mercoledì 26 marzo 2014

like clouds


"Mio padre è un criminale di guerra. Ho lasciato il Core perché nessuno voleva darmi un lavoro."

Se lo sente sulle labbra, incredula di averlo detto. Quando torna a casa è notte tardi e non è ancora riuscita a dormire. La macchina di Ryan è al suo posto, non è stata spostata. Vuol dire che non è ancora tornato dai suoi viaggi. Quando supera l'ingresso del suo appartamento in Mercy Street, Lee Chernenko entra in una casa vuota.

"Stiamo lavorando a un pezzo sull'importanza delle tradizioni musicali nel border..."

Alice Beau-Marlais è una ragazzina intelligente e non se la beve. Suo padre e il capo di suo padre sono entrambi a testa in giù, le mani per terra e le schiene contro la parete. Reduci da una scommessa ("scommetto che sei troppo vecchio per fare la verticale"), il grande giornalista scalcia in aria tentando vanamente una verticale che sia effettivamente perpendicolare al pavimento, e non obliqua. Magari, pensa Lee mentre poggia di nuovo i piedi nudi a terra, liberatasi ormai da ore dalle scarpe scomode, magari da sobrio mi avrebbe battuto.

Down down, down down, the wicked candle burns to the ground, down down, down down, the body is stone, but the soul is made of cloud. Mentre volteggiava con Mal nel suo soggiorno disordinato, Lee non pensava al senso di mancanza che respirava nelle quattro tiepide mura di casa Marlais. Invece aveva riso alle battute sui monasteri e sulle buone azioni, e aveva fatto una giravolta che da sobria non ci sarebbe riuscita mai. A tentoni aveva trovato il divano e si era addormentata con una mano sulla faccia di Mal Marlais. Il giorno dopo si era svegliata con una coperta addosso e il profumo di pancakes preparati da Alice. Mentre si trascinava verso il tavolo, la coperta le faceva da mantello. "Ti regalo un maglione, la prossima volta che ci vediamo". Uno dei suoi.

"Dormire in una casa vuota". 

Qual è la cosa che non vuoi fare più in vita tua? A volte Lee arriva sulla soglia di casa, annusa il vuoto oltre l'uscio, richiude la porta e va a cercarsi persone rumorose. Quando Ryan non c'è, dorme quasi sempre nella casa affianco, quella di Reid. Lui suona la chitarra e lei canta. Oppure lui suona e lei ascolta, oppure lei canta e lui si morde la pelle in preda al prurito dei tossici. "E' l'ultima volta". Lei decide di crederci ogni volta, ogni volta gli si stende vicino e lo abbraccia mentre lui trema d'astinenza. Quando non rispetta la promessa, non se la prende mai. Torna a bussare alla sua porta quando ha casa vuota. A volte cantano entrambi.

"Non è mio dovere trattenerti. Ma se sali su quella nave, non sarai mai più parte di questa famiglia".

Una volta andò a bussare a un'altra porta. Paul le aprì reggendosi alla maniglia, lei gli premette la testa contro il maglione solo per sentire l'odoro di whisky e sigarette. Un'ora più tardi erano le quattro del mattino, ma loro erano stesi sul pavimento e guardavano il soffitto, e si dissero che alle quattro è ancora notte, e quindi è un buon momento per iniziare a dormire. "Potevi dormire a casa tua". "Non mi piace dormire da sola", aveva mormorato con le palpebre pesanti e la sensazione di sicurezza quieta di quando sei in una tana. Non era la prima volta che faceva i conti con una valutazione sbagliata. "Io non sono il tuo cazzo di albergo". Non se l'era presa. Si era addormentata chiedendosi se la gente che frequentava dicesse qualcosa anche di lei. "Vivere da ubriachi è una questione di onestà", aveva detto Paul prima di addormentarsi: "riconosci di non avere il controllo su alcuna cosa. Non hai il controllo sulla tua vita. Se vuoi il controllo, ti uccidi. Come muori è l'unica cosa che puoi davvero decidere. Se ti sbrighi". 

