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venerdì 22 agosto 2014

like a snake crawling up my arm and kissing me on the lips


Se i vostri spiriti sono saldi. 
Mille violini.
Cosa è successo? 
Una luna piena. 
Sta bruciando. 
Una donna senza occhi, fammela dimenticare. 
Serve un medico. 
Eddie disse che la moschea andava fotografata in bianco e nero. 
Mi vedi? 
E' come se fossi nata d'Estate anche io 
Ricorda cosa ti ho detto, bambina
I colori più sono belli più distraggono, tu devi fotografare l'essenza, che sta nella struttura. 
Mi senti? 
Se senza colori è una brutta foto, vuol dire che il tuo soggetto non vale niente
Non mi sente. 
Ti sento. 
Cosa hai fatto ai piedi? 
Ho ballato con i Loà.



mercoledì 4 giugno 2014

like a fugitive


Questa era la scrivania di Melanie Bishop.

E' sera tardi e Lee Chernenko siede al posto dove la cofondatrice dell'Avantgarde Associated Press è stata seduta mille volte prima di lei. L'ufficio è vuoto, il mobiletto degli alcolici non è chiuso a chiave da almeno un mese. Lee dondola sulla poltroncina girevole, sovrappensiero, ormai da qualche minuto. Fa un sospiro profondo e, con molta cautela per se stessa, inizia ad aprire i cassetti uno a uno.

Carte, agende trascorse, impegni non mantenuti. Lee osserva e rigira ogni foglio, li guarda controluce, cerca tracciati per ovunque sia finita Joy. E' un nome strano da scegliersi, riflette: la gioia non le sembra si sia mai veramente affacciata sul volto della collega. Sospesa nell'incertezza sulle sue sorti, non sa se sperare che sia stata rapita o che invece sia semplicemente fuggita mentre lei era infilata nella cassa toracica del nulla, in qualche posto del Rim che avrebbe potuto diventare la sua tomba. Carta dopo carta, svuota i cassetti senza direzioni. Almeno finché non tira fuori una chiave.

La rigira tra le dita mentre per un attimo sente di nuovo la mano ferma di uno sconosciuto premerle sul viso un panno bagnato. Chiude gli occhi, respira a fondo. Poggia la chiave sulla scrivania, al centro. E' la chiave dell'ufficio, quella che ogni membro confermato della redazione porta sempre con sé. Stringendo le labbra e inspirando dalle narici, le basta scivolare di lato per raggiungere il sistema cortex fisso, scorrerne la rubrica e avviare la chiamata.
- Servizio assistenza clienti Capital Bank, come posso esserle utile?
- Buonasera. Sono della contabilità di un'agenzia stampa, e sto avendo problemi nel versamento dello stipendio a una mia dipendente che ha il conto presso la vostra banca.
- Sa dirmi il nome della titolare e il numero di conto corrente?
- Melanie Bishop, il conto è nove cinque dodici sei sei quattro nove uno.
- E il suo nome?
- Stanley Bauman.
- ...
- Vorrei terminare di versare gli stipendi stasera, ho un appuntamento a breve.
- Non ci risultano problemi sul conto corrente di miss Bishop.
- Ne è sicuro? Ogni volta che provo a mandare i soldi mi tornano indietro, come se fosse stato chiuso.
- Non ci risulta chiuso, miss Bauman, né sospeso. L'unico movimento notevole è il prelievo totale dei fondi, ma il conto è ancora aperto, non dovrebbe aver problemi a versare.
- Il prelievo totale?
- Sì, circa un mese fa. Che errore mi ha detto le appare?
- Forse sbaglio qualcosa io. Mi faccia riprovare e nel caso vi ricontatterò.
- Molto bene. Buona serata.
Lee Chernenko chiude la chiamata e poggia delicatamente il busto contro lo schienale morbido della poltroncina. Quella poltroncina, tutte le poltroncine, le ha scelte insieme a Melanie Bishop dopo aver passato una giornata intera a stuccare tutti i buchi sui quattro muri di quell'ufficio. Erano sedute per terra, su teli di plastica, mangiavano thai food d'asporto e parlavano di diventare l'agenzia leader nel loro campo di tutta Capital City.

