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venerdì 13 febbraio 2015

like true love, and how i found it *

Dane End, Hera, inverno 2517

Cosa le dirai?

Le dirò che l'ho cercata ovunque. Ora di fronte alla porta di quest'angolo di universo fatto di polvere e sorto sulle tombe di centomila uomini le dirò che l'ho cercata nei quattro angoli di questo 'Verse, che ho preso per i capelli suo padre e gli ho detto vieni con noi, è ora, che gli ho detto è ora ancora prima di dirgli Jozef, non ci vediamo dal tempo che ci ha messo lei a crescermi dentro e poi a crescermi fuori, le racconterò di come suo padre si è messo a piangere e le racconterò di come suo padre è stato cacciato dal suo pianeta perché ci eravamo innamorati, le racconterò di come si amano due adolescenti che decidono di fuggire insieme e poi non ci riescono, di quanto è lungo un viaggio spaziale verso una destinazione sconosciuta, di quanto è difficile guardarsi attorno e non trovare nessuno che ti somigli. Le racconterò cosa vuol dire nascere polskie a Koroleva, essere uno straniero sulla tua terra, essere uno straniero dal momento in cui nasci: io e Jozef potremo raccontarglielo entrambi, è una storia che abbiamo in comune, è la storia che ci ha fatto convergere in un punto esatto delle nostre vite, un punto esatto in cui abbiamo fatto contatto e le scintille hanno illuminato il buio come cascate di stelle e da una cascata di stelle è stata creata lei, e anche se le nostre strade si sono incrociate per così poco, le dirò che è stata tutta una lunga preparazione per questo momento, per il momento in cui busso alla sua porta e mi presento, sperando che sia lei, sperando che sia ancora viva.

Cosa le racconterai?

Le racconterò la verità: io l'ho voluta, l'ho voluta con tutta me stessa, ma ero piccola (poco più grande di quanto è lei adesso) e non sono riuscita a tenerla stretta, e alla fine me l'hanno portata via. Le racconterò che ho fatto una vita di avventure, che ho rischiato questa mia vita cento volte e una, cento volte e una l'ho scampata e dopo la centounesima volta ho deciso che non ci sarebbe stata altra avventura, che la mia avventura da quel momento sarebbe stata ritrovare lei, soltanto lei, un boccone di cuore che ho lasciato scaldare al sole aspettando che fosse tiepido abbastanza. Le mostrerò il documento falso che mi sono fatta fare per rientrare a Koroleva, le dirò che ho premuto la mano sulla bocca di uno dei miei fratelli e gli ho mormorato in russo syurpriz, sorpresa, me lo sono mormorata sulle nocche mentre ridevo e chiudevo la bocca ad Arkadi, che sul mio palmo sorrideva anche lui, e mi diceva adesso lo so, adesso ho capito cosa ti ha portato via da noi, e io l'ho pregato di portare Vitali in un luogo sicuro, ed è così che ho rivisto l'uomo (il fratello) che me l'ha strappata dalle braccia mentre dormivo e l'ha mandata dove non avrei potuto ritrovarla, ma eccomi, ora la sto ritrovando. Le racconterò chi è Piotr Vitali Chernenko, come è diventato la persona che è adesso, le racconterò di come sono riuscita per la prima volta (per la prima volta dopo trentatré anni) a leggergli addosso ciò che stava provando, le racconterò di come sul fondo dell'animo nero di Vitali - fatto di dovere, di sacrificio e di potere, fatto di carbone in combustione e risentimento, fatto di brutalità e di imperativi morali - le racconterò di come sul fondo di quell'animo ho trovato un po' di pietà, gli ho trovato una carezza negli occhi e quel tanto di misericordia che gli ha permesso di dirmi che lei era su Hera, che su Hera l'aveva mandata perché sapeva che non la volevo far crescere come ero cresciuta io, che non sapeva se era sopravvissuta alla guerra ma che l'aveva mandata via chiamandola Summer, il suo nome, il nome che avevo scelto per lei, perché era nata ad agosto, a Sovietsk, sul mare dolce e tiepido, lontano dalla neve grigia di Stalingrad.

Le spiegherai chi sei?

