domenica 29 giugno 2014

like we had luck, but we also needed timing




La strada dallo sperduto angolo di pianeta della dimora Blakelee fino a Bruckner, nei sobborghi di Capital City, è molto lunga. Lee la fa tutta quanta piangendo, sfogando in poche ore un peso accumulatosi in mesi di eventi che le hanno fatto male alle ossa. E' un pianto liberatorio e privo di rabbia, adagiato in una rassegnazione completa. Prima di estinguerlo, comunque, deve fare qualche giro a vuoto attorno al quartiere, sentendosi nei muscoli la necessità di correre da qualsiasi parte che non sia casa. Quindi passa al Plainsboro Hospital per guardare Dylan dormire da fuori la stanza in cui non la fanno entrare (non è orario di visite). Rientra in macchina un'ora dopo e attraversa irrequieta le strade silenziose del centro. Sono le sei e mezza quando entra in un bar e la cassiera le regala un pasticcino perché le vede gli occhi arrossati. Alle sette è di nuovo in macchina e continua a girare a vuoto, finché non è così stanca da temere di andare a sbattere. Sono le undici e mezza quando, esausta, entra nell'androne del grattacielo che ospita il suo appartamento.

Ferguson è il portiere, ogni tanto. Quando la vede, si sporge dal suo gabbiotto e le dice:
"Lee."
(Anche lui ha fatto capolino a qualcuna delle feste dell'appartamento Chernenko-Gray, e come tutti ha preso a chiamarla per nome.)
"Lee, c'è un pacco per te". 
Il "pacco" si affaccia dal gabbiotto. Ha due orecchie ripiegate in avanti e scodinzola felice di potersi trarre dall'impiccio della compagnia di uno sconosciuto. Lee si piega sulle caviglie e lo accarezza con un affetto un po' selvaggio - l'ha salutato solo poche ore prima.
"Il tipo che l'ha mollato ha lasciato anche questo."
Lee spiega il biglietto che Ferguson le porge. Lo legge e tira su col naso.
"Mi sa che Gray ti farà una scenata, mh?"
Lei scuote il capo.
"Bettie sa già che ho l'abitudine di raccogliere randagi."
Risponde piano, con un sorriso un po' triste, ma non sconfitto. Sospira. Si alza in piedi e si batte il palmo della mano sulla coscia. Winston la segue.

* * *

Elian  « [...] » I'll miss you too. I was growing pretty fond of you. « lo dice piano, con una gentilezza pacata. [...] » I had big plans. « un'ironia leggera, fatta assottigliando lo sguardo e il sorriso dispiaciuto. » magari in un'altra vita. « [...] »

Randall  «  [...] » In another life. «  mormora, sollevando piano il volto.  » when we are both cats.  




sabato 28 giugno 2014

like we wasted too much time



Plainsboro Hospital, Capital City

- Potete prenderne di più.
- Cinquecento millilitri è il massimo legale.
- Posso firmare tutte le liberatorie che volete. 
- Non è consigliabile.
- Ho fatto metà della Grande Guerra in un'ambulanza. So quanto sangue posso versare prima di sentirmi male.
- Non sappiamo neanche se ce la farà. Aspettiamo che esca dalla sala operatoria. Ne riparleremo allora.

* * *
- Perché hai voluto me?
Lee è praticamente una ragazzina. Ha l'avventura negli occhi e la tenacia nei polsi. Si sistema il borsone sulla spalla e si volta verso di lui.
- Mh?
- San e Pete volevano esserci, alla tua partenza. Hai detto a loro di rimanere a casa e hai chiesto a me di accompagnarti allo spazioporto. Perché?
Gli sorride, getta azzurro nell'azzurro. Si stringe nelle spalle, finge di pensarci.
- Perché tu sei quello che ci sarà anche quando tornerò.
* * *

 



