martedì 25 novembre 2014

like I'm swimming upstream


Morgan Hammer è colpevole.

Lee Chernenko l'ha sempre saputo e se non l'avesse saputo non avrebbero assunto Julia Clarke no Julia Clarke non avrebbe mai fatto spostare il processo no con i suoi capelli lunghi e biondi e quelle labbra che se le sogna la notte anche lei ed era un bel po' che non le capitava di sognare delle labbra di donna la notte e degli occhi e dei capelli e le gambe e la pelle e quella pelle non avrebbe mai lavorato per far spostare il processo Hammer e Hammer su Spartaca sarebbe stato innocente perché la legge degli spartians assolve gli spartians e condanna gli orientali ma ora è seduta davanti alla holo tv sì e beve latte caldo che non ha il sapore del latte vero e miele in polvere e bourbon come le hanno insegnato a Shadetrack anche se a Shadetrack il latte era vero e il bourbon era vero e il miele lo facevano le api e non i laboratori e non era in polvere era vero e a volte sente il bisogno di quelle cose vere tanto che andrebbe in posti onesti come Blackrock e ci si perderebbe come a Blackrock a cercare cose vere come l'agave di cui ha sentito parlare e cercare l'acqua quando scorre nei fiumi e non come nei fiumi neri di Spartaca avvelenati dalle miniere e avvelenati dalla segregazione razziale e avvelenati dagli spartians bianchi e biondi che le terrorizzano i sogni non come Julia Clarke non come David che le bacia i capelli o Marshall Lee che le bacia la fronte o Jozef che l'ha baciata per la prima volta o Seth su Hall Point che probabilmente non bacerà mai più non come queste cose dolci che sanno di vita e miele anche se alcuni di loro non hanno mai conosciuto il miele vedi il miele che aveva fatto conoscere a Owen e che avrebbe fatto conoscere a Summer e le avrebbe insegnato tutte le cose giuste ci fosse stato il tempo il modo le risorse la congiunzione astrale il destino non era destino e l'ha detto a Dima Demidov che le cose accadono per un motivo ma alcuni motivi lei li sta ancora cercando e Demidov crede di saperli ma li cercherebbe anche lui se non avesse paura di dire che non li sa nessuno li sa nessuno sa perché amiamo dove nasciamo e di sicuro non lo sa Lee Chernenko che non lo ha mai imparato e quello forse non avrebbe saputo insegnarlo a nessuno mai e quindi è meglio ch non ci sia stato il tempo il modo le risorse la congiunzione astrale e il destino che prendeva altri corsi e lei che seguiva altri fiumi e le cascate poi che finivano sulle rocce e lei si è schiantata alcune volte e le sue sette vite sono diminuite ma doveva succedere anche quello perché reinventarsi funziona solo se ti distruggi prima e lei si è distrutta si è reinventata ricostruita ristrutturata e ora paga un'onorevole xinshou della Shouye di Capital City perché aiuti il corso della giustizia e la giustizia ha un corso che è come un fiume si muove ti travolge e se ti ci opponi ti travolge di più fino a portarti oltre la cascata sulle rocce in volo libero e agiti le braccia pensando di volare ma ti aspettano le rocce sul fondo lei questo lo sa perché ha ancora i segni e i ricordi e baci dolci a cui pensa spesso e a cui pensa adesso perché sa che dopo questo sentimento che è come se tutto fosse al suo posto e che forse uno potrebbe chiamare soddisfazione dopo questo sentimento lei sa sì sa che arriva l'onda e la risacca si porta sempre dietro una conchiglia un pezzo un angolo e quindi dopo questo sentimento che uno potrebbe chiamare soddisfazione che dura poco anche se lei vorrebbe farlo durare tanto dopo questo sentimento arriva l'onda a mettere disordine e la risacca che si porta via qualcosa e lascia un vuoto quindi lei sente un vuoto ed è di nuovo inquieta è di nuovo irrequieta e incompleta e si trascina via la risacca il pezzo importante il pezzo che la fa sentire tutta e lascia il vuoto che si chiama cosa faccio adesso adesso cosa posso fare adesso cosa potrei fare adesso cosa mi terrà in piedi la notte adesso cosa mi costringerà a distrarmi e a portarmi via e a trascinarmi lontana con la testa da Jozef che bussa alla mia porta e Dylan che non è tornato e Hall Point che mi vuole morta e proprio mentre il vuoto crea spaccature come su un vetro resistente ma non abbastanza proprio quando l'onda e la risacca le schiacciano i polmoni come se i polmoni non dovessero più respirare e le schiaccia il cuore come se il cuore non dovesse più battere solo allora soltanto allora le holonews cambiano e iniziano a parlare di gente scomparsa di un tale Scar e allora lei drizza la schiena e si chiede se è quello Scar che una volta e mandano la foto e allora lei sa che è proprio quel Raymond Scar che una volta e dicono che è scomparso e parlano di New London e nel vuoto lasciato dalla risacca inizia a costruire aspettativa e desiderio ed energia e grandezza soltanto allora ricomincia a funzionare come un ingranaggio e come un ingranaggio fissa gli obiettivi e con gli obiettivi i piani e con i piani i movimenti e con i movimenti si ripete si dice senza ripetere perché le basta dirlo una volta perché sia vero.