Glielo spiegherò con una storia, e nella mia storia ci saranno tutti. Ci sarà babcia Ròza ma ci sarà anche Sergej, Arkadi come Vitali, ci saranno Lita e Oksana, Anna, la censura a Stalingrad e i campi di addestramento di Novgorod, la tundra in cui ci facevano esercitare alla sopravvivenza, ci sarà Jòzef e Sovietsk, ci sarà lei, il viaggio lunghissimo che mi ha portato a Xinhion, la notte che ho conosciuto Peter Tien in un ascensore bloccato e la mattina in cui sono andata a trovarlo e mi sono messa a parlare con Sanjay. Sarà una storia vera, le racconterò che Pete era un musicista e San aveva trovato la pace, le dirò che ogni angolo di pace va vissuto fino in fondo, finché dura, perché la pace non dura mai veramente finché la pace non la conquisti e non te la pianti dentro. E così arriverò a raccontarle della guerra, fingerò che lei non sappia niente e le racconterò dei proiettili che fischiano sulla testa e del carcere di massima sicurezza a poche miglia da Gào Shì, le insegnerò cos'è un crimine di guerra, le dirò come anche io ho perso i miei genitori ben prima che fossero irraggiungibili e della pace che ho ritrovato a Maracay, di come a Maracay ogni cosa ha sette vite e ho scoperto di avere sette vite anche io, no, non l'ho scoperto, l'ho deciso: le insegnerò come si decide quante vite si vogliono vivere e che destino e scelta non sono opposti, le insegnerò che il suo destino (il nostro destino) è inscritto nelle scelte che facciamo. Delle scelte che ho fatto io, di come il mio lavoro è stato la mia vita, di come nel mio lavoro ho trovato la mia missione e il mio scopo e di come ho scoperto, non so bene quando, che il vero potere di una persona risiede nelle storie che conosce e in quanto bene sa raccontarle, che non c'è montagna o gigante che non possano essere abbattuti con una buona storia, con una storia coraggiosa.

E di ciò che è successo dopo? Degli incubi?

Una storia è vera solo finché viene raccontata tutta: io non le nasconderò niente. Metterò gli incubi in fila (metterò in fila il cadavere di Stephan Cordier, il tradimento di Marshall Lee, la sensazione di affogare, il crollo delle terrazze verdi, IKON, metterò in fila il fiume in cui ero immersa quando cacciatori di taglie sparavano sul pelo dell'acqua, le bombe e i loà con cui ho ballato sui carboni ardenti, la febbre, i sensi di colpa, il terrore di ciò che avrei trovato dietro le mie palpebre prima di addormentarmi, Hall Point, la costanza nell'erodere la carne sulle ossa sperando di scomparire, sapendo che non mi avrebbero lasciato scomparire perché ero troppo ingombrante, Sharon Mackenzie e Ivan Volkov), metterò gli incubi in fila e poi le racconterò di come li ho sciolti, respinti, di tutta la fortuna che ho avuto, di Betts quando mi ha trascinato in acqua e della giustizia che ho trovato a Richleaf, di come io e Marshall Lee ci siamo perdonati, di Zoey e i suoi capelli rossi e delle spalle di Henner Yunchang, della tristezza di Andres e di tutte le volte che sono andata a trovare Drake in ospedale... e dei libri di Stephan Cordier, le racconterò di tutti i libri di Stephan Cordier e le racconterò di una grazia meravigliosa, cantata la notte, solo per lui, e canterò grazie anche io, e pregherò che ciò che le racconterò le mostri che se accogli gli incubi quelli si schiariranno, si dipaneranno e si mostreranno miseri, non più draghi e mostri ma persone col cuore secco e stanco, senza immaginazione. Le racconterò la mia storia così com'è, la mia vera storia, le racconterò di tutte le persone che ho amato e le racconterò di quanto ho tenuto stretto tra le braccia Sebastian Gray Holmes mormorandogli sulle labbra il suo vero nome, le racconterò di David e Golia e le racconterò anche di te, Dylan, di come ti ho perso e di tutto ciò che ho fatto per ritrovarti, e le mostrerò che ora sei qui, e mi parli, anche se con la voce sei muto e tieni il corpo tre metri dietro di me e di Jozef, perché sai che questo momento è nostro, che dietro questa porta c'è nostra figlia, in questo buco per orfani di guerra, in questa comunità di signori delle mosche sto cercando la mia mosca bianca, allora stringo la mano a Jozef e busso.

"Se non ve ne andate vi sparo in mezzo agli occhi."

Vediamo prima la bocca di un fucile e poi la faccia bianca e cupa che sta dietro il mirino, boccoli biondi e occhi azzurri, e non ho dubbi, non l'ho mai vista ma l'ho già riconosciuta, e sento Jozef coprirsi la bocca e singhiozzare un'unica volta perché l'ha già riconosciuta anche lui, quindi parlo io, e sorrido già.

"Sei Summer?"
"Che cazzo vuoi?"

Mi annoda lo stomaco e mi spalanca il cuore. Sono mesi che non riesco a tirare un sospiro di sollievo.

"Il mio nome è Lee Chernenko. Sono venuta a raccontarti una storia."

martedì 23 settembre 2014

like a lion


Amira Burns ha i capelli rosso scuro e l'aria sottile e severa di chi è stata scolpita nella pietra. Fa l'avvocato da venticinque anni, e da quando lavora per l'Avantgarde Associated Press rimpiange i tempi dei ricchi studi legali che ha abbandonato per mettersi in proprio. 