domenica 22 giugno 2014

like bargaining



Capital City, giugno 2516

Lo studio del rispettato dottor Mathieu Kun è al sedicesimo piano di un palazzo molto elegante, in pieno centro di Capital City. Lee Chernenko ci è entrata in punta di piedi alle nove di mattina in punto, con le scarpe in mano e i vestiti sgualciti della sera prima. Lo sguardo che ha dedicato al suo terapeuta è stato un misto di scuse e birbanteria di prim'ordine. A stento pettinata, si è stesa sul divanetto con un sospiro profondo, incrociando le caviglie nude sul bracciolo e le mani sottili sul ventre.
- Stanotte ho dormito con una celebrità.
Esordisce con delicatezza, spingendo gli occhi chiari sul soffitto.
- Interessante.
- Non ti ho detto neanche quale celebrità.
- Non intendevo il dormire con una celebrità.
- Sai che è un modo per dire che abbiamo avuto un rapporto sessuale, sì?
Lee dondola lo sguardo di lato, all'angolo della bocca il principio di un sorriso arguto e canzonatorio.
- Siamo al quarto appuntamento settimanale dall'inizio della terapia. La prima volta mi hai detto che non credi nella psicoterapia, la seconda volta mi hai parlato di Marshall Lee, la terza mi hai raccontato nei dettagli il lavoro che avevi svolto nella settimana, e ora hai deciso di cambiare di nuovo argomento.
Lei guarda Kun con la coda dell'occhio. Ha una carnagione scura, olivastra, capelli corti e sottili, barba brizzolata, occhiali da vista perfettamente tondi. In gioventù deve essere stato un ragazzo silenzioso, molto studioso. Si strofina il pollice sul labbro inferiore strofinando ciò che è rimasto del rossetto.
- Due settimane fa, avevi accennato che saresti andata a trovare Marshall Lee in carcere.
- E l'ho fatto.
- Vogliamo parlare di questo?
Sospira a fondo ed espira dalle narici appena infastidita, tornando ostinatamente a fissare il soffitto bianco. Se ne sta un po' in silenzio, poi con uno strattone di spalle verso l'altro si mette seduta sul divano. Affonda il busto nello schienale e tamburella le dita sui grandi e morbidi cuscini in sintopelle nera. 
- No.
Kun allarga le dita sui braccioli della sua poltrona. E' una poltrona rigida, di uno stile del tutto diverso da quello del divano. Sostiene e solleva piuttosto che avvolgere e accogliere. 
- Una volta mio fratello maggiore mi ha salvato la vita.  
Il silenzio protratto non spaventa nessuno dei due.
- Mi si ruppe il ghiaccio sotto i pattini e caddi in un lago d'inverno. Avevo sei anni, lui ne aveva undici. Si tolse il cappotto e si lanciò in acqua. Avremmo potuto morire entrambi affogati, o di ipotermia, ma lui non ci pensò neanche un istante.
- O forse ci pensò e considerò che salvare sua sorella valesse il rischio. 
Lee sorride addosso al viso di Kun con un retrogusto amaro che le scivola dietro le gengive.
- Ho passato anni interi nella sua completa adorazione. Ho amato sempre tutti loro: Arkadi, e le mie sorelle. Ma per tutta l'infanzia ho sempre cercato solo Vitali. Pensavo fosse la persona più coraggiosa di tutto il 'Verse. Difendeva tutti noi. Se un ragazzino mi dava fastidio, se ne sarebbe occupato Vitali. Se non avevo ancora imparato a sparare bene dopo due settimane di campo militare estivo, mi avrebbe insegnato Vitali. Se sull'orlo di un trampolino non trovavo il coraggio di saltare, Vitali mi avrebbe spinto. 
- Sembra il ritratto di un ottimo fratello maggiore.
- It does, doesn't it?
- E quindi cosa ti porta a nutrire così tanto risentimento nei suoi confronti?
Stringe le labbra, fa sfuggire lo sguardo di lato. Sulla scrivania poco distante, vede un piccolo meccanismo a moto semi-perpetuo. La ripetizione del movimento, per qualche motivo, la infastidisce abbastanza da strattonare lo sguardo verso altri angoli.
- Perdonare è dimenticare?
- Non necessariamente.
- Marshall Lee ne è convinto. Quando gli ho detto che l'ho perdonato, non mi ha creduto.
Nel modo in cui cerca una reazione sul viso di Kun c'è una voracità impaziente. Lui la guarda da dietro gli occhiali perfettamente tondi. Se c'è una cosa che Lee Chernenko sa fare, è leggere le persone.
- Puoi dirlo.
- Dire cosa?
- Che sono patetica. Che la mia necessità di essere amata da tutti è patologica.
- E' quello che pensi di te?
- E' quello che pensa chiunque.
- Non credo che tu abbia necessità di essere amata da tutti, Lee. In verità, penso sia il contrario: ho l'impressione che tu abbia la necessità di amare tutti.
- E puoi guarirla?
- Come una malattia?
Lee solleva gli occhi al cielo e sbuffa un mezzo sorriso sarcastico ed esasperato.
- Non mi ha portato molta fortuna, fino ad ora.
- Questa non è una risposta.
- La tua è a stento una domanda.
Il sorriso si fa più dolce, in qualche modo più rarefatto. La korolevita si passa le mani sulla gonna svasata del vestito che indossa. Addosso, Kun le trova un'accettazione quieta del proprio corpo, anche quando stanco e sfatto. 
- Quindi sei andata a trovare Lee per dirgli che lo avevi perdonato.
- Esatto.
- Mi sembri delusa dalla sua reazione.
- I guess.
- Che cosa ti aspettavi? 
- Che mi chiedesse scusa, immagino. Che fosse pentito.
- E questo avrebbe sistemato le cose tra di voi?
Lee schiude le labbra, poi aggrotta le sopracciglia, tentenna. Spinge gli occhi sul viso di Kun cercando di decifrare la risposta giusta dalla quantità di rughe irradiate dagli occhi scuri dell'uomo.
- No. Certo che no.
Abbassa il capo e chiude le mani l'una sull'altra. Ora sembra davvero a disagio. Sinceramente delusa.
- Vitali diventò come mio padre. Ecco cosa accadde.
- Spiegami. 
- Mi denunciava ai nostri genitori se mi trovava della musica o dei libri del Core nascosti sotto le mattonelle del pavimento della mia stanza. Controllava che non facessi solo finta di cantare l'inno ogni mattina. Una volta gli chiesi se si ricordava di quella volta che mi aveva salvato dall'annegamento in un lago ghiacciato. Mi disse che nostro padre gli aveva ordinato di badare a me. Ordinato. Tutto ciò che per anni avevo pensato fosse amore e coraggio, era solo senso del dovere. Un artificio che non aveva niente a che fare con me.
- Devi esserti sentita tradita.
Lee aggrotta le sopracciglia, scava sul fondo dello sguardo di Kun. Poi soffia tra i denti una risata nervosa, scuote il capo e guarda altrove.
- Of course. Vitali è una metafora per Marshall Lee. O il contrario. Funziona comunque, no? Deve essere vero quello che dicono sugli psicoterapeuti.
- Non è affatto quello che credo. Anzi.
Riesce a ricatturarne l'attenzione e a iniettarle di nuovo il disagio nelle vene. Mathieu Kun la vede agitarsi inquieta sul divano morbido, come se all'improvviso fosse diventato incredibilmente scomodo.
- Certo, hai tracciato le analogie in modo palese. Due persone dai sentimenti insinceri e dedite solo al rispetto degli ordini che ti hanno ferito in momenti diversi della tua vita tradendo la tua fiducia. E' una similitudine così perfetta che mi sorprende tu l'abbia assunta con tanta ingenuità. No: io credo, Lee, che tu mi abbia appena raccontato di come tu non riesca a perdonare qualsiasi cosa ti abbia fatto tuo fratello, nonostante ti abbia salvato la vita, tanto da non voler avere nulla a che fare con lui da anni. Mentre per perdonare Marshall Lee, che non è tuo fratello e che non ti ha mai salvato la vita, hai impiegato un istante. Quasi come fosse una cosa da fare di fretta, prima che scada il tempo. 
- Quale tempo.
- E' un'ottima domanda. Il tempo per riabilitarlo nella tua vita, suppongo. 
Lo sguardo azzurro della giornalista si riempie di una diffidenza spezzata, ricomposta in sprazzi di razionalità e aspettative plausibili.
- Mi ha portata nelle mani di gente che mi ha rapita, minacciata di morte, tenuta al buio per settimane, torturata. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che me lo merito e me la sono cercata. Perché dovrei volerlo riabilitare nella mia vita?
- Spiegami allora perché hai avuto tanta fretta di andare a dirgli che lo avevi perdonato.
Le tremano gli occhi. Quando se ne accorge li abbassa, deglutisce. Si passa il pollice sinistro contro il palmo della mano destra, strofinando il segno di una cicatrice sottile. Parla ora molto piano, come se all'improvviso le fosse mancata tutta la voce.
- Non voglio che pensi che lo odi. O che lui odi me. 
- Dopo quello che ti ha fatto, per quale motivo ti interessa che non ti odi?
Non risponde.
- Io credo, Lee, che tu stia semplicemente attraversando le normali fasi dell'elaborazione del lutto. La morte non è l'unico modo in cui possiamo perdere una persona cara.
Continua a non rispondere. Sospira a fondo, improvvisamente esausta e svuotata. Affonda il viso tra le mani e poi si passa le mani tra i capelli biondi, tirandoli all'indietro finché non le fanno male.
- Lemme guess (dice molto piano, con un accento che scivola incomprensibilmente su una cadenza cantilenante e aperta simile a quella di Bullfinch). This ain't Acceptance, is it?