Raymond Scar è scomparso.
Ritroviamolo. 

martedì 18 novembre 2014

like an exit strategy


Dorme. Dorme? Non ne è mai veramente sicura. Forse finge per non farla preoccupare. Gli poggia l'orecchio sul petto per sentire se il cuore e il respiro vanno lenti e a fondo come quando qualcuno dorme. Ma continua a non esserne sicura, allora perde un po' di tempo a tracciargli sentieri tra le cicatrici. Ne esplora uno nuovo ogni volta che riescono a vedersi, a strappare ai rispettivi agenti di scorta due ore nello stesso angolo di città. E' una città così piccola, pensa Lee, che è assurdo che non si incontrino in giro più spesso. Non che lei possa andarci così tanto, in giro. Quando è sicura che dorma (ma non lo è mai) scivola via dal letto, si mette addosso un maglione ed esce sul balcone a fumare. Winston la guarda con le orecchie abbassate. E' troppo vecchio per uscire con questo freddo.

E' sicuro di averlo intravisto in strada, qualche giorno prima. Saperlo a un tiro di schioppo da dove è lei la rende più inquieta di sapere la sua vita in pericolo, Hall Point sulle sue tracce. Per Hall Point ha un piano, più o meno. Ha schematizzato a vari livelli la gravità della merda che potrebbe pioverle addosso da un momento all'altro, e per ogni livello ha un'exit strategy. Se casa sua salta come posto sicuro, ha il monolocale di Dylan che ha continuato a pagare dopo la sua scomparsa. Se provano a rapirla e falliscono, ha individuato almeno cinque safe houses in cui può rifugiarsi nell'emergenza. Se viene ferita, può farsi curare al Blue Sun General Hospital, mettere una scorta fuori dalla porta, avere Zoey vicino. Se la Flotta viene infiltrata, chiederà ad Aguilar e a Drake di portarla fuori da Horyzon, su Meili. Da Meili partirà per Clackline, dove chiederà ai Cordier ospitalità e discrezione, e se la rifiuteranno si cambierà temporaneamente faccia e andrà in un pianeta devastato dalla guerra in cui Hall Point non possa avere affari - Shadetrack, forse, o forse addirittura Hera -. A Hera potrebbe forse riuscire a ritrovare anche 'Bastienne, addirittura Hilda, chiedere a loro asilo, aiuto, in cambio di due braccia in più per ricostruire. E se invece Hall Point la catturerà: ha un piano anche per quello. Uno scambio anche per quello. Lee Chernenko è una persona orgogliosa, ma il suo orgoglio non l'ha mai fatta rinunciare alla vita. Non le ha mai impedito di lottare per la vita.

Fa freddo, al quindicesimo piano fa ancora più freddo. Tutti gli appartamenti in cui ha vissuto se li è scelti per la vista: da quello su cui sta adesso può vedere gli altissimi palazzi di Dogtown, a dieci miglia a nord, e gli altissimi palazzi del centro di Capital City, lontani a sud. Quindici piani sono pochi, a confronto. Erano pochi anche i piani del palazzo a Saigon Drive, erano pochi i piani del Building 84 su cui trovò arrampicato Paul Carraway la prima volta e quelli di casa sua su Prospect Boulevard. Però avevano tutti un'ottima vista.