Sta leggendo. Legge lo stesso articolo ormai da mezz'ora, nella penombra della redazione e sotto gli occhi colmi di attesa di Lee Chernenko. Quando finalmente alza lo sguardo, non la vede saltare sulla sedia né agitarsi, o incalzarla: Lee è seduta con le braccia conserte, una sigaretta tra le dita e lo sguardo annebbiato di chi si è concessa nel frattempo più di un sorso di scotch.
"Immagino non possa dirti niente per dissuaderti."
Lee sorride quietamente, con la malinconia di chi è abituato a perdere anche quando vince. Non risponde, non serve.
"Sai che questa storia non si chiuderà qui, vero?"
"Lo so."
"Non avrai pace per anni."
"Lo so."
"Continui a dirlo, ma voglio che tu ci rifletta molto attentamente. Sono il tuo avvocato, ma non faccio miracoli. Alcune cose sono fuori dal mio campo d'azione."
"Ci ho riflettuto, Amira. Sono mesi che non penso a nient'altro."
"Come ti senti?"
"Esausta."
"Non puoi sentirti esausta, Lee. Devi sentirti piena di energie, perché presto ne avrai bisogno."
"Lo so. Sono pronta."
Amira la guarda così intensamente da avvicinarsi a bucarle la pelle. La vede con quel sorriso quieto ancora sulle labbra, il viso disteso in una pace immensa, rassegnata.
"Perché non hai paura?"
Lee ride. Ride piano, con gli occhi che le si riempiono di lacrime di stanchezza. Inspira a fondo e si passa entrambe le mani sul volto, poi inietta le dita tra i capelli, li tira indietro.
"Perché tutto ciò che temevo è già successo."
Amira non ride, continua a fissarla in silenzio. Inspira a fondo e poggia il tech-reader che lei le ha porto. Si alza in piedi molto lentamente, sospira piano e indossa la giacca.
"Vuoi che ti accompagni a casa? Non mi sembri in condizione di guidare."
Lee scuote il capo e si spinge in avanti per recuperare il bicchiere di whisky.
"No, stanotte dormo qui. E domani..."
Ci pensa un attimo, poi sorride in modo ampio, simmetrico.
"Well. Domani trasloco."

giovedì 11 settembre 2014

like everything around us is a graveyard


(a quindici anni)

Elian guarda negli occhi suo fratello maggiore. Si trovano nel soggiorno dell'ultima casa assegnata alla famiglia Chernenko dal governo, adeguata alle loro diminuite esigenze di spazio, ora che i due maggiori hanno entrambi lasciato da tempo il nido per dedicarsi allo studio delle loro rispettive specializzazioni all'interno dell'esercito. Vitali è in licenza, e come sempre ha sentito l'obbligo di andare a trovare la sua famiglia. Ha appena vent'anni, ma nel suo volto severo sono scolpiti i lineamenti di un uomo già fatto. Tiene entrambe le mani poggiate sul tavolo e guarda sua sorella negli occhi. E' il primo a parlare.
- Prima di partire ho mangiato uova.
Elian ci riflette qualche istante. Ne guarda le mani, poi la piega delle labbra e infine gli occhi.
- Ieri hai mangiato delle uova?
- Stai sbagliando.
Elian soffia dalle guance piene e si spinge indietro con la sedia.
- Ti sto guardando.
- Stai guardando le cose sbagliate.
- Quello che mi hai insegnato tu... le labbra, le mani...
- Sono tutti movimenti volontari. Puoi guardarli quando il tuo interlocutore non sa cosa stai facendo.
- Che esercizio è se non fai le cose che fanno i bugiardi?
- Devi cercare i movimenti involontari.
- Cioè?
- Ne abbiamo già parlato. I micromovimenti degli occhi.
- Ci sto provando.
- "Provare" non ha alcun valore. Devi riuscirci.
Elian ha sentito quelle parole dai suoi genitori mille volte prima di quella, e ha imparato a non pronunciarle mai intorno a loro. Ascoltarle dalla bocca di Vitali le fa piegare l'espressione in un moto di fastidio evidente. E' nel pieno di un'adolescenza turbolenta, e non ha ancora imparato a mascherare la propria insoddisfazione.
- Di nuovo. E questa volta non sbagliare.
- Non mi va più.
- Non mi importa. Avanti.
Elian si stringe le braccia conserte al petto. Gli occhi chiari che tiene su Vitali vibrano di una ferita che non ha sanguinato, ma ha lasciato un livido. Inspira a fondo. Vitali rimane immobile, Lui la pazienza l'ha imparata da tempo.
- Cosa hai mangiato prima di partire?


* * *

(a diciassette anni)

Gavriil Babikov ha la sua stessa età, ma guardiamoci in faccia: non supererà la prova. L'hanno messo in coppia con Elian Chernenko per compensare la sua scarsa attitudine alla sopravvivenza, là dove ne serve molta. Non che sia un diciassettenne impreparato: a differenza di molti suoi coetanei stranieri, ha in effetti sviluppato un numero di talenti e capacità indubbiamente maggiore. Forse riuscirebbe a battere qualche adolescente cresciuto nella tiepida New Moscow o in qualche famiglia operaia della zona industriale di Dokska, ma tra i giovani aspiranti militari che passano le estati al campo di addestramento pre-arruolamento di Novgorod non ha la benché minima possibilità. Così come non ha la benché minima possibilità di completare la prova di "sopravvivenza in territorio ostile naturale" senza dover sparare il razzo di segnalazione per i soccorsi o finire morto in un fosso.

