Mi chiamo Melanie Bishop, e mi sto sentendo male. Ho appena capito (perché le cose le capisco) che Lee Chernenko è scomparsa e, se anche faccio tutto il possibile per non pensarci, so che è colpa mia. Riprendo a bere e me la carico tutta, la responsabilità, perché sentirmi colpevole e sopraffatta è la giusta punizione per averla venduta. Mi odio così tanto che ricomincio a bere; la prima notte bevo così tanto che la mattina dopo, mentre apro gli occhi, ho un attimo di estasi in cui mi convinco che nulla di tutto questo è accaduto. Quando ripiombo nella realtà, inizio ad agitarmi come una scheggia impazzita, alla ricerca di una soluzione. La fretta mi tiene in vita, mi tiene focalizzata. L'unico modo per redimermi è ritrovarla. Ed è la mia redenzione che cerco - la salvezza di Lee Chernenko è uno strumento pratico, un passo da raggiungere in un percorso quasi religioso. Per questo, non mi passa in testa neanche per un attimo di rivolgermi alle autorità.
Mi chiamo Virginie Saintsimon. Sono giorni che non riesco a toccarmi il busto, terrorizzata dall'idea di ritrovarci il marchio che uno psicopatico ha voluto lasciarci sopra. Quando Davis è morto, devo essere stata convinta che non avrei mai più permesso a nessuno di marchiarmi come una bestia. Sapere Lee scomparsa getta me nel panico prima di tutti gli altri, perché è come se stesse riaccadendo tutto daccapo. Ma non è solo questo: quando Lee mi ha ritrovato in un vicolo, con l'anima in frantumi, qualcosa in me di cui non sono razionalmente consapevole l'ha caricata della responsabilità della mia salvezza. Se ci penso, so che non è così: sono una persona intelligente e mi rendo conto che, se non mi avesse trovato lei, presto sarebbe comunque arrivata l'ambulanza e mi avrebbe portata via. Ma l'alfa e l'omega mi bruciano addosso della sensazione di essere stata tradita dalla sua partenza, dalla sua scomparsa. E' un sentimento che non controllo. Allora lo ignoro. Mi sforzo di credere che tutto questo non sia mai accaduto.
Mi chiamo Ivan Volkov e sono io che ho commissionato il rapimento di Lee Chernenko. Non sono un tipo da andare in giro con i passamontagna, e non credo che una ragazzina capricciosa sarà un problema per chiunque incaricherò di andare a prenderla. Quando una giornalista che stimo poco, pensando di poter ottenere qualcosa da me, mi ha regalato tutto ciò che sapeva sul progetto Ikon, ho mandato i miei uomini su Roanoke a sparare ad Arch Stanton e ai suoi, alla ricerca dei dati che volevo. Quando mi hanno detto che Stanton non sapeva nulla, ho capito che avrei dovuto fare ciò che volevo fare fin dall'inizio: chiederli alla giornalista di Koroleva. Ma ho fatto uno sbaglio: non ho detto all'unità che il 'fincher doveva rimanere in vita, non ho detto all'unità che il 'fincher lo conosco, che è uno dei miei, che siamo andati insieme al matrimonio di Eivor Edwards e Huck Haggerty, che è lui il primo ad avermi parlato di Lee Chernenko, quando stavo valutando che sarebbe potuta essere utile come reporter su Safeport, a raccontare ciò che io le avrei permesso di raccontare. Forse invece non ho fatto nessuno sbaglio: sapevo cosa stavo facendo dall'inizio. Del resto sono un bastardo, un korolevita, e non esiste nel 'Verse intero niente che abbia a cuore. Mi hanno insegnato solo il sacrificio della patria. Non il mio, non solo il mio: il sacrificio degli altri, il sacrificio che impongo come un Dio della guerra. Quando tutto questo sarà finito sarò in grado di andare a bere un drink al Bolden Sax, a pochi metri dalla sede ufficiale dell'Avantgarde Associated Press. Fumerò una sigaretta e ordinerò un secondo giorno, senza che niente di tutto questo cambi la mia vita. Come se tutto questo non fosse mai accaduto.
Mi chiamo Randall Blakelee, ma a lei piace chiamarmi Ray. La mia mente funziona come una tecnologia avanzata, un computer quantistico: è la mia condanna. Metto insieme ogni singolo pezzo, costruisco ipotesi, le smonto e le riassemblo cambiando l'ordine dei meccanismi per vedere se funzionano ugualmente. Mi dico che avrei dovuto fare più domande: quando mi ha detto che forse era nei guai, quando mi ha spiegato i guai senza fare un singolo nome, dicendomi tutto senza dirmi veramente nulla. Le luci dello spazioporto squarciavano il cielo da terra e io pensavo che mi stesse raccontando ogni cosa per parlarne ed esorcizzarla, una alla volta; e invece mi stava chiedendo aiuto. Ripenso a quando mi ha chiesto se io voglio essere salvato, e io ho detto "a volte", e ora che ripercorro il suo sorriso capisco (adesso, solo adesso) che voleva che glielo chiedessi anche io. Voleva dirmi: salvami, ma non me l'ha detto. Voleva dirmi "salvami" quando mi veniva a trovare la notte, e mi ha urlato "salvami" quando mi ha avvicinato con la cautela che si usa ai cani randagi, quando si è aggrappata a me e non ho capito, come se non fosse mai accaduto, che ero io la scialuppa.
Mi chiamo Marshall Lee e mi sono fidato delle persone sbagliate: questo mi accomuna a Lee Chernenko. Mi sopravvivono un figlio che sa a stento camminare e una famiglia su Bullfinch. Hanno gettato il mio corpo sul fondo di qualche palude di Maracay, e chi mi tirerà fuori lo farà soltanto per svuotarmi le tasche. Ho trent'anni, poco più, sono sopravvissuto a due guerre, ho insegnato a mia nipote a leggere, ho visto mia sorella morire ma non sono morto anche io, sono sopravvissuto. Adesso il fango mi inghiotte, e tutto ciò che ho fatto si perde nel nulla. Come se la mia vita, tutta la mia vita, non fosse mai accaduta.
Il mio nome vorrei dimenticarlo. Devono pensare che non vedere, non sentire, non poter parlare mi stia uccidendo, ma la deprivazione sensoriale è tutto ciò che mi tiene a galla, vicina alla superficie. Mi accomodo nelle teste degli altri perché nella mia ci morirei. Non sono qui, non ci sono mai stata. Non ascolterò il tarlo che ha iniziato a mangiarmi da dentro, quello che mi dice che ho tutti i pezzi ma non li sto mettendo insieme nel giusto ordine. Quello che mi parla di redenzione, che mi dice che posso ancora salvare tutti quanti, che nessuno è perduto, neanche io. Ha la voce di Dylan quando mi dice questa è l'acqua. Sei nell'acqua, questa è acqua. Se sei una giornalista ricostruisci la storia: ricostruisci come sapevano il tuo nome, come ti hanno riconosciuta mentre sembravi chiunque tranne te stessa, come sapevano che ti avrebbero trovato lì. Sono fili facili da tirare. Formano un disegno perfetto, non capisco come tu faccia a non vederli. Forse non sei mai stata veramente brava a fare questo lavoro. Tutti lo hanno pensato, perché hai lavorato in guerra. Ma non ci vuole niente a lavorare in guerra. Basta un po' di incoscienza. A quanto pare quella non ti manca.
Questa è l'acqua, ma non voglio pensarci. Vorrei rimanere così per il resto della mia vita, fino a dimenticarmi chi sono. Fino a far dimenticare chi sono stata. Come se non fossi mai accaduta.