Quando entra in punta di piedi dalla porta, Paul sta dormendo sul divano, in un cimitero di bottiglie, con dei residui di polvere color sabbia ancora raccolti in un cartoccio di carta stagnola quasi del tutto svuotato. Lei gli si avvicina in punta di piedi, raccoglie la siringa da per terra e la poggia sul tavolino, ordinatamente. Si china sulle caviglie al fianco del divano, e molto piano lo chiama. Paul, dice la prima volta. Paul, e gli sfiora il petto con le dita, assicurandosi che il cuore gli stia ancora battendo. Paul, scuotendolo appena. Quando lui si sveglia, la guarda come un'allucinazione. Lei sorride e ritira la mano, rimanendo accucciata alla sua altezza.
"Non ti vedo da una vita."
"I know. I'm sorry."
"Perché sei qui adesso?"
Ha la voce roca e non riesce neanche a finire la frase col poco fiato che ha nei polmoni. Si tira su, seduto, trascinandosi a fatica con le braccia aggrappate allo schienale del divano. Si poggia entrambe le mani sul viso, lo massaggia come se fosse capace di liberarsi, con quel gesto, del velo di infelicità caduto sulla sua vita anni prima. Paul Carraway ha un destino sfortunato, non per ciò che gli è successo, ma per come non è stato in grado di gestirlo senza frantumarsi. Ora, di lui, esistono solo i pezzi.
"Me ne vado per un po'. Volevo salutarti."
Lee Chernenko non ha mai sentito il bisogno di salutare Paul: ci mette quindi un attimo ad allarmarsi. Con il respiro affannato già di prima mattina, guarda le serrande da cui traspare qualche filo di luce solare sufficiente ad accecarlo. Impreca in due lingue diverse, molto piano. Non ha ancora razionalizzato cosa, ma è sicuro - se lo sente nello stomaco - che qualcosa non va. Le afferra il polso e le dice, ancora prima di pensarlo: non andare.
Lee ride, sorride. Le sopracciglia bionde spioventi indicano il disagio che viene tipicamente provocato dai bambini: quello con cui non puoi discutere. Lei gli poggia la mano sul viso, gli passa le dita nei capelli intricati.
"Devo davvero andare, ho un volo da prendere. Poi ci rivediamo."
"You liar."
Lee cerca di sciogliere il polso dalla sua morsa, ma non ha successo. Lui rafforza la presa con un'energia che non credeva di avere, glielo torce fino a farle male.
"Devo davvero andare", lei non sorride più.
"Gray?"
"Gray."
"Gray capirà?"
"Sì."
"Cazzate. E' quello che fai. E' quello che fai sempre."
Le piega il polso di lato. Lei stringe le labbra e i denti, ruota il busto accompagnando il suo movimento fino a poggiare un ginocchio per terra.
"Ci rovini e te ne vai."
"Non questa volta."
"Io non sono in grado di raccogliere i suoi pezzi."
"E io non posso più raccogliere i tuoi."
La lascia andare con una rabbia che gli si infila tra i denti. La spinge indietro, lei inciampa su una bottiglia, rischia di cadere. Torna dritta con un respiro profondo, ma la gola le si stringe in un nodo quando lo vede, lentamente, scivolare di nuovo steso sul divano. Vattene, le dice, fai quello che cazzo vuoi: vattene.
Lei annuisce piano. Esce fuori dal suo campo visivo, lo lascia con un braccio piegato sul volto, l'altro a cercare qualche avanzo di whisky. Non gli permette di rendersi conto che imbocca la porta sbagliata: la cucina. E quando con la coda dell'occhio la vede raggiungere la porta del suo studio con una bottiglia rosa in mano, è troppo tardi perché riesca a fermarla. La raggiunge quando c'è ormai una chiave girata a separarli. Muove la maniglia freneticamente, batte con entrambe le mani sulla porta. Lee, apri, alterato. Apri, per favore, con la gentilezza dei disperati. Cazzo apri adesso, la rabbia gli fa tremare la voce.
Lei non apre. Esamina con attenzione il soffitto della stanza, poi passa gli occhi sui quadri che affollato tutte le pareti, che riposano poggiati contro il muro e il pavimento, fino a rendere la camera più piccola. Inizia a prenderli uno per uno, con energia risoluta. L'interactive paint le si muove sotto le dita, forse percepisce la sua decisione. Li ammucchia al centro della stanza, mentre Paul continua a battere sulla porta, a urlare. Il lavoro della sua vita racchiuso in quelle quattro mura sottili. Le cento sfaccettate rappresentazioni della sua unica ossessione, tinte con i colori dei suoi incubi, della sua autentica rovina. Lee Chernenko non lo ascolta neanche per un istante. Invece strappa il tappo dalla bottiglia di plastica e inizia a versare alcol sui quadri, sulle tele. Ne ispira l'odore a pieni polmoni, lascia che le faccia girare la testa. Paul prende a calci la porta, poi a spallate. A ogni botta geme di dolore: non ha il fisico per certi atti di eroismo. Ma in lui non c'è niente di eroico: piange come un ragazzino terrorizzato, come un animale in trappola.
"Hai bisogno di uscire dalla tua testa, Paul."
Ha solo un vecchio zippo rovinato, quello che Dylan ha lasciato nell'appartamento prima di andare via per sempre. Sulla base c'è graffiata con un chiodo un'unica parola: acqua. Questa è l'acqua. Lee accende la fiamma, alza di nuovo gli occhi al soffitto controllando l'esatto posizionamento dei rilevatori di fumo. Deglutisce. Poi getta lo zippo tra le tele. Nell'alcol.
E' come accendere un razzo con una sigaretta: improvviso e impensato. Non si prende neanche un istante per guardare la pira crescere: apre la finestra e si butta sulla scala antincendio. La percorre a salti di tre scalini fino al primo piano. La sirena dell'allarme antincendio la sente dalla strada.
Si tira il cappuccio del giaccone sul capo e raggiunge la macchina a testa bassa, mentre i primi residenti allarmati escono fuori dal palazzo e cercano di capire da dove provenga il fumo. Lei vorrebbe fermarsi, aspettare di vedere anche Paul uscire fuori dal palazzo: vederlo superare il test della sopravvivenza, lasciare le ossessioni bruciare o bruciare insieme a loro. Ma non aspetta.
Accende il motore, invece. Esce dal parcheggio in retromarcia e va via.