sabato 27 dicembre 2014

like a gentle touch


Sei una che distrugge tutto ciò che tocca. Che lascia macerie dietro di sé. 
Ieri ha dormito. Cinque ore piene e quiete. Ha ignorato il dolore al braccio, le minacce, il disonore (il disonore come direbbe suo padre, come direbbe suo fratello). Ha ignorato lo sguardo nascosto di Gray che le si è piantato nel cervello, le ha rivoltato le viscere e impedito di chiudere occhio per settimane; gli occhi di Andres mentre la portavano via, l'incomprensione di Julia nel vederla restituirle un pacchetto nascosto in una pila di vestiti. L'hanno fatta rigirare in coperte troppo sottili, troppo pesanti. Ha avuto caldo e freddo, ha avuto sete di alcol e la fame le ha scavato la carne senza che il terrore di passare il resto della sua vita a Hall Point le permettesse di tenersi qualcosa nello stomaco per più di dieci minuti. Ha sentito la rabbia cieca e bruciante verso il securer che ha provato a costringerla a mangiare, che le ha torto il braccio dietro la schiena quasi slogandole una spalla, convinto che un attimo davanti allo specchio e la minaccia di non essere più bella potesse risolvere tutto. Le ha ricordato tutte le persone nella sua vita che le hanno fatto torto e violenza pensando di aiutare. Tutte le persone che non la conoscevano.

Poi un ragazzo di venticinque anni le ha poggiato le labbra sulle nocche sbucciate, sotto un cielo nero e pieno di stelle - il peso dell'universo sulle loro teste -. Le ha ricordato la gentilezza, l'ha fatta tremare. Ha riscoperto che il contatto fisico non sono solo le mani di Sharon Mackenzie sulle spalle, le dita gelide di un medico che le sistema sensori addosso per studiarla come se fosse una cavia, i palmi di un uomo invadente che le tocca un ginocchio e si avvicina troppo. Ha riscoperto che la pelle di una persona può anche essere tiepida, che una voce dolce e un po' allucinata è ancora capace di farla infatuare. Per la prima volta dopo settimane ha dormito: cinque ore piene e quiete, in cui ha sognato di dare baci leggeri e al gusto di fragola.
Sei una che lascia macerie dietro di sé.
Il giorno dopo, Grace Sullivan è di fronte a lei, le dice che non vuole odiarla e che sta andando su un pianeta distante. Lei pensa che l'universo è gigantesco e pieno di persone minuscole, e ha la sensazione - l'ha sempre avuta - che Grace pensi al contrario di essere una persona gigantesca in un 'Verse minuscolo.
Sei una che distrugge tutto ciò che tocca, le dice prima di andare via.
Quella notte notte tornerà a rigirarsi nelle coperte troppo sottili, troppo pesanti. 

sabato 20 dicembre 2014

like the edge of a knife


Quando viene finalmente richiusa nella sua cabina gira su se stessa come un cane cieco. Cerca qualcosa per sfogare la frustrazione che le scorre sotto la pelle. Non ha mai avuto una tale proporzione di veleno a mangiarla da dentro: ha la distinta sensazione di avere il cuore e i polmoni incancreniti, ormai neri. Quando inizia a prendere cose e a lanciarle, solo perché possa guardarle rompersi, non sa neanche perché la rabbia sia riuscita a soverchiare il dolore, la rassegnazione, la tristezza. E' una stanza spoglia e le cose da rompere finiscono presto. Allora inizia a dare pugni contro il materasso, a urlare a pieni polmoni in faccia ai cuscini (scoprendo di avere ancora voce, nonostante tutto). Riesce a piangere solo ore dopo, quando è ormai esausta. Voleva ricordarlo felice, in cima a Capital City, in un angolo di mondo che forse non era stato docile, ma che li aveva accolti. Voleva essere ricordata vittoriosa, non in ginocchio. Non con i polsi legati - non schiava. Voleva ricordare di quanto fosse innamorata l'ultima volta che l'ha visto e non della rabbia che le ha staccato pezzi di carne quando ha capito che non sarebbe accaduto, che lui gliel'aveva rovinato. Il cuore le tambura il petto come dovesse farlo esplodere. E le esplode mille volte, finché non è così stanca da perdere i sensi, o addormentarsi.


venerdì 19 dicembre 2014

like the dragon's wife


[ Le prime pagine di un taccuino nuovo. ]


