sabato 27 settembre 2014

like it wasn't our last exodus

Sultan Borough, Silk Square

Il quartiere dei sultani doveva essere un progetto molto più ambizioso quando decisero di chiamarlo così, pensa.
"Credi nel destino?"
Zoey la guarda con l'incomprensione negli occhi mentre lei arrotola un foglietto di carta e lo infila nella bottiglia vuota di birra. La tradizione è bruciare ciò che ci si vuole lasciare alle spalle.
"Io sì. Ciecamente."
Si specchia nel fuoco del falò al centro della piccola Silk Square, schiacciata dai palazzoni grigi. Dai sultani.
"Metti ciò che non sei sicura di bruciare nella bottiglia che getterai nel falò. Se la mattina del ventinove, a fuochi spenti, si è conservato nonostante tutto, vuol dire che non è destino rinunciarvi."
Ciò che non bruci resta con te, ti riorganizza la vita. Dylan è sparito da mesi. Lei si addormenta la notte dopo aver passato tempo interminabile a tendere il cortex-pad verso l'alto, come dovesse captare un segnale distante, alieno. Chiamami, pensa. Chiamami, prega, ho fatto tutto quello che potevo, se non mi chiami ora vuol dire che non chiamerai mai più. Chiama, o smetterò di aspettare la tua chiamata. Se non chiami ora, spegnerò il pad e cambierò numero e cambierò pianeta e non avrai mai più modo di contattarmi. Non chiama nessuno. Lei ha ancora il pad acceso con lo stesso numero sullo stesso pianeta. 
"Pronta?"
Zoey è pronta. Nel fuoco getta il suo lutto. Lee fa qualcosa di simile, ma spera che dalle ceneri risorga, che nel fuoco trovi nuova vita.

Lo prega.

* * *

29 Settembre 2516, mattina

Il quartiere è silenzioso. C'è solo un ragazzino che gioca da sola con una palla, ma si ferma per guardare una donna bionda scalare le macerie di un falò che ha gettato fumo nero per quasi due giorni interi.
"Non lo sai che è pericoloso?"
Lee allarga le braccia per mantenere l'equilibrio, e ci riesce anche quando le cose le franano sotto le suole spesse degli scarponi. In qualche modo atterra sempre in piedi, ed è un bene: chissà con cosa si ferirebbe se toccasse con la carne il terreno. Sposta le cose con i piedi. Esamina tutto ciò che non sta ancora fumando.
"E' davvero pericoloso."
La bottiglia è lì, annerita, con l'etichetta bruciata. La fa rotolare giù dalla pila di macerie, e agilmente la segue. Si china sulle caviglie e la raccoglie, ma il vetro è ancora bollente e la scotta. La fa cadere a terra, si frantuma. 
"Te l'ho detto!"
E' un ragazzino con la pelle ambra e gli occhi neri, con delle scarpe da ginnastica nuove. Non ha più di dieci anni. Lee sposta i vetri con più cautela, toccandoli solo con la mano protetta dalla manica dell'impermeabile.
"Ma ci senti?"
Il biglietto è ancora lì. Arrotolato, accartocciato dal calore e dal calore ingiallito, ma è lì. Lo srotola tra le dita con delicatezza, perché non cada a pezzi. Legge le tre parole che ci sono scarabocchiate sopra. Sorride.
"Chi non rischia è destinato a una vita piccola."
Sospira a fondo e rimane chinata sulle caviglie, con i gomiti sulle ginocchia. Si guarda attorno con l'entusiasmo spaventato di chi ha appena deciso di nuotare con la corrente senza sapere se oltre al fiume ci sia una cascata. E ora aspettiamo. Qualcosa accadrà.

E infatti accade.

* * *

"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"L'inferno sarà pieno di signori distinti."
"Anche i gatti hanno solo sette vite. Di pelle ne hai solo una."
"Io ho tante pelli, ma un solo cuore."
"A cosa non sei sicura di voler rinunciare, Lee?"
"Penso che tu lo sappia già. Tu in fondo sai già tutto, Miller."