* * *

Maybe when we're both old and wise,
Maybe when our hearts have had some time,
I'm gonna see you there.


mercoledì 18 giugno 2014

like this pain that I own




Il cortex pad di Paul Carraway non si trova mai nel primo posto in cui allunga le mani alla cieca. Mentre squilla rumorosamente, lo cerca a tentoni nella speranza di farlo smettere. I tentativi lo portano a rotolare giù dal divano, atterrare sopra una bottiglia che non si spacca per miracolo, sbattere il gomito contro il bordo del tavolino e poi finalmente, abbandonato sul tappeto, trovare il dispositivo e rispondere.
- Sto bene, sono vivo. Smetti di chiamarmi.
- Non chiamo per te.
- Perché chiami me, allora?
- Ho bisogno che tu venga qui.
- C'è il fottuto caos qua fuori.
- Gray non sta bene, non so come farlo stare meglio. Ho bisogno che tu venga qua.
- A fare cosa?
- Che cazzo, Paul. Vieni e basta.
Fine conversazione. Paul impreca volgarmente in un cinese tutto aperto tipico di Berishan. Poi, con le ginocchia di gomma, si alza in piedi e, oscillando pericolosamente, raggiunge la finestra che dà sulla strada. Troppi piani più in basso, un cassonetto a cui è stato dato fuoco getta fumo nero dopo l'estinzione delle fiamme. Paul impreca un altro po'. Poi, senza darsi una ripulita, si infila le scarpe ed esce.

* * *

- Non ho capito.
Paul affonda il naso nel caffè bollente che Lee gli ha preparato sperando di togliergli un po' di nebbia dal cervello.
- Era lì, il bambino gli è morto tra le braccia per le ustioni. Non ha chiuso praticamente occhio. Non parla e non mangia. Sono preoccupata.
- E io che c'entro?
Lee assottiglia lo sguardo come se dovesse trafiggergli la faccia da parte a parte della testa.
- Sei suo amico, parlagli. Prova a farlo sentire meglio.
- Yeah, sure, but... why me?
- Ci sei già passato, no?
A Paul gira improvvisamente la testa. La oscilla pesantemente regalando alla donna che ha di fronte un sorriso rarefatto, estraneo.
- Per dirgli cosa?
- Che ci sei già passato. Che andrà meglio. Che a un certo punto se ne esce.
- E ti sembra che io ne sia uscito, Lee?
Lei lo guarda con uno sguardo incredibilmente privo di pietà, per i suoi standard. Non dice niente.
- Sei arrabbiata con me?
- Pensavi che non lo fossi?
- Perché?
- Secondo te perché? E' la prima volta che ti vedo da mesi.
- Ho avuto da fare.
- Così tanto da fare da non venirmi neanche a trovare in ospedale. O mandarmi un messaggio per chiedermi come stavo. O un mazzo di fiori di buon augurio.
- Ti sembro davvero il tipo che manda fiori?
- Non mi sembri nessun tipo. Onestamente, da un po' di tempo a questa parte, mi sembri a stento una persona.
- Sei arrabbiata.
- Sono solo delusa.
Paul soffia tra i denti sarcasmo ed esasperazione. Si tira indietro sulla poltrona e volta il capo da un'altra parte.
- Non ho niente di consolatorio da dirgli.
- Allora inventalo. Non mi interessa. Basta che lo tiri fuori da come sta adesso.
Paul scuote il capo, non dice nulla. Dopo un po', sotto lo sguardo severo di Lee Chernenko, si alza e va nella stanza da letto di Sebastian.

* * *

Lo trova con le gambe premute contro la balaustra troppo bassa del balcone, con uno sguardo vacuo ed esausto fisso su un angolo imprecisato di orizzonte. Si mette accanto a lui, accende una sigaretta e gliela passa. Quando Sebastian non la prende, se la tiene semplicemente per sé. Rimangono in silenzio per un bel po'. 
- Lee mi ha mandato a dirti che andrà tutto bene e che lo so perché ci sono passato. A quanto pare sono l'unica persona che conosce che ha visto qualcuno bruciare vivo.
Sebastian sospira profondamente. Continua a fissare il quadro.
- Allora dimmelo e vattene.
- Che il tempo guarisce ogni ferita, che passerà ogni cosa, che presto o tardi diventerà solo un pessimo trauma dimenticato.
- Davvero?
Sebastian ruota il capo. Spinge su Paul degli occhi spenti. Il fu 'versalista deglutisce fumo.
- No.
- I guessed that. 
Non dice niente per un po'. Sebastian non crede che dirà altro. Poi, per qualche motivo, decide di continuare.
- This is it, Gray. Ognuno prima o poi incontra quel qualcosa che lo ammazzerà, a un certo punto. Ti si infilerà sotto la pelle e ti crescerà dentro come un cancro. Finché non riuscirai più a dormire senza stordirti di sostanze e finché non avrà finito di mangiarti vivo. Sarà un continuo di terapie, tentativi di scendere a patti con te stesso, tentativi di manovrare oblii per scordartene. Ma non te ne scordi. Col tempo peggiora. Finché non diventi la carcassa della persona che dovresti essere e aspetti che i vermi facciano il loro lavoro. Sarebbe più pietoso procurarsi una pistola e spararsi in bocca.
Sebastian schiude le labbra, crucciato, svuotato.
- E' questo il tuo consiglio? Spararsi in bocca?
- Mi hai chiesto la verità.
- No, non te l'ho chiesta.
Paul si stringe nelle spalle. Scrolla la cenere nel palmo raccolto della mano sinistra.
- Ora dovresti toglierti dai coglioni, Paul. In questa casa abbiamo sufficienti problemi per conto nostro.
Paul annuisce molto piano e inspira molto forte. Si guarda la cenere sul palmo della mano. Poi, in un movimento brusco e impetuoso, si alza dal letto ed esce dalla stanza.