La moglie del dragone è una costellazione mobile di sei comete che gira attorno al sistema Central ("la moglie" perché la scia - le code ioniche - sembra il velo di una sposa). Sei comete come sei skyplex, che sono disposti nel 'Verse in modo da poterle vedere tutte e sei una volta ogni trent'anni, in un preciso momento, quale non è chiaro, è chiaro che uno le vede di passaggio. Passano e fanno sempre lo stesso giro, e ci mettono trent'anni. Per vederle si deve vivere una vita da sentinella. 
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Max non parla quasi mai e non so che pensa. Visto che non ho soldi abbastanza per comprarli, Shi Lao dice che i libri me li affitta (cinque dollari per tre giorni, tariffa da strozzino). In tre giorni leggo anche seicento pagine, ma di libri da seicento pagine ne ha pochi. Ieri o oggi (difficile distinguere i giorni dove il sole non sorge) ho sognato di essere in uno spazioporto. Avevo sete ma non potevo spostarmi dal gate, o avrei perso la partenza e sarei rimasta lì. Non so che spazioporto era. Ho finito di leggere "Cento fratelli" di Bertrand Ball, 143 pagine che descrivono i rapporti tra fratelli nella stessa casa. Non so come non sia diventato un pilastro del post-surrealismo letterario - ogni stanza rappresenta un padre diverso, credo. Alcune persone hanno il privilegio di averne più d'uno. La chiusura è magnifica.
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Dovrei scrivere qualcosa sui nessun-luogo come gli skyplex: tutti ci passano, nessuno ci si ferma. A parte me. Un posto esiste davvero se non è la meta di nessuno in tutto il 'Verse? Da qualche parte ho letto che alterano la gravità (leggermente) per far sentire i frequentatori più leggeri, è quindi più inclini a spendere, a distrarsi, a perdersi (e a tornare). Anche l'assenza di gravità qui diventa droga, sostanza da vendere; peggio: tattica di marketing. 
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Ora sto leggendo "Wide Eyed" ed è un libro che potrebbe essere fatto di zucchero filato - ma è così melenso da fare tutto il giro e diventare alienante quanto può esserlo un francobollo di ODT. Non contiene nulla di strutturato, solo visioni che starebbero bene addosso a una persona che del mondo vero non conosce niente e può quindi permettersi la fantasia rosa (ogni riga che leggo ce ne è una non scritta che dice: "fa' che non parli di me"). 
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Ho costantemente fame, ma ogni volta che mangio mi viene da vomitare. Max mi ha già trovato un paio di volte con la testa nel gabinetto (non mi ha detto niente, non mi dice mai niente). Mi sento più debole. Di tutto ciò che ho valutato, non avrei mai pensato questo: che a congiurare contro di me sarebbe stato il mio stesso corpo - che mi avrebbe tradito. 
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Il drago è la Triade.


domenica 14 dicembre 2014

like winter


- Devi sentirti molto sciocca, in questo momento. 
Lee non alza lo sguardo, sa già chi è. Tormenta ogni suo momento da quando è inciampata in quella faccenda. Non si può vivere con la paura addosso, lei ha rifiutato di farlo. Vitali la osserva da oltre le sbarre incessantemente, ricordandole che non riesce a ingannare neanche se stessa.
- Sei sempre stata volubile. Ora l'uomo responsabile di questo disastro è libero e tu stai per morire.
- David non è responsabile di nulla.
- Posso produrti un'esatta sequenza degli eventi se non fosse stato coinvolto.
Deglutisce. Continua a tenere gli occhi chiari sull'unico libro che si è portata, usato e di poco valore.
- Avresti scritto quell'articolo e l'avresti firmato da sola. Hall Point avrebbe messo una taglia sulla tua testa. Tu avresti lasciato il Core e, con un camuffamento adeguato, ti saresti persa nel Rim con una nuova identità. Non sarebbero mai riusciti a trovarti.
- Perché sono così brava a sparire, mh?
- E' ciò per cui sei stata cresciuta.
- Sono stata cresciuta per morire per Koroleva.
- E adesso stai morendo per un uomo.
- Almeno quest'uomo me lo sono scelta.
Vitali rimane dritto come il titanio, con le mani compostamente giunte dietro la schiena - la posizione comunica un certo connaturato rigore militare e un'accentuata risolutezza d'intenti. Lei continua a non alzare lo sguardo.
- Ti ha lusingato, quando ha detto che hai molti amici. Vuol dire che sono venuti a cercarti.
- Avrei preferito non lo facessero.
- Razionalmente. Emotivamente, ti fa piacere. Ti fa sentire appagata dalla vita che hai condotto fino ad ora e quindi più prona al sacrificio. Alimentano il tuo ego.
- Hello Andres.
Lee si concede un sorriso obliquo, un po' ferino. Può immaginare Vitali impettirsi, provare a farsi più grosso.
- Non vuol dire che non lo pensi anche io.
- No. Vuol dire che non ti vedo da così tanto tempo che inizio a metterti in bocca parole dette da altri che mi hanno ferito nella misura in cui mi ferivano le tue di solito. Forse ti sto finalmente dimenticando.
- Lo trovo improbabile. Tutto considerato.
- Tutto cosa?
Chiude il libro e lo poggia sul pavimento, accanto a sé. Si alza in piedi con il corpo che le trema di rabbia.
- Considerato il fatto che mi hai tradito? Che hai preso un coltello e me l'hai piantato in mezzo alle costole quando eri l'unica persona di cui mi fidavo?
- Ti ho tolto un peso.
- Un peso per voi.
- Non avresti potuto fare nulla di tutto questo. Vivere questa vita.
- La vita a cui vi siete opposti, che avete provato a portarmi via?
- La tua agognata libertà.
- Sarei stata una persona diversa. Lo sarei diventata.
- Saresti stata la stessa, viziata, inaffidabile ragazzina che sei adesso, lo stesso nocciolo di potenziale sprecato, la stessa individualista irresponsabile che è scappata a Xinhion perché non sopportava più la vista della famiglia in cui è nata, nella nazione che le ha dato tutto, le ha permesso tutto, e a cui alla fine ha voltato le spalle.
- Guarda dove sono adesso!
- Saresti finita qui ugualmente. Se non avessi fatto il necessario, probabilmente avrebbero preso tua figlia prima di te. 
Dargli uno schiaffo è una questione metafisica: improvvisamente si è materializzato dalla sua parte delle sbarre, nella cella di cui ormai conosce ogni centimetro.