O congelato. L'idiota (Elian pensa a lui in questi termini) ha messo un piede in una pozza, lo strato di ghiaccio si è rotto e lui ha finito per affondare nell'acqua gelida fino al ginocchio. Elian ha dovuto togliergli lo scarpone, i calzini e anche i pantaloni prima che gli si congelassero addosso, ma ha nevicato il giorno prima e riuscire ad accendere un fuoco con legna umida non è di certo facile. C'è bisogno di tempo, ma Babikov non sembra averne ancora molto.
- Ti stanno diventando le dita blu.
- Merda.
- E' ora.
- No.
- Credo sarà già necessario amputarti qualche dito. Se aspetti ancora, potrebbe diventare il piede.
- Se troviamo della legna asciutta...
- L'ho cercata, non ce ne è.
- Puoi cercare meglio.
- L'ho cercata meglio.
Non è vero. Si è allontanata non più di qualche chilometro, e gran parte del tempo l'ha speso cercando bacche commestibili e consumandole. A Gavriil ne ha portato solo una minima parte, sicura che sarebbe riuscita a convincerlo a sparare il suo razzo. Sarebbe stato un notevole peso in meno, comunque.
- Non posso. Se non completo la prova non entrerò mai nel reparto che... Chernenko, la mia famiglia è nel reparto esploratori da cinque generazioni.
- Non so come aiutarti.
- Possiamo camminare. Ristabilirà la circolazione.
- Non sei in grado di camminare.
- Lo sono se mi sorreggi.
Non che superare la prova sia per lei importante. Fin dalle prime estati passate a Novgorod è stato chiaro a tutti i suoi istruttori come abbia tutte le qualità necessarie per entrare nel reparto di spionaggio, e la prova di sopravvivenza in territorio ostile naturale è puramente accessoria nel suo curriculum. Avrebbe potuto sparare il razzo di segnalazione dieci minuti dopo essere stata abbandonata nella riserva distante centinaia di miglia dai centri abitati più vicini e avrebbe ancora tutte le carte in regola per arruolarsi l'anno dopo, finita la scuola. E arruolarsi non le interessa neanche: ha deciso da tempo che troverà un modo per lasciare Koroleva in via definitiva, anche se non sa ancora quale. Non c'era alcun motivo per cui non potrebbe prendere di peso Gavriil, sorreggerlo e aiutarlo a camminare per ristabilire la circolazione sanguigna regolare.

Ma poi dovrebbe procurargli da mangiare, dargli la precedenza sul calore di fuochi da campo alla cui creazione contribuirebbe da sola, e arriverebbe per ultima al punto di rendez-vous pattuito, mentre se si mettesse in cammino subito avrebbe una buona possibilità di arrivare tra i primi. Le permetterebbe di dimostrare quanto sia portata a questo lavoro: un elemento in più di disappunto e delusione nei suoi genitori quando dirà loro che non ha alcuna intenzione di iniziare una carriera militare né, se è per questo, di vederli mai più in tutta la sua vita.

Direbbe lo stesso a Vitali. Non voglio più vederti in tutta la mia vita. Non perché ci crede veramente, ma perché le metterebbe tra le mani una buona dose di potere nel caso in cui riuscisse a pronunciarlo prima che sia lui a disconoscerla. E' tutta una questione di tempo e tempismo. Il sole sta calando.
- Ti prego.
Elian lo guarda, riflette. Non si ricorda l'ultima volta in cui qualcuno l'ha supplicata. Le è stato insegnato che pregare serve sempre a poco. Non ha certo ottenuto nulla quando ha pregato Vitali di darle ancora un po' di tempo, solo un po' di tempo. Alcune cose pensa di essere pronta a dimenticarle, ma ogni volta che ci crede tornano a mangiarle la coscienza come il fuoco mangia la carta. Forse potrebbe perdonare Vitali, se lui pregasse. Ma sa che non accadrà mai: non pensa di aver fatto niente che esiga perdono.
- D'accordo.
Gavriil sorride, le labbra spaccate dal freddo. Elian lo copre e lo rassicura, gli dice di andare a dormire. Il giorno dopo si sveglierà per scoprire che se ne è andata prima dell'alba, prendendo tutto il contenuto del suo zaino e le coperte extra con cui lo aveva coperto. Non trova biglietti, solo una pistola a canna larga carica di un solo razzo di segnalazione. L'idiota, deve aver pensato Elian mentre andava via, imparerà che non ci ricavi niente a supplicare un Chernenko.


