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giovedì 2 aprile 2015

like a flipping coin *


Aprile 2517
Orbita di Berishan.
- Non essere geloso.
Dylan spinse le labbra contro la sua spalla nuda, esausto. Gliela baciò e poi la morse, facendola ridere. Scosse il capo con fastidio quando lei intrecciò le dita nei suoi boccoli neri, cercando di nascondere quanto più il viso, nella speranza di non essere ai suoi occhi così atrocemente trasparente. Gliel'aveva detto, che non lo sarebbe stato.
- Non essere geloso.
Lui si voltò scocciato, lei lo riacchiappò prima che potesse mettere un solo piede per terra, ritrascinandogli le scapole sul cuscino bitorzoluto della brandina. L'ennesima brandina dell'ennesima cabina dell'ennesima nave cargo su cui si erano imbarcati, alla ricerca di una quindicenne prima, di una storia poi, di un uomo infine. Neanche Lee era sicura di cosa stesse cercando esattamente, ma la sua fede cieca la portava a credere che l'avrebbe trovato.
- Sei l'unica persona al mondo che oserebbe chiederlo, in una situazione del genere.
- Perché?
- Perché ti sto seguendo mentre giri come una trottola alla ricerca di un coglione con cui... con cui cosa? Devi passare il resto dei tuoi giorni? Non l'ho ancora capito.
Lei gli si infilò molestamente nel gomito.
- Il resto dei miei giorni lo passerò con te. 
- Certo.
- Davvero. Sei il mio migliore amico, il mio compagno, il mio collega, il mio complice. E non posso vivere senza te.
- E tu sei il mio breviario di frasi fatte.
- Sei anche il mio comico preferito.
- E lui?
Glielo chiese senza inquisizione nel tono, ma sperava di trovarla in difficoltà. Lei però sorrise con la dolcezza della rassegnazione buona - dell'accettazione.
- Lui è l'amore della mia vita.
- Quindi?
- Quindi potrei vivere senza di lui - ponderò lei - ma preferirei non farlo.

* * *

Aprile 2517
Afghana, Berishan

- You must be fucking kidding me.
Summer roteò gli occhi al cielo: non era la prima volta che quella ragazzina che giurava di essere sua madre strappava una reazione simile a un "vecchio amico". 

Paul Carraway si trasse gli occhiali da vista e li poggiò sulla scrivania della cattedra accanto a cui era in piedi. Di fronte a lui, ventidue quindicenni sgranarono gli occhi sorpresi dall'espressione tanto colorita del loro supplente di letteratura anglo-cinese.
- Vedi, - illustrò Lee, candidamente - questo è l'aspetto che ha una scuola del Core. 
Summer si sporse dalla porta, guardò i suoi coetanei e disse: bella merda
- Bella merda - concordò un ragazzino in seconda fila.
Paul, capacità di reazione compromessa da anni e anni di alcolismo, ci mise un po' a decidere di trascinare la vecchia amica fuori dall'aula, richiudendosi la porta alle spalle. Lee sorrideva con un'estasi eccitata e un'allegria che aveva più volte fatto chiedere a Summer se non avesse qualche lesione cerebrale.
- Plagi giovani menti adesso?
- Che diavolo ci fai qui?
- Scherzo: ho sempre pensato saresti stato un insegnante meraviglioso.
- Sei una cazzo di sociopatica del c--
- A che punto del programma siete? 
- Devi andare via.
- Gliela insegni la letteratura del Rim?
- Ta ma de Lee, sto vivendo a casa dei miei genitori - a quarant'anni, cazzo - e facendo questo lavoro di merda perché l'ultima volta che ti ho visto hai dato fuoco al mio appartamento. 
- E ha funzionato, no?
- Cosa?
- Hai una cera migliore dell'ultima volta.
Summer, assistito all'intero scambio, si spalmò una mano in faccia e iniziò a chiedersi che razza di gente l'avesse messa al mondo.
- Cosa vuoi?
- Salutarti.
- Cosa vuoi?
- Betts è in giro?
- In-- mi stai prendendo in giro?
- No. 
- Gray ha mollato tutto ed è andato a cercare te.
- E non ad Afghana?
- No.
Lee sospirò, oscillò lo sguardo su una Summer esausta. Paul, indotto a deviare l'attenzione, guardò anche lui la ragazzina.
- E questa chi è?
- Mia figlia, Summer Chernenko.
- Summer Hart - corresse lei.
- Ma quale Hart, non sei mica un'orfana.
- Non abbiamo ancora deciso se prenderò il vostro cognome. 
- Mica il nostro, il mio.
- Se prendo il cognome di qualcuno prendo Draznek.
- Nonsense. 
Paul osservò lo scambio assolutamente frastornato.
- Senti - riprese a parlare lui - ti do il contatto di Gray. Anzi, te lo chiamo, gli dico di venire qui. Basta che ti togli di mezzo.
- Oh, no, grazie, non serve: lo sto cercando.
- Ti dico che lo contatto...
- No, non hai capito: è una cosa che sto facendo.
- Cercarlo.
- Sì.
- Non ho capito.
- Che se è destino lo troverò, non serve che lo chiami.
- Mi prendi per il culo? - intervenne Summer indelicatamente - chiamalo e chiudi questa cazzo di storia.
- Ma tanto adesso andremo a Blackrock: confido di trovarlo lì.
- A Blackrock? Perché a Blackrock?
- Per l'Orinoco.
- L'oriche?
- Il fiume sotterraneo leggendario...
- Lee!
Paul alzò la voce, esasperato. Summer borbottò e se ne andò via scocciata, Lee gli rivolse invece un sorriso dolce, pieno di scuse volatili.
- Stai davvero bene.
Le spalle di Paul si arresero. Era la verità.
- Dai, vattene.
Lee si sporse e gli diede un bacio sulla guancia.
- Un giorno ripasso -, lo minacciò.



lunedì 8 dicembre 2014

like a chain-breaker, which is a gift and also the last thing I can do for you


Quando entra in punta di piedi dalla porta, Paul sta dormendo sul divano, in un cimitero di bottiglie, con dei residui di polvere color sabbia ancora raccolti in un cartoccio di carta stagnola quasi del tutto svuotato. Lei gli si avvicina in punta di piedi, raccoglie la siringa da per terra e la poggia sul tavolino, ordinatamente. Si china sulle caviglie al fianco del divano, e molto piano lo chiama. Paul, dice la prima volta. Paul, e gli sfiora il petto con le dita, assicurandosi che il cuore gli stia ancora battendo. Paul, scuotendolo appena. Quando lui si sveglia, la guarda come un'allucinazione. Lei sorride e ritira la mano, rimanendo accucciata alla sua altezza.
"Non ti vedo da una vita."
"I know. I'm sorry."
"Perché sei qui adesso?"
Ha la voce roca e non riesce neanche a finire la frase col poco fiato che ha nei polmoni. Si tira su, seduto, trascinandosi a fatica con le braccia aggrappate allo schienale del divano. Si poggia entrambe le mani sul viso, lo massaggia come se fosse capace di liberarsi, con quel gesto, del velo di infelicità caduto sulla sua vita anni prima. Paul Carraway ha un destino sfortunato, non per ciò che gli è successo, ma per come non è stato in grado di gestirlo senza frantumarsi. Ora, di lui, esistono solo i pezzi.
"Me ne vado per un po'. Volevo salutarti."
Lee Chernenko non ha mai sentito il bisogno di salutare Paul: ci mette quindi un attimo ad allarmarsi. Con il respiro affannato già di prima mattina, guarda le serrande da cui traspare qualche filo di luce solare sufficiente ad accecarlo. Impreca in due lingue diverse, molto piano. Non ha ancora razionalizzato cosa, ma è sicuro - se lo sente nello stomaco - che qualcosa non va. Le afferra il polso e le dice, ancora prima di pensarlo: non andare.

Lee ride, sorride. Le sopracciglia bionde spioventi indicano il disagio che viene tipicamente provocato dai bambini: quello con cui non puoi discutere. Lei gli poggia la mano sul viso, gli passa le dita nei capelli intricati. 
"Devo davvero andare, ho un volo da prendere. Poi ci rivediamo."
"You liar."
Lee cerca di sciogliere il polso dalla sua morsa, ma non ha successo. Lui rafforza la presa con un'energia che non credeva di avere, glielo torce fino a farle male. 
"Devo davvero andare", lei non sorride più.
"Gray?"
"Gray."
"Gray capirà?"
"Sì."
"Cazzate. E' quello che fai. E' quello che fai sempre."
Le piega il polso di lato. Lei stringe le labbra e i denti, ruota il busto accompagnando il suo movimento fino a poggiare un ginocchio per terra.
"Ci rovini e te ne vai."
"Non questa volta."
"Io non sono in grado di raccogliere i suoi pezzi."
"E io non posso più raccogliere i tuoi."
La lascia andare con una rabbia che gli si infila tra i denti. La spinge indietro, lei inciampa su una bottiglia, rischia di cadere. Torna dritta con un respiro profondo, ma la gola le si stringe in un nodo quando lo vede, lentamente, scivolare di nuovo steso sul divano. Vattene, le dice, fai quello che cazzo vuoi: vattene. 

Lei annuisce piano. Esce fuori dal suo campo visivo, lo lascia con un braccio piegato sul volto, l'altro a cercare qualche avanzo di whisky. Non gli permette di rendersi conto che imbocca la porta sbagliata: la cucina. E quando con la coda dell'occhio la vede raggiungere la porta del suo studio con una bottiglia rosa in mano, è troppo tardi perché riesca a fermarla. La raggiunge quando c'è ormai una chiave girata a separarli. Muove la maniglia freneticamente, batte con entrambe le mani sulla porta. Lee, apri, alterato. Apri, per favore, con la gentilezza dei disperati. Cazzo apri adesso, la rabbia gli fa tremare la voce.