Nella ribellione, Vitali ha sempre avuto il potere di dominarla. Le prende il viso tra le mani - ruvide, come quelle di Marshall Lee - e la trascina all'indietro con forza, fino a farle sbattere la schiena contro il muro mentre piange. Il dolore arriva a onde, insieme alla consapevolezza. Non ha detto addio a nessuna delle persone importanti, delle persone che pensava avrebbe rivisto nella sua vita, prima o poi. A Sanjay, a ciò che rimane di Peter nel guscio di fobia in cui si è rinchiuso. A sua madre, alle sue sorelle, ad Arkadi. Ha cercato per anni il coraggio di andare a trovare suo padre in carcere, senza mai trovarlo. A Vitali. Non ha mai detto addio a Vitali. 
- Puoi accettare di morire, le mormora sulla fronte, tenendola quasi potesse assorbirne la convulsione, accetta di morire in piedi piuttosto che farti piegare, farti umiliare. I Chernenko non nascono per essere umiliati dal nemico. Concediti questo. Una morte dignitosa.

* * *

Sovietsk, Koroleva
Luglio 2501

E' notte. Vitali la riconduce in camera tenendola stretta per un braccio, mentre lei si dibatte e si lamenta con pochi risultati. Lui ha ventidue anni, ma è già esattamente l'uomo che rimarrà per il resto della sua vita, l'uomo che è stato cresciuto per diventare. Ligio alla consegna di suo padre, rimasto con il resto della famiglia a Stalingrad, ha sventato ogni tentativo di fuga di sua sorella. Dalla porta, la prima volta, dalla finestra la seconda. Stasera è riuscita a infilarsi nel sistema fognario che passa sotto la clinica, e se ne porta l'odore appresso. Vitali è ragionevolmente irritato quando la spinge nella stanza e sbatte la porta dietro di sé. Lei barcolla per poco e poi ritrova l'equilibrio - non si è ancora abituata al peso aggiunto, anche se pensava - lui - che sarebbe ingrassata di più. Ma i medici dicono che stanno bene. Entrambe. 
- Fai come ti pare, biascica lei, arrivando a tentoni fino al comodino, tanto prima o poi ci riesco.
Pesca le sigarette da un cassetto. Fa in tempo a infilarsene una tra le labbra prima che Vitali la raggiunga e gliela sottragga. Il pacchetto segue. Si infila tutto in tasca, spazientito.
- Nelle tue condizioni, la rimprovera. Devi smetterla. Finirai col cadere, farti male. Non puoi andare da nessuna parte, i medici dicono un mese.
- Così poi mi trascinate di nuovo a Stalingrad e lei chissà dove finisce? Niet, spasibo. Lo lascio, questo pianeta di merda. Me ne vado a Hera, magari, o forse no, ma di certo non vado dove mi trova Sergej. E di certo mia figlia non sarà affidata a un paio di koroleviti sconosciuti che le insegnano a stare sempre in riga. No.
Vitali scuote il capo piano. Guarda fuori dalla finestra - quella al secondo piano, da cui lei potrebbe scivolare e ammazzarsi, qualora tentasse di nuovo di scappare da lì -. Si passa una mano tra i capelli (e lui non lo fa mai), manifestando una vaga frustrazione.
- D'accordo, dice dopo un po'.
Lee solleva le sopracciglia, sorpresa. Non ho capito bene.
- Va bene. Vuoi andare via: vai via. A dicembre farai diciassette anni, sei un'adulta e comunque te ne andrai presto, se è ciò che vuoi. Non ho intenzione di fermarti.
Lo guarda a bocca aperta, confusa. Sta facendo un timido passo in avanti quando lui riprende a parlare.
- Ma aspetta almeno di partorire. Presto sarai a stento in grado di muoverti, e in queste condizioni nessuno ti prenderà su una nave. Vorrai un medico, quando verrà il momento. Se aspetti, poi ti aiuterò io. Vi aiuterò io. Vi metterò su una nave sicura e ti darò qualche soldo per riniziare altrove. A Hera, o dove vorrai.
Lee assottiglia lo sguardo. Sotto la pelle le striscia un senso di diffidenza che somiglia a un'abitudine. Guarda suo fratello come guarderebbe un serpente a riposo, immobile, che la fissa a sua volta. Resa inquieta dalla sua vicinanza, ma cosciente che una mossa potrebbe portarlo a mordere.
- Mi stai mentendo?
E' una domanda legittima.
- No.
Continua a guardarlo. E' stato lui il primo a insegnarle come si trova la verità addosso alla gente, ma è stato scaltro abbastanza da non insegnarle mai come trovare la verità addosso a lui. Ha gli occhi fermi ma non fissi, ha fatto un gesto ampio con la mano e sembra avere le spalle rilassate. Il tono non ha subito picchi percettibili di sorta.
- D'accordo.
E, in fondo, è suo fratello.
- Come la chiamerai? 
Lee guarda di lato. Lascia che le sfugga un sorriso. Improvvisamente le guance le si colorano di rosa.
- Summer. Estate.