"Se ti sbrighi ad ammazzarti."

Deve essere una questione di tempismo. Di bussare alla porta giusta nel momento giusto. Quando è stanca bussa alla porta di Dylan Khan. L'ultima volta lui le apre, si passa una mano sul volto e le dice: "ora non posso, Lee: ci vediamo domani". Lui non la chiama mai Lee. Dylan ti chiama Lee e tu ti trovi all'angolo di una strada a scorrere la rubrica del tuo c-pad, chiedendoti chi potrebbe essere ancora sveglio due ore prima dell'alba. Paul Carraway le ha detto: "devi avere una voragine dentro, se ti odi così tanto da non riuscire a stare sola con te stessa per cinque minuti". Una mattina si era svegliata e aveva sbirciato oltre lo spiraglio della porta che lui teneva sempre chiusa. "Nessuno entra nel mio studio". Era riuscita a vederlo seduto per terra, in contemplazione, con gli occhi pieni di terrore e lacrime e le mani aggrappate al whisky. "Se tu stai sempre solo, vuol dire che ti ami?". "Io non sono più qui da un pezzo". Non era riuscita a vedere ciò che contemplava. 

"E' un attimo. Oltre il bordo di un grattacielo, in un mare tempestoso, d'inverno. Un passo nel vuoto e sei fuori di qui. Il coraggio basta averlo per cinque secondi". 

 Lee stringe Reid di nuovo, lo sente crepitare come la carta al fuoco. Gli preme la fronte contro la sua, le mani contro le tempie, caricandosi del suo dolore per tutto il tempo che può. Reid si placa e rilassa. La carne di lei inizia a vibrare scossa dai tremori e dal malore, dall'annebbiamento del metadone che non funziona, dai peccati da espiare per dire di essere una brava persona. Dura poco e la lascia stremata. Prima di addormentarsi pensa a quanto coraggio devi avere per disintossicarti una volta ogni due mesi. A quali colpe sta espiando Reid. Pensa che forse ha ragione Paul, quando dice non c'è più colpa più grande di essere vivi, perché stai rubando vita a persone che la meritano più di te. Lo dicono le statistiche, sostiene Paul: solo su Horyzon ogni giorno muoiono trentaseimila persone al giorno. Ogni giorno devono morire trentaseimila persone solo su Horyzon. "Credi davvero -, le ha chiesto Paul, - credi davvero di meritare di vivere più di tutte quelle trentaseimila persone che sono morte oggi?". Non puoi discutere con le statistiche. Lee si addormenta, ma prima di addormentarsi si chiede se prima di morire abbiano avuto tutti qualcuno steso accanto a loro.

"Una cosa che non vuoi fare mai più in vita tua"
"Dormire in una casa vuota". 

mercoledì 12 marzo 2014

like a runaway


Stalingrad, Koroleva
maggio 2502

E' un maggio tiepido a Stalingrad: di notte le temperature non scendono sotto i due, tre grandi, e di giorno si riesce quasi ad arrivare ai quindici. Quando Elian scivola nella stanza di suo fratello Arkadi, di ritorno per pochi giorni di licenza dall'università militare di ingegneria di New Moscow, lo trova con il naso spinto nell'olografia sospesa a mezz'aria di un progetto che lo riempie di dubbi. Accetta ben volentieri la distrazione fornita da sua sorella: una ragazzina ancora sottile, con i capelli sistemati in un caschetto biondo di cui lei prova sempre a compromettere l'ordine. Ha il viso truccato, nonostante sappia benissimo che i loro genitori non approvino.