Lei non apre. Esamina con attenzione il soffitto della stanza, poi passa gli occhi sui quadri che affollato tutte le pareti, che riposano poggiati contro il muro e il pavimento, fino a rendere la camera più piccola. Inizia a prenderli uno per uno, con energia risoluta. L'interactive paint le si muove sotto le dita, forse percepisce la sua decisione. Li ammucchia al centro della stanza, mentre Paul continua a battere sulla porta, a urlare. Il lavoro della sua vita racchiuso in quelle quattro mura sottili. Le cento sfaccettate rappresentazioni della sua unica ossessione, tinte con i colori dei suoi incubi, della sua autentica rovina. Lee Chernenko non lo ascolta neanche per un istante. Invece strappa il tappo dalla bottiglia di plastica e inizia a versare alcol sui quadri, sulle tele. Ne ispira l'odore a pieni polmoni, lascia che le faccia girare la testa. Paul prende a calci la porta, poi a spallate. A ogni botta geme di dolore: non ha il fisico per certi atti di eroismo. Ma in lui non c'è niente di eroico: piange come un ragazzino terrorizzato, come un animale in trappola. 
"Hai bisogno di uscire dalla tua testa, Paul."
Ha solo un vecchio zippo rovinato, quello che Dylan ha lasciato nell'appartamento prima di andare via per sempre. Sulla base c'è graffiata con un chiodo un'unica parola: acqua. Questa è l'acqua. Lee accende la fiamma, alza di nuovo gli occhi al soffitto controllando l'esatto posizionamento dei rilevatori di fumo. Deglutisce. Poi getta lo zippo tra le tele. Nell'alcol.

E' come accendere un razzo con una sigaretta: improvviso e impensato. Non si prende neanche un istante per guardare la pira crescere: apre la finestra e si butta sulla scala antincendio. La percorre a salti di tre scalini fino al primo piano. La sirena dell'allarme antincendio la sente dalla strada. 

Si tira il cappuccio del giaccone sul capo e raggiunge la macchina a testa bassa, mentre i primi residenti allarmati escono fuori dal palazzo e cercano di capire da dove provenga il fumo. Lei vorrebbe fermarsi, aspettare di vedere anche Paul uscire fuori dal palazzo: vederlo superare il test della sopravvivenza, lasciare le ossessioni bruciare o bruciare insieme a loro. Ma non aspetta. 

Accende il motore, invece. Esce dal parcheggio in retromarcia e va via. 



martedì 18 novembre 2014

like an exit strategy


Dorme. Dorme? Non ne è mai veramente sicura. Forse finge per non farla preoccupare. Gli poggia l'orecchio sul petto per sentire se il cuore e il respiro vanno lenti e a fondo come quando qualcuno dorme. Ma continua a non esserne sicura, allora perde un po' di tempo a tracciargli sentieri tra le cicatrici. Ne esplora uno nuovo ogni volta che riescono a vedersi, a strappare ai rispettivi agenti di scorta due ore nello stesso angolo di città. E' una città così piccola, pensa Lee, che è assurdo che non si incontrino in giro più spesso. Non che lei possa andarci così tanto, in giro. Quando è sicura che dorma (ma non lo è mai) scivola via dal letto, si mette addosso un maglione ed esce sul balcone a fumare. Winston la guarda con le orecchie abbassate. E' troppo vecchio per uscire con questo freddo.

E' sicuro di averlo intravisto in strada, qualche giorno prima. Saperlo a un tiro di schioppo da dove è lei la rende più inquieta di sapere la sua vita in pericolo, Hall Point sulle sue tracce. Per Hall Point ha un piano, più o meno. Ha schematizzato a vari livelli la gravità della merda che potrebbe pioverle addosso da un momento all'altro, e per ogni livello ha un'exit strategy. Se casa sua salta come posto sicuro, ha il monolocale di Dylan che ha continuato a pagare dopo la sua scomparsa. Se provano a rapirla e falliscono, ha individuato almeno cinque safe houses in cui può rifugiarsi nell'emergenza. Se viene ferita, può farsi curare al Blue Sun General Hospital, mettere una scorta fuori dalla porta, avere Zoey vicino. Se la Flotta viene infiltrata, chiederà ad Aguilar e a Drake di portarla fuori da Horyzon, su Meili. Da Meili partirà per Clackline, dove chiederà ai Cordier ospitalità e discrezione, e se la rifiuteranno si cambierà temporaneamente faccia e andrà in un pianeta devastato dalla guerra in cui Hall Point non possa avere affari - Shadetrack, forse, o forse addirittura Hera -. A Hera potrebbe forse riuscire a ritrovare anche 'Bastienne, addirittura Hilda, chiedere a loro asilo, aiuto, in cambio di due braccia in più per ricostruire. E se invece Hall Point la catturerà: ha un piano anche per quello. Uno scambio anche per quello. Lee Chernenko è una persona orgogliosa, ma il suo orgoglio non l'ha mai fatta rinunciare alla vita. Non le ha mai impedito di lottare per la vita.

Fa freddo, al quindicesimo piano fa ancora più freddo. Tutti gli appartamenti in cui ha vissuto se li è scelti per la vista: da quello su cui sta adesso può vedere gli altissimi palazzi di Dogtown, a dieci miglia a nord, e gli altissimi palazzi del centro di Capital City, lontani a sud. Quindici piani sono pochi, a confronto. Erano pochi anche i piani del palazzo a Saigon Drive, erano pochi i piani del Building 84 su cui trovò arrampicato Paul Carraway la prima volta e quelli di casa sua su Prospect Boulevard. Però avevano tutti un'ottima vista.

I Cordier prenderebbero mai uno sconosciuto in casa, e Gray sarebbe mai in grado di vivere con degli schiavi? 'Bastienne non gli permetterebbe di varcare la porta di casa sua, Hilda gli sparerebbe in mezzo agli occhi come ha fatto con ogni Corer che ha conosciuto in vita sua. E comunque né su Hera né su Shadetrack riuscirebbe mai a trovare gli analgesici che manda giù come caramelle, né su qualsiasi pianeta del Rim, per quello che vale. Lee consegna la sigaretta al vento e rientra in casa, raggiungendo i piedi del divano-letto su cui l'ha lasciato. E' solo un uomo, pensa. Di carne e sangue, di spalle larghe e ossa fragili. Addormentato, le sembra infinitamente piccolo. Così piccolo che potrebbe chiuderlo in un palmo. Apre la mano davanti al proprio volto, a braccio teso, lasciandosi ingannare dalla prospettiva.

Ha pianificato un'exit strategy, ma l'ha pianificata per uno soltanto, e la consapevolezza non la lascia dormire la notte: sa che lui di exit strategy non ne ha. Le ha già detto che non ha intenzione di infilarsi nell'ennesimo programma di protezione testimoni, vada come vada. Se così non fosse l'avrebbe probabilmente già lasciato con un bacio nel sonno e una dichiarazione d'amore e d'addio infilata sotto il cuscino. Dichiarazioni d'amore e d'addio: le sa scrivere, ne ha già scritte. Ce le ha tutte Harvey Morgan nascoste in un'unità di memoria.

Nessun addio: adesso è qui, inchiodata, e non può andare da nessuna parte. Forse al matrimonio di Zoey, forse un weekend a Corona, forse in un'altra casa per sfuggire a Jozef Draznek che la cerca per farle domande a cui non sa rispondere, perché la verità è che non ha mai cercato le risposte, anche se il contatto dell'agenzia se l'è sempre portata dietro, da quando l'ha cercato l'ultima volta che è andata a Koroleva prima dell'inizio della guerra. La Grande Guerra. L'agenzia.

In punta di piedi - lenta, lentissima per non svegliarlo - scava nel fondo di uno degli armadi fino a trovare una scatola da scarpe consumata dal tempo. Nella penombra di una distante illuminazione stradale, la apre. Ci sono due anelli di fidanzamento. Il più recente - quello che le regalò Yahn Fharsen - è il più lontano nella sua coscienza. Il secondo se lo prova all'anulare sinistro. Sorride dell'ingenuità di se stessa sedicenne, che riusciva a vedersi così: con un anello al dito. Lo ripone. Cerca ancora, fino a trovare il biglietto dell'agenzia. Se lo rigira tra le dita, il contatto lo sa a memoria. Forse dovrebbe nasconderlo meglio. Forse dovrebbe bruciarlo.

Gray geme nel sonno: il dolore presto lo sveglierà, come ogni notte. Lee si affretta a richiudere tutto, riporlo con l'ansia con cui si ripongono i segreti. Torna verso di lui e lo guarda mentre lui schiude gli occhi, cerca per terra le sue pillole.

"Te le ho nascoste", gli dice la guancia pizzicata da un sorriso furfante.
"You lil' scamp", risponde lui, trascinandosela addosso.


sabato 9 agosto 2014

like denial, but believe me, it's not


Paul mi ha aperto la porta.

