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martedì 18 novembre 2014

like an exit strategy


Dorme. Dorme? Non ne è mai veramente sicura. Forse finge per non farla preoccupare. Gli poggia l'orecchio sul petto per sentire se il cuore e il respiro vanno lenti e a fondo come quando qualcuno dorme. Ma continua a non esserne sicura, allora perde un po' di tempo a tracciargli sentieri tra le cicatrici. Ne esplora uno nuovo ogni volta che riescono a vedersi, a strappare ai rispettivi agenti di scorta due ore nello stesso angolo di città. E' una città così piccola, pensa Lee, che è assurdo che non si incontrino in giro più spesso. Non che lei possa andarci così tanto, in giro. Quando è sicura che dorma (ma non lo è mai) scivola via dal letto, si mette addosso un maglione ed esce sul balcone a fumare. Winston la guarda con le orecchie abbassate. E' troppo vecchio per uscire con questo freddo.

E' sicuro di averlo intravisto in strada, qualche giorno prima. Saperlo a un tiro di schioppo da dove è lei la rende più inquieta di sapere la sua vita in pericolo, Hall Point sulle sue tracce. Per Hall Point ha un piano, più o meno. Ha schematizzato a vari livelli la gravità della merda che potrebbe pioverle addosso da un momento all'altro, e per ogni livello ha un'exit strategy. Se casa sua salta come posto sicuro, ha il monolocale di Dylan che ha continuato a pagare dopo la sua scomparsa. Se provano a rapirla e falliscono, ha individuato almeno cinque safe houses in cui può rifugiarsi nell'emergenza. Se viene ferita, può farsi curare al Blue Sun General Hospital, mettere una scorta fuori dalla porta, avere Zoey vicino. Se la Flotta viene infiltrata, chiederà ad Aguilar e a Drake di portarla fuori da Horyzon, su Meili. Da Meili partirà per Clackline, dove chiederà ai Cordier ospitalità e discrezione, e se la rifiuteranno si cambierà temporaneamente faccia e andrà in un pianeta devastato dalla guerra in cui Hall Point non possa avere affari - Shadetrack, forse, o forse addirittura Hera -. A Hera potrebbe forse riuscire a ritrovare anche 'Bastienne, addirittura Hilda, chiedere a loro asilo, aiuto, in cambio di due braccia in più per ricostruire. E se invece Hall Point la catturerà: ha un piano anche per quello. Uno scambio anche per quello. Lee Chernenko è una persona orgogliosa, ma il suo orgoglio non l'ha mai fatta rinunciare alla vita. Non le ha mai impedito di lottare per la vita.

Fa freddo, al quindicesimo piano fa ancora più freddo. Tutti gli appartamenti in cui ha vissuto se li è scelti per la vista: da quello su cui sta adesso può vedere gli altissimi palazzi di Dogtown, a dieci miglia a nord, e gli altissimi palazzi del centro di Capital City, lontani a sud. Quindici piani sono pochi, a confronto. Erano pochi anche i piani del palazzo a Saigon Drive, erano pochi i piani del Building 84 su cui trovò arrampicato Paul Carraway la prima volta e quelli di casa sua su Prospect Boulevard. Però avevano tutti un'ottima vista.

I Cordier prenderebbero mai uno sconosciuto in casa, e Gray sarebbe mai in grado di vivere con degli schiavi? 'Bastienne non gli permetterebbe di varcare la porta di casa sua, Hilda gli sparerebbe in mezzo agli occhi come ha fatto con ogni Corer che ha conosciuto in vita sua. E comunque né su Hera né su Shadetrack riuscirebbe mai a trovare gli analgesici che manda giù come caramelle, né su qualsiasi pianeta del Rim, per quello che vale. Lee consegna la sigaretta al vento e rientra in casa, raggiungendo i piedi del divano-letto su cui l'ha lasciato. E' solo un uomo, pensa. Di carne e sangue, di spalle larghe e ossa fragili. Addormentato, le sembra infinitamente piccolo. Così piccolo che potrebbe chiuderlo in un palmo. Apre la mano davanti al proprio volto, a braccio teso, lasciandosi ingannare dalla prospettiva.