* * *

Qualche volta il crepitio del camino nella baita che ho affittato mi ricorda i tuoi scarponi sulle tegole di legno della vecchia casa. [...]
 La prima volta che ti ho vista entrare in questa nuova casa sapevo che non eri tu. Sapevo che stavo cercandoti, creandoti, nella facilità con cui i miei cani ti accolgono quando varchi la soglia e nel pensiero che anche tu, qualche volta, hai avuto bisogno di fare parte di quel branco, di sentirti a casa. Anche con me.  Poi non so mai se è un pizzico di arroganza nel pensare che ti conosca o semplicemente un bagaglio di volti, vite ed esperienze, che fa accadere il resto: ma tu mi sorridi, dal centro di un vecchio tappeto mal messo dall’usura e quando arriva quel momento a me viene sonno. Come se lo spiraglio della serenità di qualcun altro, della tua - di quella che forse avevi con me - finalmente potesse trasformarsi in una buona ragione per chiudere gli occhi e smettere gli incubi. Crazy days, when you sleep and you feel rested, my dear.
Winston le poggia la testa sulla gamba, la distoglie dalla lettera che sta leggendo.
 Forse ha sentito l'odore del suo padrone.


martedì 23 settembre 2014

like a lion


Amira Burns ha i capelli rosso scuro e l'aria sottile e severa di chi è stata scolpita nella pietra. Fa l'avvocato da venticinque anni, e da quando lavora per l'Avantgarde Associated Press rimpiange i tempi dei ricchi studi legali che ha abbandonato per mettersi in proprio. 

Sta leggendo. Legge lo stesso articolo ormai da mezz'ora, nella penombra della redazione e sotto gli occhi colmi di attesa di Lee Chernenko. Quando finalmente alza lo sguardo, non la vede saltare sulla sedia né agitarsi, o incalzarla: Lee è seduta con le braccia conserte, una sigaretta tra le dita e lo sguardo annebbiato di chi si è concessa nel frattempo più di un sorso di scotch.
"Immagino non possa dirti niente per dissuaderti."
Lee sorride quietamente, con la malinconia di chi è abituato a perdere anche quando vince. Non risponde, non serve.
"Sai che questa storia non si chiuderà qui, vero?"
"Lo so."
"Non avrai pace per anni."
"Lo so."
"Continui a dirlo, ma voglio che tu ci rifletta molto attentamente. Sono il tuo avvocato, ma non faccio miracoli. Alcune cose sono fuori dal mio campo d'azione."
"Ci ho riflettuto, Amira. Sono mesi che non penso a nient'altro."
"Come ti senti?"
"Esausta."
"Non puoi sentirti esausta, Lee. Devi sentirti piena di energie, perché presto ne avrai bisogno."
"Lo so. Sono pronta."
Amira la guarda così intensamente da avvicinarsi a bucarle la pelle. La vede con quel sorriso quieto ancora sulle labbra, il viso disteso in una pace immensa, rassegnata.
"Perché non hai paura?"
Lee ride. Ride piano, con gli occhi che le si riempiono di lacrime di stanchezza. Inspira a fondo e si passa entrambe le mani sul volto, poi inietta le dita tra i capelli, li tira indietro.
"Perché tutto ciò che temevo è già successo."
Amira non ride, continua a fissarla in silenzio. Inspira a fondo e poggia il tech-reader che lei le ha porto. Si alza in piedi molto lentamente, sospira piano e indossa la giacca.
"Vuoi che ti accompagni a casa? Non mi sembri in condizione di guidare."
Lee scuote il capo e si spinge in avanti per recuperare il bicchiere di whisky.
"No, stanotte dormo qui. E domani..."
Ci pensa un attimo, poi sorride in modo ampio, simmetrico.
"Well. Domani trasloco."

giovedì 11 settembre 2014

like everything around us is a graveyard


(a quindici anni)