* * *

Un bagno di un'affittacamere qualsiasi in una qualsiasi zona di Maracay, né ricca né povera, né tranquilla né pericolosa. Sospesa nel mezzo, come lei che si guarda allo specchio senza riconoscere la propria faccia. Perché quella non è la sua faccia: la pelle non è la sua, gli occhi nemmeno. Le labbra sono più piene, il naso più largo e schiacciato, i capelli neri. Per un attimo, solo per un attimo, considera che potrebbe facilmente tagliarsi tutti i capelli, usare un paio di lenti a contatto, procurarsi un IdN falso e fuggire nel Rim. Inventarsi una storia che le piace, ma non abbastanza felice da non essere credibile. Che storia sarebbe?
- May Vonnegut, trent'anni, nata e cresciuta a Hera, la sua famiglia e i suoi amici persi in guerra, Un'istruzione basilare e una giovinezza passata nelle fabbriche. Ora cerca lavoro a Polaris, in qualche ranch di un pianeta rurale.
Nello specchio viene riflessa Oksana Katalina Chernenko così come Lee se la ricorda: più giovane, con un muso chiaro e un'espressione quieta, silenziosa. Quando lei ha lasciato Koroleva, Ana era una ragazzina pacifica e introversa che aveva poco meno di quindici anni, Ana le manca, ma non nello stesso modo in cui le manca Arkadi: la sicurezza di un rapporto adulto anche se lasciato andare. Le manca invece la relazione che avrebbe potuto costruire: l'affetto un po' infantile che sua sorella provava per lei e il modo in cui si sarebbe potuto sviluppare se non avesse deciso di lasciarsi alle spalle Stalingrad e interrompere tutti i rapporti per non rischiare di essere mai, mai più associata a Koroleva.
- E' stato il compleanno di mia figlia, tre giorni fa.
- Lo so, Annushka. Mi dispiace di non essermi fatta sentire.
- Ogni anno spero che te ne ricordi, ma finisce che non te lo ricordi mai. Io rimango delusa e tu finisci per rovinarmi il compleanno di mia figlia.
- Non è così. Me lo ricordo sempre, solo che non ti chiamo.
- Cosa cambia?
Non cambia niente. Lee affonda le mani nella bacinella dell'acqua, si sciacqua la faccia e poi si assicura che il colorante della pelle sia ancora al suo posto, intatto. Oksana continua a guardarla nello specchio.
- Ti senti sola? Quando ti senti sola immagini sempre me.
- E' così?
- Sì. Immagini ognuno di noi ogni volta che sei in crisi. Vitali quando hai paura. Papà no, non lo immagini mai.
- E quando sono felice?
- Quando sei felice non ci pensi. Non ti serviamo.
- E' vero che mi sento sola, Ana.
- Perché te la sei presa con il tuo amico soldato?
- Perché non sa cosa mi sta succedendo, nessuno lo sa. Dice che a lui sto bene così, ma non sa chi ero prima. Non ha capito ciò che ho detto. Che volevo dire.
- Che volevi dire?
- Che non ho più la forza per tirare gli altri a me. Non ho più la forza di scavalcare i suoi muri per raggiungerlo. Deve farlo lui: raggiungermi. Ma non so se ne è capace. Vorrei che lo fosse, ma non lo so.
- Che volevi dirgli quella sera, al Red Lotus?
- Una cosa. Ma non avrebbe avuto importanza. Non avrebbe cambiato niente.
- Lo ami?
- Non c'entra. Non so se posso affidarmi a lui.
Lee si lava le mani nell'acqua opaca, immergendole fino ai polsi. Poi con i palmi umidi si rinfresca il collo, continuando a guardare Oksana nello specchio.
- Non ho mai capito come potessi sentirti sola con noi, Elichka. Eravamo una delle famiglie più numerose del quartiere. Non abbiamo neanche mai avuto ognuno la sua stanza... ti ricordi quando eravamo piccole, e io e Lita ci infilavamo nel tuo letto? Ti lamentavi ogni volta, ma finiva che ci tiravamo le coperte fin sopra i capelli e tu ci raccontavi le storie dell'orrore con la torcia accesa. Sei sempre stata brava a inventare storie. Anche su te stessa.
- Pensi che io sia una storia?
- Penso che te ne racconti tante. Come quella di essere sola. Hai molti amanti, molti amici. Persone che tengono a te più che a chiunque altro.
- Questo non è vero. Nessuno tiene a me... più che a chiunque altro. Non sono la persona più importante della vita di nessuno.
- Perché, c'è qualcuno nella tua vita più importante di tutti gli altri?
Ci pensa mentre si disegna sentieri d'acqua sulla pelle. Fa scivolare le dita sul mento, ai lati del naso contraffatto, sulle ciglia.
- Sì.
L'idea la fa tremare per un solo istante, riempiendola di una frustrazione violenta, dolorosa.
- Ma non voglio che mi veda così. Nessuno mi ha mai visto così.
- Io sì, Elichka: io me lo ricordo. Mi ricordo che un anno sei tornata dal campo di Novgorod e non eri più la stessa. Non volevi che ci infilassimo più nel tuo letto, e ogni cosa che facevamo ti arrabbiavi, o fingevi non fossimo lì. All'improvviso eri scontenta. E io aspettavo che ti passasse e tornassi ad essere mia sorella. Ma non ti è passato, e due anni dopo sei andata via. 
- Non potevo restare.
- Perché?
E' sempre lo stesso scoglio. Non è mai riuscita a spiegarlo a nessuno di loro, convinta che nessuno fosse veramente nelle condizioni di capire. Oksana le anticipa i pensieri (Oksana è un pensiero a sua volta).
- Quando le cose importanti non vanno come vuoi scappi. Questa volta non scappare. Questa volta non ne vale la pena.
- Ti giuro che allora ne valeva la pena. Ti giuro che non potevo fare nient'altro, Annushka. Ti ricordi cosa diceva babcia Ròza? 
- Me la ricordo poco.
- Diceva che la vita è una e appartiene solo a te.
- Babcia Ròza è morta sola, Elian. Al suo funerale c'eravamo solo noi, e non la vedevamo da anni.
Lee sorride, infelice.
- Accadrà anche a me, Katalina?
Ma Oksana non risponde, e quando si volta per guardarla negli occhi non c'è già più.