I Cordier prenderebbero mai uno sconosciuto in casa, e Gray sarebbe mai in grado di vivere con degli schiavi? 'Bastienne non gli permetterebbe di varcare la porta di casa sua, Hilda gli sparerebbe in mezzo agli occhi come ha fatto con ogni Corer che ha conosciuto in vita sua. E comunque né su Hera né su Shadetrack riuscirebbe mai a trovare gli analgesici che manda giù come caramelle, né su qualsiasi pianeta del Rim, per quello che vale. Lee consegna la sigaretta al vento e rientra in casa, raggiungendo i piedi del divano-letto su cui l'ha lasciato. E' solo un uomo, pensa. Di carne e sangue, di spalle larghe e ossa fragili. Addormentato, le sembra infinitamente piccolo. Così piccolo che potrebbe chiuderlo in un palmo. Apre la mano davanti al proprio volto, a braccio teso, lasciandosi ingannare dalla prospettiva.

Ha pianificato un'exit strategy, ma l'ha pianificata per uno soltanto, e la consapevolezza non la lascia dormire la notte: sa che lui di exit strategy non ne ha. Le ha già detto che non ha intenzione di infilarsi nell'ennesimo programma di protezione testimoni, vada come vada. Se così non fosse l'avrebbe probabilmente già lasciato con un bacio nel sonno e una dichiarazione d'amore e d'addio infilata sotto il cuscino. Dichiarazioni d'amore e d'addio: le sa scrivere, ne ha già scritte. Ce le ha tutte Harvey Morgan nascoste in un'unità di memoria.

Nessun addio: adesso è qui, inchiodata, e non può andare da nessuna parte. Forse al matrimonio di Zoey, forse un weekend a Corona, forse in un'altra casa per sfuggire a Jozef Draznek che la cerca per farle domande a cui non sa rispondere, perché la verità è che non ha mai cercato le risposte, anche se il contatto dell'agenzia se l'è sempre portata dietro, da quando l'ha cercato l'ultima volta che è andata a Koroleva prima dell'inizio della guerra. La Grande Guerra. L'agenzia.

In punta di piedi - lenta, lentissima per non svegliarlo - scava nel fondo di uno degli armadi fino a trovare una scatola da scarpe consumata dal tempo. Nella penombra di una distante illuminazione stradale, la apre. Ci sono due anelli di fidanzamento. Il più recente - quello che le regalò Yahn Fharsen - è il più lontano nella sua coscienza. Il secondo se lo prova all'anulare sinistro. Sorride dell'ingenuità di se stessa sedicenne, che riusciva a vedersi così: con un anello al dito. Lo ripone. Cerca ancora, fino a trovare il biglietto dell'agenzia. Se lo rigira tra le dita, il contatto lo sa a memoria. Forse dovrebbe nasconderlo meglio. Forse dovrebbe bruciarlo.

Gray geme nel sonno: il dolore presto lo sveglierà, come ogni notte. Lee si affretta a richiudere tutto, riporlo con l'ansia con cui si ripongono i segreti. Torna verso di lui e lo guarda mentre lui schiude gli occhi, cerca per terra le sue pillole.

"Te le ho nascoste", gli dice la guancia pizzicata da un sorriso furfante.
"You lil' scamp", risponde lui, trascinandosela addosso.


sabato 15 novembre 2014

like barbed wire

Stalingrad, Koroleva
1 dicembre 2501

Elian Chernenko non ha chiaramente imparato niente se la notte del suo compleanno si ritrova nella periferia militare di Stalingrad a meno dieci gradi, la neve fino alle ginocchia e sotto il ghiaccio, a bere vodka per riscaldarsi con una banda di polskie che suo padre non approverebbe. Non ha imparato niente se ha deciso di andare a cantare le canzoni corer che ha sentito nei dischi comprati al mercato nero di cose straniere ed esotiche, canzoni che parlano sempre di io, io, io, io mi sento, io ti amo, io voglio, io faccio, io, e non sente mai dire noi in quelle canzoni, e per questo le piacciono e le canta con gli amici polskie fuori dalla base militare dove serve suo fratello maggiore, dietro i muri di cinta alti e i fili spinati e i cartelli che dicono limite invalicabile.