Elian guarda negli occhi suo fratello maggiore. Si trovano nel soggiorno dell'ultima casa assegnata alla famiglia Chernenko dal governo, adeguata alle loro diminuite esigenze di spazio, ora che i due maggiori hanno entrambi lasciato da tempo il nido per dedicarsi allo studio delle loro rispettive specializzazioni all'interno dell'esercito. Vitali è in licenza, e come sempre ha sentito l'obbligo di andare a trovare la sua famiglia. Ha appena vent'anni, ma nel suo volto severo sono scolpiti i lineamenti di un uomo già fatto. Tiene entrambe le mani poggiate sul tavolo e guarda sua sorella negli occhi. E' il primo a parlare.
- Prima di partire ho mangiato uova.
Elian ci riflette qualche istante. Ne guarda le mani, poi la piega delle labbra e infine gli occhi.
- Ieri hai mangiato delle uova?
- Stai sbagliando.
Elian soffia dalle guance piene e si spinge indietro con la sedia.
- Ti sto guardando.
- Stai guardando le cose sbagliate.
- Quello che mi hai insegnato tu... le labbra, le mani...
- Sono tutti movimenti volontari. Puoi guardarli quando il tuo interlocutore non sa cosa stai facendo.
- Che esercizio è se non fai le cose che fanno i bugiardi?
- Devi cercare i movimenti involontari.
- Cioè?
- Ne abbiamo già parlato. I micromovimenti degli occhi.
- Ci sto provando.
- "Provare" non ha alcun valore. Devi riuscirci.
Elian ha sentito quelle parole dai suoi genitori mille volte prima di quella, e ha imparato a non pronunciarle mai intorno a loro. Ascoltarle dalla bocca di Vitali le fa piegare l'espressione in un moto di fastidio evidente. E' nel pieno di un'adolescenza turbolenta, e non ha ancora imparato a mascherare la propria insoddisfazione.
- Di nuovo. E questa volta non sbagliare.
- Non mi va più.
- Non mi importa. Avanti.
Elian si stringe le braccia conserte al petto. Gli occhi chiari che tiene su Vitali vibrano di una ferita che non ha sanguinato, ma ha lasciato un livido. Inspira a fondo. Vitali rimane immobile, Lui la pazienza l'ha imparata da tempo.
- Cosa hai mangiato prima di partire?


* * *

(a diciassette anni)

Gavriil Babikov ha la sua stessa età, ma guardiamoci in faccia: non supererà la prova. L'hanno messo in coppia con Elian Chernenko per compensare la sua scarsa attitudine alla sopravvivenza, là dove ne serve molta. Non che sia un diciassettenne impreparato: a differenza di molti suoi coetanei stranieri, ha in effetti sviluppato un numero di talenti e capacità indubbiamente maggiore. Forse riuscirebbe a battere qualche adolescente cresciuto nella tiepida New Moscow o in qualche famiglia operaia della zona industriale di Dokska, ma tra i giovani aspiranti militari che passano le estati al campo di addestramento pre-arruolamento di Novgorod non ha la benché minima possibilità. Così come non ha la benché minima possibilità di completare la prova di "sopravvivenza in territorio ostile naturale" senza dover sparare il razzo di segnalazione per i soccorsi o finire morto in un fosso.

O congelato. L'idiota (Elian pensa a lui in questi termini) ha messo un piede in una pozza, lo strato di ghiaccio si è rotto e lui ha finito per affondare nell'acqua gelida fino al ginocchio. Elian ha dovuto togliergli lo scarpone, i calzini e anche i pantaloni prima che gli si congelassero addosso, ma ha nevicato il giorno prima e riuscire ad accendere un fuoco con legna umida non è di certo facile. C'è bisogno di tempo, ma Babikov non sembra averne ancora molto.
- Ti stanno diventando le dita blu.
- Merda.
- E' ora.
- No.
- Credo sarà già necessario amputarti qualche dito. Se aspetti ancora, potrebbe diventare il piede.
- Se troviamo della legna asciutta...
- L'ho cercata, non ce ne è.
- Puoi cercare meglio.
- L'ho cercata meglio.
Non è vero. Si è allontanata non più di qualche chilometro, e gran parte del tempo l'ha speso cercando bacche commestibili e consumandole. A Gavriil ne ha portato solo una minima parte, sicura che sarebbe riuscita a convincerlo a sparare il suo razzo. Sarebbe stato un notevole peso in meno, comunque.
- Non posso. Se non completo la prova non entrerò mai nel reparto che... Chernenko, la mia famiglia è nel reparto esploratori da cinque generazioni.
- Non so come aiutarti.
- Possiamo camminare. Ristabilirà la circolazione.
- Non sei in grado di camminare.
- Lo sono se mi sorreggi.
Non che superare la prova sia per lei importante. Fin dalle prime estati passate a Novgorod è stato chiaro a tutti i suoi istruttori come abbia tutte le qualità necessarie per entrare nel reparto di spionaggio, e la prova di sopravvivenza in territorio ostile naturale è puramente accessoria nel suo curriculum. Avrebbe potuto sparare il razzo di segnalazione dieci minuti dopo essere stata abbandonata nella riserva distante centinaia di miglia dai centri abitati più vicini e avrebbe ancora tutte le carte in regola per arruolarsi l'anno dopo, finita la scuola. E arruolarsi non le interessa neanche: ha deciso da tempo che troverà un modo per lasciare Koroleva in via definitiva, anche se non sa ancora quale. Non c'era alcun motivo per cui non potrebbe prendere di peso Gavriil, sorreggerlo e aiutarlo a camminare per ristabilire la circolazione sanguigna regolare.

