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venerdì 13 febbraio 2015

like true love, and how i found it *

Dane End, Hera, inverno 2517

Cosa le dirai?

Le dirò che l'ho cercata ovunque. Ora di fronte alla porta di quest'angolo di universo fatto di polvere e sorto sulle tombe di centomila uomini le dirò che l'ho cercata nei quattro angoli di questo 'Verse, che ho preso per i capelli suo padre e gli ho detto vieni con noi, è ora, che gli ho detto è ora ancora prima di dirgli Jozef, non ci vediamo dal tempo che ci ha messo lei a crescermi dentro e poi a crescermi fuori, le racconterò di come suo padre si è messo a piangere e le racconterò di come suo padre è stato cacciato dal suo pianeta perché ci eravamo innamorati, le racconterò di come si amano due adolescenti che decidono di fuggire insieme e poi non ci riescono, di quanto è lungo un viaggio spaziale verso una destinazione sconosciuta, di quanto è difficile guardarsi attorno e non trovare nessuno che ti somigli. Le racconterò cosa vuol dire nascere polskie a Koroleva, essere uno straniero sulla tua terra, essere uno straniero dal momento in cui nasci: io e Jozef potremo raccontarglielo entrambi, è una storia che abbiamo in comune, è la storia che ci ha fatto convergere in un punto esatto delle nostre vite, un punto esatto in cui abbiamo fatto contatto e le scintille hanno illuminato il buio come cascate di stelle e da una cascata di stelle è stata creata lei, e anche se le nostre strade si sono incrociate per così poco, le dirò che è stata tutta una lunga preparazione per questo momento, per il momento in cui busso alla sua porta e mi presento, sperando che sia lei, sperando che sia ancora viva.

Cosa le racconterai?

Le racconterò la verità: io l'ho voluta, l'ho voluta con tutta me stessa, ma ero piccola (poco più grande di quanto è lei adesso) e non sono riuscita a tenerla stretta, e alla fine me l'hanno portata via. Le racconterò che ho fatto una vita di avventure, che ho rischiato questa mia vita cento volte e una, cento volte e una l'ho scampata e dopo la centounesima volta ho deciso che non ci sarebbe stata altra avventura, che la mia avventura da quel momento sarebbe stata ritrovare lei, soltanto lei, un boccone di cuore che ho lasciato scaldare al sole aspettando che fosse tiepido abbastanza. Le mostrerò il documento falso che mi sono fatta fare per rientrare a Koroleva, le dirò che ho premuto la mano sulla bocca di uno dei miei fratelli e gli ho mormorato in russo syurpriz, sorpresa, me lo sono mormorata sulle nocche mentre ridevo e chiudevo la bocca ad Arkadi, che sul mio palmo sorrideva anche lui, e mi diceva adesso lo so, adesso ho capito cosa ti ha portato via da noi, e io l'ho pregato di portare Vitali in un luogo sicuro, ed è così che ho rivisto l'uomo (il fratello) che me l'ha strappata dalle braccia mentre dormivo e l'ha mandata dove non avrei potuto ritrovarla, ma eccomi, ora la sto ritrovando. Le racconterò chi è Piotr Vitali Chernenko, come è diventato la persona che è adesso, le racconterò di come sono riuscita per la prima volta (per la prima volta dopo trentatré anni) a leggergli addosso ciò che stava provando, le racconterò di come sul fondo dell'animo nero di Vitali - fatto di dovere, di sacrificio e di potere, fatto di carbone in combustione e risentimento, fatto di brutalità e di imperativi morali - le racconterò di come sul fondo di quell'animo ho trovato un po' di pietà, gli ho trovato una carezza negli occhi e quel tanto di misericordia che gli ha permesso di dirmi che lei era su Hera, che su Hera l'aveva mandata perché sapeva che non la volevo far crescere come ero cresciuta io, che non sapeva se era sopravvissuta alla guerra ma che l'aveva mandata via chiamandola Summer, il suo nome, il nome che avevo scelto per lei, perché era nata ad agosto, a Sovietsk, sul mare dolce e tiepido, lontano dalla neve grigia di Stalingrad.

Le spiegherai chi sei?

Glielo spiegherò con una storia, e nella mia storia ci saranno tutti. Ci sarà babcia Ròza ma ci sarà anche Sergej, Arkadi come Vitali, ci saranno Lita e Oksana, Anna, la censura a Stalingrad e i campi di addestramento di Novgorod, la tundra in cui ci facevano esercitare alla sopravvivenza, ci sarà Jòzef e Sovietsk, ci sarà lei, il viaggio lunghissimo che mi ha portato a Xinhion, la notte che ho conosciuto Peter Tien in un ascensore bloccato e la mattina in cui sono andata a trovarlo e mi sono messa a parlare con Sanjay. Sarà una storia vera, le racconterò che Pete era un musicista e San aveva trovato la pace, le dirò che ogni angolo di pace va vissuto fino in fondo, finché dura, perché la pace non dura mai veramente finché la pace non la conquisti e non te la pianti dentro. E così arriverò a raccontarle della guerra, fingerò che lei non sappia niente e le racconterò dei proiettili che fischiano sulla testa e del carcere di massima sicurezza a poche miglia da Gào Shì, le insegnerò cos'è un crimine di guerra, le dirò come anche io ho perso i miei genitori ben prima che fossero irraggiungibili e della pace che ho ritrovato a Maracay, di come a Maracay ogni cosa ha sette vite e ho scoperto di avere sette vite anche io, no, non l'ho scoperto, l'ho deciso: le insegnerò come si decide quante vite si vogliono vivere e che destino e scelta non sono opposti, le insegnerò che il suo destino (il nostro destino) è inscritto nelle scelte che facciamo. Delle scelte che ho fatto io, di come il mio lavoro è stato la mia vita, di come nel mio lavoro ho trovato la mia missione e il mio scopo e di come ho scoperto, non so bene quando, che il vero potere di una persona risiede nelle storie che conosce e in quanto bene sa raccontarle, che non c'è montagna o gigante che non possano essere abbattuti con una buona storia, con una storia coraggiosa.

E di ciò che è successo dopo? Degli incubi?

Una storia è vera solo finché viene raccontata tutta: io non le nasconderò niente. Metterò gli incubi in fila (metterò in fila il cadavere di Stephan Cordier, il tradimento di Marshall Lee, la sensazione di affogare, il crollo delle terrazze verdi, IKON, metterò in fila il fiume in cui ero immersa quando cacciatori di taglie sparavano sul pelo dell'acqua, le bombe e i loà con cui ho ballato sui carboni ardenti, la febbre, i sensi di colpa, il terrore di ciò che avrei trovato dietro le mie palpebre prima di addormentarmi, Hall Point, la costanza nell'erodere la carne sulle ossa sperando di scomparire, sapendo che non mi avrebbero lasciato scomparire perché ero troppo ingombrante, Sharon Mackenzie e Ivan Volkov), metterò gli incubi in fila e poi le racconterò di come li ho sciolti, respinti, di tutta la fortuna che ho avuto, di Betts quando mi ha trascinato in acqua e della giustizia che ho trovato a Richleaf, di come io e Marshall Lee ci siamo perdonati, di Zoey e i suoi capelli rossi e delle spalle di Henner Yunchang, della tristezza di Andres e di tutte le volte che sono andata a trovare Drake in ospedale... e dei libri di Stephan Cordier, le racconterò di tutti i libri di Stephan Cordier e le racconterò di una grazia meravigliosa, cantata la notte, solo per lui, e canterò grazie anche io, e pregherò che ciò che le racconterò le mostri che se accogli gli incubi quelli si schiariranno, si dipaneranno e si mostreranno miseri, non più draghi e mostri ma persone col cuore secco e stanco, senza immaginazione. Le racconterò la mia storia così com'è, la mia vera storia, le racconterò di tutte le persone che ho amato e le racconterò di quanto ho tenuto stretto tra le braccia Sebastian Gray Holmes mormorandogli sulle labbra il suo vero nome, le racconterò di David e Golia e le racconterò anche di te, Dylan, di come ti ho perso e di tutto ciò che ho fatto per ritrovarti, e le mostrerò che ora sei qui, e mi parli, anche se con la voce sei muto e tieni il corpo tre metri dietro di me e di Jozef, perché sai che questo momento è nostro, che dietro questa porta c'è nostra figlia, in questo buco per orfani di guerra, in questa comunità di signori delle mosche sto cercando la mia mosca bianca, allora stringo la mano a Jozef e busso.

"Se non ve ne andate vi sparo in mezzo agli occhi."

Vediamo prima la bocca di un fucile e poi la faccia bianca e cupa che sta dietro il mirino, boccoli biondi e occhi azzurri, e non ho dubbi, non l'ho mai vista ma l'ho già riconosciuta, e sento Jozef coprirsi la bocca e singhiozzare un'unica volta perché l'ha già riconosciuta anche lui, quindi parlo io, e sorrido già.

"Sei Summer?"
"Che cazzo vuoi?"

Mi annoda lo stomaco e mi spalanca il cuore. Sono mesi che non riesco a tirare un sospiro di sollievo.