Limite invalicabile. Quando Amelia le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio, e le mormora sconcerie che ha sentito dire da Martyna, la trova dritta come un albero dal fusto antico, con gli occhi rivolti verso il muro, il cartello, il filo spinato. Da quando sei tornata da Novgorod, le dice Amelia ridendo, sembri avere le spalle più larghe, sembri una che se soffia il vento non si spezza, sembri un po' più vecchia e un po' più incazzata, Ròza, posso dirtelo? Sembri più incazzata e più vecchia, anche se hai diciassette anni, tanti auguri, tanti auguri! Gli altri dicono: tanti auguri e giù di vodka, ed Elian: giù di vodka, ma per quanto vada giù di vodka ha sempre e comunque gli occhi sul muro, sul filo spinato e sul cartello che dice: limite invalicabile, zona militare, sorveglianza armata. Chissà se Vitali è di sorveglianza proprio quella sera, magari sì. E lei si scrolla Amelia di dosso perché non le piace essere toccata, con quel freddo ogni altro corpo sembra altro freddo che si aggiunge, e lei al freddo si è disabituata quell'estate a Sovietsk sul mare dolce, com'era dolce quel mare, e se potesse tornarci ci si farebbe un bagno anche se adesso non riesce neanche più ad immaginarsi senza vestiti, congela al solo pensiero.

Qualcuno brinda a Jozef - Martyna dice che da quando si sono lasciati con Ròza non s'è più visto, chissà che fine ha fatto. Elian ci pensa ma non se lo chiede davvero, non è quello che le importa, quello non brucia più e Jozef sembra una persona di una vita fa, di quelle che sei destinato a perderti, che non ti lasciano niente o che potrebbero lasciarti qualcosa ma alla fine guarda: non gli hanno permesso di lasciarle niente. Un brindisi di vodka a Jozef, anche se Jozef della vodka non poteva sentire neanche l'odore, e giù di vodka tutti, giù di vodka anche Elian che l'alcol non lo può soffrire, le fa rivoltare lo stomaco, ha deciso, ma beve lo stesso perché quando prende una decisione è come se le piantasse dentro le radici, e lei ha già deciso. Così a un certo punto dice ad Amelia: reggimi la bottiglia, e Amelia le regge la bottiglia. Poi si toglie il cappotto di sopra, quello pesante, e dice ad Amelia: reggimi il cappotto, e Amelia glielo regge e le dice: che sei pazza, perché non è la prima volta che qualcuno glielo chiede, se è pazza, e chi non lo chiede lo pensa, e chi non lo pensa chissà che altri pensieri ha per la testa, e Elian allora non la guarda neanche ma le dice: scommettete. Scommettiamo cosa? Elian indietreggia e gli altri le lasciano spazio. Su che dobbiamo scommettere? Non lo capisce nessuno finché non prende la rincorsa, pianta un piede contro il muro, utilizza l'attrito e la rigidità dello scarpone per due passi - due - lungo il muro, perché anche la gravità è una legge liquida, una legge sfuggente, e con quello slancio si protende verso l'alto - Elian Ròza Chernenko a diciassette anni è tutta muscoli tesi dal nuoto e dal pattinaggio e dalla ginnastica acrobatica - e aggrappa le mani alla ringhiera spiovente che punta le sue punte verso l'esterno. Nessuno riesce a parlare per dieci secondi.

La ringhiera è spiovente per la gente come lei: quelli che vogliono provare a valicare i limiti invalicabili. Sta lì perché se ci arrivi poi non devi poter arrivare più su di così. Ma Elian Ròza Chernenko a diciassette anni non è solo muscoli tesi dal nuoto e dal pattinaggio e dalla ginnastica acrobatica, è anche una che si è rotta le ossa tentando e dopo essersele rotte ha tentato di nuovo, se le è rotte di nuovo, se le è rotte meglio. Così, con quella tenacia che ha imparato dalla sua famiglia (e che la sua famiglia sperava mettesse meglio a frutto) si dondola dalla ringhiera spiovente, come una scimmia. Mentre i polskie più sotto imprecano, e ridono, e imprecano di nuovo perché poi chissà che succede, Elian da appesa fa un giro mezzo, e con quel giro mezzo può vedere meglio l'estremità superiore dell'inferriata obliqua, dondolare, piegare le gambe come quando sta alla scala orizzontale e come quando sta alla scala orizzontale darsi lo slancio e piegare il busto, tendere gli addominali, poggiare le ginocchia sul pezzo sopra e poi a tentoni far risalire anche il busto, in qualche modo, e poi mettersi in piedi in bilico come su una tavola da surf, Elian che una tavola da surf su un'onda alta non l'ha mai vista in vita sua. I ragazzi sotto applaudono. Adesso hanno capito su cosa scommettere. 