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Agosto dello stesso anno.

- Non sono sicura di capire: credevo che aveste scelto per una famiglia korolevita: la abbiamo già pronta, soddisfa tutti i criteri che mi aveva comunicato il mese scorso...
- Ho cambiato idea. Desidero venga reindirizzata su un'adozione interplanetaria.
- Posso chiederle come mai?
- Non credo sia necessario.
La giovane e ordinata impiegata osserva l'uomo che ha di fronte con una certa reverenza. Non ha indicazioni precise sulla sua identità aldilà del suo nome, ma a Koroleva non è difficile distinguere i militari dagli operai.
- D'accordo, d'accordo... dovrete firmare dei documenti...
- L'unica firma necessaria è la mia: ho i documenti di delega dei genitori della minore, sono il suo unico responsabile fino alla loro scadenza.
- Va bene. La devo informare, però: vuol dire che la bambina dovrà sostare in strutture intermedie.
- Può andare bene.
- Lei è convinto che...
- Le chiedo cortesemente di non perdere il mio tempo, signora.
- Le... le chiedo scusa. Va bene. Ha delle preferenze sul pianeta? Come sa i nostri circuiti arrivano in tutti i mondi industrializzati di Columba.
- Hera.
- Hera?
- Voglio che la bambina sia mandata a Hera. 
Lei annuisce. Che un militare korolevita consideri Hera un luogo adeguato a mandare chicchessia è per lei un'assoluta novità.
- Immagino che... beh, se non andrà subito in una famiglia... credo dovremo indicare un nome.
Vitali ci pensa per pochi istanti.
- Scriva: Summer.

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Tre ore dopo Elian si sveglia: esausta, ha dormito fino a quel momento. Ruota il capo e sorride piano, alla ricerca di quella cosa minuscola nella culla disposta al suo fianco.

Ma non la trova.



giovedì 11 dicembre 2014

like that mask of yours I can see right through


A volte devi semplicemente accettare che le persone facciano cose per te. Hai sacrificato il tuo matrimonio per una cosa più importante, che eravamo noi, e adesso io sto sacrificando noi per una cosa più importante, che è la tua famiglia. Sono sicura che a un certo punto della nostra relazione - quando vivevamo insieme, forse, o magari quando abbiamo dormito insieme la prima volta a Capital City - tu ti sia detto che la tua famiglia, da lì in poi, ero io. Ma non è così, non lo sono mai stata - non io, non Henry, non quel disastro di Paul. Non ti serve nessun surrogato, Betts, perché una famiglia già ce l'hai, ti ha amato e ti aspetta. Tuo padre tiene la tua foto nel suo ufficio e parla di te come se fossi una pagina perduta. Ma non sei perduto. Sei qui - o meglio: hai bisogno di stare lì, con loro. Non lo puoi fare con una taglia sulla testa. Onestamente, non puoi farlo neanche con me. Appartengo alla vita di Sebastian Gray Holmes, e non hai idea di quanto sia grata di averlo incrociato, di aver condiviso con lui un pezzo del mio percorso. Ci siamo trovati, io e lui, perché eravamo entrambi persone con i piedi leggeri, senza radici, anche se per motivi diversi (per segreti diversi). Ma adesso basta, David. Non sei quella persona, e non sei come me. Se lo fossi, avresti saputo che questo momento stava arrivando - il momento in cui io me ne vado via. Io sono una reporter e tu sei il poliziotto. Io cerco di raccontare una storia e tu cerchi di risolvere un caso; io festeggio fino all'alba e tu sei un padre di famiglia. Io sarò sempre e solo io, e tu hai un figlio: la tua responsabilità è verso di lui. 
Pensavi davvero che non sarebbero mai riusciti ad arrivare a noi, comunque? Abbiamo fatto un patto all'inizio di questa storia: se uno viene preso, l'altro si salva. Adesso tocca a te salvarti, altrimenti sarà stato tutto inutile, ed è il più grande torto che potresti mai farmi. Sei sempre stato molto bravo a rispettare le mie scelte - l'unico che ci è mai riuscito, in verità, che non mi ha mai fatto una colpa di come mi sentivo o di quanto lontano avevo bisogno di andare -; spero tu lo sia anche questa volta. Che ci incontreremo di nuovo nelle prossime cento vite te l'ho già promesso. Credimi - è solo una questione di pazienza. Nel frattempo, hai ancora molte cose da fare.