Lee Chernenko si carica addosso una consapevolezza bruciante: quando lei è stata rapita, Melanie Bishop ha deciso di scomparire dai radar. Dispersa chissà dove nel 'Verse intero, programmava la sua fuga mentre lei veniva legata, bendata e torturata. Piuttosto che collaborare con le autorità e confermare le proprie responsabilità, Melanie Bishop scappava. Melanie Bishop sa fare solo questo, si dice mentre guida in direzione di casa premendo sull'acceleratore. Melanie Bishop sa solo scappare

Quando rientra dentro casa, sente il rumore della doccia e immagina che Sebastian si stia lavando. Paco, un pappagallo buono a stare sulle spalle dei pirati, la accoglie gracchiando "doppio bourbon", come al solito. Col petto pieno di rabbia, esausta e piena di frustrazione, Lee Chernenko prende tra le mani il fragile pennuto che le becca le dita. Ricordandosi di quando Melanie glielo fece trovare sulla sua scrivania, spalanca la finestra e lo consegna alla notte buia, guardandolo volare disorientato nel nulla prima di trovare un altro trespolo su cui poggiarsi, un'altra mano a cui chiedere miglio, magari un altro gatto da saziare. 

Quando Sebastian esce dal bagno, vestito ma con i capelli ancora bagnati, si guarda attorno con un certo senso d'assenza.
- Dov'è il pappagallo?
Elian accende l'holotv sull'ultimo reality trash arrivato da Xanto.
- E' scappato. 

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mercoledì 28 maggio 2014

like I'm not here



Mi chiamo Melanie Bishop, e mi sto sentendo male. Ho appena capito (perché le cose le capisco) che Lee Chernenko è scomparsa e, se anche faccio tutto il possibile per non pensarci, so che è colpa mia. Riprendo a bere e me la carico tutta, la responsabilità, perché sentirmi colpevole e sopraffatta è la giusta punizione per averla venduta. Mi odio così tanto che ricomincio a bere; la prima notte bevo così tanto che la mattina dopo, mentre apro gli occhi, ho un attimo di estasi in cui mi convinco che nulla di tutto questo è accaduto. Quando ripiombo nella realtà, inizio ad agitarmi come una scheggia impazzita, alla ricerca di una soluzione. La fretta mi tiene in vita, mi tiene focalizzata. L'unico modo per redimermi è ritrovarla. Ed è la mia redenzione che cerco - la salvezza di Lee Chernenko è uno strumento pratico, un passo da raggiungere in un percorso quasi religioso. Per questo, non mi passa in testa neanche per un attimo di rivolgermi alle autorità.

Mi chiamo Virginie Saintsimon. Sono giorni che non riesco a toccarmi il busto, terrorizzata dall'idea di ritrovarci il marchio che uno psicopatico ha voluto lasciarci sopra. Quando Davis è morto, devo essere stata convinta che non avrei mai più permesso a nessuno di marchiarmi come una bestia. Sapere Lee scomparsa getta me nel panico prima di tutti gli altri, perché è come se stesse riaccadendo tutto daccapo. Ma non è solo questo: quando Lee mi ha ritrovato in un vicolo, con l'anima in frantumi, qualcosa in me di cui non sono razionalmente consapevole l'ha caricata della responsabilità della mia salvezza. Se ci penso, so che non è così: sono una persona intelligente e mi rendo conto che, se non mi avesse trovato lei, presto sarebbe comunque arrivata l'ambulanza e mi avrebbe portata via. Ma l'alfa e l'omega mi bruciano addosso della sensazione di essere stata tradita dalla sua partenza, dalla sua scomparsa. E' un sentimento che non controllo. Allora lo ignoro. Mi sforzo di credere che tutto questo non sia mai accaduto.

Mi chiamo Ivan Volkov e sono io che ho commissionato il rapimento di Lee Chernenko. Non sono un tipo da andare in giro con i passamontagna, e non credo che una ragazzina capricciosa sarà un problema per chiunque incaricherò di andare a prenderla. Quando una giornalista che stimo poco, pensando di poter ottenere qualcosa da me, mi ha regalato tutto ciò che sapeva sul progetto Ikon, ho mandato i miei uomini su Roanoke a sparare ad Arch Stanton e ai suoi, alla ricerca dei dati che volevo. Quando mi hanno detto che Stanton non sapeva nulla, ho capito che avrei dovuto fare ciò che volevo fare fin dall'inizio: chiederli alla giornalista di Koroleva. Ma ho fatto uno sbaglio: non ho detto all'unità che il 'fincher doveva rimanere in vita, non ho detto all'unità che il 'fincher lo conosco, che è uno dei miei, che siamo andati insieme al matrimonio di Eivor Edwards e Huck Haggerty, che è lui il primo ad avermi parlato di Lee Chernenko, quando stavo valutando che sarebbe potuta essere utile come reporter su Safeport, a raccontare ciò che io le avrei permesso di raccontare. Forse invece non ho fatto nessuno sbaglio: sapevo cosa stavo facendo dall'inizio. Del resto sono un bastardo, un korolevita, e non esiste nel 'Verse intero niente che abbia a cuore. Mi hanno insegnato solo il sacrificio della patria. Non il mio, non solo il mio: il sacrificio degli altri, il sacrificio che impongo come un Dio della guerra. Quando tutto questo sarà finito sarò in grado di andare a bere un drink al Bolden Sax, a pochi metri dalla sede ufficiale dell'Avantgarde Associated Press. Fumerò una sigaretta e ordinerò un secondo giorno, senza che niente di tutto questo cambi la mia vita. Come se tutto questo non fosse mai accaduto.