Ha pianificato un'exit strategy, ma l'ha pianificata per uno soltanto, e la consapevolezza non la lascia dormire la notte: sa che lui di exit strategy non ne ha. Le ha già detto che non ha intenzione di infilarsi nell'ennesimo programma di protezione testimoni, vada come vada. Se così non fosse l'avrebbe probabilmente già lasciato con un bacio nel sonno e una dichiarazione d'amore e d'addio infilata sotto il cuscino. Dichiarazioni d'amore e d'addio: le sa scrivere, ne ha già scritte. Ce le ha tutte Harvey Morgan nascoste in un'unità di memoria.

Nessun addio: adesso è qui, inchiodata, e non può andare da nessuna parte. Forse al matrimonio di Zoey, forse un weekend a Corona, forse in un'altra casa per sfuggire a Jozef Draznek che la cerca per farle domande a cui non sa rispondere, perché la verità è che non ha mai cercato le risposte, anche se il contatto dell'agenzia se l'è sempre portata dietro, da quando l'ha cercato l'ultima volta che è andata a Koroleva prima dell'inizio della guerra. La Grande Guerra. L'agenzia.

In punta di piedi - lenta, lentissima per non svegliarlo - scava nel fondo di uno degli armadi fino a trovare una scatola da scarpe consumata dal tempo. Nella penombra di una distante illuminazione stradale, la apre. Ci sono due anelli di fidanzamento. Il più recente - quello che le regalò Yahn Fharsen - è il più lontano nella sua coscienza. Il secondo se lo prova all'anulare sinistro. Sorride dell'ingenuità di se stessa sedicenne, che riusciva a vedersi così: con un anello al dito. Lo ripone. Cerca ancora, fino a trovare il biglietto dell'agenzia. Se lo rigira tra le dita, il contatto lo sa a memoria. Forse dovrebbe nasconderlo meglio. Forse dovrebbe bruciarlo.

Gray geme nel sonno: il dolore presto lo sveglierà, come ogni notte. Lee si affretta a richiudere tutto, riporlo con l'ansia con cui si ripongono i segreti. Torna verso di lui e lo guarda mentre lui schiude gli occhi, cerca per terra le sue pillole.

"Te le ho nascoste", gli dice la guancia pizzicata da un sorriso furfante.
"You lil' scamp", risponde lui, trascinandosela addosso.


mercoledì 16 luglio 2014

like that one time I bailed on you and you said you'd forgive me and I said I'd never do it again 'cause I didn't know I'd be bailing on you once more in this lifetime even though you already knew


Lee bussa due volte, è distratta. Sta controllando sul c-pad la lista di film offerti dal suo abbonamento a "holomovies", un sito cortex che permette di vedere fino a sessanta film in alta risoluzione 3D al mese. Da quando Dylan è uscito dall'ospedale il lunedì sera va sempre da lui con una nuova proposta di attività, ma lui zoppica ancora e non si sa se smetterà mai di zoppicare, per cui di uscire non gli va - lui dice che non ce la fa, ma Lee è una di quelle fastidiose persone che pensa che ogni cosa sia solo una questione di forza di volontà. L'ultima volta che gliel'ha detto hanno litigato, allora stasera si è detta: questa settimana lo lascio stare, gli dico che rimaniamo a casa e ci vediamo qualcosa di molto serio e molto impegnato, tipo Mechanic Flower, che viene descritto come il miglior thriller filosofico dell'anno, ma devo leggere la descrizione perché se c'è qualcosa che lo innervosisce è l'utilizzo dell'aggettivo "filosofico" a vanvera. Una volta abbiamo discusso su questo: che vuol dire "filosofico"? Ogni forma di curiosità è filosofia, sosteneva lui, e abbiamo fatto una di quelle lunghe discussioni filosofiche che poi non vogliono dire niente, e a un certo punto ho spalancato le braccia e ho detto: porco cazzo, Eddie, sei l'unico reporter che conosco a cui piace impelagarsi in queste chiacchiere filosofiche. 