"Il mio nome è Lee Chernenko. Sono venuta a raccontarti una storia."

mercoledì 15 ottobre 2014

like a true korolevian


Di nuovo al Plainsboro Hospital. Alla vita non manca il senso dell'ironia e Lee Chernenko di sicuro è capace di coglierlo meglio di chiunque altro.

I meno gravi li hanno mandati lì. Lei ha probabilmente un polso rotto, gliel'hanno steccato in attesa di fare una lastra e ingessarglielo, o farglielo ingessare da qualcuno che non abbia iniziato medicina la settimana scorsa. L'hanno anche messa seduta, anche se per terra, perché di posti per sedersi e stendersi non ce ne sono più e le barelle percorrono i fianchi di tutti i corridoi. Alcune sono in doppia fila.

Lei è focalizzata, prova ad essere focalizzata. Ha molte cose in testa, tra cui frammenti di contatti che potrebbe ricordare a memoria. Il c-pad le si è rotto insieme al polso, la rubrica non è utilizzabile e lei non ricorda tutto a memoria. In verità, ricorda molto poco.

I nomi però li sa, e con un c-pad e una connessione alla rete cortex potrebbe riuscire a contattare qualcuno. Chi? Ripete a bassa voce i nomi da ormai due ore. Zoey Miller, Andres Norum, Owen Dunham, Harvey Morgan, Ryan Baker, Serafel Faoler, Jules, Yahn Fharsen, Sebastian Gray Holmes. Sebastian Gray Holmes. Elisabeth Russell, Drake Russell (quanti Russell conosce?), Monique Freeman, Lucy-Anne Alberts, Jason Plavalaguna, Lafayette Fosset, Amira Burns, Robert Jenkins, Nuying Qi, Stanley Bauman. E poi, ancora, quelli di cui non conosce il nome: la barista che mi fa il caffè ogni mattina, il parcheggiatore dell'edificio, tutti gli amici che Jules mi ha presentato, l'ex fidanzata di Dylan che lavora in radio. Nella sua testa, tutto l'universo affettivo che ha costruito a Capital City convergeva poche ore prima nel Blue Sun Building. 

Sta sragionando. Deve calmarsi.

Ripete i nomi dall'inizio: Zoey Miller, Andres Norum, Owen Dunham, Harvey Morgan... ma la verità è che pensa ad altro, ancora ad altro. Chi ama le occupa i pensieri ma non glieli ha conquistati. E' per questo che si alza in piedi, oscilla su se stessa, ignora i rimproveri di un'infermiera che non ha il tempo per discutere con ogni singolo stronzo che oggi è passato dal piccolo ma attrezzato Plainsboro Hospital: perché (diceva bene Eddie) Lee prospera là dove c'è la guerra, vive in guerra e della guerra ha bisogno di sapere i dettagli, per metterli insieme e raccontarli. Come un fantasma pallido, imbottito di antidolorifici blandi (quelli seri servono per i feriti seri), Lee Chernenko appare a ogni porta, a ogni porta si affaccia e chiede: i vostri pad funzionano? Si sa cosa è successo? Tutti rispondono no, no. Le linee sono intasate, la rete cortex barcolla, sfarfalla, si fa desiderare. A ogni stanza chiede di nuovo e capisce la risposta prima che la pronuncino. Percorre lunghi corridoi in questo modo (a lei di sicuro sembrano miglia), finché nella sala infermieri vede un gruppo di camici verdi tutti piegati su un singolo c-pad antebellico, supportato da una tecnologia antica che, in quanto tale, non è stata resa inutile dal caos di Horyzon.

Che dicono?

Le fanno segno di stare zitta. Lei si avvicina, tende l'orecchio. Si rende conto di essere ancora sorda, il boato deve averle spaccato i timpani.

Che dicono? Ripete.

Dicono Horyzon, New London e Xanto. Dicono migliaia di morti.

Che altro dicono?

Dicono che è stato Roscoe con i koroleviti. 

Cos'altro?

Dicono che c'entra IKON.

Due ore dopo sono due ore prima; vent'anni dopo, vent'anni prima. Elian Chernenko è una bambina che cade in un lago ghiacciato, Vitali non si tuffa per riprenderla e la ripescano quando ormai è troppo tardi. Vent'anni prima, vent'anni dopo: tutti i Chernenko festeggiano la fine dell'Imperialismo Alleato e pensano a come Elian avrebbe festeggiato con loro se fosse sopravvissuta per crescere e diventare una vera korolevita

sabato 9 agosto 2014

like denial, but believe me, it's not


Paul mi ha aperto la porta.

Paul non mi apre mai la porta; mi lascia piuttosto suonare al suo citofono, e poi bussare appena sopra la serratura, e poi ormai non insisto neanche perché ho la copia delle chiavi e ogni volta che ho veramente bisogno di vederlo perché sento che ha veramente bisogno di vedere me uso la chiave e di solito è così ubriaco che non se ne rende conto e quelle poche volte che chiede conto gli dico: era aperta, e lui ci crede, il ché mi ha sempre fatto pensare che lasciare la porta aperta per lui sia accettabile e che un giorno gli entrerà qualcuno in casa che non sono io. Oggi, comunque, è una notte diversa dalle solite, perché quando mi viene ad aprire è sgualcito come è sempre ma non barcolla troppo, e forse barcollo più io che ho bevuto due scotch doppi e una birra tutti troppo velocemente, e se non li avessi bevuti troppo velocemente forse adesso barcollerei di meno, ma forse è anche colpa delle scarpe, insomma, può essere. Lui ha la camicia con solo due bottoni allacciati e addosso gli intravedo un'ustione di quella volta in cui vide una donna al rogo e provò a salvarla, ma lui non me l'ha mai raccontato, l'ho letto perché un delle prime cose che scrisse per il pubblico fu il racconto di quella volta che capì che il Rim aveva bisogno di essere salvato da se stesso perché altrimenti avrebbero bruciato tutte le donne, per cominciare, e poi avrebbero continuato a bruciarsi a vicenda finché non sarebbe più rimasto niente, e ora ci penso perché ce l'ho inchiodato in testa, e forse sono venuta a dirgli che il Rim dovevano lasciarlo in pace e che ora se l'avessero lasciato in pace non ci sarebbe stato nessun attentato e io la notte potrei dormire bene e chiamare Dylan, che è una cosa che non faccio da molto tempo: dormire bene.

Paul però la colpa ce l'ha già incisa addosso, certe cose io le capisco. Certe cose io le capisco e non me l'hanno insegnate. Mio fratello grande mi ha insegnato come scovare le bugie sulla faccia delle persone, ma l'ha fatto bene e l'ha fatto tutelandosi come ti tuteli con i nemici, così oggi so dire se uno mente o no e so dirlo di chiunque, ma non di mio fratello grande, perché mio fratello ha la pelle d'osso come le testuggini e ti servirebbe uno scalpello molto appuntito e un martello molto pesante per riuscire ad aprire una breccia in quella sua fronte alta e bianca, con i capelli sempre ordinati, gliela vorrei aprire per vedere se escono ragni e vermi oppure se ci trovo farfalle e raggi di luce, se c'è un po' di luce, in Vitali. Come fai credere alla gente di essere una di loro anche se non lo sei invece me lo hanno insegnato al campo militare estivo di Novgorod, e mi hanno insegnato bene a parlare e a comportarmi e a capire come si comportano e a comportarmi come loro ma la verità è che mi insegnavano come non essere una di quelli né una di questi, e quando dico di questi intendo i koroleviti e quelli sono quelli che non sono koroleviti, e quindi sono rimasta sospesa in questo limbo in cui non appartengo a nessuno, e me l'hanno insegnato anno dopo anno, tutti gli anni, tranne quando avevo sedici anni e dovevo farne diciassette e invece di andare a Novgorod sono andata a Sovietsk, tutta a sud, e a Sovietsk era tiepido e si sentiva l'odore del mare di zucchero, lo chiamavo così, il mare di zucchero perché era grande come un mare ma era di acqua dolce, e non ci ho mai fatto il bagno, e quando poi me ne sono andata perché mi era passata la tristezza mi sono detta: avrei dovuto fare il bagno nel mare di zucchero, e la tristezza non mi era davvero passata, comunque, in verità non mi è passata mai, anche se dicevano un mese forse, massimo due, e ora sono passati quindici anni.

Ma a capire le persone ho imparato da sola. Deve essere il motivo per cui ogni tanto sbaglio: nessuno mi ha mai corretto, a parte Marshall Lee, e babcia diceva sempre che dobbiamo ringraziare quelli che ci correggono, tranne Sergej, diceva Sergej no, e se litigavano quando lui ci correggeva e ci diceva di chiamarla babushka, e poi diceva a nostra madre che babcia Ròza ci imbastardiva il linguaggio con tutto il suo parlare polskie, finché a un certo punto andare a trovarla diventò proibito e i miei fratelli se la dimenticarono, e le mie sorelle non se l'erano mai veramente ricordata, ma io no davvero, io la ricordo bene. Anche Paul mi corregge, ogni tanto, quando pensa che io abbia torto, ma la cosa tra Paul e me è che non c'è mai davvero un modo per capire chi ha torto, e forse solo il tempo ce lo dirà. A Paul non glielo dico spesso ma il tempo forse lo dirà a me, dico forse perché è un mestiere di emozioni forti, il mio, ma non credo che a lui dirà niente, credo che Paul morirà presto e con tante domande senza risposta, senza aver risolto niente nella sua vita, e quando entro in casa sua e vedo sistemato sul tavolino la carta stagnola chiusa a cappuccio e il cucchiaino col fondo annerito e tutto il resto e lui che neanche lo nasconde, lui che neanche si vergogna, allora so che è proprio così, e mi chiedo se col suo cuore debole e le pillole che non prende mai anche se dovrebbe, mi chiedo allora come fa ad essere ancora vivo, e penso che in fondo il fatto che non abbia ancora dovuto trovare i soldi per fargli il funerale è un miracolo, la vita di Paul è un miracolo che chissà quanto dura, e va bene così.