martedì 9 dicembre 2014

like you don't already know that it's too late


"Oh, ragazzo. Dov'eri sparito?"
Ha avuto l'arroganza di pensare che nessuno l'avrebbe riconosciuto. Ha avuto l'arroganza di pensare di essere andato tanto lontano ed essere tornato tanto cambiato che nessuno, mai, sarebbe riuscito a riconoscerlo. Ma la pelle non ha tenuto il passo con l'anima, e forse neanche l'anima ha camminato così tanto (a lui piace pensare di sì, che non sarebbe comunque mai tornato, se non fosse stato una persona diversa da quella che è partita - tornare, si è sempre detto, è una codardia, una smentita della propria fuga, e lui non è mai stato quello che torna sui propri passi, che si volta indietro, che addirittura cammina indietro). Lo skyline di Capital City è cambiato. Là dove sorgevano i più alti grattacieli, simbolo di un'umanità tesa verso l'infinito, adesso ci sono solo ferite lacere, macerie che si piegano su se stesse. E' una buona metafora. Dovrà parlargliene in questi termini, quando la rivedrà. Getta la sigaretta a terra.
"Sono andato via di fretta, Rodney, temo di non averti pagato l'ultimo affitto", confessa schivo, guardando l'ultimo baluginio di vita di una cicca che schiaccia poco dopo sull'asfalto nero.
"In che senso?"
"Me ne sono andato a metà mese, senza pagare-- so che è passato molto, ma ci tenevo a saldare il conto."
"Ma il conto è saldato per tutto il prossimo anno, ragazzo."
Gli si affaccia di nuovo quella sensazione strana nelle viscere. Come un pugno che le afferra e le stringe, le rovescia, facendogli girare per un secondo la testa. L'ha sentito due giorni prima di decidere di partire, di tornare, come il canto stonato di un allarme che ti rimbomba nella cassa toracica, che solo tu puoi sentire. A queste cose non ci ha creduto mai - alle sensazioni. All'istinto, soprattutto non ha mai creduto ai legami. Non quelli che ti arpionano come un amo per pesci-spada e ti strattonano fuori dal sistema dove ti sei nascosto per l'ultima vita, almeno. 
"Ha pagato la tua ragazza."
"Rachel?"
"Non me lo ricordo come si chiama... quella simpatica, che mi porta i cupcakes. Non la vedo da un po'."
"Quella bionda?"
"Dov'è che sei andato a finire, comunque?"
Nell'unico posto dove non l'avrebbe cercato. Si sente ancora l'odore della neve addosso, ma non della neve gentile. Non la neve di Lòng City, dove è nato, né quella di Gao Shì - quella che non era mai alta, e i bambini non ci camminavano sopra per non sporcarla -. Ha conosciuto neve grigia, invece, insidiosa e ostile. Quella che ti avvolge fino alle ginocchia e copre lastre di ghiaccio su cui scivoli. Ha visto Novgorod e Ostrov, si è affacciato sul Mare d'Inverno e si è riscaldato con la vodka. Ha fotografato ogni angolo di Stalingrad.

No, non ha mai creduto ai legami, non a quelli fatti di fili di energia invisibile che viaggiano anni luce di distanza e ti fanno sentire cose che tu non puoi sapere, legami laschi che si stringono e si annodano fino a farti ritrovare ai piedi di un appartamento che hai lasciato da mesi, forse anni, con due dita di barba irta sul viso e il gelo nelle ossa. Nelle ossa. Deve aver capito perché voleva dormirgli addosso anche se non avevano mai fatto l'amore: una questione di temperatura. Un riflesso quasi animale.