Ma poi dovrebbe procurargli da mangiare, dargli la precedenza sul calore di fuochi da campo alla cui creazione contribuirebbe da sola, e arriverebbe per ultima al punto di rendez-vous pattuito, mentre se si mettesse in cammino subito avrebbe una buona possibilità di arrivare tra i primi. Le permetterebbe di dimostrare quanto sia portata a questo lavoro: un elemento in più di disappunto e delusione nei suoi genitori quando dirà loro che non ha alcuna intenzione di iniziare una carriera militare né, se è per questo, di vederli mai più in tutta la sua vita.

Direbbe lo stesso a Vitali. Non voglio più vederti in tutta la mia vita. Non perché ci crede veramente, ma perché le metterebbe tra le mani una buona dose di potere nel caso in cui riuscisse a pronunciarlo prima che sia lui a disconoscerla. E' tutta una questione di tempo e tempismo. Il sole sta calando.
- Ti prego.
Elian lo guarda, riflette. Non si ricorda l'ultima volta in cui qualcuno l'ha supplicata. Le è stato insegnato che pregare serve sempre a poco. Non ha certo ottenuto nulla quando ha pregato Vitali di darle ancora un po' di tempo, solo un po' di tempo. Alcune cose pensa di essere pronta a dimenticarle, ma ogni volta che ci crede tornano a mangiarle la coscienza come il fuoco mangia la carta. Forse potrebbe perdonare Vitali, se lui pregasse. Ma sa che non accadrà mai: non pensa di aver fatto niente che esiga perdono.
- D'accordo.
Gavriil sorride, le labbra spaccate dal freddo. Elian lo copre e lo rassicura, gli dice di andare a dormire. Il giorno dopo si sveglierà per scoprire che se ne è andata prima dell'alba, prendendo tutto il contenuto del suo zaino e le coperte extra con cui lo aveva coperto. Non trova biglietti, solo una pistola a canna larga carica di un solo razzo di segnalazione. L'idiota, deve aver pensato Elian mentre andava via, imparerà che non ci ricavi niente a supplicare un Chernenko.


