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sabato 9 agosto 2014

like denial, but believe me, it's not


Paul mi ha aperto la porta.

Paul non mi apre mai la porta; mi lascia piuttosto suonare al suo citofono, e poi bussare appena sopra la serratura, e poi ormai non insisto neanche perché ho la copia delle chiavi e ogni volta che ho veramente bisogno di vederlo perché sento che ha veramente bisogno di vedere me uso la chiave e di solito è così ubriaco che non se ne rende conto e quelle poche volte che chiede conto gli dico: era aperta, e lui ci crede, il ché mi ha sempre fatto pensare che lasciare la porta aperta per lui sia accettabile e che un giorno gli entrerà qualcuno in casa che non sono io. Oggi, comunque, è una notte diversa dalle solite, perché quando mi viene ad aprire è sgualcito come è sempre ma non barcolla troppo, e forse barcollo più io che ho bevuto due scotch doppi e una birra tutti troppo velocemente, e se non li avessi bevuti troppo velocemente forse adesso barcollerei di meno, ma forse è anche colpa delle scarpe, insomma, può essere. Lui ha la camicia con solo due bottoni allacciati e addosso gli intravedo un'ustione di quella volta in cui vide una donna al rogo e provò a salvarla, ma lui non me l'ha mai raccontato, l'ho letto perché un delle prime cose che scrisse per il pubblico fu il racconto di quella volta che capì che il Rim aveva bisogno di essere salvato da se stesso perché altrimenti avrebbero bruciato tutte le donne, per cominciare, e poi avrebbero continuato a bruciarsi a vicenda finché non sarebbe più rimasto niente, e ora ci penso perché ce l'ho inchiodato in testa, e forse sono venuta a dirgli che il Rim dovevano lasciarlo in pace e che ora se l'avessero lasciato in pace non ci sarebbe stato nessun attentato e io la notte potrei dormire bene e chiamare Dylan, che è una cosa che non faccio da molto tempo: dormire bene.

Paul però la colpa ce l'ha già incisa addosso, certe cose io le capisco. Certe cose io le capisco e non me l'hanno insegnate. Mio fratello grande mi ha insegnato come scovare le bugie sulla faccia delle persone, ma l'ha fatto bene e l'ha fatto tutelandosi come ti tuteli con i nemici, così oggi so dire se uno mente o no e so dirlo di chiunque, ma non di mio fratello grande, perché mio fratello ha la pelle d'osso come le testuggini e ti servirebbe uno scalpello molto appuntito e un martello molto pesante per riuscire ad aprire una breccia in quella sua fronte alta e bianca, con i capelli sempre ordinati, gliela vorrei aprire per vedere se escono ragni e vermi oppure se ci trovo farfalle e raggi di luce, se c'è un po' di luce, in Vitali. Come fai credere alla gente di essere una di loro anche se non lo sei invece me lo hanno insegnato al campo militare estivo di Novgorod, e mi hanno insegnato bene a parlare e a comportarmi e a capire come si comportano e a comportarmi come loro ma la verità è che mi insegnavano come non essere una di quelli né una di questi, e quando dico di questi intendo i koroleviti e quelli sono quelli che non sono koroleviti, e quindi sono rimasta sospesa in questo limbo in cui non appartengo a nessuno, e me l'hanno insegnato anno dopo anno, tutti gli anni, tranne quando avevo sedici anni e dovevo farne diciassette e invece di andare a Novgorod sono andata a Sovietsk, tutta a sud, e a Sovietsk era tiepido e si sentiva l'odore del mare di zucchero, lo chiamavo così, il mare di zucchero perché era grande come un mare ma era di acqua dolce, e non ci ho mai fatto il bagno, e quando poi me ne sono andata perché mi era passata la tristezza mi sono detta: avrei dovuto fare il bagno nel mare di zucchero, e la tristezza non mi era davvero passata, comunque, in verità non mi è passata mai, anche se dicevano un mese forse, massimo due, e ora sono passati quindici anni.