* * *

Paul e Lee si incontrano all'ascensore: lui vuole entrare, per scendere al piano terra, e lei sta uscendo con le buste della spesa appesa alle mani, pronta a rientrare in casa. 
- Cosa è successo?
- Togliti.
- Cosa è successo?
Paul (per qualche motivo esausto, per qualche motivo in collera) volta le spalle con uno strattone dei muscoli e, aprendo la porta di servizio con una spallata, imbocca le scale. Lee lascia la spesa sul pianerottolo e gli corre dietro.
- Che gli hai detto?
- La verità.
- Gli hai detto che starà bene?
- Gli ho detto che non starà mai più bene  in vita sua.
Lee gli tiene dietro, in discesa. E' più agile di lui, per cui non ha problemi a saltare un paio di gradini e frapporsi tra lui e la linea retta verso il basso, impedendogli così di andare avanti.
- What the hell is wrong with you?
- What the hell is wrong with me? What the hell is wrong with you!
Paul alza la voce senza rendersene conto. Prova ad aggirarla, superarla, ma lei tende i muscoli e lo respinge indietro, senza permetterglielo. Alza la voce anche lei, con gli occhi pieni di confusione e frustrazione. 
- Perché sei così? Perché non puoi fare mai una cosa buona per qualcuno? Era una cosa semplice.
- Era una bugia.
- Era una cosa semplice!
- E' una cosa inutile. Tu sei inutile. Tu e le belle speranze, e le tue corse per aggiustare le cose, e tutti i tarli che hai in testa. Sei tu che sei malata. Le persone non sono motori, tubi, mobili. Quando si rompono rimangono rotte. Non rimetti insieme i pezzi. Non funziona così.
- Non ha funzionato con te perché non vuoi che funzioni. Non vuoi che le cose migliorino.
- E con te come va? Con te sta funzionando? 
Paul butta il proprio peso in avanti per scendere due gradini. Lee scivola indietro di due gradini prima di ritrovare stabilità e dargli una spallata. Lo guarda dal basso verso l'alto.
- Come dormi la notte, Lee? Li hai rimessi insieme i pezzi?
- E' ancora troppo presto.
- No. E' solo troppo tardi. Quando ti spezzi ti spezzi e diventi merce danneggiata. E lo sei anche tu. Non me ne frega un cazzo se te ne vai in giro a distribuire coriandoli e buoni sentimenti: lo fai perché c'è qualcosa che non va in te. Lo fai perché ti sei messa in testa di dover dimostrare di non essere come tuo padre, lo fai perché sentirti una martire ti fa stare bene. Lo fai perché hai il costante bisogno della validazione degli altri, perché sei insicura e con la testa fottuta e insoddisfatta, e ambiziosa, ed egoista tanto quanto chiunque altro.
- Smettila.
- Ogni cosa riguarda te, ogni tragedia degli altri diventa tua, la fai tua, perché magari pensi di starti aggiudicando un pezzo di paradiso o una rinascita fortunata, magari pensi di essere incredibilmente altruista a condividere questi pesi, ad alleggerirli agli altri. Ma conoscere te è un inferno, Lee, è un inferno che si consuma a ore di inadeguatezza e frustrazione e terrore di non essere all'altezza del tuo affetto e del tuo impegno, e si va avanti a forza costretti a stare bene per la tua felicità. E' una prova costante e io ho finito di partecipare, perché ognuno ha diritto al proprio dolore fino all'ultimo pezzo, e perché non devo dimostrarti niente, e non ti devo niente, e mi devi lasciare in pace.
- Ti ho salvato la vita.
- E giuro su Dio che non ti perdonerò mai per averlo fatto. 
L'ultima spinta in avanti ottiene l'effetto di farla volare qualche scalino all'indietro e farle sbattere una spalla contro un angolo, ma perlomeno Paul riesce a liberarsi. Lanciato come un proiettile, prosegue le scale di corsa, mentre lei si rialza e si affaccia sull'androne quadrato e stretto. Schiude le labbra per urlargli dietro qualcosa di velenoso, ma si scopre la bocca secca e il palato vuoto.

* * *

Paul torna a casa tardi, barcollante, dopo aver passato il resto della serata a ubriacarsi al Corner. Come sempre, la prima cosa che fa rientrato a casa è togliersi le scarpe. Come sempre, la seconda cosa che fa rientrato a casa è versarsi un whisky. E' il whisky elegante, quello lì: il primo è l'unico che beve da un bicchiere piuttosto che direttamente dalla bottiglia. La bottiglia, appunto, la prende per il collo. Butta giù alcol ruvido e, mentre il fegato gli si erode lentamente, prende coraggio e supera la porta perennemente chiusa a chiave del suo "studio artistico". Accende la luce. L'odore di Interactive Paint gli si infila nelle narici e gli raggiunge il cervello confuso. Ci sono almeno quindici diversi quadri di tutte le dimensioni. Li scopre uno a uno togliendo i teli che li celano con la fretta brusca di chi ha ancora poco tempo con le piante dei piedi per terra. Ognuno è fatto con una combinazione diversa di Interactive Paint: ci sono i quadri con le vernici più dinamiche, che si spostano con più facilità. Ci sono quelli che usano misture più brillanti, mischiate con micro-cristalli che colgono meglio la luce e la rielaborano in modi più originali. Qualsiasi combinazione possibile, qualsiasi alternativa, qualsiasi possibilità, Paul ci ha affondato le mani fino ai polsi, l'ha raccolta nei palmi e l'ha premuta sulle tele sensibili e ha sperato di ottenere risultati diversi.

La diversità, del resto, è la caratteristica delle tecno-vernici di cui detiene la paternità. La rivoluzione dell'arte contemporanea. Mettiti davanti a un quadro e il quadro ti guarderà e cambierà. Quando il quadro guarderà qualcun'altro, cambierà di nuovo. Mai due quadri uguali, mai due colori uguali. Per Anya ogni cosa si colorava di blu e di elettricità, di colori freddi e mari in tempesta. 

Paul gira su se stesso mentre il grigio neutro dell'Interactive Paint si muove, si illumina, cambia. Uno dopo l'altro, ogni singolo quadro legge la sua presenza e la rispecchia. La stanza si accende centimetro dopo centimetro di lingue verdi e gialle, di un rosso bollente che crepita dei granuli di cui è composto proprio come se bruciasse. Gli occhi di Paul si riempiono di panico rassegnato, di un'ansia senza confine, disperata.