* * *

Un bagno di un'affittacamere qualsiasi in una qualsiasi zona di Maracay, né ricca né povera, né tranquilla né pericolosa. Sospesa nel mezzo, come lei che si guarda allo specchio senza riconoscere la propria faccia. Perché quella non è la sua faccia: la pelle non è la sua, gli occhi nemmeno. Le labbra sono più piene, il naso più largo e schiacciato, i capelli neri. Per un attimo, solo per un attimo, considera che potrebbe facilmente tagliarsi tutti i capelli, usare un paio di lenti a contatto, procurarsi un IdN falso e fuggire nel Rim. Inventarsi una storia che le piace, ma non abbastanza felice da non essere credibile. Che storia sarebbe?
- May Vonnegut, trent'anni, nata e cresciuta a Hera, la sua famiglia e i suoi amici persi in guerra, Un'istruzione basilare e una giovinezza passata nelle fabbriche. Ora cerca lavoro a Polaris, in qualche ranch di un pianeta rurale.
Nello specchio viene riflessa Oksana Katalina Chernenko così come Lee se la ricorda: più giovane, con un muso chiaro e un'espressione quieta, silenziosa. Quando lei ha lasciato Koroleva, Ana era una ragazzina pacifica e introversa che aveva poco meno di quindici anni, Ana le manca, ma non nello stesso modo in cui le manca Arkadi: la sicurezza di un rapporto adulto anche se lasciato andare. Le manca invece la relazione che avrebbe potuto costruire: l'affetto un po' infantile che sua sorella provava per lei e il modo in cui si sarebbe potuto sviluppare se non avesse deciso di lasciarsi alle spalle Stalingrad e interrompere tutti i rapporti per non rischiare di essere mai, mai più associata a Koroleva.
- E' stato il compleanno di mia figlia, tre giorni fa.
- Lo so, Annushka. Mi dispiace di non essermi fatta sentire.
- Ogni anno spero che te ne ricordi, ma finisce che non te lo ricordi mai. Io rimango delusa e tu finisci per rovinarmi il compleanno di mia figlia.
- Non è così. Me lo ricordo sempre, solo che non ti chiamo.
- Cosa cambia?
Non cambia niente. Lee affonda le mani nella bacinella dell'acqua, si sciacqua la faccia e poi si assicura che il colorante della pelle sia ancora al suo posto, intatto. Oksana continua a guardarla nello specchio.
- Ti senti sola? Quando ti senti sola immagini sempre me.
- E' così?
- Sì. Immagini ognuno di noi ogni volta che sei in crisi. Vitali quando hai paura. Papà no, non lo immagini mai.
- E quando sono felice?
- Quando sei felice non ci pensi. Non ti serviamo.
- E' vero che mi sento sola, Ana.
- Perché te la sei presa con il tuo amico soldato?
- Perché non sa cosa mi sta succedendo, nessuno lo sa. Dice che a lui sto bene così, ma non sa chi ero prima. Non ha capito ciò che ho detto. Che volevo dire.
- Che volevi dire?
- Che non ho più la forza per tirare gli altri a me. Non ho più la forza di scavalcare i suoi muri per raggiungerlo. Deve farlo lui: raggiungermi. Ma non so se ne è capace. Vorrei che lo fosse, ma non lo so.
- Che volevi dirgli quella sera, al Red Lotus?
- Una cosa. Ma non avrebbe avuto importanza. Non avrebbe cambiato niente.
- Lo ami?
- Non c'entra. Non so se posso affidarmi a lui.
Lee si lava le mani nell'acqua opaca, immergendole fino ai polsi. Poi con i palmi umidi si rinfresca il collo, continuando a guardare Oksana nello specchio.
- Non ho mai capito come potessi sentirti sola con noi, Elichka. Eravamo una delle famiglie più numerose del quartiere. Non abbiamo neanche mai avuto ognuno la sua stanza... ti ricordi quando eravamo piccole, e io e Lita ci infilavamo nel tuo letto? Ti lamentavi ogni volta, ma finiva che ci tiravamo le coperte fin sopra i capelli e tu ci raccontavi le storie dell'orrore con la torcia accesa. Sei sempre stata brava a inventare storie. Anche su te stessa.
- Pensi che io sia una storia?
- Penso che te ne racconti tante. Come quella di essere sola. Hai molti amanti, molti amici. Persone che tengono a te più che a chiunque altro.
- Questo non è vero. Nessuno tiene a me... più che a chiunque altro. Non sono la persona più importante della vita di nessuno.
- Perché, c'è qualcuno nella tua vita più importante di tutti gli altri?
Ci pensa mentre si disegna sentieri d'acqua sulla pelle. Fa scivolare le dita sul mento, ai lati del naso contraffatto, sulle ciglia.
- Sì.
L'idea la fa tremare per un solo istante, riempiendola di una frustrazione violenta, dolorosa.
- Ma non voglio che mi veda così. Nessuno mi ha mai visto così.
- Io sì, Elichka: io me lo ricordo. Mi ricordo che un anno sei tornata dal campo di Novgorod e non eri più la stessa. Non volevi che ci infilassimo più nel tuo letto, e ogni cosa che facevamo ti arrabbiavi, o fingevi non fossimo lì. All'improvviso eri scontenta. E io aspettavo che ti passasse e tornassi ad essere mia sorella. Ma non ti è passato, e due anni dopo sei andata via. 
- Non potevo restare.
- Perché?
E' sempre lo stesso scoglio. Non è mai riuscita a spiegarlo a nessuno di loro, convinta che nessuno fosse veramente nelle condizioni di capire. Oksana le anticipa i pensieri (Oksana è un pensiero a sua volta).
- Quando le cose importanti non vanno come vuoi scappi. Questa volta non scappare. Questa volta non ne vale la pena.
- Ti giuro che allora ne valeva la pena. Ti giuro che non potevo fare nient'altro, Annushka. Ti ricordi cosa diceva babcia Ròza? 
- Me la ricordo poco.
- Diceva che la vita è una e appartiene solo a te.
- Babcia Ròza è morta sola, Elian. Al suo funerale c'eravamo solo noi, e non la vedevamo da anni.
Lee sorride, infelice.
- Accadrà anche a me, Katalina?
Ma Oksana non risponde, e quando si volta per guardarla negli occhi non c'è già più.