Mi tolgo le scarpe per non disturbare la signora Gupta, di sotto. Suo marito è morto nell'ultima guerra e lei si è ritrovata da sola con due figli, che ognuno ne parla come se fosse quella la tragedia, ma io non penso che rimanere sola con i tuoi figli sia una tragedia perché se hai l'opportunità e la testa di crescerli bene, i tuoi figli, quelli sono una cosa che rimarranno sempre tua, non importa dove andranno o che vorranno fare, la vera tragedia è che ti eri immaginata tutta una vita in un certo modo e poi quel certo modo non ha più le basi, come per dire: tuo marito muore, e tu te l'eri immaginata la vita con tuo marito, e anche questo non sarebbe mai accaduto se aveste lasciato il Rim in pace, voglio dire a Paul, potrei camminare con le scarpe ai piedi in casa tua, ma non lo dico e invece mi siedo sul divano accanto a lui, sarebbe più giusto dire che ci lasciamo cadere sul divano, quasi allo stesso tempo, quasi in sincronia, che se c'è una cosa che non mi è mai capitato di essere con Paul è in sincronia. E lo vedo guardare il suo laccio emostatico e il suo cartoccio di stagnola e li guarda senza passione, con rassegnazione, con tutta questa tristezza grandissima al centro del petto che mi fa venir voglia di piangere, e vorrei chiedergli cosa posso fare per te? Come posso fare in modo che avere me nella tua vita sia qualcosa di buono? Una volta l'ho allontanato dal bordo di un tetto, Paul, ma ogni volta che lo vedo mi sembra abbia già fatto altri cento salti nel vuoto mentre io non guardavo, e un po' me e vergogno ma spesso penso che non vorrei essere Paul per niente al mondo. Altre persone sì ma Paul no, altre persone sì per curiosità, non perché sono infelice, non sono infelice, ho le mie cose e i miei amori e i miei progetti che traballano, e non sono infelice. Per esempio a volte vorrei essere Bettie per capire com'è sentire di appartenere a qualcuno e sentire che qualcuno è tuo soltanto; altre volte vorrei essere Winston perché è sempre così calmo e la vita di un cane deve essere solo affetto e attesa e non importa quanti bastoni incontri perché quando incontri la carezza poi la riconosci e ti addomestica, e da una bestia torni ad essere un cane, e ad amare chi ti dà da mangiare, e basta. 

Ma non vorrei mai essere Paul. Quando mi siedo accanto a lui ed è così triste e così arrabbiato vorrei guarirgli la tristezza e la rabbia anche se poi vuol dire sfogarla su di me, gliela farei sfogare. E poi prenderei tutte le cose buone che ho dentro, le coglierei come i semi e proverei a piantarle nel buco nero che ha al centro del petto, perché il buco nero che ha nel petto Paul ogni volta che mi ci affaccio mi fa girare la testa così forte che mi viene da cadere, e così con con Owen, anche Owen ha un buco dentro e ci ho messo un po' perché quando ballavo non me ne rendevo conto e dopo aver ballato ero troppo ubriaca di felicità e di scotch per farci attenzione ma quando ci ho fatto attenzione gli ho visto dentro questa fame che ho pensato che mi avrebbe staccato la pelle a morsi per vedere cosa c'era dentro, e mi è girata la testa e mi ha fatto paura e ho pensato di uscire e scappare perché quel tipo di cose sono fameliche come i lupi di Shadetrack quando non c'era più niente da mangiare e uscivano fuori per azzannare le persone, e io avevo paura che Owen avrebbe azzannato me. Ma invece di scappare sono rimasta, perché ho questa malattia, perché se vedo il vuoto mi stacco i semi da dentro e li pianto e aspetto che cresca qualcosa, e non so ancora come piantare semi nel vuoto di Owen, ma se ci riesco qualcosa dovrà crescere e lui sarà felice e non conoscerà più rabbia e non conoscerà più fame e io non avrò più paura che mi stacchi la carne a morsi e l'ho baciato per quello, per vedergli addosso qualcos'altro e potergli dire sei bello con qualcos'altro addosso ma non sono sicura di averlo visto, quindi cercherò ancora.

A Paul dico che mi dispiace per quello che gli è successo, e non gliel'ho mai detto. Glielo dico piano, due volte, la prima perché capisca che sto parlando e la seconda perché capisca quello che sto dicendo. Mi dispiace per quello che è successo a tutti noi, alla nostra generazione, perché abbiamo visto la guerra e combattuto la guerra ognuno con le sue armi e avevamo vent'anni avevamo tutti quanti vent'anni quando abbiamo dovuto imparare che la gente muore e anche i giovani muoiono e che c'è un intero universo che può esserti nemico e vuole ucciderti e l'abbiamo imparato a vent'anni anche quelli che vent'anni non ce li avevano, lo abbiamo imparato, ma io l'ho imparato e poi ho passato tutti questi anni a scordarmelo finché non me l'ha ricordato Marshall Lee, che cammina a Capital City e profumava di Bullfinch e di cose giuste finché non ha iniziato ad avere l'odore di una cosa sbagliata perché nessuno dovrebbe amare così una persona che ti ha causato tutto questo dolore ma a me non importa, gliel'ho detto che a me va bene, a me basta, e volevo prendergli la testa di nuovo e baciargli gli occhi senza superstizione e dirgli che i miei sentimenti sono miei e ho il diritto di provarli e che se lui per me è mio fratello più di mio fratello di sangue io ho il diritto di crederlo anche se non lo dirò a nessuno, solo a lui, perché nessuno capirebbe dopo tutto questo tempo e direbbe che sono pazza, ma io lo so e lui lo sa e anche se so che per lui non sono la cosa più importante so però che sono una cosa importante e che se fossimo solo lui e io morirebbe per me, e io gliel'ho detto guardandolo negli occhi che va bene e che mi basta, anche se è un segreto. Se Marshall Lee è la cosa più importante per me, io non lo so. So che è una cosa importante e va bene, e mi basta. Funziona così.

E proprio mentre penso a queste cose, mentre penso a Marshall Lee, mentre penso a Bettie e penso anche a Lucas e a questi uomini mangiati dal dolore, che il dolore se li porta e se li divora da dentro fino a consumarli, finché non si piegano così tanto dal male che provano che si restringono e diventano piccoli così, solo ossa e pelle e dolore, mentre penso a questi uomini che il dolore mi porterà via, Paul mi prende la mano e me la bacia, e non l'ha mai fatto, e mentre lo guardo come se fosse qualcun'altro mi dice: mi dispiace per quello che ti è successo, e non me l'ha mai detto, mai. Io penso a Lucy Anne che ruba il parcheggio agli altri e al rossetto che per scriverle sul parabrezza l'ho rovinato, e penso che le ho scritto a lettere grandi e senza tutti gli spazi e i segni "FORGIVE U EVEN AFTER ALL YOUVE DONE" e che volevo che sapesse che io sono questa persona qui, che la perdono di avermi fatto l'agguato al portone del palazzo con i fucili ad acqua e perdono Lee di avermi ingannata e perdono mia madre che aveva capito chi ero e non le è importato e mio padre per avermi impedito di rivedere babcia Ròza finché non è morta e Dylan di essere andato via quando gli ho chiesto di restare lo perdono e perdono mio fratello grande per essere venuto a Sovietsk con me ed essersene andato prima che mi passasse la tristezza e perdono Jozef per non aver combattuto per noi e perdono Paul e la sua disperazione e proprio mentre penso a Paul e alla sua disperazione, Paul mi fa una carezza sulla guancia e capisco che questa notte sono venuta da Paul perché avevo bisogno di lui, e che l'unico modo per salvarlo è dirgli che sono io ad avere bisogno di lui e non il contrario, e questa notte lui l'ha già capito, e va bene e mi basta, funziona così. 



martedì 29 luglio 2014

like I'm waiting for the day to come


Dogtown, Capital City
Ore 22.30

Lee guarda l'ora sullo schermo tiepidamente luminescente del c-pad: a quest'ora la gara di ballo sarà iniziata da un pezzo. La sua macchina è molto lontana dal centro di Capita City: è molto lontana anche da casa sua. Oltre il parabrezza vede gli angoli squadrati degli altissimi palazzi neri di Mercy Street. Sbircia le finestre cercando di capire se quella di Ryan è accesa, ma le è impossibile anche solo vederla: è troppo in alto, troppo perduta tra altre centinaia di finestre che si aprono e chiudono su un quartiere che inizia a svegliarsi solo verso quell'ora. Lee lo conosce a memoria, spanna dopo spanna, ma ora confonde il ricordo con una bottiglia di scotch scadente che si passa da una mano all'altra. Prendersi addosso la dipendenza di un ranchero qualsiasi in cambio di una testimonianza: è esattamente il tipo di cazzate incoscienti e pericolose che Dylan le avrebbe rimproverato. Dylan.