Ma a capire le persone ho imparato da sola. Deve essere il motivo per cui ogni tanto sbaglio: nessuno mi ha mai corretto, a parte Marshall Lee, e babcia diceva sempre che dobbiamo ringraziare quelli che ci correggono, tranne Sergej, diceva Sergej no, e se litigavano quando lui ci correggeva e ci diceva di chiamarla babushka, e poi diceva a nostra madre che babcia Ròza ci imbastardiva il linguaggio con tutto il suo parlare polskie, finché a un certo punto andare a trovarla diventò proibito e i miei fratelli se la dimenticarono, e le mie sorelle non se l'erano mai veramente ricordata, ma io no davvero, io la ricordo bene. Anche Paul mi corregge, ogni tanto, quando pensa che io abbia torto, ma la cosa tra Paul e me è che non c'è mai davvero un modo per capire chi ha torto, e forse solo il tempo ce lo dirà. A Paul non glielo dico spesso ma il tempo forse lo dirà a me, dico forse perché è un mestiere di emozioni forti, il mio, ma non credo che a lui dirà niente, credo che Paul morirà presto e con tante domande senza risposta, senza aver risolto niente nella sua vita, e quando entro in casa sua e vedo sistemato sul tavolino la carta stagnola chiusa a cappuccio e il cucchiaino col fondo annerito e tutto il resto e lui che neanche lo nasconde, lui che neanche si vergogna, allora so che è proprio così, e mi chiedo se col suo cuore debole e le pillole che non prende mai anche se dovrebbe, mi chiedo allora come fa ad essere ancora vivo, e penso che in fondo il fatto che non abbia ancora dovuto trovare i soldi per fargli il funerale è un miracolo, la vita di Paul è un miracolo che chissà quanto dura, e va bene così.

Mi tolgo le scarpe per non disturbare la signora Gupta, di sotto. Suo marito è morto nell'ultima guerra e lei si è ritrovata da sola con due figli, che ognuno ne parla come se fosse quella la tragedia, ma io non penso che rimanere sola con i tuoi figli sia una tragedia perché se hai l'opportunità e la testa di crescerli bene, i tuoi figli, quelli sono una cosa che rimarranno sempre tua, non importa dove andranno o che vorranno fare, la vera tragedia è che ti eri immaginata tutta una vita in un certo modo e poi quel certo modo non ha più le basi, come per dire: tuo marito muore, e tu te l'eri immaginata la vita con tuo marito, e anche questo non sarebbe mai accaduto se aveste lasciato il Rim in pace, voglio dire a Paul, potrei camminare con le scarpe ai piedi in casa tua, ma non lo dico e invece mi siedo sul divano accanto a lui, sarebbe più giusto dire che ci lasciamo cadere sul divano, quasi allo stesso tempo, quasi in sincronia, che se c'è una cosa che non mi è mai capitato di essere con Paul è in sincronia. E lo vedo guardare il suo laccio emostatico e il suo cartoccio di stagnola e li guarda senza passione, con rassegnazione, con tutta questa tristezza grandissima al centro del petto che mi fa venir voglia di piangere, e vorrei chiedergli cosa posso fare per te? Come posso fare in modo che avere me nella tua vita sia qualcosa di buono? Una volta l'ho allontanato dal bordo di un tetto, Paul, ma ogni volta che lo vedo mi sembra abbia già fatto altri cento salti nel vuoto mentre io non guardavo, e un po' me e vergogno ma spesso penso che non vorrei essere Paul per niente al mondo. Altre persone sì ma Paul no, altre persone sì per curiosità, non perché sono infelice, non sono infelice, ho le mie cose e i miei amori e i miei progetti che traballano, e non sono infelice. Per esempio a volte vorrei essere Bettie per capire com'è sentire di appartenere a qualcuno e sentire che qualcuno è tuo soltanto; altre volte vorrei essere Winston perché è sempre così calmo e la vita di un cane deve essere solo affetto e attesa e non importa quanti bastoni incontri perché quando incontri la carezza poi la riconosci e ti addomestica, e da una bestia torni ad essere un cane, e ad amare chi ti dà da mangiare, e basta. 

Ma non vorrei mai essere Paul. Quando mi siedo accanto a lui ed è così triste e così arrabbiato vorrei guarirgli la tristezza e la rabbia anche se poi vuol dire sfogarla su di me, gliela farei sfogare. E poi prenderei tutte le cose buone che ho dentro, le coglierei come i semi e proverei a piantarle nel buco nero che ha al centro del petto, perché il buco nero che ha nel petto Paul ogni volta che mi ci affaccio mi fa girare la testa così forte che mi viene da cadere, e così con con Owen, anche Owen ha un buco dentro e ci ho messo un po' perché quando ballavo non me ne rendevo conto e dopo aver ballato ero troppo ubriaca di felicità e di scotch per farci attenzione ma quando ci ho fatto attenzione gli ho visto dentro questa fame che ho pensato che mi avrebbe staccato la pelle a morsi per vedere cosa c'era dentro, e mi è girata la testa e mi ha fatto paura e ho pensato di uscire e scappare perché quel tipo di cose sono fameliche come i lupi di Shadetrack quando non c'era più niente da mangiare e uscivano fuori per azzannare le persone, e io avevo paura che Owen avrebbe azzannato me. Ma invece di scappare sono rimasta, perché ho questa malattia, perché se vedo il vuoto mi stacco i semi da dentro e li pianto e aspetto che cresca qualcosa, e non so ancora come piantare semi nel vuoto di Owen, ma se ci riesco qualcosa dovrà crescere e lui sarà felice e non conoscerà più rabbia e non conoscerà più fame e io non avrò più paura che mi stacchi la carne a morsi e l'ho baciato per quello, per vedergli addosso qualcos'altro e potergli dire sei bello con qualcos'altro addosso ma non sono sicura di averlo visto, quindi cercherò ancora.