Paul non mi apre mai la porta; mi lascia piuttosto suonare al suo citofono, e poi bussare appena sopra la serratura, e poi ormai non insisto neanche perché ho la copia delle chiavi e ogni volta che ho veramente bisogno di vederlo perché sento che ha veramente bisogno di vedere me uso la chiave e di solito è così ubriaco che non se ne rende conto e quelle poche volte che chiede conto gli dico: era aperta, e lui ci crede, il ché mi ha sempre fatto pensare che lasciare la porta aperta per lui sia accettabile e che un giorno gli entrerà qualcuno in casa che non sono io. Oggi, comunque, è una notte diversa dalle solite, perché quando mi viene ad aprire è sgualcito come è sempre ma non barcolla troppo, e forse barcollo più io che ho bevuto due scotch doppi e una birra tutti troppo velocemente, e se non li avessi bevuti troppo velocemente forse adesso barcollerei di meno, ma forse è anche colpa delle scarpe, insomma, può essere. Lui ha la camicia con solo due bottoni allacciati e addosso gli intravedo un'ustione di quella volta in cui vide una donna al rogo e provò a salvarla, ma lui non me l'ha mai raccontato, l'ho letto perché un delle prime cose che scrisse per il pubblico fu il racconto di quella volta che capì che il Rim aveva bisogno di essere salvato da se stesso perché altrimenti avrebbero bruciato tutte le donne, per cominciare, e poi avrebbero continuato a bruciarsi a vicenda finché non sarebbe più rimasto niente, e ora ci penso perché ce l'ho inchiodato in testa, e forse sono venuta a dirgli che il Rim dovevano lasciarlo in pace e che ora se l'avessero lasciato in pace non ci sarebbe stato nessun attentato e io la notte potrei dormire bene e chiamare Dylan, che è una cosa che non faccio da molto tempo: dormire bene.

Paul però la colpa ce l'ha già incisa addosso, certe cose io le capisco. Certe cose io le capisco e non me l'hanno insegnate. Mio fratello grande mi ha insegnato come scovare le bugie sulla faccia delle persone, ma l'ha fatto bene e l'ha fatto tutelandosi come ti tuteli con i nemici, così oggi so dire se uno mente o no e so dirlo di chiunque, ma non di mio fratello grande, perché mio fratello ha la pelle d'osso come le testuggini e ti servirebbe uno scalpello molto appuntito e un martello molto pesante per riuscire ad aprire una breccia in quella sua fronte alta e bianca, con i capelli sempre ordinati, gliela vorrei aprire per vedere se escono ragni e vermi oppure se ci trovo farfalle e raggi di luce, se c'è un po' di luce, in Vitali. Come fai credere alla gente di essere una di loro anche se non lo sei invece me lo hanno insegnato al campo militare estivo di Novgorod, e mi hanno insegnato bene a parlare e a comportarmi e a capire come si comportano e a comportarmi come loro ma la verità è che mi insegnavano come non essere una di quelli né una di questi, e quando dico di questi intendo i koroleviti e quelli sono quelli che non sono koroleviti, e quindi sono rimasta sospesa in questo limbo in cui non appartengo a nessuno, e me l'hanno insegnato anno dopo anno, tutti gli anni, tranne quando avevo sedici anni e dovevo farne diciassette e invece di andare a Novgorod sono andata a Sovietsk, tutta a sud, e a Sovietsk era tiepido e si sentiva l'odore del mare di zucchero, lo chiamavo così, il mare di zucchero perché era grande come un mare ma era di acqua dolce, e non ci ho mai fatto il bagno, e quando poi me ne sono andata perché mi era passata la tristezza mi sono detta: avrei dovuto fare il bagno nel mare di zucchero, e la tristezza non mi era davvero passata, comunque, in verità non mi è passata mai, anche se dicevano un mese forse, massimo due, e ora sono passati quindici anni.

Ma a capire le persone ho imparato da sola. Deve essere il motivo per cui ogni tanto sbaglio: nessuno mi ha mai corretto, a parte Marshall Lee, e babcia diceva sempre che dobbiamo ringraziare quelli che ci correggono, tranne Sergej, diceva Sergej no, e se litigavano quando lui ci correggeva e ci diceva di chiamarla babushka, e poi diceva a nostra madre che babcia Ròza ci imbastardiva il linguaggio con tutto il suo parlare polskie, finché a un certo punto andare a trovarla diventò proibito e i miei fratelli se la dimenticarono, e le mie sorelle non se l'erano mai veramente ricordata, ma io no davvero, io la ricordo bene. Anche Paul mi corregge, ogni tanto, quando pensa che io abbia torto, ma la cosa tra Paul e me è che non c'è mai davvero un modo per capire chi ha torto, e forse solo il tempo ce lo dirà. A Paul non glielo dico spesso ma il tempo forse lo dirà a me, dico forse perché è un mestiere di emozioni forti, il mio, ma non credo che a lui dirà niente, credo che Paul morirà presto e con tante domande senza risposta, senza aver risolto niente nella sua vita, e quando entro in casa sua e vedo sistemato sul tavolino la carta stagnola chiusa a cappuccio e il cucchiaino col fondo annerito e tutto il resto e lui che neanche lo nasconde, lui che neanche si vergogna, allora so che è proprio così, e mi chiedo se col suo cuore debole e le pillole che non prende mai anche se dovrebbe, mi chiedo allora come fa ad essere ancora vivo, e penso che in fondo il fatto che non abbia ancora dovuto trovare i soldi per fargli il funerale è un miracolo, la vita di Paul è un miracolo che chissà quanto dura, e va bene così.

Mi tolgo le scarpe per non disturbare la signora Gupta, di sotto. Suo marito è morto nell'ultima guerra e lei si è ritrovata da sola con due figli, che ognuno ne parla come se fosse quella la tragedia, ma io non penso che rimanere sola con i tuoi figli sia una tragedia perché se hai l'opportunità e la testa di crescerli bene, i tuoi figli, quelli sono una cosa che rimarranno sempre tua, non importa dove andranno o che vorranno fare, la vera tragedia è che ti eri immaginata tutta una vita in un certo modo e poi quel certo modo non ha più le basi, come per dire: tuo marito muore, e tu te l'eri immaginata la vita con tuo marito, e anche questo non sarebbe mai accaduto se aveste lasciato il Rim in pace, voglio dire a Paul, potrei camminare con le scarpe ai piedi in casa tua, ma non lo dico e invece mi siedo sul divano accanto a lui, sarebbe più giusto dire che ci lasciamo cadere sul divano, quasi allo stesso tempo, quasi in sincronia, che se c'è una cosa che non mi è mai capitato di essere con Paul è in sincronia. E lo vedo guardare il suo laccio emostatico e il suo cartoccio di stagnola e li guarda senza passione, con rassegnazione, con tutta questa tristezza grandissima al centro del petto che mi fa venir voglia di piangere, e vorrei chiedergli cosa posso fare per te? Come posso fare in modo che avere me nella tua vita sia qualcosa di buono? Una volta l'ho allontanato dal bordo di un tetto, Paul, ma ogni volta che lo vedo mi sembra abbia già fatto altri cento salti nel vuoto mentre io non guardavo, e un po' me e vergogno ma spesso penso che non vorrei essere Paul per niente al mondo. Altre persone sì ma Paul no, altre persone sì per curiosità, non perché sono infelice, non sono infelice, ho le mie cose e i miei amori e i miei progetti che traballano, e non sono infelice. Per esempio a volte vorrei essere Bettie per capire com'è sentire di appartenere a qualcuno e sentire che qualcuno è tuo soltanto; altre volte vorrei essere Winston perché è sempre così calmo e la vita di un cane deve essere solo affetto e attesa e non importa quanti bastoni incontri perché quando incontri la carezza poi la riconosci e ti addomestica, e da una bestia torni ad essere un cane, e ad amare chi ti dà da mangiare, e basta. 

Ma non vorrei mai essere Paul. Quando mi siedo accanto a lui ed è così triste e così arrabbiato vorrei guarirgli la tristezza e la rabbia anche se poi vuol dire sfogarla su di me, gliela farei sfogare. E poi prenderei tutte le cose buone che ho dentro, le coglierei come i semi e proverei a piantarle nel buco nero che ha al centro del petto, perché il buco nero che ha nel petto Paul ogni volta che mi ci affaccio mi fa girare la testa così forte che mi viene da cadere, e così con con Owen, anche Owen ha un buco dentro e ci ho messo un po' perché quando ballavo non me ne rendevo conto e dopo aver ballato ero troppo ubriaca di felicità e di scotch per farci attenzione ma quando ci ho fatto attenzione gli ho visto dentro questa fame che ho pensato che mi avrebbe staccato la pelle a morsi per vedere cosa c'era dentro, e mi è girata la testa e mi ha fatto paura e ho pensato di uscire e scappare perché quel tipo di cose sono fameliche come i lupi di Shadetrack quando non c'era più niente da mangiare e uscivano fuori per azzannare le persone, e io avevo paura che Owen avrebbe azzannato me. Ma invece di scappare sono rimasta, perché ho questa malattia, perché se vedo il vuoto mi stacco i semi da dentro e li pianto e aspetto che cresca qualcosa, e non so ancora come piantare semi nel vuoto di Owen, ma se ci riesco qualcosa dovrà crescere e lui sarà felice e non conoscerà più rabbia e non conoscerà più fame e io non avrò più paura che mi stacchi la carne a morsi e l'ho baciato per quello, per vedergli addosso qualcos'altro e potergli dire sei bello con qualcos'altro addosso ma non sono sicura di averlo visto, quindi cercherò ancora.