Mi chiamo Randall Blakelee, ma a lei piace chiamarmi Ray. La mia mente funziona come una tecnologia avanzata, un computer quantistico: è la mia condanna. Metto insieme ogni singolo pezzo, costruisco ipotesi, le smonto e le riassemblo cambiando l'ordine dei meccanismi per vedere se funzionano ugualmente. Mi dico che avrei dovuto fare più domande: quando mi ha detto che forse era nei guai, quando mi ha spiegato i guai senza fare un singolo nome, dicendomi tutto senza dirmi veramente nulla. Le luci dello spazioporto squarciavano il cielo da terra e io pensavo che mi stesse raccontando ogni cosa per parlarne ed esorcizzarla, una alla volta; e invece mi stava chiedendo aiuto. Ripenso a quando mi ha chiesto se io voglio essere salvato, e io ho detto "a volte", e ora che ripercorro il suo sorriso capisco (adesso, solo adesso) che voleva che glielo chiedessi anche io. Voleva dirmi: salvami, ma non me l'ha detto. Voleva dirmi "salvami" quando mi veniva a trovare la notte, e mi ha urlato "salvami" quando mi ha avvicinato con la cautela che si usa ai cani randagi, quando si è aggrappata a me e non ho capito, come se non fosse mai accaduto, che ero io la scialuppa.

Mi chiamo Marshall Lee e mi sono fidato delle persone sbagliate: questo mi accomuna a Lee Chernenko. Mi sopravvivono un figlio che sa a stento camminare e una famiglia su Bullfinch. Hanno gettato il mio corpo sul fondo di qualche palude di Maracay, e chi mi tirerà fuori lo farà soltanto per svuotarmi le tasche. Ho trent'anni, poco più, sono sopravvissuto a due guerre, ho insegnato a mia nipote a leggere, ho visto mia sorella morire ma non sono morto anche io, sono sopravvissuto. Adesso il fango mi inghiotte, e tutto ciò che ho fatto si perde nel nulla. Come se la mia vita, tutta la mia vita, non fosse mai accaduta.

Il mio nome vorrei dimenticarlo. Devono pensare che non vedere, non sentire, non poter parlare mi stia uccidendo, ma la deprivazione sensoriale è tutto ciò che mi tiene a galla, vicina alla superficie. Mi accomodo nelle teste degli altri perché nella mia ci morirei. Non sono qui, non ci sono mai stata. Non ascolterò il tarlo che ha iniziato a mangiarmi da dentro, quello che mi dice che ho tutti i pezzi ma non li sto mettendo insieme nel giusto ordine. Quello che mi parla di redenzione, che mi dice che posso ancora salvare tutti quanti, che nessuno è perduto, neanche io. Ha la voce di Dylan quando mi dice questa è l'acqua. Sei nell'acqua, questa è acqua. Se sei una giornalista ricostruisci la storia: ricostruisci come sapevano il tuo nome, come ti hanno riconosciuta mentre sembravi chiunque tranne te stessa, come sapevano che ti avrebbero trovato lì. Sono fili facili da tirare. Formano un disegno perfetto, non capisco come tu faccia a non vederli. Forse non sei mai stata veramente brava a fare questo lavoro. Tutti lo hanno pensato, perché hai lavorato in guerra. Ma non ci vuole niente a lavorare in guerra. Basta un po' di incoscienza. A quanto pare quella non ti manca.

Questa è l'acqua, ma non voglio pensarci. Vorrei rimanere così per il resto della mia vita, fino a dimenticarmi chi sono. Fino a far dimenticare chi sono stata. Come se non fossi mai accaduta.