Rodney le chiavi gliele rimette in mano. Incastrata sotto la porta, ancora prima di aprire, trova una busta da lettere chiusa. La rigira tra le dita e rimane sospeso nel nulla, fingendo di non essere terrorizzato. Pondera tutto molto bene. In altre zone della città lo beccherebbero subito a fumare nel corridoio, ma di fronte a lui c'è solo quello che avvelena i gatti, e se non ha problemi a mettere varechina negli avanzi sintetici del suo pranzo probabilmente non farà storie per un leggero aroma di sigarette economiche che sentirà quando uscirà di casa, se uscirà di casa. Se non è morto in casa. L'idea lo sfiora: quante persone che conosceva saranno morte, durante la sua assenza? Quanti conoscenti, colleghi, ex professori, passanti di cui non ricorda il nome? E' una sigaretta che gli dura meno di quanto vorrebbe. Nell'aprire la lettera è molto cauto. Vedere quante poche siano le righe scarabocchiate a mano lo delude, lo indispettisce. Tutta quella strada per una sensazione, lui che alle sensazioni non ci ha mai creduto. Ma mentre se lo dice, quel rettile gli stringe il fegato come un boa costrittore - quella sensazione è più violenta che mai. E' terribile.
Hey Eddie.
Ti volevo chiedere scusa per un sacco di cose, ma che te ne fai di tanti se e chissà? L'unica cosa: quando ero a Richleaf, e ho saputo di tua madre, sarei dovuta tornare. Ho pensato che sarei arrivata a funerali finiti e corpo cremato, ma era una scusa e tu lo sapevi già: sarei dovuta tornare.
Questi li ho raccolti in trentadue anni (trentadue!). Non ho mai avuto abbastanza spazio e li ho sempre tenuti in depositi nascosti, neanche fossero d'oro. Per pagare il deposito comunque non ho più soldi, e nel prossimo futuro non sarò in grado di guadagnarne. Prenditene cura tu, per favore. Nel frattempo.
Sapevo saresti tornato.
Non è firmata, ma non ha bisogno di esserlo. Quando Dylan apre la serratura, lo fa con le mani che gli tremano come non gli hanno mai tremato in vita sua. Deve spingere la porta premuta da un crollo per riuscire ad entrare. Inciampa, non sa bene in cosa finché a tentoni non trova l'interruttore della luce.

Si tratta di centinaia, di migliaia di libri. Carta su carta rilegata con filo e pelle, volumi spessi e opuscoli volanti disposti in colonne disordinate che traballano verso l'alto, occupando ogni centimetro di superficie disponibile, ogni sgabello, ogni ripiano, ogni spanna del pavimento. Non lasciano sentieri, formano uno skyline troppo fitto perché possa trovarci in mezzo una strada, una chiave di decrittazione. Eppure nel caos decifra - gli è chiara ogni cosa nel momento in cui la vibrazione del pavimento sotto i suoi piedi fa crollare un intero grattacielo di libri, lasciando solo una ferita scomposta, uno squarcio nell'orizzonte frastagliato.

Capisce che si tratta di un'eredità; capisce - e in quel momento esatto il gelo nelle ossa gli esce dalle ossa e gli paralizza i muscoli, e si arrampica nelle vene e nel sangue, e raggiunge l'epidermide, ma lui non si azzarda neanche a tremare per non compromettere la disposizione in cui lei ha lasciato i volumi - capisce, cioè, che le uniche persone a lasciare eredità sono, dall'inizio dei tempi, quelle già morte.

E' in una stanza piena di libri. Sono i libri in cui si è formata e di cui si è composta la coscienza di Lee Chernenko. Molti li hanno condivisi, letti contemporaneamente, commentati davanti a bottiglie di scotch. Lei è divisa in mille pezzi (gliel'ha detto mille volte: non farti a pezzi), ognuno nelle pagine di un libro. Mille, duemila, cinquemila libri.

In tutta la sua vita, non si è mai sentito più solo di così.


lunedì 8 dicembre 2014

like a chain-breaker, which is a gift and also the last thing I can do for you


Quando entra in punta di piedi dalla porta, Paul sta dormendo sul divano, in un cimitero di bottiglie, con dei residui di polvere color sabbia ancora raccolti in un cartoccio di carta stagnola quasi del tutto svuotato. Lei gli si avvicina in punta di piedi, raccoglie la siringa da per terra e la poggia sul tavolino, ordinatamente. Si china sulle caviglie al fianco del divano, e molto piano lo chiama. Paul, dice la prima volta. Paul, e gli sfiora il petto con le dita, assicurandosi che il cuore gli stia ancora battendo. Paul, scuotendolo appena. Quando lui si sveglia, la guarda come un'allucinazione. Lei sorride e ritira la mano, rimanendo accucciata alla sua altezza.
"Non ti vedo da una vita."
"I know. I'm sorry."
"Perché sei qui adesso?"
Ha la voce roca e non riesce neanche a finire la frase col poco fiato che ha nei polmoni. Si tira su, seduto, trascinandosi a fatica con le braccia aggrappate allo schienale del divano. Si poggia entrambe le mani sul viso, lo massaggia come se fosse capace di liberarsi, con quel gesto, del velo di infelicità caduto sulla sua vita anni prima. Paul Carraway ha un destino sfortunato, non per ciò che gli è successo, ma per come non è stato in grado di gestirlo senza frantumarsi. Ora, di lui, esistono solo i pezzi.
"Me ne vado per un po'. Volevo salutarti."
Lee Chernenko non ha mai sentito il bisogno di salutare Paul: ci mette quindi un attimo ad allarmarsi. Con il respiro affannato già di prima mattina, guarda le serrande da cui traspare qualche filo di luce solare sufficiente ad accecarlo. Impreca in due lingue diverse, molto piano. Non ha ancora razionalizzato cosa, ma è sicuro - se lo sente nello stomaco - che qualcosa non va. Le afferra il polso e le dice, ancora prima di pensarlo: non andare.