A Paul dico che mi dispiace per quello che gli è successo, e non gliel'ho mai detto. Glielo dico piano, due volte, la prima perché capisca che sto parlando e la seconda perché capisca quello che sto dicendo. Mi dispiace per quello che è successo a tutti noi, alla nostra generazione, perché abbiamo visto la guerra e combattuto la guerra ognuno con le sue armi e avevamo vent'anni avevamo tutti quanti vent'anni quando abbiamo dovuto imparare che la gente muore e anche i giovani muoiono e che c'è un intero universo che può esserti nemico e vuole ucciderti e l'abbiamo imparato a vent'anni anche quelli che vent'anni non ce li avevano, lo abbiamo imparato, ma io l'ho imparato e poi ho passato tutti questi anni a scordarmelo finché non me l'ha ricordato Marshall Lee, che cammina a Capital City e profumava di Bullfinch e di cose giuste finché non ha iniziato ad avere l'odore di una cosa sbagliata perché nessuno dovrebbe amare così una persona che ti ha causato tutto questo dolore ma a me non importa, gliel'ho detto che a me va bene, a me basta, e volevo prendergli la testa di nuovo e baciargli gli occhi senza superstizione e dirgli che i miei sentimenti sono miei e ho il diritto di provarli e che se lui per me è mio fratello più di mio fratello di sangue io ho il diritto di crederlo anche se non lo dirò a nessuno, solo a lui, perché nessuno capirebbe dopo tutto questo tempo e direbbe che sono pazza, ma io lo so e lui lo sa e anche se so che per lui non sono la cosa più importante so però che sono una cosa importante e che se fossimo solo lui e io morirebbe per me, e io gliel'ho detto guardandolo negli occhi che va bene e che mi basta, anche se è un segreto. Se Marshall Lee è la cosa più importante per me, io non lo so. So che è una cosa importante e va bene, e mi basta. Funziona così.

E proprio mentre penso a queste cose, mentre penso a Marshall Lee, mentre penso a Bettie e penso anche a Lucas e a questi uomini mangiati dal dolore, che il dolore se li porta e se li divora da dentro fino a consumarli, finché non si piegano così tanto dal male che provano che si restringono e diventano piccoli così, solo ossa e pelle e dolore, mentre penso a questi uomini che il dolore mi porterà via, Paul mi prende la mano e me la bacia, e non l'ha mai fatto, e mentre lo guardo come se fosse qualcun'altro mi dice: mi dispiace per quello che ti è successo, e non me l'ha mai detto, mai. Io penso a Lucy Anne che ruba il parcheggio agli altri e al rossetto che per scriverle sul parabrezza l'ho rovinato, e penso che le ho scritto a lettere grandi e senza tutti gli spazi e i segni "FORGIVE U EVEN AFTER ALL YOUVE DONE" e che volevo che sapesse che io sono questa persona qui, che la perdono di avermi fatto l'agguato al portone del palazzo con i fucili ad acqua e perdono Lee di avermi ingannata e perdono mia madre che aveva capito chi ero e non le è importato e mio padre per avermi impedito di rivedere babcia Ròza finché non è morta e Dylan di essere andato via quando gli ho chiesto di restare lo perdono e perdono mio fratello grande per essere venuto a Sovietsk con me ed essersene andato prima che mi passasse la tristezza e perdono Jozef per non aver combattuto per noi e perdono Paul e la sua disperazione e proprio mentre penso a Paul e alla sua disperazione, Paul mi fa una carezza sulla guancia e capisco che questa notte sono venuta da Paul perché avevo bisogno di lui, e che l'unico modo per salvarlo è dirgli che sono io ad avere bisogno di lui e non il contrario, e questa notte lui l'ha già capito, e va bene e mi basta, funziona così. 



mercoledì 18 giugno 2014

like this pain that I own




Il cortex pad di Paul Carraway non si trova mai nel primo posto in cui allunga le mani alla cieca. Mentre squilla rumorosamente, lo cerca a tentoni nella speranza di farlo smettere. I tentativi lo portano a rotolare giù dal divano, atterrare sopra una bottiglia che non si spacca per miracolo, sbattere il gomito contro il bordo del tavolino e poi finalmente, abbandonato sul tappeto, trovare il dispositivo e rispondere.
- Sto bene, sono vivo. Smetti di chiamarmi.
- Non chiamo per te.
- Perché chiami me, allora?
- Ho bisogno che tu venga qui.
- C'è il fottuto caos qua fuori.
- Gray non sta bene, non so come farlo stare meglio. Ho bisogno che tu venga qua.
- A fare cosa?
- Che cazzo, Paul. Vieni e basta.
Fine conversazione. Paul impreca volgarmente in un cinese tutto aperto tipico di Berishan. Poi, con le ginocchia di gomma, si alza in piedi e, oscillando pericolosamente, raggiunge la finestra che dà sulla strada. Troppi piani più in basso, un cassonetto a cui è stato dato fuoco getta fumo nero dopo l'estinzione delle fiamme. Paul impreca un altro po'. Poi, senza darsi una ripulita, si infila le scarpe ed esce.

* * *

- Non ho capito.
Paul affonda il naso nel caffè bollente che Lee gli ha preparato sperando di togliergli un po' di nebbia dal cervello.
- Era lì, il bambino gli è morto tra le braccia per le ustioni. Non ha chiuso praticamente occhio. Non parla e non mangia. Sono preoccupata.
- E io che c'entro?
Lee assottiglia lo sguardo come se dovesse trafiggergli la faccia da parte a parte della testa.
- Sei suo amico, parlagli. Prova a farlo sentire meglio.
- Yeah, sure, but... why me?
- Ci sei già passato, no?
A Paul gira improvvisamente la testa. La oscilla pesantemente regalando alla donna che ha di fronte un sorriso rarefatto, estraneo.
- Per dirgli cosa?
- Che ci sei già passato. Che andrà meglio. Che a un certo punto se ne esce.
- E ti sembra che io ne sia uscito, Lee?
Lei lo guarda con uno sguardo incredibilmente privo di pietà, per i suoi standard. Non dice niente.
- Sei arrabbiata con me?
- Pensavi che non lo fossi?
- Perché?
- Secondo te perché? E' la prima volta che ti vedo da mesi.
- Ho avuto da fare.
- Così tanto da fare da non venirmi neanche a trovare in ospedale. O mandarmi un messaggio per chiedermi come stavo. O un mazzo di fiori di buon augurio.
- Ti sembro davvero il tipo che manda fiori?
- Non mi sembri nessun tipo. Onestamente, da un po' di tempo a questa parte, mi sembri a stento una persona.
- Sei arrabbiata.
- Sono solo delusa.
Paul soffia tra i denti sarcasmo ed esasperazione. Si tira indietro sulla poltrona e volta il capo da un'altra parte.
- Non ho niente di consolatorio da dirgli.
- Allora inventalo. Non mi interessa. Basta che lo tiri fuori da come sta adesso.
Paul scuote il capo, non dice nulla. Dopo un po', sotto lo sguardo severo di Lee Chernenko, si alza e va nella stanza da letto di Sebastian.

* * *

Lo trova con le gambe premute contro la balaustra troppo bassa del balcone, con uno sguardo vacuo ed esausto fisso su un angolo imprecisato di orizzonte. Si mette accanto a lui, accende una sigaretta e gliela passa. Quando Sebastian non la prende, se la tiene semplicemente per sé. Rimangono in silenzio per un bel po'. 
- Lee mi ha mandato a dirti che andrà tutto bene e che lo so perché ci sono passato. A quanto pare sono l'unica persona che conosce che ha visto qualcuno bruciare vivo.
Sebastian sospira profondamente. Continua a fissare il quadro.
- Allora dimmelo e vattene.
- Che il tempo guarisce ogni ferita, che passerà ogni cosa, che presto o tardi diventerà solo un pessimo trauma dimenticato.
- Davvero?
Sebastian ruota il capo. Spinge su Paul degli occhi spenti. Il fu 'versalista deglutisce fumo.
- No.
- I guessed that. 
Non dice niente per un po'. Sebastian non crede che dirà altro. Poi, per qualche motivo, decide di continuare.
- This is it, Gray. Ognuno prima o poi incontra quel qualcosa che lo ammazzerà, a un certo punto. Ti si infilerà sotto la pelle e ti crescerà dentro come un cancro. Finché non riuscirai più a dormire senza stordirti di sostanze e finché non avrà finito di mangiarti vivo. Sarà un continuo di terapie, tentativi di scendere a patti con te stesso, tentativi di manovrare oblii per scordartene. Ma non te ne scordi. Col tempo peggiora. Finché non diventi la carcassa della persona che dovresti essere e aspetti che i vermi facciano il loro lavoro. Sarebbe più pietoso procurarsi una pistola e spararsi in bocca.
Sebastian schiude le labbra, crucciato, svuotato.
- E' questo il tuo consiglio? Spararsi in bocca?
- Mi hai chiesto la verità.
- No, non te l'ho chiesta.
Paul si stringe nelle spalle. Scrolla la cenere nel palmo raccolto della mano sinistra.
- Ora dovresti toglierti dai coglioni, Paul. In questa casa abbiamo sufficienti problemi per conto nostro.
Paul annuisce molto piano e inspira molto forte. Si guarda la cenere sul palmo della mano. Poi, in un movimento brusco e impetuoso, si alza dal letto ed esce dalla stanza.