Nel suo lavoro, Paul Carraway rivive i suoi peggiori incubi. La sua arte gli guarda dentro, e sul fondo della voragine che ha al posto del petto trova solo fuoco.


sabato 14 giugno 2014

like I could actually believe it's been my fault all along


Capital City
Giugno 2516

Rachel Taylor ha appena compiuto trentacinque anni. Il suo compagno ha insistito perché dormissero nel suo misero monolocale, nonostante casa sua si trovi in un quartiere migliore e sia senz'altro più spaziosa. Superata la porta le ha fatto trovare, sul minuscolo ma pittoresco terrazzino, una cena al lume di candela e un regalo costoso. Dopo aver parlato di molte cose (Rachel e il suo compagno hanno sempre molte cose di cui parlare) hanno lavato i piatti e poi fatto l'amore. Adesso, stesi sul letto a muro, guardano le luci della strada che filtrano fin sul soffitto, creando ombre sfuggenti.
- Se non me ne vado, domani dovrò andare al lavoro con i vestiti di stasera.
Rachel lo dice sorridendo, con poca voglia. E' una donna che ha angoli negli occhi, fianchi pieni, capelli neri e una voce calda e calma. Nella sua vita ogni cosa ha un posto, un tempo. Dylan riesce a vederlo nei ritagli di tempo, ma non gli dispiace: il lavoro tiene molto occupati entrambi, e ha sempre pensato che l'unica cosa in grado di far funzionare una relazione fosse vedersi dopo essere stati stremati dal mondo esterno. Dylan le bacia le dita, i polsi. E' una persona ostinata e silenziosa, questo di lui le è sempre piaciuto. Nelle spalle spigolose, nelle costole esposte dalla magrezza, gli ritrova addosso la solidità dell'uomo di cui ha bisogno. Nelle loro vite non ci sono drammi, solo impegni e obiettivi. Dylan si volta per baciarle il mento, il collo. Il principio di una risata viene smorzato dal trillo squillante del campanello. Rachel sussulta nel letto, Dylan si volta di scatto.
- A quest'ora...?
Dylan le fa segno di far silenzio mentre, molto silenziosamente, raccoglie un coltello dal cucinotto e si avvicina alla porta. Si affaccia dallo spioncino con cautela, ciò che vede lo fa trasalire. Senza neanche pensare al fatto di essere mezzo nudo - e della donna mezza nuda nel suo letto - spalanca la porta e raccoglie tra le braccia ciò che gli cade addosso.

Dylan non avrebbe drammi nella sua vita, senz'altro, senza Lee Chernenko. Assolutamente disorientata, Rachel guarda l'ammasso di capelli biondi e carne tremante che il suo compagno si preme contro il petto e protegge tra le braccia, senza ben sapere che fare. Con il busto sollevato, si preme il lenzuolo contro l'interno delle spalle, rivolgendo un'occhiata interrogativa a Dylan. Lui la guarda, ma i suoi occhi non comunicano alcuna risposta. Alcuna giustificazione.
- Stai tranquilla. Dimmi che cosa è successo.
Lee Chernenko riemerge dalle braccia di Dylan Khan con le guance pitturate dalle lacrime. Metà del suo volto sta passando da un rosso acceso a un violaceo scuro, segno di un livido che si allarga. Dylan le tiene la guancia sana in una mano, mentre le esplora l'altra con la punta delle dita, con la delicatezza e la precisione di un chirurgo, per cercare di determinare l'entità del danno.
- Damn, hai osp-- c'è... scusa, scusatemi. Me ne vado. 

- Chi ti ha fatto questo?
Lee boccheggia scuse, Dylan non le sente. Dopo un'occhiata poco comunicativa rivolta alla compagna, prende Lee per un polso e la conduce nel bagno, richiudendosi la porta alle spalle. Rachel sente in singhiozzi e le voci di entrambi, senza riuscire a distinguere le parole. Mentre coglie quegli attimi preziosi per rivestirsi, si chiede se lui si sia nascosto nell'unica altra stanza del monolocale per dare privacy a lei oppure per avere privacy con la donna bionda che si è presentata alla sua porta alle tre di notte.
- Dyl, sto andando via. Sicuro non vi serva un passaggio in ospedale?
Rachel bussa alla porta del bagno, quella si apre e lascia emergere il busto di Dylan. Lui la guarda in modo superficiale, sfuggente. Nonostante tenga gli occhi fermi su di lei, non ci vuole un conoscitore dell'animo umano per indovinare senza errore che la sua testa sia assolutamente altrove. Da sopra la sua spalla, Rachel riesce a intravedere, seduta sul water chiuso, la giovane giornalista più famosa per la sua scomparsa che per il suo lavoro. Dylan deve rendersene conto, perché si raddrizza appena, bloccando la visuale. Come se la stesse proteggendo.
- Sta bene, non credo abbia bisogno di ospedali.
- Sicuro?
- Sì. Perdonami, non posso davvero...
- Non ti preoccupare, è... un'emergenza. Sta bene?
- Penso di sì. Grazie. Scusami.
Il bacio che le poggia sulle labbra è tra i più frettolosi che abbia mai ricevuto in vita sua. Si tira dentro il bagno e richiude la porta alle sue spalle, un attimo dopo che Rachel abbia colto il viso di Lee Chernenko riemergere dalle proprie mani e sollevarsi sulla figura di Dylan con lo stesso abbandono con cui gli antichi martiri si mettevano nelle mani del loro Dio onnipotente.

Rachel rimane qualche secondo di fronte a una porta chiusa. Poi, tentando come può di spazzarsi via di dosso una sensazione spiacevole che le prude al centro del cervello, si passa una mano tra i capelli, prende la sua borsa e lascia il monolocale di Dylan Khan.