Dopo la ringhiera spiovente, il filo spinato è quasi una presa in giro. I Chernenko quando escono indossano i guanti di pelle di cinghiale, e lei non ha mai sentito di un cinghiale che è rimasto ferito dal filo spinato. Dopo essersi rimessa il cappotto di sopra, quello pesante, si apre la strada con la cautela che ti si attacca addosso quando fai le cose più incoscienti della tua vita, quello strano senso di autoconservazione istintivo che prova ad arginare la frenesia e la sconsideratezza del tuo io razionale. Quello che ti dice che è ora di dimostrare qualcosa. Di puntare i piedi, di alzare la voce. Di superare il filo spinato.

E lo supera. Dopo essersi graffiata il viso e rovinata il cappotto, dopo aver percepito uno squarcio un po' troppo profondo sull'interno della gamba con cui ha scavalcato un groviglio più feroce degli altri, lo supera. Esce dal labirinto e si affaccia al limite del muro, e attacca una mano al palo per issarci le bandiere e lei per prima si issa e si sporge di lato, di lato oscilla e si fissa inclinata, e spalanca dritto l'altro braccio e in russo urla: limite invalicabile!, è lei l'ha valicato, e i ragazzi giù ridono e lei urla ancora: limite invalicabile che fu valicato!, e i ragazzi giù iniziano a raccogliere le loro cose, finché una fucilata non ruggisce nel buio, loro si spaventano e scappano.

E' un colpo di avvertimento, Elian Chernenko è avvertita, cioè. Lo spavento la fa capitombolare oltre il bordo, e quando non è preparata non è così brava a cadere. Fammi vedere come cadi. Elian cade, dà una botta secca e le esce una spalla. Quelli che la vanno a raccogliere lo sanno già che è la figlia del generale, ma la portano comunque in cella prima che in infermeria. 

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I don't feel young / I don't feel scared / I'm in control / I am prepared / I'll never cry / I'll sit and stare / I don't feel young. / I don't feel old / I don't feel proud / I speak too fast / I laugh too loud / I am the smallest / In the crowd / I don't feel old / I can't see you / But I can guess / You gave a speech / They're all impressed / But still your room / Is all a mess / And so if I / Can't have you now / I'll learn to walk / And learn to count / The lot you gave / Me in my mouth, / And spit it out. / If you feel young / And feel ready / Or if you feel old / And just need sleep / You know your / Secret's safe with me.

giovedì 13 novembre 2014

like a long chain that goes way back to the reason why I'm here


novembre 2516
Sultan Borough, Capital City

Non torna a casa da un po'. Ha lasciato per qualche giorno Winston dalla famiglia che abita sotto di lei: hanno dei bambini, e Winston è gentile con i bambini. Ma è sempre più gentile con lei: le lecca le nocche e le fa le feste senza mai rimproverarla di averlo lasciato solo. Zhong entra con lei, ogni volta, ma a lui i bambini non sembrano piacere. Ha spalle larghe e occhi neri, e un volto così severo che a volte le sembra di vedergli addosso i panni di Vitali. Ma Vitali è lontano centinaia di parsec e, tutto sommato, Lee ha trovato modi efficaci per pensare a lui (a loro) il meno possibile. 

