta. Lei si avvicina, tende l'orecchio. Si rende conto di essere ancora sorda, il boato deve averle spaccato i timpani.

Che dicono? Ripete.

Dicono Horyzon, New London e Xanto. Dicono migliaia di morti.

Che altro dicono?

Dicono che è stato Roscoe con i koroleviti. 

Cos'altro?

Dicono che c'entra IKON.

Due ore dopo sono due ore prima; vent'anni dopo, vent'anni prima. Elian Chernenko è una bambina che cade in un lago ghiacciato, Vitali non si tuffa per riprenderla e la ripescano quando ormai è troppo tardi. Vent'anni prima, vent'anni dopo: tutti i Chernenko festeggiano la fine dell'Imperialismo Alleato e pensano a come Elian avrebbe festeggiato con loro se fosse sopravvissuta per crescere e diventare una vera korolevita