Rachel Taylor, speaker radiofonico per Good Morning Capital

* * *

Quando devo addormentarmi, immagino come vorrei che fossero le cose. Immagino 'Gene piena della leggerezza che le starebbe così bene addosso, alla sua età. Immagino la rassegnazione spazzata via dagli occhi di Paul e immagino Bettie senza incubi. La bambina di Harvey mi conosce ormai così bene da considerarmi un membro della famiglia, e viene a bussare alla mia porta quando ha bisogno di qualcuno che la accompagni in macchina al suo primo concerto. Io e Yahn abbiamo deciso di percorrere strade diverse, l'affetto non è mai stato intaccato dal rancore e dalla delusione, e lui ogni tanto mi cucina ancora carne per sbaglio, quando vado a trovarlo. A volte la quotidianità mi va stretta, è chiaro: in quei momenti mi infilo nella macchina di Ryan e gli chiedo di guidare per le strade di Dogtown, non mi importa verso dove, purché ci vada di corsa, con la radio accesa. Il giorno dopo vado a ballare con Ray in saloni colmi di gente, e mentre io gli stringo le spalle lui mi fa girare, niente di lui mi sfugge perché niente di lui mi vuole sfuggire. Volo attraverso millemila parsec di distanza e atterro nella terra bollente di Bullfinch d'estate. Mi chiamo Sharon e Marshall Lee è mio fratello, quando parla della "sua gente" so che parla anche di me. Non voglio scappare da nessuna parte perché so che sono finalmente a casa, mi sto esercitando perché al rodeo di agosto lo sfiderò a cavalcare i tori provenienti da sud, mi romperò una gamba ma rimarrò in groppa a quell'inferno per otto secondi. Quando lui verrà a raccogliermi dalla polvere mi troverà viva e vittoriosa, mi troverà grata di avere un fratello che mi riprende dalla polvere. Mi dirà che devo imparare a lasciar stare, a mollare la presa, ma saprò che non dice sul serio - che non mi amerebbe in nessun altro modo.
- Ci sono delle cose che non ti ho mai raccontato.
Dylan Khan, steso sul letto accanto a Lee Chernenko, cambia la borsa del ghiaccio che le poggia sul livido, sperando che non si gonfi. 
- Raccontamele adesso.
Lee Chernenko, tra i singhiozzi, riesce a scuotere il capo.
- Ci sono delle cose che non ho mai raccontato a nessuno. Neanche a Marshall Lee. 

* * *

sabato 7 giugno 2014

like a companion


E' questione di contare le nocche con le labbra.

E' questione di contargli le nocche con le labbra. Di tracciargli sentieri sulla pelle, di spazzare via la stanchezza di qualcun'altro che le ha scavato le vene insieme alla sua. E' questione di svestirsi della resa, del peso, degli abiti neri, del cappotto costoso, del dolore sedimentato in quasi quarant'anni di vita, in appena trent'anni di vita, in guerre vissute sotto le bombe e in guerre chiuse in case nel nulla, con la sola compagnia di dodici cani.

C'è qualcosa che voglio fare per te.

Posso farlo per te quando vuoi.

Dylan gliel'ha detto mille volte: smettila di farti a pezzi, di distribuirti. Di regalarti agli altri come se non valessi niente. Ma l'unico vero modo che Lee Chernenko conosce per stare bene è annullarsi, e il modo migliore per annullarsi è recitare la parte del comprimario nella storia di qualcun'altro. L'unico modo è non essere mai la protagonista.

Esserlo vuol dire alzarsi la notte senza riuscire a respirare. Vuol dire conoscere l'insoddisfazione. Quella sera, però, con il sole che è appena tramontato e una versione calma di Blake nel suo letto, non riesce a pensare a nient'altro che a se stessa. A quello che vorrebbe pretendere. Io io io io. Io voglio questo, io ho bisogno di quest'altro. E' un esercizio di completamento. Io cos'è che voglio?

Voglio una famiglia.
Voglio delle radici. 
Voglio un po' di serenità.
Voglio dormire. 
Voglio correre.
Voglio essere di nuovo in grado di nuotare.
Voglio quest'uomo come sarebbe se la vita fosse stata gentile con lui.
Voglio dei figli.

Voglio dei figli. Il pensiero le riempie il petto di sorpresa. Agendo d'impulso, preme la fronte contro la tempia di Blake e lo sveglia.

"Voglio dei figli" mormora così piano da essere incomprensibile.
"Cosa?", col tono di chi sta ancora dormendo.
"Niente, torna a dormire". 

Se torni o meno a dormire, Lee non ne è sicura. E' sicura che lei non può, però. Scivola giù dal letto, prende il suo holodeck e va a sedersi sul divano dove di solito dorme Sebastian. Apre il più popolare motore di ricerca su rete cortex. Digita parole a caso, le cancella. Poi scrive: "sono pronta ad avere un figlio?"

Le appare un quiz. Pur considerandolo stupido, lo compila con precisione chirurgica, riflettendo attentamente su tutte le domande. Perché volete avere un figlio? Com'è la relazione tra di voi? Avete discusso chi lavorerà e chi guarderà il bambino? Avete dei risparmi? Quanto caffè consumate ogni giorno? Vi tenete regolarmente in forma? Ritenete che la vostra situazione di vita sia stabile? Fumate? Avete deciso secondo quale credo religioso crescerete vostro figlio? Che ruolo svolgeranno i nonni del bambino? Dove dormirà vostro figlio? Chi lo nutrirà la notte? Avete discusso una timeline su quanti figli avrete e quando? 

Anche ignorando il fastidio che prova per dover rispondere a domande poste al plurale, a ogni risposta data lo stupido quiz segnala un errore di struttura, quasi la dovesse prendere in giro a ogni step. Il verdetto finale è quasi scontato ed espresso in un'abusata metafora: tirate il freno finché siete in tempo.

L'insoddisfazione le annoda le viscere. Va indietro fino alla pagina del motore di ricerca. Ci pensa un po', poi inserisce: "sono pronta ad avere un figlio da sola?". Il primo risultato parla di questioni tecniche, di banche del seme, di cure ormonali, uteri artificiali, unioni in vitro. Il secondo risultato è un lungo articolo che termina in un'unica domanda: la tua vita ti permetterebbe di prenderti cura un figlio?

Lee sospira, scivola sul divano, riflette che forse la struttura è sfondata, perché non le è mai sembrato di affondarci così tanto. Torna indietro. Di nuovo il motore di ricerca. Ci riflette più a lungo. Pone al sistema un'ultima domanda: cosa faccio se voglio un figlio ma non ho una relazione duratura, non ho la disponibilità economica, non ho un briciolo di routine nella mia vita e non mi sento mentalmente ed emotivamente stabile?

La risposta, questa volta, è sintetica, laconica.

Get a dog.

* * *

"Com'on sweetie. Come on."

Lee Chernenko è sul pianerottolo di casa sua e, molto delicatamente, attira a furia di crocchette una randagia appena prelevata dal canile, un mix border collie con un muso impaurito e la cautela di chi è stato tradito dal mondo intero. Lee nota una certa somiglianza. 