* * *

(a diciotto anni, e Dylan Khan ne ha ventuno)

Camminano verso il portone del dormitorio di periferia che l'esigua borsa di studio le consente di permettersi. Si conoscono da un paio di mesi e si frequentano da qualche settimana. Parlano spesso dell'università, dei corsi che frequentano, di qualche inchiesta degna di nota. Oggi sono andati a vedere la replica di un celebre film vecchio di una ventina d'anni: un cult, nel Core. E' stato lui a proporlo, e lei non ha avuto il coraggio di dirgli che non l'aveva mai visto prima di quel momento: parla un inglese impeccabile e un ottimo cinese, si è presentata come Lee e nessuno sospetterebbe mai che sotto la pelle chiara scorra sangue rimmer. Nonostante ciò lui l'ha osservata attentamente.

- Insomma, ti è piaciuto?
Dylan Khan è nato ricco, glielo si legge addosso senza difficoltà. Nessun ventenne di origini umili porterebbe le camicie sgualcite come le porta lui, mezze dentro i pantaloni e mezze fuori, le cravatte allentate ogni volta che l'occasione richiede una cravatta, i capelli scompigliati. Elian ne è incuriosita, ma non del tutto convinta. Dice di sì senza neanche riflettere se sia vero o meno, e poi si affretta a ricordare un paio di scene su cui le è sembrato che lui ridesse. Questa è una cosa che le hanno insegnato e non ha ancora fatto in tempo a disimparare: per circuire le persone parti da ciò che amano. Nonostante ciò, da quando si è trasferita a Xinhion indossa solo le migliori intenzioni: impressionare Dylan le interessa sinceramente - forse perché rappresenta in così tanti modi la persona che vorrebbe diventare un giorno.
- Eccoci.
Eccoli. Di fronte al portone si mettono l'uno di fronte all'altro. Lei sorride e inspira a fondo. Si scambiano qualche saluto nolente. Lei si spinge sulla punta dei piedi e prova a centrargli le labbra.
- Che fai?
Che si ritirasse non se l'aspettava. Dylan oscilla il busto all'indietro, le guarda le labbra raccolte con una curiosità quasi clinica. Elian fa un passo indietro e inarca le sopracciglia, guardandolo con un certo disappunto.
- Scusa.
- Figurati.
- E' perché ci conosciamo poco?
Dylan piega le labbra in un sorriso obliquo, ironico: è un sorriso che negli anni lei imparerà a imitare fino a farlo proprio. Non lo sa ancora, però.
- Ci conosciamo affatto?
Lo dice con molta perspicacia, facendola stringere nelle spalle e vivere un momento di disagio profondo. Rimane in silenzio finché non è lui a parlare.
- Ci vediamo lunedì all'università?
- Okay.
- Okay?
- Okay.
Dylan le lascia un bacio su una guancia, poi si volta e si avvia. Ogni passo che Lee compie lungo il corridoio del piano terra la fa sprofondare. L'ascensore ci mette troppo a scendere, e quando lei è finalmente dentro sente qualcuno alle sue spalle urlare di tenere la porta. Sospira ma allunga una caviglia, il sensore ne legge la presenza e si spalanca di fronte allo sconosciuto.
- Grazie.
E' un ragazzo che avrà più o meno la sua età. Gli occhi scuri e intensi come solo gli asiatici riescono ad avere, un sorriso sfacciato e un odore di dopobarba addosso. Deve essere ricco anche lui, ma capirlo è più semplice: indossa uno splendido spezzato nero ma mal stirato, e in mano porta una bottiglia di champagne ancora chiusa.
- Che si festeggia?
Lee lo chiede sorridendo con un disagio vago: non lo chiederebbe se non si sentisse così sola. Lui si volta e le sorride. Prima ancora che ne incroci gli occhi, l'ascensore si blocca e la luce al suo interno si spegne. Un'ora dopo ridono seduti per terra, ancora in attesa che qualcuno li recuperi. Lo champagne lo hanno aperto.
- Io sono Lee, comunque.
Lui si chiama Peter, ma lei lo chiamerà Pete.


* * *

- Stai cambiando.
Potrebbe piovere.
- Fuck you, Sebastian.
Potrebbe infuriare la tempesta ma non cade una goccia d'acqua.
- Fuck you too, Elian.