* * *

(a diciotto anni, e Dylan Khan ne ha ventuno)

Camminano verso il portone del dormitorio di periferia che l'esigua borsa di studio le consente di permettersi. Si conoscono da un paio di mesi e si frequentano da qualche settimana. Parlano spesso dell'università, dei corsi che frequentano, di qualche inchiesta degna di nota. Oggi sono andati a vedere la replica di un celebre film vecchio di una ventina d'anni: un cult, nel Core. E' stato lui a proporlo, e lei non ha avuto il coraggio di dirgli che non l'aveva mai visto prima di quel momento: parla un inglese impeccabile e un ottimo cinese, si è presentata come Lee e nessuno sospetterebbe mai che sotto la pelle chiara scorra sangue rimmer. Nonostante ciò lui l'ha osservata attentamente.

- Insomma, ti è piaciuto?
Dylan Khan è nato ricco, glielo si legge addosso senza difficoltà. Nessun ventenne di origini umili porterebbe le camicie sgualcite come le porta lui, mezze dentro i pantaloni e mezze fuori, le cravatte allentate ogni volta che l'occasione richiede una cravatta, i capelli scompigliati. Elian ne è incuriosita, ma non del tutto convinta. Dice di sì senza neanche riflettere se sia vero o meno, e poi si affretta a ricordare un paio di scene su cui le è sembrato che lui ridesse. Questa è una cosa che le hanno insegnato e non ha ancora fatto in tempo a disimparare: per circuire le persone parti da ciò che amano. Nonostante ciò, da quando si è trasferita a Xinhion indossa solo le migliori intenzioni: impressionare Dylan le interessa sinceramente - forse perché rappresenta in così tanti modi la persona che vorrebbe diventare un giorno.
- Eccoci.
Eccoli. Di fronte al portone si mettono l'uno di fronte all'altro. Lei sorride e inspira a fondo. Si scambiano qualche saluto nolente. Lei si spinge sulla punta dei piedi e prova a centrargli le labbra.
- Che fai?
Che si ritirasse non se l'aspettava. Dylan oscilla il busto all'indietro, le guarda le labbra raccolte con una curiosità quasi clinica. Elian fa un passo indietro e inarca le sopracciglia, guardandolo con un certo disappunto.
- Scusa.
- Figurati.
- E' perché ci conosciamo poco?
Dylan piega le labbra in un sorriso obliquo, ironico: è un sorriso che negli anni lei imparerà a imitare fino a farlo proprio. Non lo sa ancora, però.
- Ci conosciamo affatto?
Lo dice con molta perspicacia, facendola stringere nelle spalle e vivere un momento di disagio profondo. Rimane in silenzio finché non è lui a parlare.
- Ci vediamo lunedì all'università?
- Okay.
- Okay?
- Okay.
Dylan le lascia un bacio su una guancia, poi si volta e si avvia. Ogni passo che Lee compie lungo il corridoio del piano terra la fa sprofondare. L'ascensore ci mette troppo a scendere, e quando lei è finalmente dentro sente qualcuno alle sue spalle urlare di tenere la porta. Sospira ma allunga una caviglia, il sensore ne legge la presenza e si spalanca di fronte allo sconosciuto.
- Grazie.
E' un ragazzo che avrà più o meno la sua età. Gli occhi scuri e intensi come solo gli asiatici riescono ad avere, un sorriso sfacciato e un odore di dopobarba addosso. Deve essere ricco anche lui, ma capirlo è più semplice: indossa uno splendido spezzato nero ma mal stirato, e in mano porta una bottiglia di champagne ancora chiusa.
- Che si festeggia?
Lee lo chiede sorridendo con un disagio vago: non lo chiederebbe se non si sentisse così sola. Lui si volta e le sorride. Prima ancora che ne incroci gli occhi, l'ascensore si blocca e la luce al suo interno si spegne. Un'ora dopo ridono seduti per terra, ancora in attesa che qualcuno li recuperi. Lo champagne lo hanno aperto.
- Io sono Lee, comunque.
Lui si chiama Peter, ma lei lo chiamerà Pete.