Quando la lettera di Andres le è arrivata, lei era appena rientrata a casa. Ha dato una mancia al corriere che gliel'ha consegnata e, dopo averla letta, si è resa conto di non riuscire a rimanere un secondo di più in quelle quattro mura. Si è guardata intorno e si è chiesta cos'è che ha che le appartiene. I poster sui muri, la vernice con cui li ha dipinti, quella bellissima holo-tv trovata a un prezzo stracciato, un set completo di bagnoschiuma aromatizzati ai frutti rossi, delle tazze di latta su cui ha dipinto le iniziali sue e di Gray. Cose, oggetti. Oggetti da cui all'improvviso si sente tanto oppressa da risultarne soffocata, quasi le si fossero incastrati in gola. E' uscita per questo. Per respirare.

E' da quando l'hanno rapita che non ha (quasi) più avuto attacchi di panico. Ha avuto paure violente e terrori notturni per molto tempo, una manciata di fobie di cui si trascina ancora dietro i pezzi, ma dopo quella terribile notte in cui ha litigato in ufficio con Yahn, e lui ha deciso di fare di testa sua chiamando un'ambulanza, e il giorno dopo era in piedi ma il vice di Harker l'ha chiamata nel suo ufficio per chiederle se era ancora in grado di fare quel lavoro o se preferiva andare in vacanza, per un po'... da quel momento ha smesso. Ha deciso che avrebbe sfogato quell'angoscia in modi diversi. Il suo rapporto con l'alcol è diventato più morboso, quello con le droghe più affascinato, ma allo stesso tempo più conflittuale quello con gli spacciatori. E' diventata molto più fantasiosa nel nascondere la propria insoddisfazione, meno imbarazzata dalla propria ambizione. Ha continuato ad accumulare cose, e mentre accumulava cose disperdeva persone.

Ma ha trovato Andres. Andres e il suo cuore spezzato, Andres e i soprusi che ha subito, Andres che ha abbandonato un pianeta gelido e ha pensato che il suo unico valore fossero i suoi lineamenti delicati e il corpo snello. Andres di cui si è innamorata in un modo in cui non si innamorava da tempo infinito: con entusiasmo e fiducia, col desiderio di salvarlo: aveva bisogno di qualcuno da salvare. Ora tiene tra le dita la sua lettera aperta che non sa come pubblicare (da sola? Con un commento a mio nome? Con un commento anonimo? E che tipo di commento?) e che le ha strappato di dosso la superficialità frivola di cui si veste ogni giorno.

Non ha contattato Dylan da quando se ne è andato. Ha trovato un suo vecchio cappotto che indossa ogni tanto, quando Gray non è in casa. Nelle tasche ha trovato uno zippo e un libro cartaceo che lui deve aver lasciato apposta per lei, o almeno così le piace pensare. Ha chiamato Rachel, che le ha detto che non le direbbe dov'è andato neanche se lo sapesse, e ha fatto il giro di tutti i loro vecchi compagni d'università, pensando che forse avrebbe potuto chiedere ospitalità a loro, per i primi tempi. Ha trovato addirittura il contatto di Nadja Khan, sua cugina residente ad Elèria, ma di Dylan non c'è traccia. Dopo una vita passata ad essere sicura, sicura che ci sarebbe sempre stato, adesso sembra perduto.

Dopo un altro sorso, prende il c-pad con entrambe le mani. Apre un nuovo file e scrive "Caro Eddie". 
Caro Eddie, un giorno sei venuto a svegliarmi che avevo la febbre. Ci conoscevamo da molto poco ma era come se avessimo parlato di cose importanti per tutta la vita. Mi hai fatta vestire e mentre mi lamentavo mi hai trascinato in un bar che era anche un circolo di poesia, e mentre tu bevevi scotch io bevevo antibiotico, e tu hai ben pensato di infilarmi un po' di scotch nell'antibiotico, ed è da allora che bevo scotch. In quel circolo ci tornammo ancora, e un giorno (non avevo più la febbre) venne quest'uomo che si mise di fronte al microfono e chiese: "la conoscete la storia dei due pesci?". Aveva capelli lunghi legati dietro la nuca, i sintomi di una depressione ai primi stadi inscritti nelle occhiaie e nel modo in cui non guardava mai il suo pubblico direttamente. Dopo quella sera iniziasti a guardarmi in modo diverso perché avevi capito che questa è l'acqua, ma io non l'avevo ancora capito: hai sempre capito le cose prima di tutti, tu. Hai sempre visto le cose in modo lucido, e a volte ho pensato che fosse solo spietato, ma il tuo essere spietato ti era necessario a chiamare le cose con il loro nome. Hai sempre detto: il primo passo per capire una cosa è chiamarla con il suo nome. Uno zoppo è uno zoppo, non è un diversamente ambulante. E una bugia non è un punto di vista: è una bugia e basta. Hai sempre vissuto per assoluti, e io - che sono nata su Koroleva e sono scappata nel Core, e poi in guerra, e poi a Polaris - ho sempre navigato nella relatività, e quegli assoluti te li invidiavo. Mi hai sempre rimproverato di stare nella zona grigia della politica, di non prendere posizione. Di essere troppo accomodante, troppo poco coraggiosa. Di me, al contrario di tutti gli altri, hai sempre visto questo: il mio poco coraggio. Per essere un giornalista, sei sempre stato sorprendentemente manicheo.  
So che abbiamo avuto i nostri momenti, li ho riconosciuti. Aspettavi che io mi rendessi conto che quella era l'acqua, ma io lo sapevo. Ma non ho avuto coraggio. Più di una volta mi hai spintonata sperando che reagissi, ma non hai mai avuto successo. Me ne sono resa conto, ma non ne ho avuto il coraggio. Vedevo tutti i modi in cui avremmo fallito, tutti i motivi per cui avremmo litigato. Vedevo come sarebbe finita e sapevo che dopo non ti avrei più visto, né avuto nella mia vita. Sapevo che non avresti sopportato le mie partenze, i miei tradimenti, e so che hai sempre pensato che mi innamorassi troppo facilmente, troppo rapidamente. Volevi essere Lee e Dylan contro tutti e hai sempre voluto rimproverarmi di essere Lee e Dylan e poi Lee e tutti gli altri. Non ho mai voluto molti nemici, tu non hai mai voluto molti amici. Non ho mai saputo stare da sola e tu non hai mai tollerato la troppa compagnia. Sapevo che quella era l'acqua, ma non ho mai voluto immergermi. 
Ma ho cambiato idea, adesso. Il Core non è il posto per me, ho bisogno di andarmene di nuovo. Se torni su Horyzon parleremo all'infinito e decideremo insieme dove andare: dove siamo utili. Invece di raccontare le grandi imprese saremo quelli che le fanno. Se torni a Capital City e vieni a bussare a casa, ti aprirò la porta, giuro, a qualsiasi ora. Ti insegnerò che lingua parlando a Richleaf e andremo a insegnare a leggere e a scrivere ai ragazzini delle favelas, li sottrarremo alle bande e alle gang. Venderemo tutto ciò che abbiamo e andremo a ricostruire Hera pezzo dopo pezzo. Andremo a parlare di libertà a Clackline, cercheremo le rive dell'Orinoco sotto i deserti di Blackrock, ci cureremo le ferite con l'agave e i coltelli arroventati. Ora sono pronta, questa è l'acqua. Torna qui e partiremo insieme.
No. Non scrive niente di tutto ciò. Se lo lascia navigare nel petto, ma sullo schermo digita solo "hey". Preme il polpastrello sull'invio. Dopo pochi secondi, il display le restituisce un messaggio di errore: questo indirizzo non è più esistente.