A Paul dico che mi dispiace per quello che gli è successo, e non gliel'ho mai detto. Glielo dico piano, due volte, la prima perché capisca che sto parlando e la seconda perché capisca quello che sto dicendo. Mi dispiace per quello che è successo a tutti noi, alla nostra generazione, perché abbiamo visto la guerra e combattuto la guerra ognuno con le sue armi e avevamo vent'anni avevamo tutti quanti vent'anni quando abbiamo dovuto imparare che la gente muore e anche i giovani muoiono e che c'è un intero universo che può esserti nemico e vuole ucciderti e l'abbiamo imparato a vent'anni anche quelli che vent'anni non ce li avevano, lo abbiamo imparato, ma io l'ho imparato e poi ho passato tutti questi anni a scordarmelo finché non me l'ha ricordato Marshall Lee, che cammina a Capital City e profumava di Bullfinch e di cose giuste finché non ha iniziato ad avere l'odore di una cosa sbagliata perché nessuno dovrebbe amare così una persona che ti ha causato tutto questo dolore ma a me non importa, gliel'ho detto che a me va bene, a me basta, e volevo prendergli la testa di nuovo e baciargli gli occhi senza superstizione e dirgli che i miei sentimenti sono miei e ho il diritto di provarli e che se lui per me è mio fratello più di mio fratello di sangue io ho il diritto di crederlo anche se non lo dirò a nessuno, solo a lui, perché nessuno capirebbe dopo tutto questo tempo e direbbe che sono pazza, ma io lo so e lui lo sa e anche se so che per lui non sono la cosa più importante so però che sono una cosa importante e che se fossimo solo lui e io morirebbe per me, e io gliel'ho detto guardandolo negli occhi che va bene e che mi basta, anche se è un segreto. Se Marshall Lee è la cosa più importante per me, io non lo so. So che è una cosa importante e va bene, e mi basta. Funziona così.

E proprio mentre penso a queste cose, mentre penso a Marshall Lee, mentre penso a Bettie e penso anche a Lucas e a questi uomini mangiati dal dolore, che il dolore se li porta e se li divora da dentro fino a consumarli, finché non si piegano così tanto dal male che provano che si restringono e diventano piccoli così, solo ossa e pelle e dolore, mentre penso a questi uomini che il dolore mi porterà via, Paul mi prende la mano e me la bacia, e non l'ha mai fatto, e mentre lo guardo come se fosse qualcun'altro mi dice: mi dispiace per quello che ti è successo, e non me l'ha mai detto, mai. Io penso a Lucy Anne che ruba il parcheggio agli altri e al rossetto che per scriverle sul parabrezza l'ho rovinato, e penso che le ho scritto a lettere grandi e senza tutti gli spazi e i segni "FORGIVE U EVEN AFTER ALL YOUVE DONE" e che volevo che sapesse che io sono questa persona qui, che la perdono di avermi fatto l'agguato al portone del palazzo con i fucili ad acqua e perdono Lee di avermi ingannata e perdono mia madre che aveva capito chi ero e non le è importato e mio padre per avermi impedito di rivedere babcia Ròza finché non è morta e Dylan di essere andato via quando gli ho chiesto di restare lo perdono e perdono mio fratello grande per essere venuto a Sovietsk con me ed essersene andato prima che mi passasse la tristezza e perdono Jozef per non aver combattuto per noi e perdono Paul e la sua disperazione e proprio mentre penso a Paul e alla sua disperazione, Paul mi fa una carezza sulla guancia e capisco che questa notte sono venuta da Paul perché avevo bisogno di lui, e che l'unico modo per salvarlo è dirgli che sono io ad avere bisogno di lui e non il contrario, e questa notte lui l'ha già capito, e va bene e mi basta, funziona così.