* * *

Paul e Lee si incontrano all'ascensore: lui vuole entrare, per scendere al piano terra, e lei sta uscendo con le buste della spesa appesa alle mani, pronta a rientrare in casa. 
- Cosa è successo?
- Togliti.
- Cosa è successo?
Paul (per qualche motivo esausto, per qualche motivo in collera) volta le spalle con uno strattone dei muscoli e, aprendo la porta di servizio con una spallata, imbocca le scale. Lee lascia la spesa sul pianerottolo e gli corre dietro.
- Che gli hai detto?
- La verità.
- Gli hai detto che starà bene?
- Gli ho detto che non starà mai più bene  in vita sua.
Lee gli tiene dietro, in discesa. E' più agile di lui, per cui non ha problemi a saltare un paio di gradini e frapporsi tra lui e la linea retta verso il basso, impedendogli così di andare avanti.
- What the hell is wrong with you?
- What the hell is wrong with me? What the hell is wrong with you!
Paul alza la voce senza rendersene conto. Prova ad aggirarla, superarla, ma lei tende i muscoli e lo respinge indietro, senza permetterglielo. Alza la voce anche lei, con gli occhi pieni di confusione e frustrazione. 
- Perché sei così? Perché non puoi fare mai una cosa buona per qualcuno? Era una cosa semplice.
- Era una bugia.
- Era una cosa semplice!
- E' una cosa inutile. Tu sei inutile. Tu e le belle speranze, e le tue corse per aggiustare le cose, e tutti i tarli che hai in testa. Sei tu che sei malata. Le persone non sono motori, tubi, mobili. Quando si rompono rimangono rotte. Non rimetti insieme i pezzi. Non funziona così.
- Non ha funzionato con te perché non vuoi che funzioni. Non vuoi che le cose migliorino.
- E con te come va? Con te sta funzionando? 
Paul butta il proprio peso in avanti per scendere due gradini. Lee scivola indietro di due gradini prima di ritrovare stabilità e dargli una spallata. Lo guarda dal basso verso l'alto.
- Come dormi la notte, Lee? Li hai rimessi insieme i pezzi?
- E' ancora troppo presto.
- No. E' solo troppo tardi. Quando ti spezzi ti spezzi e diventi merce danneggiata. E lo sei anche tu. Non me ne frega un cazzo se te ne vai in giro a distribuire coriandoli e buoni sentimenti: lo fai perché c'è qualcosa che non va in te. Lo fai perché ti sei messa in testa di dover dimostrare di non essere come tuo padre, lo fai perché sentirti una martire ti fa stare bene. Lo fai perché hai il costante bisogno della validazione degli altri, perché sei insicura e con la testa fottuta e insoddisfatta, e ambiziosa, ed egoista tanto quanto chiunque altro.
- Smettila.
- Ogni cosa riguarda te, ogni tragedia degli altri diventa tua, la fai tua, perché magari pensi di starti aggiudicando un pezzo di paradiso o una rinascita fortunata, magari pensi di essere incredibilmente altruista a condividere questi pesi, ad alleggerirli agli altri. Ma conoscere te è un inferno, Lee, è un inferno che si consuma a ore di inadeguatezza e frustrazione e terrore di non essere all'altezza del tuo affetto e del tuo impegno, e si va avanti a forza costretti a stare bene per la tua felicità. E' una prova costante e io ho finito di partecipare, perché ognuno ha diritto al proprio dolore fino all'ultimo pezzo, e perché non devo dimostrarti niente, e non ti devo niente, e mi devi lasciare in pace.
- Ti ho salvato la vita.
- E giuro su Dio che non ti perdonerò mai per averlo fatto. 
L'ultima spinta in avanti ottiene l'effetto di farla volare qualche scalino all'indietro e farle sbattere una spalla contro un angolo, ma perlomeno Paul riesce a liberarsi. Lanciato come un proiettile, prosegue le scale di corsa, mentre lei si rialza e si affaccia sull'androne quadrato e stretto. Schiude le labbra per urlargli dietro qualcosa di velenoso, ma si scopre la bocca secca e il palato vuoto.

* * *

Paul torna a casa tardi, barcollante, dopo aver passato il resto della serata a ubriacarsi al Corner. Come sempre, la prima cosa che fa rientrato a casa è togliersi le scarpe. Come sempre, la seconda cosa che fa rientrato a casa è versarsi un whisky. E' il whisky elegante, quello lì: il primo è l'unico che beve da un bicchiere piuttosto che direttamente dalla bottiglia. La bottiglia, appunto, la prende per il collo. Butta giù alcol ruvido e, mentre il fegato gli si erode lentamente, prende coraggio e supera la porta perennemente chiusa a chiave del suo "studio artistico". Accende la luce. L'odore di Interactive Paint gli si infila nelle narici e gli raggiunge il cervello confuso. Ci sono almeno quindici diversi quadri di tutte le dimensioni. Li scopre uno a uno togliendo i teli che li celano con la fretta brusca di chi ha ancora poco tempo con le piante dei piedi per terra. Ognuno è fatto con una combinazione diversa di Interactive Paint: ci sono i quadri con le vernici più dinamiche, che si spostano con più facilità. Ci sono quelli che usano misture più brillanti, mischiate con micro-cristalli che colgono meglio la luce e la rielaborano in modi più originali. Qualsiasi combinazione possibile, qualsiasi alternativa, qualsiasi possibilità, Paul ci ha affondato le mani fino ai polsi, l'ha raccolta nei palmi e l'ha premuta sulle tele sensibili e ha sperato di ottenere risultati diversi.

La diversità, del resto, è la caratteristica delle tecno-vernici di cui detiene la paternità. La rivoluzione dell'arte contemporanea. Mettiti davanti a un quadro e il quadro ti guarderà e cambierà. Quando il quadro guarderà qualcun'altro, cambierà di nuovo. Mai due quadri uguali, mai due colori uguali. Per Anya ogni cosa si colorava di blu e di elettricità, di colori freddi e mari in tempesta. 

Paul gira su se stesso mentre il grigio neutro dell'Interactive Paint si muove, si illumina, cambia. Uno dopo l'altro, ogni singolo quadro legge la sua presenza e la rispecchia. La stanza si accende centimetro dopo centimetro di lingue verdi e gialle, di un rosso bollente che crepita dei granuli di cui è composto proprio come se bruciasse. Gli occhi di Paul si riempiono di panico rassegnato, di un'ansia senza confine, disperata.

Nel suo lavoro, Paul Carraway rivive i suoi peggiori incubi. La sua arte gli guarda dentro, e sul fondo della voragine che ha al posto del petto trova solo fuoco.


sabato 14 giugno 2014

like I could actually believe it's been my fault all along


Capital City
Giugno 2516

Rachel Taylor ha appena compiuto trentacinque anni. Il suo compagno ha insistito perché dormissero nel suo misero monolocale, nonostante casa sua si trovi in un quartiere migliore e sia senz'altro più spaziosa. Superata la porta le ha fatto trovare, sul minuscolo ma pittoresco terrazzino, una cena al lume di candela e un regalo costoso. Dopo aver parlato di molte cose (Rachel e il suo compagno hanno sempre molte cose di cui parlare) hanno lavato i piatti e poi fatto l'amore. Adesso, stesi sul letto a muro, guardano le luci della strada che filtrano fin sul soffitto, creando ombre sfuggenti.
- Se non me ne vado, domani dovrò andare al lavoro con i vestiti di stasera.
Rachel lo dice sorridendo, con poca voglia. E' una donna che ha angoli negli occhi, fianchi pieni, capelli neri e una voce calda e calma. Nella sua vita ogni cosa ha un posto, un tempo. Dylan riesce a vederlo nei ritagli di tempo, ma non gli dispiace: il lavoro tiene molto occupati entrambi, e ha sempre pensato che l'unica cosa in grado di far funzionare una relazione fosse vedersi dopo essere stati stremati dal mondo esterno. Dylan le bacia le dita, i polsi. E' una persona ostinata e silenziosa, questo di lui le è sempre piaciuto. Nelle spalle spigolose, nelle costole esposte dalla magrezza, gli ritrova addosso la solidità dell'uomo di cui ha bisogno. Nelle loro vite non ci sono drammi, solo impegni e obiettivi. Dylan si volta per baciarle il mento, il collo. Il principio di una risata viene smorzato dal trillo squillante del campanello. Rachel sussulta nel letto, Dylan si volta di scatto.
- A quest'ora...?
Dylan le fa segno di far silenzio mentre, molto silenziosamente, raccoglie un coltello dal cucinotto e si avvicina alla porta. Si affaccia dallo spioncino con cautela, ciò che vede lo fa trasalire. Senza neanche pensare al fatto di essere mezzo nudo - e della donna mezza nuda nel suo letto - spalanca la porta e raccoglie tra le braccia ciò che gli cade addosso.

Dylan non avrebbe drammi nella sua vita, senz'altro, senza Lee Chernenko. Assolutamente disorientata, Rachel guarda l'ammasso di capelli biondi e carne tremante che il suo compagno si preme contro il petto e protegge tra le braccia, senza ben sapere che fare. Con il busto sollevato, si preme il lenzuolo contro l'interno delle spalle, rivolgendo un'occhiata interrogativa a Dylan. Lui la guarda, ma i suoi occhi non comunicano alcuna risposta. Alcuna giustificazione.
- Stai tranquilla. Dimmi che cosa è successo.
Lee Chernenko riemerge dalle braccia di Dylan Khan con le guance pitturate dalle lacrime. Metà del suo volto sta passando da un rosso acceso a un violaceo scuro, segno di un livido che si allarga. Dylan le tiene la guancia sana in una mano, mentre le esplora l'altra con la punta delle dita, con la delicatezza e la precisione di un chirurgo, per cercare di determinare l'entità del danno.
- Damn, hai osp-- c'è... scusa, scusatemi. Me ne vado. 