Ma la verità è che Eddie non è mai stato un reporter, Eddie è sempre stato un giornalista, che è una cosa diversa. Fin da quando erano ragazzi lei è sempre stata quella che ricostruiva il cosa, ma Eddie si chiedeva il perché. Lei aveva diciannove anni e lui venti: lavoravano insieme a un pezzo su degli esperimenti condotti dal corso di genetica della Gao Shì Alliance University, cioè la loro università, e mentre lei bussava a tutte le porte e cercava di farsi spiegare come l'esperimento funzionasse, Eddie aveva iniziato a studiare bioetica. Lei stendeva il manualetto dell'esperimento, lui scriveva un travolgente pezzo sui limiti morali della scienza moderna. E' sempre stato così, Eddie: un giornalista. Io sono solo una reporter.

Allora entra in casa quando lui gira la chiave all'indietro, lei spinge la porta con le spalle e senza neanche alzare gli occhi dal pad dice: stasera vediamo un thriller di qualità? Eddie zoppica verso il letto, che in una casa così piccola è a tre metri dalla porta d'ingresso, e ci zoppica col bastone ed evitando con cura la valigia ordinatamente poggiata per terra, che è una cosa che normalmente per terra non c'è ed è la prima cosa che convince Lee ad alzare lo sguardo. Lei ha sempre funzionato così: prima vede il dettaglio, e dal dettaglio va indietro, alla cosa più grande, ed è sempre stata un po' la sua maledizione perché non è un processo facile, neanche per i reporter, ma il mestiere di reporter è molto più facile di quello di giornalista. Insomma va indietro, metaforicamente, e si rende conto che quella casa ha l'aspetto sfatto di una casa spogliata con violenza, con la fretta di una fuga, e poi va indietro un altro po', sempre metaforicamente, e vede lui che si siede sul letto a fatica e sospira come se avesse tutto il peso del mondo sulle spalle, alza gli occhi su di lei e aspetta.

Inizia dicendo: "sto andando via".

Non lo dice davvero, ma Dylan Jamison Khan e Lee Chernenko si conoscono da tredici anni, e qualcosa deve pur significare. La conversazione che segue è molto fitta, anche se esiste solo nelle loro teste e se la rimbalzano negli occhi. Lei chiede: perché? Lui risponde: come fai a chiederlo? Lei: perché non lo so. Lui: certo che lo sai. Lei: dimmelo lo stesso. Lui: non mi vedi? Zoppico come un paralitico, non posso fare più questo lavoro. Lei: ma sei un giornalista, non un reporter. Lui: non è il camminare il problema. Lei: qual è il problema? Lui: il problema è che non ci credo più. Lei: come fai a non crederci più? Lui: come fai a crederci tu? Ieri mi hai detto che Coco Aguilar non ha voluto sganciarti due parole sulle indagini sulla peggiore strage dell'ultimo secolo nel Core. La gente diventa matta, stermina persone, fa la fanatica religiosa, mette bombe, mangia altra gente e non puoi fare niente perché ti trattano come se fossi lì per impedire il loro lavoro, come se l'opinione pubblica fosse una mosca fastidiosa e i cittadini un inciampo da evitare, e che cosa puoi fare tu? Non puoi fare niente, puoi farti insultare e puoi dormire male la notte, ma la verità è che viviamo in uno Stato di militari, e la Guerra ci ha distrutto, le guerre ci hanno distrutto, hanno fatto entrare nella nostra società civile persone e cose e idee che non hanno niente a che fare con la nostra tradizione di civiltà, e questi militari che abbiamo adesso dieci anni fa non si sarebbero mai permessi di tacere cose di tale importanza, ma la guerra ci ha rovinato, la guerra ha rovinato l'Alleanza e la società civile e ora a noi non resta che essere scribacchini, pietire informazioni come se le informazioni non fossero un nostro diritto, a noi non resta che essere vittime di questo sistema e io non sarò più una vittima, sono stanco di essere una vittima, questa città mi ha reso una vittima e io adesso mi sottraggo a questa città perché io non sono un reporter come te, la mia vita non è stata una guerra dal primo giorno in cui sono nato e nella guerra non mi trovo a mio agio, perché la verità è che tu nella guerra ti trovi a tuo agio, e non te ne andrai mai da questa città finché sarà in guerra, e guarda, abbiamo vinto due guerre ma le abbiamo perse entrambe perché la guerra è arrivata a casa nostra, a casa mia, che non è casa tua, tu non hai mai avuto una casa tua e non puoi capire cosa voglia dire vedere la guerra a casa tua, le bombe a casa tua, sapere di essere una vittima di guerra a casa tua, io a questo mi ribello perché l'unica cosa su cui ho il controllo è me stesso, allora reclamo il controllo su me stesso e dico: me ne vado. 