 Inghiotte qualche sorso di scotch: avrebbe dovuto immaginarlo. Solo quando è abbastanza stordita dall'alcol apre un nuovo file di scrittura. Si passa la lingua tra le labbra, aumenta la grandezza del font. Stile: titolo. Molto lentamente, digita le prime tre parole.
Come the day.


and you discover that home
is not a person or place
but a feeling you can't get back.

domenica 22 giugno 2014

like bargaining



Capital City, giugno 2516

Lo studio del rispettato dottor Mathieu Kun è al sedicesimo piano di un palazzo molto elegante, in pieno centro di Capital City. Lee Chernenko ci è entrata in punta di piedi alle nove di mattina in punto, con le scarpe in mano e i vestiti sgualciti della sera prima. Lo sguardo che ha dedicato al suo terapeuta è stato un misto di scuse e birbanteria di prim'ordine. A stento pettinata, si è stesa sul divanetto con un sospiro profondo, incrociando le caviglie nude sul bracciolo e le mani sottili sul ventre.
- Stanotte ho dormito con una celebrità.
Esordisce con delicatezza, spingendo gli occhi chiari sul soffitto.
- Interessante.
- Non ti ho detto neanche quale celebrità.
- Non intendevo il dormire con una celebrità.
- Sai che è un modo per dire che abbiamo avuto un rapporto sessuale, sì?
Lee dondola lo sguardo di lato, all'angolo della bocca il principio di un sorriso arguto e canzonatorio.
- Siamo al quarto appuntamento settimanale dall'inizio della terapia. La prima volta mi hai detto che non credi nella psicoterapia, la seconda volta mi hai parlato di Marshall Lee, la terza mi hai raccontato nei dettagli il lavoro che avevi svolto nella settimana, e ora hai deciso di cambiare di nuovo argomento.
Lei guarda Kun con la coda dell'occhio. Ha una carnagione scura, olivastra, capelli corti e sottili, barba brizzolata, occhiali da vista perfettamente tondi. In gioventù deve essere stato un ragazzo silenzioso, molto studioso. Si strofina il pollice sul labbro inferiore strofinando ciò che è rimasto del rossetto.
- Due settimane fa, avevi accennato che saresti andata a trovare Marshall Lee in carcere.
- E l'ho fatto.
- Vogliamo parlare di questo?
Sospira a fondo ed espira dalle narici appena infastidita, tornando ostinatamente a fissare il soffitto bianco. Se ne sta un po' in silenzio, poi con uno strattone di spalle verso l'altro si mette seduta sul divano. Affonda il busto nello schienale e tamburella le dita sui grandi e morbidi cuscini in sintopelle nera. 
- No.
Kun allarga le dita sui braccioli della sua poltrona. E' una poltrona rigida, di uno stile del tutto diverso da quello del divano. Sostiene e solleva piuttosto che avvolgere e accogliere. 
- Una volta mio fratello maggiore mi ha salvato la vita.  
Il silenzio protratto non spaventa nessuno dei due.
- Mi si ruppe il ghiaccio sotto i pattini e caddi in un lago d'inverno. Avevo sei anni, lui ne aveva undici. Si tolse il cappotto e si lanciò in acqua. Avremmo potuto morire entrambi affogati, o di ipotermia, ma lui non ci pensò neanche un istante.
- O forse ci pensò e considerò che salvare sua sorella valesse il rischio. 
Lee sorride addosso al viso di Kun con un retrogusto amaro che le scivola dietro le gengive.
- Ho passato anni interi nella sua completa adorazione. Ho amato sempre tutti loro: Arkadi, e le mie sorelle. Ma per tutta l'infanzia ho sempre cercato solo Vitali. Pensavo fosse la persona più coraggiosa di tutto il 'Verse. Difendeva tutti noi. Se un ragazzino mi dava fastidio, se ne sarebbe occupato Vitali. Se non avevo ancora imparato a sparare bene dopo due settimane di campo militare estivo, mi avrebbe insegnato Vitali. Se sull'orlo di un trampolino non trovavo il coraggio di saltare, Vitali mi avrebbe spinto. 
- Sembra il ritratto di un ottimo fratello maggiore.
- It does, doesn't it?
- E quindi cosa ti porta a nutrire così tanto risentimento nei suoi confronti?
Stringe le labbra, fa sfuggire lo sguardo di lato. Sulla scrivania poco distante, vede un piccolo meccanismo a moto semi-perpetuo. La ripetizione del movimento, per qualche motivo, la infastidisce abbastanza da strattonare lo sguardo verso altri angoli.
- Perdonare è dimenticare?
- Non necessariamente.
- Marshall Lee ne è convinto. Quando gli ho detto che l'ho perdonato, non mi ha creduto.
Nel modo in cui cerca una reazione sul viso di Kun c'è una voracità impaziente. Lui la guarda da dietro gli occhiali perfettamente tondi. Se c'è una cosa che Lee Chernenko sa fare, è leggere le persone.
- Puoi dirlo.
- Dire cosa?
- Che sono patetica. Che la mia necessità di essere amata da tutti è patologica.
- E' quello che pensi di te?
- E' quello che pensa chiunque.
- Non credo che tu abbia necessità di essere amata da tutti, Lee. In verità, penso sia il contrario: ho l'impressione che tu abbia la necessità di amare tutti.
- E puoi guarirla?
- Come una malattia?
Lee solleva gli occhi al cielo e sbuffa un mezzo sorriso sarcastico ed esasperato.
- Non mi ha portato molta fortuna, fino ad ora.
- Questa non è una risposta.
- La tua è a stento una domanda.
Il sorriso si fa più dolce, in qualche modo più rarefatto. La korolevita si passa le mani sulla gonna svasata del vestito che indossa. Addosso, Kun le trova un'accettazione quieta del proprio corpo, anche quando stanco e sfatto. 
- Quindi sei andata a trovare Lee per dirgli che lo avevi perdonato.
- Esatto.
- Mi sembri delusa dalla sua reazione.
- I guess.
- Che cosa ti aspettavi? 
- Che mi chiedesse scusa, immagino. Che fosse pentito.
- E questo avrebbe sistemato le cose tra di voi?
Lee schiude le labbra, poi aggrotta le sopracciglia, tentenna. Spinge gli occhi sul viso di Kun cercando di decifrare la risposta giusta dalla quantità di rughe irradiate dagli occhi scuri dell'uomo.
- No. Certo che no.
Abbassa il capo e chiude le mani l'una sull'altra. Ora sembra davvero a disagio. Sinceramente delusa.
- Vitali diventò come mio padre. Ecco cosa accadde.
- Spiegami. 
- Mi denunciava ai nostri genitori se mi trovava della musica o dei libri del Core nascosti sotto le mattonelle del pavimento della mia stanza. Controllava che non facessi solo finta di cantare l'inno ogni mattina. Una volta gli chiesi se si ricordava di quella volta che mi aveva salvato dall'annegamento in un lago ghiacciato. Mi disse che nostro padre gli aveva ordinato di badare a me. Ordinato. Tutto ciò che per anni avevo pensato fosse amore e coraggio, era solo senso del dovere. Un artificio che non aveva niente a che fare con me.
- Devi esserti sentita tradita.
Lee aggrotta le sopracciglia, scava sul fondo dello sguardo di Kun. Poi soffia tra i denti una risata nervosa, scuote il capo e guarda altrove.
- Of course. Vitali è una metafora per Marshall Lee. O il contrario. Funziona comunque, no? Deve essere vero quello che dicono sugli psicoterapeuti.
- Non è affatto quello che credo. Anzi.
Riesce a ricatturarne l'attenzione e a iniettarle di nuovo il disagio nelle vene. Mathieu Kun la vede agitarsi inquieta sul divano morbido, come se all'improvviso fosse diventato incredibilmente scomodo.
- Certo, hai tracciato le analogie in modo palese. Due persone dai sentimenti insinceri e dedite solo al rispetto degli ordini che ti hanno ferito in momenti diversi della tua vita tradendo la tua fiducia. E' una similitudine così perfetta che mi sorprende tu l'abbia assunta con tanta ingenuità. No: io credo, Lee, che tu mi abbia appena raccontato di come tu non riesca a perdonare qualsiasi cosa ti abbia fatto tuo fratello, nonostante ti abbia salvato la vita, tanto da non voler avere nulla a che fare con lui da anni. Mentre per perdonare Marshall Lee, che non è tuo fratello e che non ti ha mai salvato la vita, hai impiegato un istante. Quasi come fosse una cosa da fare di fretta, prima che scada il tempo. 
- Quale tempo.
- E' un'ottima domanda. Il tempo per riabilitarlo nella tua vita, suppongo. 
Lo sguardo azzurro della giornalista si riempie di una diffidenza spezzata, ricomposta in sprazzi di razionalità e aspettative plausibili.
- Mi ha portata nelle mani di gente che mi ha rapita, minacciata di morte, tenuta al buio per settimane, torturata. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che me lo merito e me la sono cercata. Perché dovrei volerlo riabilitare nella mia vita?
- Spiegami allora perché hai avuto tanta fretta di andare a dirgli che lo avevi perdonato.
Le tremano gli occhi. Quando se ne accorge li abbassa, deglutisce. Si passa il pollice sinistro contro il palmo della mano destra, strofinando il segno di una cicatrice sottile. Parla ora molto piano, come se all'improvviso le fosse mancata tutta la voce.
- Non voglio che pensi che lo odi. O che lui odi me. 
- Dopo quello che ti ha fatto, per quale motivo ti interessa che non ti odi?
Non risponde.
- Io credo, Lee, che tu stia semplicemente attraversando le normali fasi dell'elaborazione del lutto. La morte non è l'unico modo in cui possiamo perdere una persona cara.
Continua a non rispondere. Sospira a fondo, improvvisamente esausta e svuotata. Affonda il viso tra le mani e poi si passa le mani tra i capelli biondi, tirandoli all'indietro finché non le fanno male.
- Lemme guess (dice molto piano, con un accento che scivola incomprensibilmente su una cadenza cantilenante e aperta simile a quella di Bullfinch). This ain't Acceptance, is it?