- Chi ti ha fatto questo?
Lee boccheggia scuse, Dylan non le sente. Dopo un'occhiata poco comunicativa rivolta alla compagna, prende Lee per un polso e la conduce nel bagno, richiudendosi la porta alle spalle. Rachel sente in singhiozzi e le voci di entrambi, senza riuscire a distinguere le parole. Mentre coglie quegli attimi preziosi per rivestirsi, si chiede se lui si sia nascosto nell'unica altra stanza del monolocale per dare privacy a lei oppure per avere privacy con la donna bionda che si è presentata alla sua porta alle tre di notte.
- Dyl, sto andando via. Sicuro non vi serva un passaggio in ospedale?
Rachel bussa alla porta del bagno, quella si apre e lascia emergere il busto di Dylan. Lui la guarda in modo superficiale, sfuggente. Nonostante tenga gli occhi fermi su di lei, non ci vuole un conoscitore dell'animo umano per indovinare senza errore che la sua testa sia assolutamente altrove. Da sopra la sua spalla, Rachel riesce a intravedere, seduta sul water chiuso, la giovane giornalista più famosa per la sua scomparsa che per il suo lavoro. Dylan deve rendersene conto, perché si raddrizza appena, bloccando la visuale. Come se la stesse proteggendo.
- Sta bene, non credo abbia bisogno di ospedali.
- Sicuro?
- Sì. Perdonami, non posso davvero...
- Non ti preoccupare, è... un'emergenza. Sta bene?
- Penso di sì. Grazie. Scusami.
Il bacio che le poggia sulle labbra è tra i più frettolosi che abbia mai ricevuto in vita sua. Si tira dentro il bagno e richiude la porta alle sue spalle, un attimo dopo che Rachel abbia colto il viso di Lee Chernenko riemergere dalle proprie mani e sollevarsi sulla figura di Dylan con lo stesso abbandono con cui gli antichi martiri si mettevano nelle mani del loro Dio onnipotente.

Rachel rimane qualche secondo di fronte a una porta chiusa. Poi, tentando come può di spazzarsi via di dosso una sensazione spiacevole che le prude al centro del cervello, si passa una mano tra i capelli, prende la sua borsa e lascia il monolocale di Dylan Khan.

Rachel Taylor, speaker radiofonico per Good Morning Capital

* * *

Quando devo addormentarmi, immagino come vorrei che fossero le cose. Immagino 'Gene piena della leggerezza che le starebbe così bene addosso, alla sua età. Immagino la rassegnazione spazzata via dagli occhi di Paul e immagino Bettie senza incubi. La bambina di Harvey mi conosce ormai così bene da considerarmi un membro della famiglia, e viene a bussare alla mia porta quando ha bisogno di qualcuno che la accompagni in macchina al suo primo concerto. Io e Yahn abbiamo deciso di percorrere strade diverse, l'affetto non è mai stato intaccato dal rancore e dalla delusione, e lui ogni tanto mi cucina ancora carne per sbaglio, quando vado a trovarlo. A volte la quotidianità mi va stretta, è chiaro: in quei momenti mi infilo nella macchina di Ryan e gli chiedo di guidare per le strade di Dogtown, non mi importa verso dove, purché ci vada di corsa, con la radio accesa. Il giorno dopo vado a ballare con Ray in saloni colmi di gente, e mentre io gli stringo le spalle lui mi fa girare, niente di lui mi sfugge perché niente di lui mi vuole sfuggire. Volo attraverso millemila parsec di distanza e atterro nella terra bollente di Bullfinch d'estate. Mi chiamo Sharon e Marshall Lee è mio fratello, quando parla della "sua gente" so che parla anche di me. Non voglio scappare da nessuna parte perché so che sono finalmente a casa, mi sto esercitando perché al rodeo di agosto lo sfiderò a cavalcare i tori provenienti da sud, mi romperò una gamba ma rimarrò in groppa a quell'inferno per otto secondi. Quando lui verrà a raccogliermi dalla polvere mi troverà viva e vittoriosa, mi troverà grata di avere un fratello che mi riprende dalla polvere. Mi dirà che devo imparare a lasciar stare, a mollare la presa, ma saprò che non dice sul serio - che non mi amerebbe in nessun altro modo.
- Ci sono delle cose che non ti ho mai raccontato.
Dylan Khan, steso sul letto accanto a Lee Chernenko, cambia la borsa del ghiaccio che le poggia sul livido, sperando che non si gonfi. 
- Raccontamele adesso.
Lee Chernenko, tra i singhiozzi, riesce a scuotere il capo.
- Ci sono delle cose che non ho mai raccontato a nessuno. Neanche a Marshall Lee. 

* * *

lunedì 12 maggio 2014

like a dangerous feeling


Capital City non dorme mai, ma all'alba fa silenzio. C'è più aria quando nessuno è ancora in piedi a respirarla. Il sole sorge dietro grattacieli così alti che è possibile vederlo, da terra, soltanto dopo le nove di mattina. Ma sono le cinque quando Lee Chernenko si stringe i lacci delle scarpe da ginnastica e inizia a correre sui selciati precisi e puliti dell'Unification Park. I primi cento metri sono quelli che le servono ad adeguarsi. Il cuore impara daccapo a pompare il sangue a ritmo, e ad ogni respiro il sangue scuote i polmoni. L'ossigeno li fa contrarre, li percuote liberandoli di giorni e giorni di fumo nero, li purifica. La purifica. 

E' sempre stata una questione di ritmo. Un passo dopo l'altro, il continuo slancio in avanti. Lee guarda in avanti, ansiosa sudare via dal proprio corpo il veleno depositatosi fin dentro le vene. Ryan è davanti a lei, Ryan è in una jeep i cui pneumatici premono sul legno solido del ponte, Ryan scappa in retromarcia e l'unica domanda a cui non risponde è quella che le rende tutto più terribilmente chiaro. Avrebbe dovuto correre in quel momento. Avrebbe dovuto corrergli dietro, strappargli il volante dalle mani, urlare al ladro, al tradimento. Avrebbe dovuto gettarsi nel fiume, lavarsi via lo sporco e aspettare, vedere se gli errori l'avrebbero trascinata a fondo o le avrebbero permesso di riemergere, nonostante tutto. Fidarsi, è implicito, è una questione di fede. Lee Chernenko ha sempre pensato di avere una riserva di fede infinita.

I polmoni si riempiono di ossigeno con cadenza musicale. Fidarsi è semplice, quando chi hai di fronte se lo merita. Fidarsi è semplice quando pensi che tutti valgano un po' di fiducia, o forse quando valuti così poco la tua fiducia. Yahn ha occhi grigi e un marchio antico. Paul Carraway le ha sempre detto che distribuire la propria fiducia con tanta generosità non è questione di altruismo, è solo prostituzione. Si è sentita sporca poche volte, e mai come quando avrebbe voluto essere lasciata sola ma non è riuscita a sottrarsi all'ansiosa prepotenza di chi pensava che poi, forse, si sarebbe sentita meglio. Quando il senso di colpa e di nausea si è sedimentato sotto la carne viva, per lavarselo via ha quasi rischiato di scorticarsi la pelle. Continua a non rifiutare mai nulla a nessuno, le ha detto Paul, e verrà il giorno in cui qualcuno pretenderà la tua vita. 

Correre amplifica ogni cosa, ogni pensiero e ogni sensazione. Allora, mentre i muscoli delle gambe iniziano a farle male, Lee prova a concentrarsi su una sensazione positiva. Come quando, dopo giorni di incubi, è riuscita finalmente ad addormentarsi serenamente sul divano di casa sua, incastrata tra la spalla e il petto del dottor Morgan, senza arrivare neanche alla fine del film. Hanno vissuto insieme per mesi, ma non ha mai fatto a Ryan le domande giuste, nonostante sapesse quali erano. Le cattive abitudini tardano a morire: a Harvey ha fatto tutte le domande sbagliate, tutte quelle di cui in fondo sa già la risposta. Quando il primo capitolo del suo romanzo le è arrivato, si è seduta sul proprio divano con un bicchiere di vino sintetico, sperando di avere tra le mani un'avventura. Poche righe le sono bastate a fare propria una disperazione totalizzante. Lee Chernenko corre, e mentre corre immagina come sarebbe correre per fuggire. Ogni parola di Dangerous Feelings, che ricorda in maniera insospettabilmente pedissequa, le getta addosso una disperazione terribile, la peggiore delle impotenze. E' impotente di fronte a Ryan, nelle mani di Yahn, al fianco di Harvey. Il cuore accelera, perde il ritmo.

Accelera, perde il ritmo. Lee viene strattonata in basso dal proprio corpo, nella polvere di un presente urgente. Rallenta, si ferma, ma il cuore non accenna a calmarsi. Si poggia i palmi sudati delle mani sulle ginocchia e prova a respirare, ce la fa a stento. Boccheggia alla ricerca di ossigeno senza capire perché non riesce a trovarlo. Si rende conto che qualcosa non va quando sente il petto contrarsi, farle un male cane. Un ginocchio cede sotto un tremore violento mentre lei raggiunge il proprio c-pad a tentoni, premendone confusamente i pulsanti alla ricerca della chiamata d'emergenza preimpostata. Strizza gli occhi senza riuscire a parlare, la testa le gira con una tale violenza da finire di inchiodarla al terreno, nella polvere. Il petto le scoppia, ne è sicura. Sente una voce di donna provenire dal pad, quasi per miracolo.

"Sono all'Unification Park - riesce a rantolare, interrompendosi ogni due sillabe per riprendere fiato. - Sono all'Unification Park. Ho bisogno di un'ambulanza."