* * *

- Stai cambiando.
Potrebbe piovere.
- Fuck you, Sebastian.
Potrebbe infuriare la tempesta ma non cade una goccia d'acqua.
- Fuck you too, Elian.


mercoledì 16 luglio 2014

like that one time I bailed on you and you said you'd forgive me and I said I'd never do it again 'cause I didn't know I'd be bailing on you once more in this lifetime even though you already knew


Lee bussa due volte, è distratta. Sta controllando sul c-pad la lista di film offerti dal suo abbonamento a "holomovies", un sito cortex che permette di vedere fino a sessanta film in alta risoluzione 3D al mese. Da quando Dylan è uscito dall'ospedale il lunedì sera va sempre da lui con una nuova proposta di attività, ma lui zoppica ancora e non si sa se smetterà mai di zoppicare, per cui di uscire non gli va - lui dice che non ce la fa, ma Lee è una di quelle fastidiose persone che pensa che ogni cosa sia solo una questione di forza di volontà. L'ultima volta che gliel'ha detto hanno litigato, allora stasera si è detta: questa settimana lo lascio stare, gli dico che rimaniamo a casa e ci vediamo qualcosa di molto serio e molto impegnato, tipo Mechanic Flower, che viene descritto come il miglior thriller filosofico dell'anno, ma devo leggere la descrizione perché se c'è qualcosa che lo innervosisce è l'utilizzo dell'aggettivo "filosofico" a vanvera. Una volta abbiamo discusso su questo: che vuol dire "filosofico"? Ogni forma di curiosità è filosofia, sosteneva lui, e abbiamo fatto una di quelle lunghe discussioni filosofiche che poi non vogliono dire niente, e a un certo punto ho spalancato le braccia e ho detto: porco cazzo, Eddie, sei l'unico reporter che conosco a cui piace impelagarsi in queste chiacchiere filosofiche. 

Ma la verità è che Eddie non è mai stato un reporter, Eddie è sempre stato un giornalista, che è una cosa diversa. Fin da quando erano ragazzi lei è sempre stata quella che ricostruiva il cosa, ma Eddie si chiedeva il perché. Lei aveva diciannove anni e lui venti: lavoravano insieme a un pezzo su degli esperimenti condotti dal corso di genetica della Gao Shì Alliance University, cioè la loro università, e mentre lei bussava a tutte le porte e cercava di farsi spiegare come l'esperimento funzionasse, Eddie aveva iniziato a studiare bioetica. Lei stendeva il manualetto dell'esperimento, lui scriveva un travolgente pezzo sui limiti morali della scienza moderna. E' sempre stato così, Eddie: un giornalista. Io sono solo una reporter.

Allora entra in casa quando lui gira la chiave all'indietro, lei spinge la porta con le spalle e senza neanche alzare gli occhi dal pad dice: stasera vediamo un thriller di qualità? Eddie zoppica verso il letto, che in una casa così piccola è a tre metri dalla porta d'ingresso, e ci zoppica col bastone ed evitando con cura la valigia ordinatamente poggiata per terra, che è una cosa che normalmente per terra non c'è ed è la prima cosa che convince Lee ad alzare lo sguardo. Lei ha sempre funzionato così: prima vede il dettaglio, e dal dettaglio va indietro, alla cosa più grande, ed è sempre stata un po' la sua maledizione perché non è un processo facile, neanche per i reporter, ma il mestiere di reporter è molto più facile di quello di giornalista. Insomma va indietro, metaforicamente, e si rende conto che quella casa ha l'aspetto sfatto di una casa spogliata con violenza, con la fretta di una fuga, e poi va indietro un altro po', sempre metaforicamente, e vede lui che si siede sul letto a fatica e sospira come se avesse tutto il peso del mondo sulle spalle, alza gli occhi su di lei e aspetta.

Inizia dicendo: "sto andando via".

Non lo dice davvero, ma Dylan Jamison Khan e Lee Chernenko si conoscono da tredici anni, e qualcosa deve pur significare. La conversazione che segue è molto fitta, anche se esiste solo nelle loro teste e se la rimbalzano negli occhi. Lei chiede: perché? Lui risponde: come fai a chiederlo? Lei: perché non lo so. Lui: certo che lo sai. Lei: dimmelo lo stesso. Lui: non mi vedi? Zoppico come un paralitico, non posso fare più questo lavoro. Lei: ma sei un giornalista, non un reporter. Lui: non è il camminare il problema. Lei: qual è il problema? Lui: il problema è che non ci credo più. Lei: come fai a non crederci più? Lui: come fai a crederci tu? Ieri mi hai detto che Coco Aguilar non ha voluto sganciarti due parole sulle indagini sulla peggiore strage dell'ultimo secolo nel Core. La gente diventa matta, stermina persone, fa la fanatica religiosa, mette bombe, mangia altra gente e non puoi fare niente perché ti trattano come se fossi lì per impedire il loro lavoro, come se l'opinione pubblica fosse una mosca fastidiosa e i cittadini un inciampo da evitare, e che cosa puoi fare tu? Non puoi fare niente, puoi farti insultare e puoi dormire male la notte, ma la verità è che viviamo in uno Stato di militari, e la Guerra ci ha distrutto, le guerre ci hanno distrutto, hanno fatto entrare nella nostra società civile persone e cose e idee che non hanno niente a che fare con la nostra tradizione di civiltà, e questi militari che abbiamo adesso dieci anni fa non si sarebbero mai permessi di tacere cose di tale importanza, ma la guerra ci ha rovinato, la guerra ha rovinato l'Alleanza e la società civile e ora a noi non resta che essere scribacchini, pietire informazioni come se le informazioni non fossero un nostro diritto, a noi non resta che essere vittime di questo sistema e io non sarò più una vittima, sono stanco di essere una vittima, questa città mi ha reso una vittima e io adesso mi sottraggo a questa città perché io non sono un reporter come te, la mia vita non è stata una guerra dal primo giorno in cui sono nato e nella guerra non mi trovo a mio agio, perché la verità è che tu nella guerra ti trovi a tuo agio, e non te ne andrai mai da questa città finché sarà in guerra, e guarda, abbiamo vinto due guerre ma le abbiamo perse entrambe perché la guerra è arrivata a casa nostra, a casa mia, che non è casa tua, tu non hai mai avuto una casa tua e non puoi capire cosa voglia dire vedere la guerra a casa tua, le bombe a casa tua, sapere di essere una vittima di guerra a casa tua, io a questo mi ribello perché l'unica cosa su cui ho il controllo è me stesso, allora reclamo il controllo su me stesso e dico: me ne vado. 