* * *

Maybe when we're both old and wise,
Maybe when our hearts have had some time,
I'm gonna see you there.


sabato 14 giugno 2014

like I could actually believe it's been my fault all along


Capital City
Giugno 2516

Rachel Taylor ha appena compiuto trentacinque anni. Il suo compagno ha insistito perché dormissero nel suo misero monolocale, nonostante casa sua si trovi in un quartiere migliore e sia senz'altro più spaziosa. Superata la porta le ha fatto trovare, sul minuscolo ma pittoresco terrazzino, una cena al lume di candela e un regalo costoso. Dopo aver parlato di molte cose (Rachel e il suo compagno hanno sempre molte cose di cui parlare) hanno lavato i piatti e poi fatto l'amore. Adesso, stesi sul letto a muro, guardano le luci della strada che filtrano fin sul soffitto, creando ombre sfuggenti.
- Se non me ne vado, domani dovrò andare al lavoro con i vestiti di stasera.
Rachel lo dice sorridendo, con poca voglia. E' una donna che ha angoli negli occhi, fianchi pieni, capelli neri e una voce calda e calma. Nella sua vita ogni cosa ha un posto, un tempo. Dylan riesce a vederlo nei ritagli di tempo, ma non gli dispiace: il lavoro tiene molto occupati entrambi, e ha sempre pensato che l'unica cosa in grado di far funzionare una relazione fosse vedersi dopo essere stati stremati dal mondo esterno. Dylan le bacia le dita, i polsi. E' una persona ostinata e silenziosa, questo di lui le è sempre piaciuto. Nelle spalle spigolose, nelle costole esposte dalla magrezza, gli ritrova addosso la solidità dell'uomo di cui ha bisogno. Nelle loro vite non ci sono drammi, solo impegni e obiettivi. Dylan si volta per baciarle il mento, il collo. Il principio di una risata viene smorzato dal trillo squillante del campanello. Rachel sussulta nel letto, Dylan si volta di scatto.
- A quest'ora...?
Dylan le fa segno di far silenzio mentre, molto silenziosamente, raccoglie un coltello dal cucinotto e si avvicina alla porta. Si affaccia dallo spioncino con cautela, ciò che vede lo fa trasalire. Senza neanche pensare al fatto di essere mezzo nudo - e della donna mezza nuda nel suo letto - spalanca la porta e raccoglie tra le braccia ciò che gli cade addosso.

Dylan non avrebbe drammi nella sua vita, senz'altro, senza Lee Chernenko. Assolutamente disorientata, Rachel guarda l'ammasso di capelli biondi e carne tremante che il suo compagno si preme contro il petto e protegge tra le braccia, senza ben sapere che fare. Con il busto sollevato, si preme il lenzuolo contro l'interno delle spalle, rivolgendo un'occhiata interrogativa a Dylan. Lui la guarda, ma i suoi occhi non comunicano alcuna risposta. Alcuna giustificazione.
- Stai tranquilla. Dimmi che cosa è successo.
Lee Chernenko riemerge dalle braccia di Dylan Khan con le guance pitturate dalle lacrime. Metà del suo volto sta passando da un rosso acceso a un violaceo scuro, segno di un livido che si allarga. Dylan le tiene la guancia sana in una mano, mentre le esplora l'altra con la punta delle dita, con la delicatezza e la precisione di un chirurgo, per cercare di determinare l'entità del danno.
- Damn, hai osp-- c'è... scusa, scusatemi. Me ne vado. 

- Chi ti ha fatto questo?
Lee boccheggia scuse, Dylan non le sente. Dopo un'occhiata poco comunicativa rivolta alla compagna, prende Lee per un polso e la conduce nel bagno, richiudendosi la porta alle spalle. Rachel sente in singhiozzi e le voci di entrambi, senza riuscire a distinguere le parole. Mentre coglie quegli attimi preziosi per rivestirsi, si chiede se lui si sia nascosto nell'unica altra stanza del monolocale per dare privacy a lei oppure per avere privacy con la donna bionda che si è presentata alla sua porta alle tre di notte.
- Dyl, sto andando via. Sicuro non vi serva un passaggio in ospedale?
Rachel bussa alla porta del bagno, quella si apre e lascia emergere il busto di Dylan. Lui la guarda in modo superficiale, sfuggente. Nonostante tenga gli occhi fermi su di lei, non ci vuole un conoscitore dell'animo umano per indovinare senza errore che la sua testa sia assolutamente altrove. Da sopra la sua spalla, Rachel riesce a intravedere, seduta sul water chiuso, la giovane giornalista più famosa per la sua scomparsa che per il suo lavoro. Dylan deve rendersene conto, perché si raddrizza appena, bloccando la visuale. Come se la stesse proteggendo.
- Sta bene, non credo abbia bisogno di ospedali.
- Sicuro?
- Sì. Perdonami, non posso davvero...
- Non ti preoccupare, è... un'emergenza. Sta bene?
- Penso di sì. Grazie. Scusami.
Il bacio che le poggia sulle labbra è tra i più frettolosi che abbia mai ricevuto in vita sua. Si tira dentro il bagno e richiude la porta alle sue spalle, un attimo dopo che Rachel abbia colto il viso di Lee Chernenko riemergere dalle proprie mani e sollevarsi sulla figura di Dylan con lo stesso abbandono con cui gli antichi martiri si mettevano nelle mani del loro Dio onnipotente.

Rachel rimane qualche secondo di fronte a una porta chiusa. Poi, tentando come può di spazzarsi via di dosso una sensazione spiacevole che le prude al centro del cervello, si passa una mano tra i capelli, prende la sua borsa e lascia il monolocale di Dylan Khan.

Rachel Taylor, speaker radiofonico per Good Morning Capital

* * *

Quando devo addormentarmi, immagino come vorrei che fossero le cose. Immagino 'Gene piena della leggerezza che le starebbe così bene addosso, alla sua età. Immagino la rassegnazione spazzata via dagli occhi di Paul e immagino Bettie senza incubi. La bambina di Harvey mi conosce ormai così bene da considerarmi un membro della famiglia, e viene a bussare alla mia porta quando ha bisogno di qualcuno che la accompagni in macchina al suo primo concerto. Io e Yahn abbiamo deciso di percorrere strade diverse, l'affetto non è mai stato intaccato dal rancore e dalla delusione, e lui ogni tanto mi cucina ancora carne per sbaglio, quando vado a trovarlo. A volte la quotidianità mi va stretta, è chiaro: in quei momenti mi infilo nella macchina di Ryan e gli chiedo di guidare per le strade di Dogtown, non mi importa verso dove, purché ci vada di corsa, con la radio accesa. Il giorno dopo vado a ballare con Ray in saloni colmi di gente, e mentre io gli stringo le spalle lui mi fa girare, niente di lui mi sfugge perché niente di lui mi vuole sfuggire. Volo attraverso millemila parsec di distanza e atterro nella terra bollente di Bullfinch d'estate. Mi chiamo Sharon e Marshall Lee è mio fratello, quando parla della "sua gente" so che parla anche di me. Non voglio scappare da nessuna parte perché so che sono finalmente a casa, mi sto esercitando perché al rodeo di agosto lo sfiderò a cavalcare i tori provenienti da sud, mi romperò una gamba ma rimarrò in groppa a quell'inferno per otto secondi. Quando lui verrà a raccogliermi dalla polvere mi troverà viva e vittoriosa, mi troverà grata di avere un fratello che mi riprende dalla polvere. Mi dirà che devo imparare a lasciar stare, a mollare la presa, ma saprò che non dice sul serio - che non mi amerebbe in nessun altro modo.
- Ci sono delle cose che non ti ho mai raccontato.
Dylan Khan, steso sul letto accanto a Lee Chernenko, cambia la borsa del ghiaccio che le poggia sul livido, sperando che non si gonfi. 
- Raccontamele adesso.
Lee Chernenko, tra i singhiozzi, riesce a scuotere il capo.
- Ci sono delle cose che non ho mai raccontato a nessuno. Neanche a Marshall Lee. 

* * *

mercoledì 4 giugno 2014

like a fugitive


Questa era la scrivania di Melanie Bishop.

E' sera tardi e Lee Chernenko siede al posto dove la cofondatrice dell'Avantgarde Associated Press è stata seduta mille volte prima di lei. L'ufficio è vuoto, il mobiletto degli alcolici non è chiuso a chiave da almeno un mese. Lee dondola sulla poltroncina girevole, sovrappensiero, ormai da qualche minuto. Fa un sospiro profondo e, con molta cautela per se stessa, inizia ad aprire i cassetti uno a uno.

Carte, agende trascorse, impegni non mantenuti. Lee osserva e rigira ogni foglio, li guarda controluce, cerca tracciati per ovunque sia finita Joy. E' un nome strano da scegliersi, riflette: la gioia non le sembra si sia mai veramente affacciata sul volto della collega. Sospesa nell'incertezza sulle sue sorti, non sa se sperare che sia stata rapita o che invece sia semplicemente fuggita mentre lei era infilata nella cassa toracica del nulla, in qualche posto del Rim che avrebbe potuto diventare la sua tomba. Carta dopo carta, svuota i cassetti senza direzioni. Almeno finché non tira fuori una chiave.