"Ti metterai nei guai", le dice debolmente, mentre la vede sganciare tutte le serrature della finestra che dà sulla scala antincendio.
"Kto zabotitsya" è la sua risposta spenta. Spinge il muso oltre la finestra, inspirando i cinque gradi regalati dalla serata.
"Dove vai?"
"In giro con degli amici. Mi dai le sigarette?"
Arkadi storce le labbra e poggia il busto contro lo schienale della sedia, che si piega appena all'indietro. Si guardano in faccia per un po', poi lui sospira, scuote il capo e si trae dalla tasca un pacchetto che le lancia. Lei lo prende al volo, lo apre, se ne sfila una. Le nazional popolari sono le uniche sigarette reperibili sul pianeta: la produzione di sigarette è un monopolio statale, come molte cose sul pianeta. Se la accende, il tabacco economico le brucia la gola. 
"Parti per il campo militare anche quest'anno, no?" le chiede lui, piano.
"Non lo so."
"L'anno scorso ti è durato una vita, mi sembrava di non vederti più". 
Elian sorride, soffia dalle narici, scuote la testa. Soffia nei polmoni altro fumo e quelli lo assorbono, disabituati. 
"Insomma - insiste Arkadi - sei tornata che avevi perso quante settimane di scuola?"
"Alcune"
"Perché? Che ti è successo?"
Elian scrolla le spalle, guarda oltre la finestra. "Niente".
"Alla tua scuola dicono che hai distrutto dell'attrezzatura militare e ti hanno tenuto lì finché Sergej non è riuscito a tirarti fuori"
"Che ne sai di quello che dicono a scuola?"
"Lo dice a Dimitri sua sorella"
"Credevo non fossi più in contatto con Dimitri".
Gli occhi chiari di Elian scintillano, Arkadi accusa il colpo e si contrae sul posto, fingendo un'indifferenza che gli è sempre uscita poco credibile. Lei lo lascia annaspare, riconquistandosi piano lo spazio vitale.
"Vitali lo sa?", chiede lui dopo un po'. Lei sorride, vuota come un bicchiere rovesciato.
"E' quello che sa sempre tutto, no?"
"Che ti è successo, 'Lian? Sei cambiata."
"Eto nepravda. Mi sono solo stancata di fingere"
"Fingere cosa?"
Elian ci pensa un attimo. Seduta su bordo della finestra, tira indietro il busto guardando l'asfalto nero del vicolo inghiottito dal buio, ancora vuoto.
"Che mi vada bene. Che tutto questo mi vada bene."
"Dovrai spiegarlo a Sergej" lui ride piano, scocca una freccia d'ironia la cui punta smussata si infrange contro il muro compatto che è sua sorella. Incrociarne lo sguardo lo sconquassa: vede un velo nero e insoddisfatto scenderle sugli occhi, coprirle il viso chiaro di acredine, chiuderle le spalle e inarcarle la schiena in avanti come se si stesse riducendo a un ammasso di ossa e pelle tutte avviluppate attorno al fegato e ai polmoni.
"Slushayte menya, Arkadi - scandisce con la voce che le è diventata improvvisamente più grigia - nostro padre potrebbe morire domani, e io non sprecherei una lacrima". 
Arkadi non dice niente. Boccheggia e annaspa alla ricerca di un appiglio che lo riconduca a sua sorella, ma davanti a sé trova soltanto un cuore che pompa sangue nero, avvelenato. Improvvisamente si rende conto che qualcosa si agita nel petto di Elian, la scava e la consuma, lasciandole addosso la macchia opaca del rancore.
"Che ti è successo, 'Lian?"; lo ripete a bassa voce, quasi tremando della pena che lo conquista.
Lei non risponde: il rumore di una macchina la distrae. Si sporge dalla finestra e vede il suo passaggio, appena arrivato. Fa un cenno e getta la sigaretta. 
"L'anno prossimo me ne vado - lo informa mentre scavalca il davanzale e pianta i piedi sul metallo leggero della scala antincendio - e giuro su Anastasia Koroleva: non mi vedrete mai più mettere piede a Stalingrad". 