Capital City all'alba fa silenzio, si nasconde dietro i grattacieli. I primi a recuperarla, al centro del suo polmone, sono i paramedici che la porteranno al General Hospital.


lunedì 21 aprile 2014

like a wanderer


Reid si stringe nelle spalle. Le chiede: "ma poi torni?". Lei tende le labbra, i borsoni le pesano sulle spalle. 

"Non lo so."
"Vai via dalla Dogtown, quindi?"
"Già."
"E' qualcosa che ha fatto Ryan?"
"Ryan non c'entra."
"E' qualcosa che ti è successo qui?"

No: Lee scuote il capo. Non è colpa di Ryan. E' colpa di gente che spara ad altra gente negli angoli ed è colpa di gente che segue altra gente lungo le strade. 

"That's alright, - assicura Reid - domani smetto di farmi una volta per tutte. Starò bene anche senza di te". 

Reid non ha neanche trent'anni, ha i capelli ossigenati e i buchi lungo tutte le braccia secche. Lee annuisce, finge di crederci, di non averlo sentito altre cento volte prima di quella. Magari questa volta ce la fa davvero, anche senza di lei che lo chiude dentro casa e tiene la porta mentre lui prova a uscire in preda a una crisi d'astinenza. 

"Comunque ci rivediamo. Ripasserai qui, no? Non è che lasci tutti."

Lee mente: annuisce. Si salutano abbracciandosi. Lei non ha neanche una macchina e di taxi ne passano pochi, a Dogtown. Mercy Street ha pietà di lei e fa passare qualcuno che conosce, qualcuno che la porti almeno vicino alla fermata più vicina. Mentre aspetta il treno urbano, Lee percorre la rubrica del suo cortex pad. Scarta le voci una ad una: è fuori discussione riavvicinarsi a Yahn prima che la tempesta sia passata, questo è certo. Kasumi vive in una zona tranquilla, ma dovrebbe spiegarle daccapo tutto ciò che è accaduto, e non ci riuscirebbe. Melanie la rimprovererebbe, le ricorderebbe che era stata avvisata. Mel, poi, non potrebbe bere, e se c'è una cosa di cui Lee Chernenko ha bisogno più di un tetto sopra la testa, quella cosa è un buon alcolico. Potrebbe andare da Mal, ma con che coraggio? E' tardi e lui ha una figlia che a quest'ora starà dormendo. Dylan è fuori città. Gradualmente, uno scartato dopo l'altro, la lista delle sue amicizie si assottiglia, si fa esigua, e lei inizia a sentire dietro la nuca pizzicarle la paura della solitudine. Seleziona il nome "Paul Carraway" soltanto dopo averci passato gli occhi sopra tre volte. 

Il tempo passa senza che lui risponda, la sera diventa più fredda. Al quinto tentativo sente il tintinnio di bottiglie scansate e la voce roca di un uomo che vive una vita divisa tra ubriacatura e postumi alcolici. Lei non ha ancora imparato a distinguere l'uno dall'altro.

"Hey. Tutto okay?"
"Sì. Tutto okay."
"Volevi dirmi qualcosa."
"Volevo chiederti un piacere."
"Non può aspettare?"
"Volevo chiederti se puoi ospitarmi, stanotte."
"Stanotte?"
"Puoi?"
"Non ce l'hai una casa?"
"Non proprio. Non ora."
"Cerca un hotel, no?"
"Tu sei occupato?"
"Non ho molto spazio."
"Va bene anche la poltrona. E' solo per stanotte."
"Non mi sem--"
"Per favore." 

Lo interrompe così come un singhiozzo interrompe lei. Uno solo: non si mette a piangere. Invece si asciuga gli occhi pieni di panico, deglutisce lo smarrimento enorme. 

"Un'altra sera magari, questa non posso. Ti prenoto una stanza io, mh? Ti mando l'indirizzo per messaggio. Dieci minuti."

Lee non fa in tempo a replicare che lui attacca, ma probabilmente non avrebbe avuto comunque molto altro da dire. Spegne il display del c-pad e rimane seduta sulla panchina della fermata in mezzo al nulla. Ad aspettare e a non piangere. E a dirsi che forse ha bisogno di scegliersi meglio gli amici. 

mercoledì 26 marzo 2014

like clouds


"Mio padre è un criminale di guerra. Ho lasciato il Core perché nessuno voleva darmi un lavoro."

Se lo sente sulle labbra, incredula di averlo detto. Quando torna a casa è notte tardi e non è ancora riuscita a dormire. La macchina di Ryan è al suo posto, non è stata spostata. Vuol dire che non è ancora tornato dai suoi viaggi. Quando supera l'ingresso del suo appartamento in Mercy Street, Lee Chernenko entra in una casa vuota.

"Stiamo lavorando a un pezzo sull'importanza delle tradizioni musicali nel border..."

Alice Beau-Marlais è una ragazzina intelligente e non se la beve. Suo padre e il capo di suo padre sono entrambi a testa in giù, le mani per terra e le schiene contro la parete. Reduci da una scommessa ("scommetto che sei troppo vecchio per fare la verticale"), il grande giornalista scalcia in aria tentando vanamente una verticale che sia effettivamente perpendicolare al pavimento, e non obliqua. Magari, pensa Lee mentre poggia di nuovo i piedi nudi a terra, liberatasi ormai da ore dalle scarpe scomode, magari da sobrio mi avrebbe battuto.

Down down, down down, the wicked candle burns to the ground, down down, down down, the body is stone, but the soul is made of cloud. Mentre volteggiava con Mal nel suo soggiorno disordinato, Lee non pensava al senso di mancanza che respirava nelle quattro tiepide mura di casa Marlais. Invece aveva riso alle battute sui monasteri e sulle buone azioni, e aveva fatto una giravolta che da sobria non ci sarebbe riuscita mai. A tentoni aveva trovato il divano e si era addormentata con una mano sulla faccia di Mal Marlais. Il giorno dopo si era svegliata con una coperta addosso e il profumo di pancakes preparati da Alice. Mentre si trascinava verso il tavolo, la coperta le faceva da mantello. "Ti regalo un maglione, la prossima volta che ci vediamo". Uno dei suoi.

"Dormire in una casa vuota". 

Qual è la cosa che non vuoi fare più in vita tua? A volte Lee arriva sulla soglia di casa, annusa il vuoto oltre l'uscio, richiude la porta e va a cercarsi persone rumorose. Quando Ryan non c'è, dorme quasi sempre nella casa affianco, quella di Reid. Lui suona la chitarra e lei canta. Oppure lui suona e lei ascolta, oppure lei canta e lui si morde la pelle in preda al prurito dei tossici. "E' l'ultima volta". Lei decide di crederci ogni volta, ogni volta gli si stende vicino e lo abbraccia mentre lui trema d'astinenza. Quando non rispetta la promessa, non se la prende mai. Torna a bussare alla sua porta quando ha casa vuota. A volte cantano entrambi.

"Non è mio dovere trattenerti. Ma se sali su quella nave, non sarai mai più parte di questa famiglia".

Una volta andò a bussare a un'altra porta. Paul le aprì reggendosi alla maniglia, lei gli premette la testa contro il maglione solo per sentire l'odoro di whisky e sigarette. Un'ora più tardi erano le quattro del mattino, ma loro erano stesi sul pavimento e guardavano il soffitto, e si dissero che alle quattro è ancora notte, e quindi è un buon momento per iniziare a dormire. "Potevi dormire a casa tua". "Non mi piace dormire da sola", aveva mormorato con le palpebre pesanti e la sensazione di sicurezza quieta di quando sei in una tana. Non era la prima volta che faceva i conti con una valutazione sbagliata. "Io non sono il tuo cazzo di albergo". Non se l'era presa. Si era addormentata chiedendosi se la gente che frequentava dicesse qualcosa anche di lei. "Vivere da ubriachi è una questione di onestà", aveva detto Paul prima di addormentarsi: "riconosci di non avere il controllo su alcuna cosa. Non hai il controllo sulla tua vita. Se vuoi il controllo, ti uccidi. Come muori è l'unica cosa che puoi davvero decidere. Se ti sbrighi". 

"Se ti sbrighi ad ammazzarti."

Deve essere una questione di tempismo. Di bussare alla porta giusta nel momento giusto. Quando è stanca bussa alla porta di Dylan Khan. L'ultima volta lui le apre, si passa una mano sul volto e le dice: "ora non posso, Lee: ci vediamo domani". Lui non la chiama mai Lee. Dylan ti chiama Lee e tu ti trovi all'angolo di una strada a scorrere la rubrica del tuo c-pad, chiedendoti chi potrebbe essere ancora sveglio due ore prima dell'alba. Paul Carraway le ha detto: "devi avere una voragine dentro, se ti odi così tanto da non riuscire a stare sola con te stessa per cinque minuti". Una mattina si era svegliata e aveva sbirciato oltre lo spiraglio della porta che lui teneva sempre chiusa. "Nessuno entra nel mio studio". Era riuscita a vederlo seduto per terra, in contemplazione, con gli occhi pieni di terrore e lacrime e le mani aggrappate al whisky. "Se tu stai sempre solo, vuol dire che ti ami?". "Io non sono più qui da un pezzo". Non era riuscita a vedere ciò che contemplava. 

"E' un attimo. Oltre il bordo di un grattacielo, in un mare tempestoso, d'inverno. Un passo nel vuoto e sei fuori di qui. Il coraggio basta averlo per cinque secondi". 