Lee ride, sorride. Le sopracciglia bionde spioventi indicano il disagio che viene tipicamente provocato dai bambini: quello con cui non puoi discutere. Lei gli poggia la mano sul viso, gli passa le dita nei capelli intricati. 
"Devo davvero andare, ho un volo da prendere. Poi ci rivediamo."
"You liar."
Lee cerca di sciogliere il polso dalla sua morsa, ma non ha successo. Lui rafforza la presa con un'energia che non credeva di avere, glielo torce fino a farle male. 
"Devo davvero andare", lei non sorride più.
"Gray?"
"Gray."
"Gray capirà?"
"Sì."
"Cazzate. E' quello che fai. E' quello che fai sempre."
Le piega il polso di lato. Lei stringe le labbra e i denti, ruota il busto accompagnando il suo movimento fino a poggiare un ginocchio per terra.
"Ci rovini e te ne vai."
"Non questa volta."
"Io non sono in grado di raccogliere i suoi pezzi."
"E io non posso più raccogliere i tuoi."
La lascia andare con una rabbia che gli si infila tra i denti. La spinge indietro, lei inciampa su una bottiglia, rischia di cadere. Torna dritta con un respiro profondo, ma la gola le si stringe in un nodo quando lo vede, lentamente, scivolare di nuovo steso sul divano. Vattene, le dice, fai quello che cazzo vuoi: vattene. 

Lei annuisce piano. Esce fuori dal suo campo visivo, lo lascia con un braccio piegato sul volto, l'altro a cercare qualche avanzo di whisky. Non gli permette di rendersi conto che imbocca la porta sbagliata: la cucina. E quando con la coda dell'occhio la vede raggiungere la porta del suo studio con una bottiglia rosa in mano, è troppo tardi perché riesca a fermarla. La raggiunge quando c'è ormai una chiave girata a separarli. Muove la maniglia freneticamente, batte con entrambe le mani sulla porta. Lee, apri, alterato. Apri, per favore, con la gentilezza dei disperati. Cazzo apri adesso, la rabbia gli fa tremare la voce.

Lei non apre. Esamina con attenzione il soffitto della stanza, poi passa gli occhi sui quadri che affollato tutte le pareti, che riposano poggiati contro il muro e il pavimento, fino a rendere la camera più piccola. Inizia a prenderli uno per uno, con energia risoluta. L'interactive paint le si muove sotto le dita, forse percepisce la sua decisione. Li ammucchia al centro della stanza, mentre Paul continua a battere sulla porta, a urlare. Il lavoro della sua vita racchiuso in quelle quattro mura sottili. Le cento sfaccettate rappresentazioni della sua unica ossessione, tinte con i colori dei suoi incubi, della sua autentica rovina. Lee Chernenko non lo ascolta neanche per un istante. Invece strappa il tappo dalla bottiglia di plastica e inizia a versare alcol sui quadri, sulle tele. Ne ispira l'odore a pieni polmoni, lascia che le faccia girare la testa. Paul prende a calci la porta, poi a spallate. A ogni botta geme di dolore: non ha il fisico per certi atti di eroismo. Ma in lui non c'è niente di eroico: piange come un ragazzino terrorizzato, come un animale in trappola. 
"Hai bisogno di uscire dalla tua testa, Paul."
Ha solo un vecchio zippo rovinato, quello che Dylan ha lasciato nell'appartamento prima di andare via per sempre. Sulla base c'è graffiata con un chiodo un'unica parola: acqua. Questa è l'acqua. Lee accende la fiamma, alza di nuovo gli occhi al soffitto controllando l'esatto posizionamento dei rilevatori di fumo. Deglutisce. Poi getta lo zippo tra le tele. Nell'alcol.

E' come accendere un razzo con una sigaretta: improvviso e impensato. Non si prende neanche un istante per guardare la pira crescere: apre la finestra e si butta sulla scala antincendio. La percorre a salti di tre scalini fino al primo piano. La sirena dell'allarme antincendio la sente dalla strada. 

Si tira il cappuccio del giaccone sul capo e raggiunge la macchina a testa bassa, mentre i primi residenti allarmati escono fuori dal palazzo e cercano di capire da dove provenga il fumo. Lei vorrebbe fermarsi, aspettare di vedere anche Paul uscire fuori dal palazzo: vederlo superare il test della sopravvivenza, lasciare le ossessioni bruciare o bruciare insieme a loro. Ma non aspetta. 