Striscia la chiave contro il sensore della porta ed entra camminando all'indietro come i granchi, acquattata, seguita assai timidamente dalla meticcia.

"Bettie! Ho una sorpresa!"

Volta il capo: Sebastian Gray è già lì, in piedi in mezzo al soggiorno. Di fronte a lui, un cucciolo di dalmata con un grosso fiocco rosso appuntato sul collare sta masticando un giocattolo di gomma comprato apposta per lui.

"What the fuck, Lee. - Sebastian spalanca le braccia esasperato, gli occhi chiari fissi sulla mezza collie che lei sta provando a far entrare in casa - me too."

Zack
Zelda

mercoledì 4 giugno 2014

like a fugitive


Questa era la scrivania di Melanie Bishop.

E' sera tardi e Lee Chernenko siede al posto dove la cofondatrice dell'Avantgarde Associated Press è stata seduta mille volte prima di lei. L'ufficio è vuoto, il mobiletto degli alcolici non è chiuso a chiave da almeno un mese. Lee dondola sulla poltroncina girevole, sovrappensiero, ormai da qualche minuto. Fa un sospiro profondo e, con molta cautela per se stessa, inizia ad aprire i cassetti uno a uno.

Carte, agende trascorse, impegni non mantenuti. Lee osserva e rigira ogni foglio, li guarda controluce, cerca tracciati per ovunque sia finita Joy. E' un nome strano da scegliersi, riflette: la gioia non le sembra si sia mai veramente affacciata sul volto della collega. Sospesa nell'incertezza sulle sue sorti, non sa se sperare che sia stata rapita o che invece sia semplicemente fuggita mentre lei era infilata nella cassa toracica del nulla, in qualche posto del Rim che avrebbe potuto diventare la sua tomba. Carta dopo carta, svuota i cassetti senza direzioni. Almeno finché non tira fuori una chiave.

La rigira tra le dita mentre per un attimo sente di nuovo la mano ferma di uno sconosciuto premerle sul viso un panno bagnato. Chiude gli occhi, respira a fondo. Poggia la chiave sulla scrivania, al centro. E' la chiave dell'ufficio, quella che ogni membro confermato della redazione porta sempre con sé. Stringendo le labbra e inspirando dalle narici, le basta scivolare di lato per raggiungere il sistema cortex fisso, scorrerne la rubrica e avviare la chiamata.
- Servizio assistenza clienti Capital Bank, come posso esserle utile?
- Buonasera. Sono della contabilità di un'agenzia stampa, e sto avendo problemi nel versamento dello stipendio a una mia dipendente che ha il conto presso la vostra banca.
- Sa dirmi il nome della titolare e il numero di conto corrente?
- Melanie Bishop, il conto è nove cinque dodici sei sei quattro nove uno.
- E il suo nome?
- Stanley Bauman.
- ...
- Vorrei terminare di versare gli stipendi stasera, ho un appuntamento a breve.
- Non ci risultano problemi sul conto corrente di miss Bishop.
- Ne è sicuro? Ogni volta che provo a mandare i soldi mi tornano indietro, come se fosse stato chiuso.
- Non ci risulta chiuso, miss Bauman, né sospeso. L'unico movimento notevole è il prelievo totale dei fondi, ma il conto è ancora aperto, non dovrebbe aver problemi a versare.
- Il prelievo totale?
- Sì, circa un mese fa. Che errore mi ha detto le appare?
- Forse sbaglio qualcosa io. Mi faccia riprovare e nel caso vi ricontatterò.
- Molto bene. Buona serata.
Lee Chernenko chiude la chiamata e poggia delicatamente il busto contro lo schienale morbido della poltroncina. Quella poltroncina, tutte le poltroncine, le ha scelte insieme a Melanie Bishop dopo aver passato una giornata intera a stuccare tutti i buchi sui quattro muri di quell'ufficio. Erano sedute per terra, su teli di plastica, mangiavano thai food d'asporto e parlavano di diventare l'agenzia leader nel loro campo di tutta Capital City.

Lee Chernenko si carica addosso una consapevolezza bruciante: quando lei è stata rapita, Melanie Bishop ha deciso di scomparire dai radar. Dispersa chissà dove nel 'Verse intero, programmava la sua fuga mentre lei veniva legata, bendata e torturata. Piuttosto che collaborare con le autorità e confermare le proprie responsabilità, Melanie Bishop scappava. Melanie Bishop sa fare solo questo, si dice mentre guida in direzione di casa premendo sull'acceleratore. Melanie Bishop sa solo scappare

Quando rientra dentro casa, sente il rumore della doccia e immagina che Sebastian si stia lavando. Paco, un pappagallo buono a stare sulle spalle dei pirati, la accoglie gracchiando "doppio bourbon", come al solito. Col petto pieno di rabbia, esausta e piena di frustrazione, Lee Chernenko prende tra le mani il fragile pennuto che le becca le dita. Ricordandosi di quando Melanie glielo fece trovare sulla sua scrivania, spalanca la finestra e lo consegna alla notte buia, guardandolo volare disorientato nel nulla prima di trovare un altro trespolo su cui poggiarsi, un'altra mano a cui chiedere miglio, magari un altro gatto da saziare. 

Quando Sebastian esce dal bagno, vestito ma con i capelli ancora bagnati, si guarda attorno con un certo senso d'assenza.
- Dov'è il pappagallo?
Elian accende l'holotv sull'ultimo reality trash arrivato da Xanto.
- E' scappato. 

_________________________________ 


domenica 1 giugno 2014

like a reader



- Non leggi più niente?

Dylan oscilla tra il sonno e la veglia, ma sempre quietamente. Si rilassa quando la vede dormire, tiene gli occhi aperti quando lei è inquieta e finge di dormire.

- Ti ho letto tutta la rassegna stampa di oggi.
- Un tempo mi leggevi romanzi e poesie.
- Un tempo.
- Non mi piaci quando provi a passare per cinico.

Dylan è seduto su una poltrona ai piedi del suo letto. Tiene un gomito puntato contro il bracciolo, la mano che sostiene la tempia.

- Magari lo sono.
- No.
- No.
- Tu sei un'idealista. Sei sempre stato un'idealista.
- Ultimamente il 'Verse è a corto di ideali.
- La scelta è infinita.
- Devo essere diventato un disilluso, allora.

Lee sorride debole, dispiaciuta.

- Don't say that.
- Or what.
- Or I'll kiss you on the ear.

