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mercoledì 3 dicembre 2014

like a hound dog


Ci vorrà un attimo.

Sa già che è una promessa che non può mantenere. Eva Potomak esce e chiude la porta alle proprie spalle, lasciandola sola nello studio del suo mentore. Del suo mentore? Lee oscilla il capo e chiude gli occhi, respirando a fondo: del suo professore. Tende a idealizzare le persone che scompaiono, quelli che vengono fatti sparire perché stanno facendo qualcosa di buono, di giusto. Dopo Lijun, si è ripromessa di non farlo più. Mai più. 

Riapre gli occhi. Ruota su se stessa per due volte, con le braccia dietro la schiena, osservando ogni angolo finché non le sembra di conoscere la stanza a memoria. Poi, metodicamente, inizia dalle cose semplici: i cassetti. Li apre, tira fuori il loro contenuto, bussa sul fondo, cerca angoli smussati, li riempie di nuovo. Poi percorre con le dita le sedie, scivola in ginocchio e sposta il tappeto, e quando non riesce a spostarlo più sposta la scrivania, e le sedie, fino ad avere il pavimento interamente esposto. Ci cammina sopra. Ci cammina sopra con le scarpe leggere che indossa, dondolando su ogni asse di legno sintetico. Poi si toglie le scarpe e cammina di nuovo su ogni singolo metro quadro dell'ufficio. Il pavimento sembra saldo. Si rimette le scarpe, srotola di nuovo il tappeto, rimette a posto le sedie e la scrivania. Poi ricomincia. Apre ogni cassetto, svuota ogni cassetto. La terza volta che lo fa il fondo del terzo cassetto si sposta, svelando una busta di carta, sigillata. Lee ne percorre i bordi con le dita, ne studia il sigillo e legge l'intestazione di uno studio notarile. Sospira. Deve essere un testamento: ha qualcosa di simile anche lei, nascosto da qualche nel 'Verse. Non appena inizia a sentirsi più vicina a Raymond Scar, torna in piedi, poggia il testamento sulla scrivania e scrolla le spalle, si muove e si agita. Non ha ancora finito.

Perquisisce i battiscopa centimetro dopo centimetro, tirandoli con le unghie nel tentativo di indovinare la presenza di fessure che non trova. Fa un secondo giro, e quando è sufficientemente sicura che non ci sia niente inizia ad aprire le finestre, a sporgersi pericolosamente sui davanzali esterni tastandone ogni angolo, cercando di comprometterne l'integrità. Anche quelli sono integri. Quindi si arrampica su di essi, percorre con le mani gli stipiti delle finestre, poi quelli della porta. Niente. Sospira a fondo e arriva da dove avrebbe dovuto iniziare. 

La libreria.

Anche lei ha una libreria, da qualche parte nel 'Verse. Quando ha capito di essere in pericolo (di vivere in pericolo) il cuore le si è stretto per i libri che avrebbe potuto perdere. Allora li ha portati via, li ha accumulati tutti dove nessuno avrebbe potuto trovarli, danneggiarli. Trentadue anni di viaggi l'hanno portata ad accumularne molti, di cartacei. E come lei Scar. Come me, Scar. Si colpisce le guance con i palmi aperti, costringendosi ad uscire dalla propria testa, a lasciare andare la necessità di salvarlo, invece che soltanto trovarlo. Tutti meritano di essere trovati. Pochi di essere salvati.

Due ore. 

Due ore e lei è seduta per terra, esausta, pile di libri ammucchiate per terra secondo lo stesso ordine logico con cui l'aveva collocate Scar. Genere e autore. In alte colonne, skylines di deperibile carta, riposano la sezione di etica, quelle di sociologia, di storia, di antropologia planetaria, di diritto giuridico e di romanzi. Una manciata di volumi rari, da collezionista. Una manciata di volumi di cui per un attimo pensa di appuntarti il titolo, per regalarli a Gray. A David. Se ne scorda presto, scrupolosa fin quasi a navigare nell'ossessione: controlla ogni singolo libro più volte, finché non lo trova. 

Lo trova.

"Etica della comunicazione mediatica" ha la copertina di "La Balena". Cerca la copertina di "Etica della comunicazione mediatica" e ci trova dentro "La Balena". Il cuore le arriva in gola: sa che vuol dire qualcosa ancora prima di rendersi conto che una copertina è incollata, che può scollarsi, che dietro la rilegatura in sintopelle c'è una minuta, minuscola unità di memoria.

Lee la solleva in alto, osservandola in controluce come un reperto di secoli prima. Come una chiave di volta. Lo dice molto piano, quasi sussurrando. Con un sorriso storto sulle labbra e lo sguardo di un cane selvatico che ha appena stretto i denti attorno a un pezzo di carne.

"'Guess I'm comin' to save ya, Ray."