Accende il motore, invece. Esce dal parcheggio in retromarcia e va via. 



mercoledì 3 dicembre 2014

like a hound dog


Ci vorrà un attimo.

Sa già che è una promessa che non può mantenere. Eva Potomak esce e chiude la porta alle proprie spalle, lasciandola sola nello studio del suo mentore. Del suo mentore? Lee oscilla il capo e chiude gli occhi, respirando a fondo: del suo professore. Tende a idealizzare le persone che scompaiono, quelli che vengono fatti sparire perché stanno facendo qualcosa di buono, di giusto. Dopo Lijun, si è ripromessa di non farlo più. Mai più. 

Riapre gli occhi. Ruota su se stessa per due volte, con le braccia dietro la schiena, osservando ogni angolo finché non le sembra di conoscere la stanza a memoria. Poi, metodicamente, inizia dalle cose semplici: i cassetti. Li apre, tira fuori il loro contenuto, bussa sul fondo, cerca angoli smussati, li riempie di nuovo. Poi percorre con le dita le sedie, scivola in ginocchio e sposta il tappeto, e quando non riesce a spostarlo più sposta la scrivania, e le sedie, fino ad avere il pavimento interamente esposto. Ci cammina sopra. Ci cammina sopra con le scarpe leggere che indossa, dondolando su ogni asse di legno sintetico. Poi si toglie le scarpe e cammina di nuovo su ogni singolo metro quadro dell'ufficio. Il pavimento sembra saldo. Si rimette le scarpe, srotola di nuovo il tappeto, rimette a posto le sedie e la scrivania. Poi ricomincia. Apre ogni cassetto, svuota ogni cassetto. La terza volta che lo fa il fondo del terzo cassetto si sposta, svelando una busta di carta, sigillata. Lee ne percorre i bordi con le dita, ne studia il sigillo e legge l'intestazione di uno studio notarile. Sospira. Deve essere un testamento: ha qualcosa di simile anche lei, nascosto da qualche nel 'Verse. Non appena inizia a sentirsi più vicina a Raymond Scar, torna in piedi, poggia il testamento sulla scrivania e scrolla le spalle, si muove e si agita. Non ha ancora finito.

Perquisisce i battiscopa centimetro dopo centimetro, tirandoli con le unghie nel tentativo di indovinare la presenza di fessure che non trova. Fa un secondo giro, e quando è sufficientemente sicura che non ci sia niente inizia ad aprire le finestre, a sporgersi pericolosamente sui davanzali esterni tastandone ogni angolo, cercando di comprometterne l'integrità. Anche quelli sono integri. Quindi si arrampica su di essi, percorre con le mani gli stipiti delle finestre, poi quelli della porta. Niente. Sospira a fondo e arriva da dove avrebbe dovuto iniziare. 

La libreria.

Anche lei ha una libreria, da qualche parte nel 'Verse. Quando ha capito di essere in pericolo (di vivere in pericolo) il cuore le si è stretto per i libri che avrebbe potuto perdere. Allora li ha portati via, li ha accumulati tutti dove nessuno avrebbe potuto trovarli, danneggiarli. Trentadue anni di viaggi l'hanno portata ad accumularne molti, di cartacei. E come lei Scar. Come me, Scar. Si colpisce le guance con i palmi aperti, costringendosi ad uscire dalla propria testa, a lasciare andare la necessità di salvarlo, invece che soltanto trovarlo. Tutti meritano di essere trovati. Pochi di essere salvati.

Due ore. 

Due ore e lei è seduta per terra, esausta, pile di libri ammucchiate per terra secondo lo stesso ordine logico con cui l'aveva collocate Scar. Genere e autore. In alte colonne, skylines di deperibile carta, riposano la sezione di etica, quelle di sociologia, di storia, di antropologia planetaria, di diritto giuridico e di romanzi. Una manciata di volumi rari, da collezionista. Una manciata di volumi di cui per un attimo pensa di appuntarti il titolo, per regalarli a Gray. A David. Se ne scorda presto, scrupolosa fin quasi a navigare nell'ossessione: controlla ogni singolo libro più volte, finché non lo trova. 

Lo trova.

"Etica della comunicazione mediatica" ha la copertina di "La Balena". Cerca la copertina di "Etica della comunicazione mediatica" e ci trova dentro "La Balena". Il cuore le arriva in gola: sa che vuol dire qualcosa ancora prima di rendersi conto che una copertina è incollata, che può scollarsi, che dietro la rilegatura in sintopelle c'è una minuta, minuscola unità di memoria.

Lee la solleva in alto, osservandola in controluce come un reperto di secoli prima. Come una chiave di volta. Lo dice molto piano, quasi sussurrando. Con un sorriso storto sulle labbra e lo sguardo di un cane selvatico che ha appena stretto i denti attorno a un pezzo di carne.

"'Guess I'm comin' to save ya, Ray."