 Lee stringe Reid di nuovo, lo sente crepitare come la carta al fuoco. Gli preme la fronte contro la sua, le mani contro le tempie, caricandosi del suo dolore per tutto il tempo che può. Reid si placa e rilassa. La carne di lei inizia a vibrare scossa dai tremori e dal malore, dall'annebbiamento del metadone che non funziona, dai peccati da espiare per dire di essere una brava persona. Dura poco e la lascia stremata. Prima di addormentarsi pensa a quanto coraggio devi avere per disintossicarti una volta ogni due mesi. A quali colpe sta espiando Reid. Pensa che forse ha ragione Paul, quando dice non c'è più colpa più grande di essere vivi, perché stai rubando vita a persone che la meritano più di te. Lo dicono le statistiche, sostiene Paul: solo su Horyzon ogni giorno muoiono trentaseimila persone al giorno. Ogni giorno devono morire trentaseimila persone solo su Horyzon. "Credi davvero -, le ha chiesto Paul, - credi davvero di meritare di vivere più di tutte quelle trentaseimila persone che sono morte oggi?". Non puoi discutere con le statistiche. Lee si addormenta, ma prima di addormentarsi si chiede se prima di morire abbiano avuto tutti qualcuno steso accanto a loro.

"Una cosa che non vuoi fare mai più in vita tua"
"Dormire in una casa vuota". 

domenica 2 marzo 2014

like a ghost


Building 84, Bruckner Borough
Capital City

Tutto iniziò a Xanto, quasi un decennio fa. Fino a quel momento la guerra nel Core aveva rappresentato solo razionamenti, sacrifici quotidiani, esercitazioni e coprifuoco. Il tramonto del sole, per la prima volta da secoli, rappresentava la cessazione di tutte le attività, di tutte le luci. Le brillanti, rumorose e illegali feste sul primo Building 84 erano nate in maniera spontanea. Combattevano la guerra a modo loro: i partecipanti non portavano fucili, ma erano armati contro la paura delle bombe, la paura della sconfitta, la paura del buio. I loro fari squarciavano la notte con la violenza con cui un proiettile scava nella carne. Il primo Building 84 crollò con il grande bombardamento. La pioggia di Sadrany.

Che la sua vita dovesse finire proprio dopo il precipizio di un Ottantaquattro era stata una scelta incoscientemente oculata. In quarant'anni di respiro in cui aveva conosciuto soltanto caos, c'era qualcosa di circolare e perfetto nel terminare i giochi con un volo di undici piani a braccia spalancate e ali rotte. Avrebbero dato la colpa a un mix di alcol e stupefacenti, ma in quella caduta di una manciata di milisecondi la verità sarebbe stata ovvia, almeno a lui: non aveva fatto tutte quelle scale a piedi, con il cuore che gli scoppiava nel petto, solo per la vista. Almeno in quell'ultimo atto di protesta non voleva essere pigro.

Si accese una sigaretta. L'antivento gli permise di passare le dita sulla fiamma, il tempo necessario per bruciarsi la pelle abbastanza da garantirsi la promessa di qualche ustione minore che non avrebbe mai avuto il tempo di germogliare. Neanche il fuoco sulla pelle riuscì a riscuoterlo dal torpore alcolico. La necessità si fece di nuovo impellente: pescò dall'interno della giacca la sua fiaschetta, mentre osservava il bordo del tetto a due metri di distanza. In piedi, ma incerto sulle proprie gambe, provò a trascinare un passo in avanti. Avvicinarsi di poco, spalancare le mani per far passare il vento tra le dita. Assaggiare l'infinito.

Alcune cose ti investono lo sguardo. Te lo riempiono e lo totalizzano, lo conquistano oltre ogni possibile distrazione: sono i crolli dei palazzi più alti, gli ospedali di guerra, i bambini molto piccoli che ridono.

Sono un sacco di cose ma non fu, quella volta, la figura annebbiata di una donna giovane, che entrò nel suo campo visivo con un filo di incertezza, un sorriso morbido e un'andatura che lui era perfettamente in grado di riconoscere come quella di una persona poco sobria. Lei lo guardò, poi si sporse oltre il limitare del tetto, le gambe attaccate a un muretto così basso che non le arrivava neanche alle ginocchia. Il vento le fece ribellare i capelli biondi a una treccia troppo lenta per reggere a quell'altezza.

"E' un bel salto" osservò, barcollando dietro il bordo.
"Attenta..."
"Quanti saranno, trenta metri? Trentacinque?"

Lui avanzò di pochissimo, ma non riuscì ad affiancarla: il vuoto dentro lo riempiva di vertigini precipitose, così violente da fargli girare la testa.

"Quaranta..." cercò di centrare la tasca interna della giacca con la fiaschetta, e prima di riuscirci dovette provarci almeno tre volte.
"Quaranta metri - lei gli spinse gli occhi azzurri contro il volto - è un attimo".

E' un attimo. Lui non pensava ad altro da mesi, ormai: è un attimo. Un passo senza asfalto sotto i piedi, è un attimo. Come quando sogni di cadere e ti risvegli di colpo, è un attimo. La caduta gli avrebbe spinto oltre i denti aria a sufficienza da fargli esplodere i polmoni, e per la prima volta in anni sarebbe riuscito a fare un respiro profondo, completo. Quindi fece altri due passi e allargò un braccio verso di lei, confuso dall'alcol, terrorizzato dal proprio scarso equilibrio e da quello di lei, identico. Soffiò imprecazioni tra i denti quando la vide scavalcare il muretto, sedercisi sopra e far pendere le gambe nel nulla.

"Ta ma de, you fuckin' crazy? Sono undici piani"
"Quaranta metri" osservò lei sporgendo il busto in avanti e sorridendo al quartiere di Bruckner, ai suoi piedi.
"Cadrai"
"Non sono io quella che vuole buttarsi".

Lui boccheggiò, si strofinò una mano contro la faccia e si morse una guancia con la foga di chi vuole bucarsela. Il ritmo delle percussioni era così distante, ma poteva sentirselo rimbombare nella calotta cranica come un battito stringente che esige una decisione. Andò avanti quasi a tentoni. Quasi a tentoni scavalcò il muretto e andò a sedersi accanto a lei, il vuoto davanti, le mani aggrappate ai morsi di cemento che gli si prestavano. Si sporse in avanti, gli girò la testa. Chiuse gli occhi e spinse il busto indietro, respirando a piedi polmoni. E' solo questione di coraggio. E' solo un attimo.

"Insomma, vivi qui vicino?"
Lui sbatté le palpebre. Ancora indeciso se la donna fosse un'allucinazione o meno, rispose a bocca impastata.
"Sì"
"Perché non so dove dormire stanotte, e se stanotte non torni a casa tanto vale che qualcuno la usi. Visto che tu... - fece un cenno leggero verso la strada buia, lontana - magari puoi darmi le chiavi?"

La logica era inappellabile. Sotto il cappotto tramandato di generazione in generazione, aveva le braccia costellate di buchi: ognuno valeva mezz'ora di paradiso e poi un inferno fitto alleviato dall'alcol e riscattato solo dalla dose successiva. Conosceva anche l'effetto dell'Oddity e sapeva quanto strana possa diventare la realtà quando sei ai suoi limiti - e lui era sul limite. Per cui non fece storie: prese le chiavi e le consegnò alla ragazza bionda. Lei ringraziò con un sorriso e se le mise in tasca. Dondolò i piedi nel vuoto e poi continuò.

"Solo che non so come arrivarci, è lontana? Se è lontana mi servirà un taxi per arrivarci. Ma non so come pagarlo. Non è che hai qualche soldo? A te non servono, no?"

Che non gli sarebbero serviti era vero. Seguì il filo del ragionamento, lo seguì fino alle tasche interne del proprio cappotto, dove trovò alcune banconote sgualcite. Gliele diede, lei le contò e annuì soddisfatta. Le fece sparire in una manica, in una tasca - a lui non importava, e comunque non sarebbe riuscito a vedere con precisione. Ogni cosa che guardava aveva la forma indefinita dei paesaggi che sfuggono dietro gli occhi dai finestrini di un treno in corsa. Guardò giù, poi guardò lei. Gli sorrise pacificamente, senza più richieste. Lui deglutì e guardò giù di nuovo. In una manciata di millisecondi l'asfalto si sarebbe fatto sempre più vicino fino ad abbracciarlo. Si sporse un po' di più, prendendosi un istante per selezionare con cura quello che sarebbe stato il suo ultimo ricordo.

"Che poi - il suono della voce di lei lo riacchiappò per la collottola e lo strattonò indietro, un secondo prima che abbandonasse il busto in avanti e si lasciasse trascinare verso il basso - non so nemmeno dov'è, casa tua."
Lui si voltò verso di lei, negli occhi verde acqua navigavano pupille liquide e dilatate, che riuscivano a percepire solo i contorni sfumati di un viso chiaro e una bocca rossa.
"Non sarebbe più logico che mi ci accompagnassi, e poi tornassi qui da solo?"
Ci pensò. Sarebbe stato più logico, ovviamente lo sarebbe stato. Mai una bomba era caduta su Capital City dall'alto, e il Building 48 sarebbe stato lì anche un'ora dopo. O il giorno dopo. O quando avrebbe finito di esaurire la logicità di quelle richieste. Guardò un'ultima vuoto la strada lontana, poi annuì. Scavalcò il muretto all'indietro. Poggiare i piedi per terra lo fece sentire insospettabilmente sollevato.
"Io sono Lee, comunque". Lei gli porse la mano, lui la guardò.
"Carraway - rispose lui, e gliela strinse. Era gelida. - Paul Carraway".