La rigira tra le dita mentre per un attimo sente di nuovo la mano ferma di uno sconosciuto premerle sul viso un panno bagnato. Chiude gli occhi, respira a fondo. Poggia la chiave sulla scrivania, al centro. E' la chiave dell'ufficio, quella che ogni membro confermato della redazione porta sempre con sé. Stringendo le labbra e inspirando dalle narici, le basta scivolare di lato per raggiungere il sistema cortex fisso, scorrerne la rubrica e avviare la chiamata.
- Servizio assistenza clienti Capital Bank, come posso esserle utile?
- Buonasera. Sono della contabilità di un'agenzia stampa, e sto avendo problemi nel versamento dello stipendio a una mia dipendente che ha il conto presso la vostra banca.
- Sa dirmi il nome della titolare e il numero di conto corrente?
- Melanie Bishop, il conto è nove cinque dodici sei sei quattro nove uno.
- E il suo nome?
- Stanley Bauman.
- ...
- Vorrei terminare di versare gli stipendi stasera, ho un appuntamento a breve.
- Non ci risultano problemi sul conto corrente di miss Bishop.
- Ne è sicuro? Ogni volta che provo a mandare i soldi mi tornano indietro, come se fosse stato chiuso.
- Non ci risulta chiuso, miss Bauman, né sospeso. L'unico movimento notevole è il prelievo totale dei fondi, ma il conto è ancora aperto, non dovrebbe aver problemi a versare.
- Il prelievo totale?
- Sì, circa un mese fa. Che errore mi ha detto le appare?
- Forse sbaglio qualcosa io. Mi faccia riprovare e nel caso vi ricontatterò.
- Molto bene. Buona serata.
Lee Chernenko chiude la chiamata e poggia delicatamente il busto contro lo schienale morbido della poltroncina. Quella poltroncina, tutte le poltroncine, le ha scelte insieme a Melanie Bishop dopo aver passato una giornata intera a stuccare tutti i buchi sui quattro muri di quell'ufficio. Erano sedute per terra, su teli di plastica, mangiavano thai food d'asporto e parlavano di diventare l'agenzia leader nel loro campo di tutta Capital City.

Lee Chernenko si carica addosso una consapevolezza bruciante: quando lei è stata rapita, Melanie Bishop ha deciso di scomparire dai radar. Dispersa chissà dove nel 'Verse intero, programmava la sua fuga mentre lei veniva legata, bendata e torturata. Piuttosto che collaborare con le autorità e confermare le proprie responsabilità, Melanie Bishop scappava. Melanie Bishop sa fare solo questo, si dice mentre guida in direzione di casa premendo sull'acceleratore. Melanie Bishop sa solo scappare

Quando rientra dentro casa, sente il rumore della doccia e immagina che Sebastian si stia lavando. Paco, un pappagallo buono a stare sulle spalle dei pirati, la accoglie gracchiando "doppio bourbon", come al solito. Col petto pieno di rabbia, esausta e piena di frustrazione, Lee Chernenko prende tra le mani il fragile pennuto che le becca le dita. Ricordandosi di quando Melanie glielo fece trovare sulla sua scrivania, spalanca la finestra e lo consegna alla notte buia, guardandolo volare disorientato nel nulla prima di trovare un altro trespolo su cui poggiarsi, un'altra mano a cui chiedere miglio, magari un altro gatto da saziare. 

Quando Sebastian esce dal bagno, vestito ma con i capelli ancora bagnati, si guarda attorno con un certo senso d'assenza.
- Dov'è il pappagallo?
Elian accende l'holotv sull'ultimo reality trash arrivato da Xanto.
- E' scappato. 

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domenica 1 giugno 2014

like a reader



- Non leggi più niente?

Dylan oscilla tra il sonno e la veglia, ma sempre quietamente. Si rilassa quando la vede dormire, tiene gli occhi aperti quando lei è inquieta e finge di dormire.

- Ti ho letto tutta la rassegna stampa di oggi.
- Un tempo mi leggevi romanzi e poesie.
- Un tempo.
- Non mi piaci quando provi a passare per cinico.

Dylan è seduto su una poltrona ai piedi del suo letto. Tiene un gomito puntato contro il bracciolo, la mano che sostiene la tempia.

- Magari lo sono.
- No.
- No.
- Tu sei un'idealista. Sei sempre stato un'idealista.
- Ultimamente il 'Verse è a corto di ideali.
- La scelta è infinita.
- Devo essere diventato un disilluso, allora.

Lee sorride debole, dispiaciuta.

- Don't say that.
- Or what.
- Or I'll kiss you on the ear.

Dylan soffia dalle narici qualcosa che può passare per ironia. Scuote il capo stancamente e sposta gli occhi chiari sulla finestra aperta.

- Non hai freddo?
- Non fa freddo.
- Pioverà.
- Non importa. 
- I medici disapprovano.
- E' il loro lavoro. Questo non me l'ha fatto un colpo di freddo.
- Te l'ha fatto dell'acqua inquinata che per qualche motivo è finita nei tuoi polmoni.

Il sorriso cola dalle labbra di Lee come la cera di una candela. Sospira a fatica, alza lo sguardo sul soffitto.

- I tagli sui polsi?
- Avevo le mani legate dietro la schiena ed ero bendata. Mi ha dato una lametta per liberarmi.
- E la mano, invece?
- La lametta.
- Hai avuto bisogno di punti.
- I tagli rilasciano endorfine, le endorfine attenuano il dolore e la fatica. Mi ha permesso di camminare per le miglia che mi separavano da El Paso.
- Perché ti hanno trovato acqua nei polmoni?

Gli occhi di lei si annebbiano. Il panico le striscia sotto la pelle. Lui lo può vedere, ma non le stacca gli occhi di dosso. Dylan Khan soffre dello stesso morbo del giornalista investigativo di cui sembra affetta Lee Chernenko: non molla mai l'osso. Se non insiste non è per precauzione né per delicatezza, ma per l'eco di un'antica educazione aristocratica impartitagli da ragazzino.

- Sanjay mi ha chiamato. Vuole venire a trovarti con Peter.
- Non voglio che mi vedano così. 
- Partivano questa sera.
- Non li vedo da anni.
- And whose fault is that?

Non si tratta di colpire al punto giusto, al punto debole. Si tratta di colpire qualsiasi punto non sia al suo posto. Dylan Khan ricostruisce i fatti come puzzle, e da quando Lee lo conosce non ha mai ammesso revisionismi. A nessuno.

- La prima volta che ti ho letto una poesia hai pianto.

Lee non dice nulla.

- Avevi diciott'anni e avevi appena iniziato l'università. Ancora prima che conoscessi San e Pete. Mi avevi detto che nessuno aveva mai letto poesia per te, solo prosa. Me lo ricordo come fossi ieri. Mi sentivo come un intellettuale che stava facendo scoprire il fuoco ai barbari. Mi ci impegnai molto. Penso che mi aspettassi un applauso. Invece alzai gli occhi e tu stavi piangendo. Non mi sei mai sembrata così strana.
- Ti ricordi cosa stavi leggendo.
- Tu lo ricordi?
- Sì.
- The art of losing isn't hard to master. 
- Sì.
- Ci pensai molto. Allora credetti che fosse per Koroleva, per la tua famiglia. Ma non li hai mai persi veramente, did you? Li hai lasciati.
- L'assenza è assenza.
- Ma uno è un atto che compi, l'altro un atto che subisci. A volte non è neanche un atto, è una casualità. Non ho mai capito cosa avessi subito, Lynn. Cosa avessi perso.

Lei sorride piena di dolore. Lo guarda con gli occhi lucidi di febbre.

- Ci conosciamo da tredici anni, Eddie. Ma ci sono alcune cose di me che non sai neanche tu.
- Perché?

Lei scuote il capo, deglutisce la commozione, il tremore. Ma lui non distoglie lo sguardo, non dà l'impressione di lasciar perdere. Di mollare l'osso.

- Perché sono mie soltanto. 

La guarda per un po'.

- Da quando ti conosco non fai altro che farti a pezzi minuscoli. Non fai altro che distribuirti in giro. Come se averti fosse un diritto di tutti. Ti ho sempre detto che ne saresti morta, prima o poi. Che non sarebbe mai rimasto niente di te nelle tue mani, che anche le tue mani le avresti fatte a pezzi, e che ti avrebbero tirato via le unghie come i fiori dalla terra. 
- Sei arrabbiato.
- Sono furioso. Ho sempre accettato tutto da te perché pensavo lo facessi per le news. Ovvio che partissi in guerra: erano lì le notizie. E qualsiasi reporter non resterebbe sui pianeti dei vincitori dopo l'armistizio. Poi Saint Andrew. E poi sei andata su Clackline, e hai rischiato di entrare nel mirino anche lì, ma non ti ho mai detto niente. Perché erano le news. Erano le storie. Ho sempre pensato lo facessi per la storia.
- Questa è una storia.
- E' meno di una storia. Sono dati militari e speculazioni. Poteva diventare una storia, se avessi indagato prima di farla pubblicare.
- Dopo che mi hanno rapita mi sono scordata di revisionare.
- Questa non è una storia di come i Koroleviti iniziano una nuova guerra. Questa è la storia di Lee Chernenko che dimostra al Core intero che è una di loro. Che dimostra a Koroleva di non essere una di loro.
- Non scrivi le storie guardandole dall'alto. Le scrivi quando ci entri dentro.
- Entrarci dentro ed esserne la protagonista sono due cose diverse.
- Non hai idea di ciò di cui stai parlando.
- Non chiuderai un'altra conversazione dicendomi che non so ciò di cui sto parlando. Lo so.
- And so what, Dylan?