Dylan soffia dalle narici qualcosa che può passare per ironia. Scuote il capo stancamente e sposta gli occhi chiari sulla finestra aperta.

- Non hai freddo?
- Non fa freddo.
- Pioverà.
- Non importa. 
- I medici disapprovano.
- E' il loro lavoro. Questo non me l'ha fatto un colpo di freddo.
- Te l'ha fatto dell'acqua inquinata che per qualche motivo è finita nei tuoi polmoni.

Il sorriso cola dalle labbra di Lee come la cera di una candela. Sospira a fatica, alza lo sguardo sul soffitto.

- I tagli sui polsi?
- Avevo le mani legate dietro la schiena ed ero bendata. Mi ha dato una lametta per liberarmi.
- E la mano, invece?
- La lametta.
- Hai avuto bisogno di punti.
- I tagli rilasciano endorfine, le endorfine attenuano il dolore e la fatica. Mi ha permesso di camminare per le miglia che mi separavano da El Paso.
- Perché ti hanno trovato acqua nei polmoni?

Gli occhi di lei si annebbiano. Il panico le striscia sotto la pelle. Lui lo può vedere, ma non le stacca gli occhi di dosso. Dylan Khan soffre dello stesso morbo del giornalista investigativo di cui sembra affetta Lee Chernenko: non molla mai l'osso. Se non insiste non è per precauzione né per delicatezza, ma per l'eco di un'antica educazione aristocratica impartitagli da ragazzino.

- Sanjay mi ha chiamato. Vuole venire a trovarti con Peter.
- Non voglio che mi vedano così. 
- Partivano questa sera.
- Non li vedo da anni.
- And whose fault is that?

Non si tratta di colpire al punto giusto, al punto debole. Si tratta di colpire qualsiasi punto non sia al suo posto. Dylan Khan ricostruisce i fatti come puzzle, e da quando Lee lo conosce non ha mai ammesso revisionismi. A nessuno.

- La prima volta che ti ho letto una poesia hai pianto.

Lee non dice nulla.

- Avevi diciott'anni e avevi appena iniziato l'università. Ancora prima che conoscessi San e Pete. Mi avevi detto che nessuno aveva mai letto poesia per te, solo prosa. Me lo ricordo come fossi ieri. Mi sentivo come un intellettuale che stava facendo scoprire il fuoco ai barbari. Mi ci impegnai molto. Penso che mi aspettassi un applauso. Invece alzai gli occhi e tu stavi piangendo. Non mi sei mai sembrata così strana.
- Ti ricordi cosa stavi leggendo.
- Tu lo ricordi?
- Sì.
- The art of losing isn't hard to master. 
- Sì.
- Ci pensai molto. Allora credetti che fosse per Koroleva, per la tua famiglia. Ma non li hai mai persi veramente, did you? Li hai lasciati.
- L'assenza è assenza.
- Ma uno è un atto che compi, l'altro un atto che subisci. A volte non è neanche un atto, è una casualità. Non ho mai capito cosa avessi subito, Lynn. Cosa avessi perso.

Lei sorride piena di dolore. Lo guarda con gli occhi lucidi di febbre.

- Ci conosciamo da tredici anni, Eddie. Ma ci sono alcune cose di me che non sai neanche tu.
- Perché?

Lei scuote il capo, deglutisce la commozione, il tremore. Ma lui non distoglie lo sguardo, non dà l'impressione di lasciar perdere. Di mollare l'osso.

- Perché sono mie soltanto. 

La guarda per un po'.

- Da quando ti conosco non fai altro che farti a pezzi minuscoli. Non fai altro che distribuirti in giro. Come se averti fosse un diritto di tutti. Ti ho sempre detto che ne saresti morta, prima o poi. Che non sarebbe mai rimasto niente di te nelle tue mani, che anche le tue mani le avresti fatte a pezzi, e che ti avrebbero tirato via le unghie come i fiori dalla terra. 
- Sei arrabbiato.
- Sono furioso. Ho sempre accettato tutto da te perché pensavo lo facessi per le news. Ovvio che partissi in guerra: erano lì le notizie. E qualsiasi reporter non resterebbe sui pianeti dei vincitori dopo l'armistizio. Poi Saint Andrew. E poi sei andata su Clackline, e hai rischiato di entrare nel mirino anche lì, ma non ti ho mai detto niente. Perché erano le news. Erano le storie. Ho sempre pensato lo facessi per la storia.
- Questa è una storia.
- E' meno di una storia. Sono dati militari e speculazioni. Poteva diventare una storia, se avessi indagato prima di farla pubblicare.
- Dopo che mi hanno rapita mi sono scordata di revisionare.
- Questa non è una storia di come i Koroleviti iniziano una nuova guerra. Questa è la storia di Lee Chernenko che dimostra al Core intero che è una di loro. Che dimostra a Koroleva di non essere una di loro.
- Non scrivi le storie guardandole dall'alto. Le scrivi quando ci entri dentro.
- Entrarci dentro ed esserne la protagonista sono due cose diverse.
- Non hai idea di ciò di cui stai parlando.
- Non chiuderai un'altra conversazione dicendomi che non so ciò di cui sto parlando. Lo so.
- And so what, Dylan?

Alza appena la voce. Ci riesce poco: la gola le fa male, un colpo di tosse riesce a scuoterle il petto nonostante i calmanti. Scuote il capo.

- So fucking what. Se anche fosse la mia storia. Guarda cos'è successo. Non ho diritto di lasciarmi dietro qualcosa che abbia un valore, che mi sopravviva? Sono piena di amici che continuano a tradire la mia fiducia, di persone che mi cercano solo dopo le due di notte. Prendo una decisione sbagliata dietro l'altra. Non riesco a rimanere nella stessa casa per più di qualche mese, con lo stesso uomo per più di qualche mese. Non ho figli. Ho una madre, un padre, due sorelle e due fratelli e nessuno di loro mi ha scritto per chiedermi come sto. E ora non riesco a respirare.

La voce le si spezza. Si copre gli occhi con una mano, abbassa il capo. Inghiotte un principio di pianto. Dylan la guarda a labbra schiuse e occhi asciutti, severi. Si passa la mano sul viso e, esausto, si alza in piedi in modo risoluto. 

- Ho il mio lavoro. Ho solo questo.
- Per una che mi conosce da tredici anni, Lee, consideri il mio impatto nella tua vita sorprendentemente inadatto.

Esce dalla stanza e richiudendosi educatamente la porta alle spalle.