Crawl on my belly til the sun goes down
I'll never wear your broken crown
I can take the rope and I can fuck it all the way
But in this twilight, our choices seal our fate.



domenica 2 marzo 2014

like a ghost


Building 84, Bruckner Borough
Capital City

Tutto iniziò a Xanto, quasi un decennio fa. Fino a quel momento la guerra nel Core aveva rappresentato solo razionamenti, sacrifici quotidiani, esercitazioni e coprifuoco. Il tramonto del sole, per la prima volta da secoli, rappresentava la cessazione di tutte le attività, di tutte le luci. Le brillanti, rumorose e illegali feste sul primo Building 84 erano nate in maniera spontanea. Combattevano la guerra a modo loro: i partecipanti non portavano fucili, ma erano armati contro la paura delle bombe, la paura della sconfitta, la paura del buio. I loro fari squarciavano la notte con la violenza con cui un proiettile scava nella carne. Il primo Building 84 crollò con il grande bombardamento. La pioggia di Sadrany.

Che la sua vita dovesse finire proprio dopo il precipizio di un Ottantaquattro era stata una scelta incoscientemente oculata. In quarant'anni di respiro in cui aveva conosciuto soltanto caos, c'era qualcosa di circolare e perfetto nel terminare i giochi con un volo di undici piani a braccia spalancate e ali rotte. Avrebbero dato la colpa a un mix di alcol e stupefacenti, ma in quella caduta di una manciata di milisecondi la verità sarebbe stata ovvia, almeno a lui: non aveva fatto tutte quelle scale a piedi, con il cuore che gli scoppiava nel petto, solo per la vista. Almeno in quell'ultimo atto di protesta non voleva essere pigro.

Si accese una sigaretta. L'antivento gli permise di passare le dita sulla fiamma, il tempo necessario per bruciarsi la pelle abbastanza da garantirsi la promessa di qualche ustione minore che non avrebbe mai avuto il tempo di germogliare. Neanche il fuoco sulla pelle riuscì a riscuoterlo dal torpore alcolico. La necessità si fece di nuovo impellente: pescò dall'interno della giacca la sua fiaschetta, mentre osservava il bordo del tetto a due metri di distanza. In piedi, ma incerto sulle proprie gambe, provò a trascinare un passo in avanti. Avvicinarsi di poco, spalancare le mani per far passare il vento tra le dita. Assaggiare l'infinito.

Alcune cose ti investono lo sguardo. Te lo riempiono e lo totalizzano, lo conquistano oltre ogni possibile distrazione: sono i crolli dei palazzi più alti, gli ospedali di guerra, i bambini molto piccoli che ridono.

Sono un sacco di cose ma non fu, quella volta, la figura annebbiata di una donna giovane, che entrò nel suo campo visivo con un filo di incertezza, un sorriso morbido e un'andatura che lui era perfettamente in grado di riconoscere come quella di una persona poco sobria. Lei lo guardò, poi si sporse oltre il limitare del tetto, le gambe attaccate a un muretto così basso che non le arrivava neanche alle ginocchia. Il vento le fece ribellare i capelli biondi a una treccia troppo lenta per reggere a quell'altezza.

"E' un bel salto" osservò, barcollando dietro il bordo.
"Attenta..."
"Quanti saranno, trenta metri? Trentacinque?"

Lui avanzò di pochissimo, ma non riuscì ad affiancarla: il vuoto dentro lo riempiva di vertigini precipitose, così violente da fargli girare la testa.

"Quaranta..." cercò di centrare la tasca interna della giacca con la fiaschetta, e prima di riuscirci dovette provarci almeno tre volte.
"Quaranta metri - lei gli spinse gli occhi azzurri contro il volto - è un attimo".

E' un attimo. Lui non pensava ad altro da mesi, ormai: è un attimo. Un passo senza asfalto sotto i piedi, è un attimo. Come quando sogni di cadere e ti risvegli di colpo, è un attimo. La caduta gli avrebbe spinto oltre i denti aria a sufficienza da fargli esplodere i polmoni, e per la prima volta in anni sarebbe riuscito a fare un respiro profondo, completo. Quindi fece altri due passi e allargò un braccio verso di lei, confuso dall'alcol, terrorizzato dal proprio scarso equilibrio e da quello di lei, identico. Soffiò imprecazioni tra i denti quando la vide scavalcare il muretto, sedercisi sopra e far pendere le gambe nel nulla.