Si conoscono da tredici anni e qualcosa deve pur significare. 

"Conosci qualche storia vera a lieto fine?", chiede lei molto piano, mentre si siede accanto a lui.
"Dipende."
"Dipende?"
"Vieni via con me."
"Dove?"
"Dove vuoi tu. Ci compriamo un pezzo di terra su Greenfield."
"E coltiviamo la terra?"
"Una barca su Whitmon. Abbiamo sempre detto che ci saremmo tornati."
"Avevamo vent'anni."
"Dove vuoi."
"Non posso."

Dylan le si spinge addosso come se volesse impedirle di pronunciare l'ultima sillaba, il punto finale. Le arpiona la nuca con una mano e se la spinge contro il viso, baciandole l'addio sulle labbra quasi come se fosse qualcos'altro, un benvenuto, un inizio. Brucia del rimorso di non averlo fatto quel pomeriggio sul tetto dell'università, o quella volta che gli è sembrato di vedere i delfini nel mare blu di Whitmon, di altre cento volte in cui si è lasciato vincere dalla pigrizia o dall'apatia e dall'indolenza di vivere e dalla sua stupidità, tutte e cento le volte in cui ha rifiutato di darsene pensiero e ha scelto sonni tranquilli su grandissimi errori di quelli che ti ricordi per tutta la vita, di quelli che ti segnano per tutta la vita e di quelli che la vita te la cambiano, ma a volte in meglio, o a volte in peggio, ma devi farli perché altrimenti non saprai mai se ti stai perdendo una vita migliore e a volte serve solo un po' di coraggio, ma tutto il coraggio che Dylan Jamison Khan ha avuto nella sua vita lo ha sempre impiegato altrove, di tutto quel coraggio non ne ha mai risparmiato abbastanza per baciare Lee Chernenko, almeno non fino a quel momento: il momento sbagliato.

Si stacca lentamente e la guarda. Glielo legge negli occhi già pieni di nostalgia: non è un inizio.

"Perché?", chiede lui con molta cautela.
"Per favore, per favore, rimani a Capital City. Abbia pazienza, abbi fiducia."
"Non mi fido più di niente. Non mi fido più della stampa. Del mio lavoro. Ci ho dedicato una vita."
"Fidati di me."

Lui si tira indietro con calma. Quando sospira, sospira come se si stesse svuotando dell'anima. Si alza a fatica, zoppica con quel peso del mondo tutto caricato sulle spalle, tirandosi dietro la valigia. Poi, molto gentile e molto inesorabile, tira indietro la maniglia.

"Ho dedicato una vita anche a te", confessa con la rassegnazione degli sconfitti. Esce molto piano, molto cauto, e assai piano e assai cautamente si richiude la porta alle spalle.


Dylan e Lee, Lòng City 2506. Foto di Faye Kim

sabato 28 giugno 2014

like we wasted too much time



Plainsboro Hospital, Capital City

- Potete prenderne di più.
- Cinquecento millilitri è il massimo legale.
- Posso firmare tutte le liberatorie che volete. 
- Non è consigliabile.
- Ho fatto metà della Grande Guerra in un'ambulanza. So quanto sangue posso versare prima di sentirmi male.
- Non sappiamo neanche se ce la farà. Aspettiamo che esca dalla sala operatoria. Ne riparleremo allora.

* * *
- Perché hai voluto me?
Lee è praticamente una ragazzina. Ha l'avventura negli occhi e la tenacia nei polsi. Si sistema il borsone sulla spalla e si volta verso di lui.
- Mh?
- San e Pete volevano esserci, alla tua partenza. Hai detto a loro di rimanere a casa e hai chiesto a me di accompagnarti allo spazioporto. Perché?
Gli sorride, getta azzurro nell'azzurro. Si stringe nelle spalle, finge di pensarci.
- Perché tu sei quello che ci sarà anche quando tornerò.
* * *