Si conoscono da tredici anni e qualcosa deve pur significare. 

"Conosci qualche storia vera a lieto fine?", chiede lei molto piano, mentre si siede accanto a lui.
"Dipende."
"Dipende?"
"Vieni via con me."
"Dove?"
"Dove vuoi tu. Ci compriamo un pezzo di terra su Greenfield."
"E coltiviamo la terra?"
"Una barca su Whitmon. Abbiamo sempre detto che ci saremmo tornati."
"Avevamo vent'anni."
"Dove vuoi."
"Non posso."

Dylan le si spinge addosso come se volesse impedirle di pronunciare l'ultima sillaba, il punto finale. Le arpiona la nuca con una mano e se la spinge contro il viso, baciandole l'addio sulle labbra quasi come se fosse qualcos'altro, un benvenuto, un inizio. Brucia del rimorso di non averlo fatto quel pomeriggio sul tetto dell'università, o quella volta che gli è sembrato di vedere i delfini nel mare blu di Whitmon, di altre cento volte in cui si è lasciato vincere dalla pigrizia o dall'apatia e dall'indolenza di vivere e dalla sua stupidità, tutte e cento le volte in cui ha rifiutato di darsene pensiero e ha scelto sonni tranquilli su grandissimi errori di quelli che ti ricordi per tutta la vita, di quelli che ti segnano per tutta la vita e di quelli che la vita te la cambiano, ma a volte in meglio, o a volte in peggio, ma devi farli perché altrimenti non saprai mai se ti stai perdendo una vita migliore e a volte serve solo un po' di coraggio, ma tutto il coraggio che Dylan Jamison Khan ha avuto nella sua vita lo ha sempre impiegato altrove, di tutto quel coraggio non ne ha mai risparmiato abbastanza per baciare Lee Chernenko, almeno non fino a quel momento: il momento sbagliato.

Si stacca lentamente e la guarda. Glielo legge negli occhi già pieni di nostalgia: non è un inizio.

"Perché?", chiede lui con molta cautela.
"Per favore, per favore, rimani a Capital City. Abbia pazienza, abbi fiducia."
"Non mi fido più di niente. Non mi fido più della stampa. Del mio lavoro. Ci ho dedicato una vita."
"Fidati di me."

Lui si tira indietro con calma. Quando sospira, sospira come se si stesse svuotando dell'anima. Si alza a fatica, zoppica con quel peso del mondo tutto caricato sulle spalle, tirandosi dietro la valigia. Poi, molto gentile e molto inesorabile, tira indietro la maniglia.

"Ho dedicato una vita anche a te", confessa con la rassegnazione degli sconfitti. Esce molto piano, molto cauto, e assai piano e assai cautamente si richiude la porta alle spalle.


Dylan e Lee, Lòng City 2506. Foto di Faye Kim