"Ta ma de, you fuckin' crazy? Sono undici piani"
"Quaranta metri" osservò lei sporgendo il busto in avanti e sorridendo al quartiere di Bruckner, ai suoi piedi.
"Cadrai"
"Non sono io quella che vuole buttarsi".

Lui boccheggiò, si strofinò una mano contro la faccia e si morse una guancia con la foga di chi vuole bucarsela. Il ritmo delle percussioni era così distante, ma poteva sentirselo rimbombare nella calotta cranica come un battito stringente che esige una decisione. Andò avanti quasi a tentoni. Quasi a tentoni scavalcò il muretto e andò a sedersi accanto a lei, il vuoto davanti, le mani aggrappate ai morsi di cemento che gli si prestavano. Si sporse in avanti, gli girò la testa. Chiuse gli occhi e spinse il busto indietro, respirando a piedi polmoni. E' solo questione di coraggio. E' solo un attimo.

"Insomma, vivi qui vicino?"
Lui sbatté le palpebre. Ancora indeciso se la donna fosse un'allucinazione o meno, rispose a bocca impastata.
"Sì"
"Perché non so dove dormire stanotte, e se stanotte non torni a casa tanto vale che qualcuno la usi. Visto che tu... - fece un cenno leggero verso la strada buia, lontana - magari puoi darmi le chiavi?"

La logica era inappellabile. Sotto il cappotto tramandato di generazione in generazione, aveva le braccia costellate di buchi: ognuno valeva mezz'ora di paradiso e poi un inferno fitto alleviato dall'alcol e riscattato solo dalla dose successiva. Conosceva anche l'effetto dell'Oddity e sapeva quanto strana possa diventare la realtà quando sei ai suoi limiti - e lui era sul limite. Per cui non fece storie: prese le chiavi e le consegnò alla ragazza bionda. Lei ringraziò con un sorriso e se le mise in tasca. Dondolò i piedi nel vuoto e poi continuò.

"Solo che non so come arrivarci, è lontana? Se è lontana mi servirà un taxi per arrivarci. Ma non so come pagarlo. Non è che hai qualche soldo? A te non servono, no?"

Che non gli sarebbero serviti era vero. Seguì il filo del ragionamento, lo seguì fino alle tasche interne del proprio cappotto, dove trovò alcune banconote sgualcite. Gliele diede, lei le contò e annuì soddisfatta. Le fece sparire in una manica, in una tasca - a lui non importava, e comunque non sarebbe riuscito a vedere con precisione. Ogni cosa che guardava aveva la forma indefinita dei paesaggi che sfuggono dietro gli occhi dai finestrini di un treno in corsa. Guardò giù, poi guardò lei. Gli sorrise pacificamente, senza più richieste. Lui deglutì e guardò giù di nuovo. In una manciata di millisecondi l'asfalto si sarebbe fatto sempre più vicino fino ad abbracciarlo. Si sporse un po' di più, prendendosi un istante per selezionare con cura quello che sarebbe stato il suo ultimo ricordo.

"Che poi - il suono della voce di lei lo riacchiappò per la collottola e lo strattonò indietro, un secondo prima che abbandonasse il busto in avanti e si lasciasse trascinare verso il basso - non so nemmeno dov'è, casa tua."
Lui si voltò verso di lei, negli occhi verde acqua navigavano pupille liquide e dilatate, che riuscivano a percepire solo i contorni sfumati di un viso chiaro e una bocca rossa.
"Non sarebbe più logico che mi ci accompagnassi, e poi tornassi qui da solo?"
Ci pensò. Sarebbe stato più logico, ovviamente lo sarebbe stato. Mai una bomba era caduta su Capital City dall'alto, e il Building 48 sarebbe stato lì anche un'ora dopo. O il giorno dopo. O quando avrebbe finito di esaurire la logicità di quelle richieste. Guardò un'ultima vuoto la strada lontana, poi annuì. Scavalcò il muretto all'indietro. Poggiare i piedi per terra lo fece sentire insospettabilmente sollevato.
"Io sono Lee, comunque". Lei gli porse la mano, lui la guardò.
"Carraway - rispose lui, e gliela strinse. Era gelida. - Paul Carraway".