Alza appena la voce. Ci riesce poco: la gola le fa male, un colpo di tosse riesce a scuoterle il petto nonostante i calmanti. Scuote il capo.

- So fucking what. Se anche fosse la mia storia. Guarda cos'è successo. Non ho diritto di lasciarmi dietro qualcosa che abbia un valore, che mi sopravviva? Sono piena di amici che continuano a tradire la mia fiducia, di persone che mi cercano solo dopo le due di notte. Prendo una decisione sbagliata dietro l'altra. Non riesco a rimanere nella stessa casa per più di qualche mese, con lo stesso uomo per più di qualche mese. Non ho figli. Ho una madre, un padre, due sorelle e due fratelli e nessuno di loro mi ha scritto per chiedermi come sto. E ora non riesco a respirare.

La voce le si spezza. Si copre gli occhi con una mano, abbassa il capo. Inghiotte un principio di pianto. Dylan la guarda a labbra schiuse e occhi asciutti, severi. Si passa la mano sul viso e, esausto, si alza in piedi in modo risoluto. 

- Ho il mio lavoro. Ho solo questo.
- Per una che mi conosce da tredici anni, Lee, consideri il mio impatto nella tua vita sorprendentemente inadatto.

Esce dalla stanza e richiudendosi educatamente la porta alle spalle.

mercoledì 28 maggio 2014

like I'm not here



Mi chiamo Melanie Bishop, e mi sto sentendo male. Ho appena capito (perché le cose le capisco) che Lee Chernenko è scomparsa e, se anche faccio tutto il possibile per non pensarci, so che è colpa mia. Riprendo a bere e me la carico tutta, la responsabilità, perché sentirmi colpevole e sopraffatta è la giusta punizione per averla venduta. Mi odio così tanto che ricomincio a bere; la prima notte bevo così tanto che la mattina dopo, mentre apro gli occhi, ho un attimo di estasi in cui mi convinco che nulla di tutto questo è accaduto. Quando ripiombo nella realtà, inizio ad agitarmi come una scheggia impazzita, alla ricerca di una soluzione. La fretta mi tiene in vita, mi tiene focalizzata. L'unico modo per redimermi è ritrovarla. Ed è la mia redenzione che cerco - la salvezza di Lee Chernenko è uno strumento pratico, un passo da raggiungere in un percorso quasi religioso. Per questo, non mi passa in testa neanche per un attimo di rivolgermi alle autorità.

Mi chiamo Virginie Saintsimon. Sono giorni che non riesco a toccarmi il busto, terrorizzata dall'idea di ritrovarci il marchio che uno psicopatico ha voluto lasciarci sopra. Quando Davis è morto, devo essere stata convinta che non avrei mai più permesso a nessuno di marchiarmi come una bestia. Sapere Lee scomparsa getta me nel panico prima di tutti gli altri, perché è come se stesse riaccadendo tutto daccapo. Ma non è solo questo: quando Lee mi ha ritrovato in un vicolo, con l'anima in frantumi, qualcosa in me di cui non sono razionalmente consapevole l'ha caricata della responsabilità della mia salvezza. Se ci penso, so che non è così: sono una persona intelligente e mi rendo conto che, se non mi avesse trovato lei, presto sarebbe comunque arrivata l'ambulanza e mi avrebbe portata via. Ma l'alfa e l'omega mi bruciano addosso della sensazione di essere stata tradita dalla sua partenza, dalla sua scomparsa. E' un sentimento che non controllo. Allora lo ignoro. Mi sforzo di credere che tutto questo non sia mai accaduto.

Mi chiamo Ivan Volkov e sono io che ho commissionato il rapimento di Lee Chernenko. Non sono un tipo da andare in giro con i passamontagna, e non credo che una ragazzina capricciosa sarà un problema per chiunque incaricherò di andare a prenderla. Quando una giornalista che stimo poco, pensando di poter ottenere qualcosa da me, mi ha regalato tutto ciò che sapeva sul progetto Ikon, ho mandato i miei uomini su Roanoke a sparare ad Arch Stanton e ai suoi, alla ricerca dei dati che volevo. Quando mi hanno detto che Stanton non sapeva nulla, ho capito che avrei dovuto fare ciò che volevo fare fin dall'inizio: chiederli alla giornalista di Koroleva. Ma ho fatto uno sbaglio: non ho detto all'unità che il 'fincher doveva rimanere in vita, non ho detto all'unità che il 'fincher lo conosco, che è uno dei miei, che siamo andati insieme al matrimonio di Eivor Edwards e Huck Haggerty, che è lui il primo ad avermi parlato di Lee Chernenko, quando stavo valutando che sarebbe potuta essere utile come reporter su Safeport, a raccontare ciò che io le avrei permesso di raccontare. Forse invece non ho fatto nessuno sbaglio: sapevo cosa stavo facendo dall'inizio. Del resto sono un bastardo, un korolevita, e non esiste nel 'Verse intero niente che abbia a cuore. Mi hanno insegnato solo il sacrificio della patria. Non il mio, non solo il mio: il sacrificio degli altri, il sacrificio che impongo come un Dio della guerra. Quando tutto questo sarà finito sarò in grado di andare a bere un drink al Bolden Sax, a pochi metri dalla sede ufficiale dell'Avantgarde Associated Press. Fumerò una sigaretta e ordinerò un secondo giorno, senza che niente di tutto questo cambi la mia vita. Come se tutto questo non fosse mai accaduto.

Mi chiamo Randall Blakelee, ma a lei piace chiamarmi Ray. La mia mente funziona come una tecnologia avanzata, un computer quantistico: è la mia condanna. Metto insieme ogni singolo pezzo, costruisco ipotesi, le smonto e le riassemblo cambiando l'ordine dei meccanismi per vedere se funzionano ugualmente. Mi dico che avrei dovuto fare più domande: quando mi ha detto che forse era nei guai, quando mi ha spiegato i guai senza fare un singolo nome, dicendomi tutto senza dirmi veramente nulla. Le luci dello spazioporto squarciavano il cielo da terra e io pensavo che mi stesse raccontando ogni cosa per parlarne ed esorcizzarla, una alla volta; e invece mi stava chiedendo aiuto. Ripenso a quando mi ha chiesto se io voglio essere salvato, e io ho detto "a volte", e ora che ripercorro il suo sorriso capisco (adesso, solo adesso) che voleva che glielo chiedessi anche io. Voleva dirmi: salvami, ma non me l'ha detto. Voleva dirmi "salvami" quando mi veniva a trovare la notte, e mi ha urlato "salvami" quando mi ha avvicinato con la cautela che si usa ai cani randagi, quando si è aggrappata a me e non ho capito, come se non fosse mai accaduto, che ero io la scialuppa.

Mi chiamo Marshall Lee e mi sono fidato delle persone sbagliate: questo mi accomuna a Lee Chernenko. Mi sopravvivono un figlio che sa a stento camminare e una famiglia su Bullfinch. Hanno gettato il mio corpo sul fondo di qualche palude di Maracay, e chi mi tirerà fuori lo farà soltanto per svuotarmi le tasche. Ho trent'anni, poco più, sono sopravvissuto a due guerre, ho insegnato a mia nipote a leggere, ho visto mia sorella morire ma non sono morto anche io, sono sopravvissuto. Adesso il fango mi inghiotte, e tutto ciò che ho fatto si perde nel nulla. Come se la mia vita, tutta la mia vita, non fosse mai accaduta.

Il mio nome vorrei dimenticarlo. Devono pensare che non vedere, non sentire, non poter parlare mi stia uccidendo, ma la deprivazione sensoriale è tutto ciò che mi tiene a galla, vicina alla superficie. Mi accomodo nelle teste degli altri perché nella mia ci morirei. Non sono qui, non ci sono mai stata. Non ascolterò il tarlo che ha iniziato a mangiarmi da dentro, quello che mi dice che ho tutti i pezzi ma non li sto mettendo insieme nel giusto ordine. Quello che mi parla di redenzione, che mi dice che posso ancora salvare tutti quanti, che nessuno è perduto, neanche io. Ha la voce di Dylan quando mi dice questa è l'acqua. Sei nell'acqua, questa è acqua. Se sei una giornalista ricostruisci la storia: ricostruisci come sapevano il tuo nome, come ti hanno riconosciuta mentre sembravi chiunque tranne te stessa, come sapevano che ti avrebbero trovato lì. Sono fili facili da tirare. Formano un disegno perfetto, non capisco come tu faccia a non vederli. Forse non sei mai stata veramente brava a fare questo lavoro. Tutti lo hanno pensato, perché hai lavorato in guerra. Ma non ci vuole niente a lavorare in guerra. Basta un po' di incoscienza. A quanto pare quella non ti manca.

Questa è l'acqua, ma non voglio pensarci. Vorrei rimanere così per il resto della mia vita, fino a dimenticarmi chi sono. Fino a far dimenticare chi sono stata. Come se non fossi mai accaduta.