Winston la segue lungo quelle due uniche rampe di scale, Zhong li precede e guarda appena indietro, mentre parlano del freezer che si è rotto e degli strumenti che gli servono per provare a ripararlo. Sua madre faceva quello di mestiere - riparazioni -, e ha imparato da lei, dice. E' la prima volta che Zhong le racconta una storia che gli appartiene. Se ne pentirà per un sacco di tempo, perché per farlo si volta indietro, per voltarsi indietro si distrae, per distrarsi non vede - se non in netto in ritardo - l'uomo sottile che li aspetta in cima alle scale, e si alza in piedi quando li vede arrivare, e li congela sul posto gettando il terrore negli occhi di ognuno di loro, per motivi diversi.
"Jozef?"
Jozef scende un gradino a labbra schiuse per andarle incontro, ma lo risale all'indietro quando vede Zhong estrarre una semiautomatica compatta e puntargliela contro senza troppi complimenti. Alza le mani in modo automatico, come qualcuno che conosce bene la procedura, ma nonostante ciò se ne stupisce. Zhong gli chiede nome e cognome, credenziali. Lui risponde. Parla inglese con un accento udibile che un corer potrebbe scambiare come russo. Ma Lee Chernenko sa riconoscere un polskie, quando lo sente.
"Non è armato. L'IdN è regolare."
"Ho bisogno di parlarti."
Lee è rimasta in fondo all'ultima rampa, paralizzata. Jozef ha ai suoi occhi la consistenza di un fantasma antico, e nelle vene le inietta solo gelo.
"Miss Chernenko, sta bene?" 
Zhong deve ripeterlo tre volte prima che lei sbatta le palpebre e lo rimette a fuoco. Lo guarda con la gola secca. Annuisce piano e poi, molto lentamente, sale le scale. Passa dietro alla sua scorta, sfiorandone la schiena con una spalla, e accelera quando Jozef si spinge verso di lei incontrando la resistenza ferma delle braccia di Zhong, che non glielo permettono. E' pallido come allora. Ha ancora gli occhi chiarissimi, ma non gli occhiali tondi, con la montatura spessa. Ha lo stesso corpo allampanato, lo stesso collo lungo - ma gli si è inspessito -, gli stessi capelli scuri pettinati con cura, anche se in un acconciatura diversa. Ha occhiaie che prima non aveva, ha un velo di barba ispida che a diciott'anni pensava non gli sarebbe mai cresciuta. Ha le orecchie grandi per cui lei lo prendeva in giro una vita fa. Ora che lo guarda bene, si rende conto che in alcune cose somiglia a Dylan. E se Dylan ha sempre avuto la trascuratezza dei nati ricchi e colti, Jozef si porta addosso lo scrupoloso ordine di quelli che nascono poveri e crescono per diventare i primi nella loro famiglia a diplomarsi. Si è sempre allacciato il colletto della camicia, pensa Lee mentre lo sente chiamarla (Elian, Elian, ti devo parlare); ha sempre avuto l'abitudine di abbassare lo sguardo di fronte ai veri russi (Elian, ti prego, avevamo un patto), di cedere il passo ai suoi aguzzini (devi ascoltarmi), di non rispondere alle provocazioni (sono andato anche a Koroleva, e poi a Xinhion, da tuo padre), di lasciar decidere agli altri il proprio destino (ho parlato con i tuoi fratelli). 

Lee si ferma dietro l'angolo del corridoio. Si volta di scatto, e Zhong si sorprende di vederla con gli occhi così grandi, il respiro così accelerato.
"Con entrambi?"
Anche Jozef ha il respiro corto, incastrato tra le braccia di Zhong. 
"Io..."
"Lo hai raccontato ad Arkadi?"
"Io non..."
"Lo hai raccontato a Mikhail? Rispondimi."
"Sì."
E' una vita che Lee non ha un attacco di panico, ma si ricorda abbastanza bene come funzionano. Quando iniziano a tremarle le ginocchia, si volta e si affretta a raggiungere la porta di casa sua, seguendo il muro a tentoni. La chiave rischia di caderle per terra due volte, ma la trattiene. Quando finalmente riesce a sbloccare la serratura, scivola oltre l'ingresso e si richiude la porta alle spalle. Vi scivola con la schiena fino a toccare terra. Con i polsi che vibrano, si affretta a sfilarsi di dosso il Lifecare.

Dieci minuti più tardi Zhong va a bussare alla porta. Le dice che lo ha fatto andare via e le chiede se sta bene. Gli sembra di sentirla piangere appena oltre l'uscio, ma non può esserne sicuro.


* * *

ottobre 2516
Stalingrad, Koroleva

Vitali morirà in piedi, si dice Arkadi, e lo seppelliranno in piedi. Ci pensa perché anche dopo avergli dato un pugno molto forte non l'ha visto piegarsi. Sanguina dal labbro, adesso, ma non l'ha visto piegarsi. Ma almeno gli ha dato un pugno. "Sei impazzito", gli dice lui incredulo, con quella rabbia sottile e precisa di cui nessun altro è capace. "No, gli risponde Arkadi, sono rinsavito". Poi gli dice "stronzo" ed esce dalla stanza. Si sente almeno un po' meglio.